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martedì 17 febbraio 2015

Ludovico Pratesi: L'arte contro la guerra. Intervista con Shirin Neshat @ Exibart, 16Feb2015

L’Intervista/Shirin Neshat

L'ARTE CONTRO LA GUERRA Read more @ Exibart

È possibile. L’artista iraniana ci spiega come

Donne velate che puntano pistole con sguardo altero, con le mani coperte da  frasi scritte in farsi, l’antico persiano. Nei primi anni Novanta le opere fotografiche dell’artista iraniana Shirin Neshat (Qazvin, 1957) hanno denunciato la situazione delle donne in un Paese piegato dalla rivoluzione di Khomeini. Sono le Women of Allah, immagini scattate nel 1993 e esposte di recente al Mathaf, il museo d’arte moderna di Doha (Qatar) in occasione della mostra antologica Afterwards, insieme a opere più recenti, come The Book of Kings (2012) e Our House is on Fire (2013), dedicata ai protagonisti della Primavera Araba. Le opere di Shirin Neshat sono perciò sempre impregnate anche della complessa e spesso difficile realtà politica del suo Paese e del mondo arabo: per questo le abbiamo chiesto un’opinione dopo i fatti di Charlie Hebdo e il clima di terrore che l’Isis tenta di instaurare. 

Oggi, come artista iraniana, qual è la sua posizione sul massacro di Parigi e, in generale, sulla libertà di espressione?
«Credo nella libertà di espressione e per questo vivo in esilio e non nel mio Paese, che priva il suo popolo dei diritti umani fondamentali come la libertà di espressione. Nonostante questo, non credo nella provocazione come valore per affermare questa libertà. Però mi considero una musulmana laica, e per principio sono contraria a ogni forma di estremismo religioso che possa causare violenza o sofferenza, introducendosi nella vita privata delle persone, da qualunque fonte provenga: cristiana, musulmana o ebrea».

La libertà di espressione è un tema rilevante nel suo lavoro?
«Dal momento che vivo fuori dalla mia patria non mi confronto con le autorità iraniane ogni giorno, anche se il mio lavoro continua a indirizzarsi verso tematiche socio politiche e religiose relative all'Iran. Ma rifiuto di utilizzare l'arte come uno strumento per creare controversie, o per inasprire, offendere o contrastare qualsiasi forma di credo religioso o ideologia politica. In generale penso che qualsiasi espressione artistica che sia fondata su un pregiudizio sia sempre manipolativa e sbagliata, dal momento che spinge verso lo sdegno o addirittura la violenza».

Ricorda quali furono le prime reazioni alle sue Women of Allah?
«All'inizio della mia carriera, molti occidentali pensavano che  le parole scritte sui corpi femminili nella serie fotografica Women of Allah fossero versetti coranici. In realtà ho sempre usato soltanto versi poetici, perché non potrei mai immaginare di rendere banale ciò che è sacro per milioni di musulmani».

Adesso che reazioni provocherebbero?
«Quello che è successo al giornale Charlie Hebdo a Parigi, mi sembra che riaffermi l'idea che la rabbia nutre la barbarie, e che una forma di rabbia conduce ad un'altra forma di rabbia, e come siamo spinti verso un circolo vizioso di astio, rivincita e brutalità. La risposta può essere la creazione di dialoghi su come possiamo prevenire l'ira immotivata che causa tanta sofferenza. Mi piace credere che ci sono persone che hanno valori ai quali non aderisco personalmente, ma che rispetterò e tollererò finché saranno pacifici».

Crede nella possibilità di un dialogo vero e profondo tra l’Islam e l’Occidente?
«In qualità di artista e non di esperta, ritengo che la cultura occidentale non riesca a comprendere che non tutte le culture aderiscono ai valori razionali dell’Occidente. Il problema è il pregiudizio legato all’idea di confine, necessario ai musulmani per proteggere alcuni valori, e così estraneo agli occidentali che cercano di eliminare i confini per consentire una società aperta e giusta».  

In che modo?
«Può sembrare troppo ottimista e ingenuo da parte mia, ma credo che la risoluzione di questa divisione storica tra le culture islamica e occidentale sia possibile solo se i popoli cominciano ad assumere un approccio diverso da quello dei governi. Penso che una soluzione sia possibile soltanto nell’evitare ogni ritorsione, con una diplomazia pacifica che conduca al rispetto reciproco, alla tolleranza e perfino alla celebrazione delle nostre differenze».

Crede che gli artisti possano avere un ruolo in questo dialogo?
«Sono fermamente convinta che gli artisti possano giocare un ruolo significativo nel costruire un dialogo tra culture in conflitto, perché il linguaggio dell’arte ha l’abilità di rimanere al di sopra e oltre le differenze religiose, culturali e nazionali, e arrivare nel profondo della psiche umana. Spesso però gli artisti si trovano nella posizione difficile di rispondere alle problematiche politiche del loro tempo, senza essere apertamente controversi, manipolativi, di parte o didattici. Dopotutto, è molto più facile fare un’arte che punta il dito su quello che è giusto o sbagliato, e più difficile fare arte che crea un momento di discussione, un forum che apre nuove prospettive e invita lo spettatore a formarsi una propria interpretazione. È attraverso quest’ultimo approccio che gli artisti possono giocare un ruolo significativo in questo momento storico».

Per concludere, l’arte contemporanea può assumere un valore politico?
«Sicuramente dovrebbe essere più consapevole dei problemi politici. Oggi percepisco una forte assenza di dialogo critico su temi politici, anche quelli relativi alla libertà di espressione, che è al centro di ogni pratica artistica».

Pic: Shirin Neshat :: Women of Allah

venerdì 1 novembre 2013

Russell J.A. Kilbourn - Cinema, Memory, Modernity: The Representation of Memory from the Art Film to Transnational Cinema (Routledge Advances in Film Studies) - Routledge, paperback, 20.Mar.2012


Since its inception, cinema has evolved into not merely a ‘reflection’ but an indispensable index of human experience – especially our experience of time’s passage, of the present moment, and, most importantly perhaps, of the past, in both collective and individual terms. In this volume, Kilbourn provides a comparative theorization of the representation of memory in both mainstream Hollywood and international art cinema within an increasingly transnational context of production and reception. Focusing on European, North and South American, and Asian films, Kilbourn reads cinema as providing the viewer with not only the content and form of memory, but also with its own directions for use: the required codes and conventions for understanding and implementing this crucial prosthetic technology — an art of memory for the twentieth-century and beyond.

Here some excerpts taken from last chapter Coda...


(...)


Pics: Through the Psionic Storm Part IV by Finnian MacManus  


mercoledì 4 settembre 2013

Google and the World Brain - trailer English

The story of the most ambitious project ever conceived on the Internet. In 2002 Google began to scan millions of books in an effort to create a giant global library, containing every book in existence. They had an even greater purpose - to create a higher form of intelligence, something that HG Wells had predicted in his 1937 essay "World Brain". But over half the books Google scanned were in copyright, and authors across the world launched a campaign to stop Google, which climaxed in a New York courtroom in 2011. A film about the dreams, dilemmas and dangers of the Internet. http://www.worldbrainthefilm.com/

martedì 9 luglio 2013

Kriss Ravetto - The Unmaking of Fascist Aesthetics - University of Minneapolis Press, Usa, 2001



In this challenging and fascinating work, Kriss Ravetto examines how fascism, nazis, and the Final Solution are represented in films throughout the various stages of reconstruction and critique that fascist aesthetic discourse has passed through since the war. A sophisticated and important contribution. Andrew Hewitt, UCLA
A startling revision of aesthetics in the wake of the Holocaust.
Amid the charged debate over whether—and how—the Holocaust can be represented, films about fascism, nazis, and the Final Solution keep coming. And in works by filmmakers from Bertolucci to Spielberg, debauched images of nazi and fascist eroticism, symbols of violence and immorality, often bear an uncanny resemblance to the images and symbols once used by the fascists themselves to demarcate racial, sexual, and political others. This book exposes the "madness" inherent in such a course, which attests to the impossibility of disengaging visual and rhetorical constructions from political, ideological, and moral codes. In a brilliant analysis with ramifications far beyond the realm of film, KrissRavetto argues that contemporary discourses using such devices actually continue unacknowledged rhetorical, moral, and visual analogies of the past.
Against postwar fictional and historical accounts of World War II in which generic images of evil characterize the nazi and the fascist, Ravetto sets the different, more complex approach of such filmmakers as Pier Paolo Pasolini, Liliana Cavani, and Lina Wertmüller. Rather than reassuring viewers of the triumph of the forces of Good over the forces of Evil and the reinstitution of ethical values, these filmmakers confound the binary oppositions that produce clear and identifiable heroes and villains. Here we see how their work—complicating conventions of gender identity, class identifications, and the economy of victim and victimizer—disturbs rather than reassures the audience seeking relief from a sense of "bad history."
Drawing on history, philosophy, critical theory, film, literature, and art, Ravetto demonstrates the complex relationship of thinking about fascism with moral discourse, sexual politics, and economic practices. Her book asks us to think deeply about what it means to say that we have conquered fascism, when the aesthetics of fascism still describe and determine how we look at political figures and global events.



KRISS RAVETTO-BIAGIOLIAssociate Professor of Technocultural Studies is film and media scholar whose work focuses on the problem of representing and theorizing the violence produced by nation building, ethnocentrism, and sexism in a manner that does not play into a vicious cycle where moralism, media images, and language produce their own forms of violence. This research has resulted in The Unmaking of Fascist Aesthetics, (Minneapolis, University of Minnesota Press, 2001), ISBN: 13: 978-0-8166-3743-0, and her current book project, „Mythopoetic Cinema on the Margins of Europe. She has published articles on film, performance, installation art, and new media in Camera Obscura, Film Quarterly, Third Text, PAJ, Representations, Screen, Third Text and numerous collected volumes. Her interest in the "digital uncanny" and the culture of surveillance has inspired "Recoded" - the large international conference on the politics and landscapes of new media (http://www.abdn.ac.uk/modernthought/recoded/ and "Figures of the Visceral"(http://www.ed.ac.uk/schools-departments/film-performance-media-arts/news-and-events/the-visceral/figures-of-the-visceral).