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giovedì 4 febbraio 2016

Tarde, un teorico dei media Intervista a Tony D. Sampson, a cura di Jussi Parikka - Traduzione di Alessandro Cattini - Revisione/editing di Obsolete Capitalism


Tarde, un teorico dei media


Intervista a Tony D. Sampson, a cura di Jussi Parikka


Traduzione di Alessandro Cattini

Revisione/editing di Obsolete Capitalism

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Questa intervista si concentra su una monografia recentemente pubblicata da Tony D. Sampson, ​Virality: la Teoria del Contagio nell’Era dei Network​, descritta da Brian Rotman come “capace di offrire una nuova teoria del virale quale evento sociologico.” In questa conversazione, Parikka e Sampson discutono di Gabriel Tarde e della teoria dell’assemblaggio, e del perché Tarde dovrebbe essere interpretato come un teorico dei media interessato ad una concezione sonnambulistica del sociale. L’interesse di Sampson al non­cognitivo – e al capitalismo non­cognitivo –suscita risonanze dai recenti dibattiti sulle affezioni, ma con un’attenzione speciale agli sviluppi nel campo dell’​interaction design e della ricerca.

Jussi Parikka: Mi piacerebbe cominciare con il chiederti perché ti sei avvicinato al tuo argomento – l’odierna cultura dei network – attraverso Gabriel Tarde, un teorico sociale del XIX secolo? Che cos’è che permette di considerare Tarde come un’adeguata risorsa teoretica per un’analisi della cultura della rete digitale, dove l’azione non risiede soltanto nel contagio umano, ma passa anche per agenti non umani?

Tony Sampson: ​È stata Tiziana Terranova che, per prima, mi suggerì Tarde, ormai un bel po’ di
tempo fa. Stavo cercando di analizzare a fondo queste idee che avevo sui contagi della cultura della rete. Fino a quel momento avevo provato a sviluppare un approccio alle reti simile a quello della teoria dell’assemblaggio, facendo riferimento al materiale fornito dagli studi sulle reti e dalle scienze informatiche. Volevo tenermi ben lontano da un’interpretazione metaforica del contagio digitale, che mi sembrava essere il peggior punto di partenza possibile. Questo approccio ha funzionato bene fino a un certo punto, ma poi la tesi dell’imitazione di Tarde mi ha aperto una vasta gamma di nuove possibilità. È interessante notare che ho potuto volgere di nuovo lo sguardo su Deleuze attraverso il lavoro di Tarde. E’ stato come arrivare nuovamente a lui, intraprendendo un percorso del tutto nuovo. Sebbene Deleuze non abbia scritto un libro su Tarde – e vorrei l’avesse fatto – penso che sia stato influenzato da lui almeno tanto quanto lo fu da Spinoza, Bergson o Nietzsche. È questo il punto che Francois Dosse evidenzia in ​Intersecting Lives​. La cosa più importante è che Tarde mi ha permesso di rileggere la teoria dell’assemblaggio come una teoria sociale o, più precisamente, una teoria della soggettivazione sociale. Mi sento di dire che Tarde è forse il primo teorico dell’assemblaggio, nella misura in cui è davvero preoccupato solamente del desiderio e della relazionalità sociale.
Un’altra cosa importante riguardo al ruolo che Tarde svolge in ​Virality è che non fa distinzioni tra natura e società o, similmente, tra biologia e cultura. In questo modo mi ha aiutato a demolire l’artificio del contagio metaforico, che fa sembrare che il biologico stia sempre invadendo il sociale, almeno nei punti in cui il linguaggio e la retorica della biologia sembrano imporsi sui fenomeni
sociali. Una volta che l’artificio è stato rimosso, tuttavia, vediamo che è il contrario: ciò che è biologico è sempre sociale, ed è ciò che è sociale ad essere contagioso. Perciò, quello che in ​Virality io chiamo la risurrezione di Tarde, lo colloca come teorico dei media all’interno di una zona indistinta tra natura e società. E non è stato difficile da fare. Dopotutto, quando scrive di propagazione imitativa o della suggestionabilità dell’imitazione, Tarde vuole davvero indicare una mediazione monadologica che non fa distinzioni tra umani e non umani, esattamente come non cerca di separare gli stati inconsci da quelli consci o le abitudini meccaniche da un senso di volizione. Secondo lui tutti i fenomeni sono fenomeni sociali, tutte le cose sono società. Quindi come Whitehead, in un certo senso, pone gli atomi, le cellule e le persone sullo stesso piano: una società di cose. Questo è anche il motivo per cui ritengo importante evidenziare che ci sono reti nelle masse e masse nelle reti.

Jussi Parikka: “Virality" avanza un’idea intrigante riguardo la teoria dei media del sonnambulo – potresti dirci qualcosa in più riguardo a questo concetto e alla sua relazione con la non­volizione?

Tony Sampson: Il concetto di “sonnambulo” proviene, ovviamente, ancora una volta da Tarde, e ciò che cerco di fare nel libro è cogliere in che modo questo concetto risuoni con la cultura della rete. Mi sembra che la tendenza al contagio nelle reti sia legata alle implicite funzioni cerebrali che Tarde descrive come associazioni inconsce – attraverso le quali egli afferma che il sociale assembla sé stesso. Questa relazione tra la viralità e l’associazione inconscia potrebbe essere interpretata, se vogliamo, come la diffusione di un capriccioso stato di falsa coscienza, in cui, da un lato, il sociale è infettato dalla suggestionabilità dell’imitazione al livello della funzione cerebrale e, dall’altro lato, ci rendiamo conto che ciascuno è tenuto così impegnato e così distratto da non comprendere realmente che i suoi sentimenti/sensazioni vengono manovrate in direzione di questo o quel fine.
L’idea dei media sonnambuli, o dell’ipnosi dei media, in molti sensi è simile al lavoro di Jonathan Crary sulle tecnologie dell’attenzione. Infatti Crary fornisce un sorprendente riposizionamento della tesi relativa all’economia dell’attenzione. A differenza dell’apporto dato dai guru delle scuole di business, che considerano l’attenzione una preziosa risorsa per cui lottare, egli comprende la natura controllante e disciplinare dell’attenzione. Fuller e Goffeys si sono similmente riferiti a questo come l’economia della disattenzione, che come Crary non fa distinzioni tra attenzione e disattenzione. Non sono poli opposti.

Jussi Parikka: Relativamente a queste idee, insisti con il parlare di capitalismo non­cognitivo e delle sue tecniche. Perché questa enfasi, che ti porta in una direzione leggermente diversa rispetto ai tuoi primi anni di studio sulla teoria culturale e politica del capitalismo cognitivo? Che cos’è che rende diverso questo approccio?

Tony Sampson: ​Dunque, sì, il capitalismo non­cognitivo non si discosta troppo dal famigliare flusso di lavoro taylorista e post­taylorista. In termini di lavoro uomo­computer possiamo pensare a questo come a un mutamento di relazioni ergonomiche: il dal migliore adattamento fisico possibile stabilito tra uomo e macchina durante processo di produzione, a un modello cognitivo focalizzato sul lavoro mentale. Vediamo questo mutamento di paradigmi ovunque nella letteratura e nelle pratiche relative alla ​Human Computer Interaction ​(HCI), anche se ora qualcosa sta cambiando. L’enfasi è posta sempre di più sul lavoro delle emozioni, degli affetti e delle esperienze, che vengono misurati usando la biometria e le neurotecnologie insieme a strumenti cognitivi più tradizionali che indagano la memoria e l’attenzione. Questo è solo un aspetto della neurocultura in cui ci troviamo oggi, dove non
è la persona, ma il neurone o forse persino la neurotrasmissione stessa che viene messa all’opera in ogni modo per produrre un nuovo tipo di soggettività molecolare.
Fino alla seconda fase di scrittura del libro non avevo cominciato a leggere il lavoro dello psicologo sociale Robert Zajonc, sulle preferenze che non richiedono inferenze; vale a dire la sua idea che le sensazioni potrebbero avere pensieri propri. Infatti, se i commercianti, i politici e i designer possono farci sentire in un certo modo, allora possono anche avere influenza sul nostro modo di pensare. Questo rispecchia la tendenza del design commerciale oggi, a cogliere l’importanza della relazione tra emozioni e conoscenza. Ma Zajonc va persino oltre dicendo che i sistemi affettivi sono sia indipendenti da, e forse persino più forti dei sistemi cognitivi. Potenzialmente i gli uomini del marketing, i politici e i designer non hanno nemmeno la seccatura di doversi appellare al pensiero. Penso che questa sia la traiettoria seguita dal capitalismo non­cognitivo.
In aggiunta al lavoro delle neurotrasmissioni c’è anche questo ben pubblicizzato mutamento nella tecnologia dei media verso il cosiddetto ​ubicomp ​(computazione ubiqua). Anche questo è importante. Qui vediamo interazioni sconosciute al soggetto (​nontask interactions​) verificarsi anche al di sotto del livello di attenzione. Il calcolo pervasivo funziona anche mediante la produzione di interazioni che lavorano sull’utente, semplicemente grazie al fatto che l’utente viene in contatto con una zona “calda” o diventa parte di una rete fra dispositivi, scatenando così un evento di cui non avrà mai bisogno di essere a conoscenza.

Jussi Parikka: Le tue idee sembrano essere strettamente in relazione con “Evil Media”, un recente libro di MatthewFuller e Andrew Goffey. C’è un più vasto interesse per gli aspetti non comunicativi e non rappresentazionali della cultura dei media?

Tony Sampson: ​Assolutamente sì, il che costituisce anche il motivo per cui sono stato così felice di parlare di ​Virality per la prima volta insieme a Matt e Andy presso il Goldsmiths. Penso che ci sia una bella sincronia tra il mio libro e ciò che loro chiamano il ​grigiore non intrusivo di alcune pratiche mediatiche. Non si tratta soltanto dell’uso strategico dei media per scopi specifici, o della rivelazione di una qualche ideologia incorporata o nascosta; al contrario, [la sincronia riscontrata nelle due opere] indica le conseguenze derivanti dalla non intenzionalità e dalla riappropriazione di incidenti devianti. Ho scritto dello stratagemma immunologico come un certo tipo di allarmismo ingannevole originato da incidenti della computer science negli anni settanta e ottanta del Novecento. Questo è il modo in cui vedo la cultura virale. Non è come piacerebbe al marketing virale, cioè una procedura che conduce passo dopo passo ad un costo di marketing pari a zero. Al contrario vediamo che un imprenditore digitale deve mettere in moto la viralità ottimizzando marchi così che essi siano più efficaci dei loro rivali e il loro potenziale si diffonda il più possibile. Nel marketing in rete nulla è dato per certo. Tutto ciò che puoi realmente fare è ammazzare il tempo mentre aspetti di gestire il prossimo incidente casuale.
Un’altra connessione che ho recentemente instaurato con ​Evil Media è con il gruppo di artisti YoHa. Mi hanno chiesto un contributo per il loro progetto ​Evil Media, Curiosity Cabinet che sarà esposto a Berlino nell’anno nuovo. Ho optato per ​Modafinil​. Questo neurofarmaco viene usato principalmente per trattare i disturbi del sonno, alcuni dei quali sono direttamente connessi al malfunzionamento dei processi di lavoro, come i disordini derivanti da un cambio di lavoro. Questo sarebbe già abbastanza
orribile, ma il ​grigiore di ​Modafinil diviene chiaro nell’abuso che ne fanno gli studenti e i soldati che hanno bisogno di rimanere attenti durante gli esami universitari o sul campo di battaglia.

Jussi Parikka: Nonostante le differenze da Evil Media, sembra che anche tu parli d’amore nel tuo libro – puoi approfondire questo aspetto, in relazione alle affetti?

Tony Sampson: ​Dunque, c’è questa cosa davvero intrigante e machiavellica in ​Evil Media​, giusto? È che la paura è preferibile all’amore. Il mio lavoro semplicemente gira quell’idea su sé stessa. Tarde scrive riguardo all’amore in diverse occasioni, nel suo romanzo ​Underground Man e nella parte extra­logica di ​The Laws of Imitation​. Egli pensa che l’amore sia, sebbene spesso transitorio, molto più contagioso della paura. Egli lo considera come una relazione di potere asimmetrica nella quale è principalmente chi ama a copiare il suo amato. Mi sono ispirato a questo e a un paio di altri autori. Teresa Brennan, per esempio, scrive che l’amore, a differenza della paura, non ha bisogno di un medium a cui appigliarsi. L’amore per Brennan è contemporaneamente affezione e medium, il che in qualche modo incrementa il suo contagio affettivo. L’amore di Michael Hardt come concetto politico è ugualmente interessante, secondo me. La sua concezione che l’amore per la famiglia, per la razza, per dio e per la nazione tenda a unificare i popoli in modi che sono “dannosi” diventa significativa, penso, per comprendere l’amore come un Trojan molto più efficace e sinistro della paura. Infatti, solo perché un’esperienza ti fa sentire bene non significa che sarà buona per te. Guardo all’Obama Love sotto questa luce – come un tipo di pratica mediatica grigia e virale dell’amore. Al di là degli ovvi modi di servirsi dell’amore nella sua campagna, come i siti, le magliette e le spille di ​I Love Obama,​ ci sono anche quelle immagini aptiche del presidente con la sua famiglia alla vigilia della suo primo trionfo elettorale. Sentiamo come questo ragazzo molto cool voglia instaurare una nuova collaborazione con il Medio Oriente e chiudere Guantanamo, ma tutto quello che otteniamo sono le impennate nei numeri delle truppe, il suo iniziale supporto al regime di Mubarack, e l’inarrestabile ascesa dei droni. I suoi sostenitori affermano che vuole vedere Guantanamo chiusa, quindi deve essere o disonesto o del tutto incapace. Questo è il ​grigiore​ dell’amore verso Obama.

Jussi Parikka: Una delle parti più intriganti del libro è quella in cui analizzi le tecnologie concrete che stanno emergendo, come quelle tecniche di progettazione di interfacce di design che rientrano nella sfera dell’involontario. Si tratta di un’altra specie di livello di modulazione delle affetti, per esempio per ciò che riguarda il design di interfacce basate sugli affetti? E ciò come sta in relazione con il recente più ampio dibattito riguardante gli affetti nelle “teoria della cultura”?

Tony Sampson: ​Ritengo che la teoria del sonnambulismo dei media sia un utile strumento per comprendere il cosiddetto terzo paradigma di HCI, l’interazione uomo­computer. È questa la mossa che permette di sfruttare i già menzionati emozioni e affetti, il contesto sociale e l’elaborazione dell’esperienza. Infatti, in quanto parte di questo movimento, i consulenti di design dell’esperienza e i neuromarketer stanno velocemente diventando il prossimo grande fenomeno nel business della persuasione. I loro più grandi clienti a quanto pare sono le banche e altri istituti finanziari. Non sorprende che queste imprese abbiano un problema d’immagine al momento. Quindi sono desiderose di guadagnare la possibilità di mettere in contatto l’utente finale con il loro brand attraverso il livello viscerale della elaborazione dell’esperienza, facendo leva direttamente sugli appetiti. Questo è ciò che il ​design​ emotivo promette di fare.
Ecco che cosa sta accadendo: ho partecipato a un certo numero di eventi relativi all’industria del design recentemente, dove tecniche biometriche sono messe in pratica da ​designer di ​app​, giochi pubblicitari, ​e­Commerce​. Si stanno entusiasticamente collegando gli affetti generati dall’utente a strumenti di rilevazioni di galvanizzazione della pelle ed elettroencefalogramma,assieme a software di riconoscimento facciale e posturale con tecnologie del tracciamento oculare ​per esplorare come certi stati emotivi di valenza affettiva rilevabili possano corrispondere a cose come l’identificazione di un brand e l’intenzione all’acquisto. C’è qui il desiderio di comprendere che cosa accada all’utente a livello ​non conscio della elaborazione dell’esperienza, cosicché i ​brand ​possano essere innestati e gli utenti manovrati e condotti verso certe finestre di opportunità.
Di nuovo, queste pratiche concrete sono immerse nel ​grigiore. Queste tecnologie e questi metodi erano indirizzati, in origine, al trattamento neurologico di condizioni come i deficit di attenzione e la demenza. Ma, ora, non vi sono secondi fini nascosti nella loro riproposizione. Non vi è nessuno sforzo di mascherare l’invadenza di queste tecniche di marketing. La pratica della persuasione, che era divenuta una specie di taboo nelle vecchie arene mediatiche, è ritornata, sembrerebbe, per vendicarsi.

L’intervista è stata pubblicata online, in lingua inglese, il 25 gennaio 2013 sulla rivista ​Theory, Culture and Society​, che qui pubblicamente ringraziamo per il permesso alla traduzione e pubblicazione. L’originale dell’intervista è rintracciabile al seguente indirizzo: http://www.theoryculturesociety.org/tarde­as­media­theorist­an­interview­with­tony­d­sampson­by­ju ssi­parikka/

Biografie:
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Tony D. Sampson
Inglese, insegna ​Digital Culture and Communication ​presso la School of Arts and Digital Industries dell'University of East London (UEL, UK). Ama lavorare ad eventi artistici sperimentali che coinvolgono musica, video e filosofia. La sua ricerca analizza il ‘lato oscuro’ che si sta realizzando tra sociologia, marketing, cultura digitale e neuroscienze, in particolare la deriva contagiosa e virale che si dipana nelle micro­relazioni di massa circolanti nei ​New Media​. É co­editore (con Jussi Parikka) del libro ​Spam Book: On Viruses, Porn, and Other Anomalies From the Dark Side of Digital Culture (Cresskill, NJ: Hampton Press, 2009). Il suo ultimo libro ​Virality: Contagion Theory in the Age of Networks ​incrocia la micro­sociologia di Gabriel Tarde con la filosofia dell'evento di Gilles Deleuze; è stato pubblicato nel Giugno del 2012 dalla University of Minnesota Press. Ha un blog personale, Virality. Il prossimo libro uscirà nella primavera del 2017 con il titolo ​The Assemblage Brain: Sense Making in Times of Neurocapitalism ​per la Minnesota University Press.

Jussi Parikka
Finlandese, insegna ​ ​Technological Culture & Aesthetics at University of Southampton (UK) ed é docente in ​Digital Culture Theory ​alla University of Turku in Finlandia. Parikka è un noto teorico dei New Media ​a livello internazionale. Tra le pubblicazioni, da segnalare: ​What is Media Archaeology? (Polity: Cambridge, 2012); ​Insect Media: An Archaeology of Animals and Technology ​(University of Minnesota Press: Minneapolis, 2010) ​Posthumanities­series; Digital Contagions. A Media Archaeology of Computer Viruses ​(Peter Lang: New York, 2007); e, con Erkki Huhtamo, ​Media Archæology: Approaches, Applications, and Implications ​(University of California Press, Los Angeles, 2011). ​É co­editore (Tony D. Sampson) del libro ​Spam Book: On Viruses, Porn, and Other Anomalies From the Dark Side of Digital Culture ​(Cresskill, NJ: Hampton Press, 2009). Le più recenti uscite sono:​ il testo ​The Anthrobscene ​(University of Minnesota Press, 2014) e l’opera ​A Geology of Media ​(University of Minnesota Press, 2015)​. ​Sta attualmente lavorando alla pubblicazione (2016) per la seconda edizione di ​Digital Contagions​. Ha un blog personale, Machinology. 

giovedì 31 dicembre 2015

Rares Iordache in dialogo con Tony D. Sampson: Folla vs opinione pubblica, Ucraina vs Russia, la crisi di Gaza, la teoria del contagio e la netica @ #hibridmedia Magazine, 19 Agosto 2014 - Traduzione Alessandro Cattini


Rares Iordache in dialogo con Tony D. Sampson: Folla vs opinione pubblica, Ucraina vs Russia, la crisi di Gaza, la teoria del contagio e la netica



@ #hibridmedia Magazine, 19 Agosto 2014

Traduzione di Alessandro Cattini
Cross-check di Obsolete Capitalism

QUI è leggibile l'intervista in lingua inglese


Folla vs. opinione pubblica, Ucraina vs. Russia, la crisi di Gaza, i contagi e gli oggetti anomali nel cyberspazio, netica /(n)etica o una certa etica dell’informazione e dei fenomeni virali. Tutti questi sono temi provocatori su cui dibattere. #hibridmedia Magazine ve li offre tutti in un fantastico dialogo con Tony D. Sampson.


Rares Iordache: Dopo ciò che è successo a EuroMaidan si va verso un conflitto tra Ucraina e Russia. Questo evento è cresciuto molto in termini mediatici e si è trasformato in un’autentica guerra. Quando penso a EuroMaidan faccio subito un paragone con gli Indignados, la protesta in Spagna. Ci sono diverse distinzioni da fare, ma sono i contagi e la loro diffusione ad aver catturato la mia attenzione. Quali pensi siano stati gli oggetti contagiosi in questo caso? Un’altra cosa interessante è l’epidemiografia, un termine usato da John Postill. Ciò è collegato anche con i fenomeni virali e gli oggetti contagiosi.


Tony D. Sampson: Qual’è la differenza tra Spagna e Ucraina? Cosa fa esplodere la contagiosità di una protesta in una rivoluzione e in una guerra civile mentre l’altra si affievolisce? Sebbene ci siano stati modelli analoghi che sono emersi negli ultimi anni – magnificamente rappresentati nella Big Data Social Science di John Beieler (nonostante gli evidenti punti deboli) – non sono certo che ci sia un unico oggetto concreto o un insieme di oggetti virali a determinare ciò che diventa virale.


In Virality mi chiedevo cosa possiamo imparare da Gabriel Tarde. In termini di rivoluzione abbiamo bisogno di guardare oltre il dilagare di semplici e puri sistemi di credenze (ideologie) e di come i desideri vengono liberati o inibiti dalla creatività del sociale. L’oggetto del desiderio è sempre la credenza; il che significa che il biologico e il sociale si mescolano laddove le invenzioni sociali si appropriano dei desideri. Forse è necessario analizzare a fondo l’intreccio di relazioni stabilite tra il desiderio di cambiamento e le situazioni messe in campo da vecchie gerarchie, masse rivoluzionarie, folle, proteste di massa e i pubblici mediatici e le reti elettroniche.


La teoria dei proto-media di Tarde ci fornisce anche una familiare distinzione tra il pubblico mediatico e le masse. Le masse sono state progressivamente usurpate dai pubblici mediatici. Da un lato, le masse hanno qualcosa di animalesco in loro. Non sono facilmente governabili. Se vuoi vincere una rivoluzione probabilmente hai bisogno dell’animale dalla tua parte. D’altro canto il nuovo pubblico sembra essere meglio informato dai new media, ma in realtà può essere controllato più facilmente, per via delle distanze che i sempre più mediati flussi di informazioni schiudono tra i soggetti connessi. C’è, suppongo, minore necessità di far parte di una massa per ottenere informazioni. Questo segna l’inizio del potere baronesco della stampa e della manifattura del pubblico di massa.


Le vecchie teorie relative al potere delle masse suggerivano che la violenta irrazionalità del potere delle stesse fosse perlopiù sufficiente a prevalere sulle vecchie gerarchie aristocratiche. I movimenti rivoluzionari predominanti hanno storicamente fatto affidamento su un certo grado di violenza – la forza delle folle - fuoriuscendo dai quartieri più poveri e assaltando i palazzi delle istituzioni.


Quale differenza, dunque, può fare la Rete? Prendiamo di nuovo la mappa delle proteste di Beieler. Un punto critico potrebbe benissimo corrispondere alla diffusione su larga scala di Internet. In effetti, ci sono echi della teoria delle masse evidenti in alcune idee popolari riguardanti i condizionamenti della Rete al giorno d’oggi. La BBC mandò in onda un documentario, un paio di anni fa, affermando in sostanza che Facebook avesse causato la Primavera Araba. Anche i governi prendono queste affermazioni seriamente, vedono i social media come una minaccia.


Ma la Rete può essere pensata come una massa? Le cose sono complesse. Ci sono reti all’interno delle masse e masse all’interno delle reti, ma la Rete sembra avere un potenziale rivoluzionario soltanto se può servirsi della violenza di una folla reale; una massa di persone pronte a mettere la propria vita in prima linea per la causa. In effetti sto diventando un po’ scettico riguardo alla minaccia rappresentata dai social media. Il problema di chi protesta nella maggior parte dei paesi europei occidentali è quello di confrontarsi con un pubblico docile, guidato da media corporativi e politici borghesi. Quando gli studenti andarono fuori controllo durante le proteste contro l’aumento delle tasse universitarie nel Regno Unito la maggior parte del pubblico sembrò scagliarsi contro di loro, accogliendo con approvazione la repressione. Altri rimasero beatamente distratti dai gossip sulle celebrità, dal calciomercato e dai talent show televisivi.


I social media forniscono un’alternativa che agisce come uno sfogo per la protesta. Hanno un’influenza sulla formazione discorsiva e interagiscono con le azioni delle folle. Eppure sono anche distrazione. L’estrema violenza della polizia ha giocato un ruolo nella scomparsa del movimento studentesco, ma d’altra parte gli stessi studenti non hanno chiuso i propri account in Rete. Ciò che generalmente fa tendenza in Rete non ha a che fare con il desiderio di cambiamento politico, ma piuttosto con l’indulgenza del bisogno di incontri gioiosi, intrattenimento, sesso, amore, scandalo, divertimento o, come sostiene Olga Goriunova, completa idiozia. C’è un potenziale rivoluzionario, forse, in questa socializzazione, ma non so bene come funzioni. Per ogni post su Facebook che incoraggia l’azione nelle strade sembra che ci siano migliaia di stupide foto di gatti.


È anche importante notare che i contagi non sono intrinsecamente radicali. I contagi possono essere molto conservatori. Come mette in evidenza Barbara Ehrenreich, l’unica “rivoluzione” inglese si basò sulla propagazione di un sistema di credenze calviniste che si opponeva al tipo di festività e carnevali che possiamo associare solitamente con l’animalità delle proteste radicali. Come la mappa di Beieler problematicamente ci illustra, il contagio potrebbe essere una protesta di Occupy o del Tea Party…


Forse la Rete è un ibrido di folla e opinione pubblica oppure una massa simulata alla quale manca l’animalità delle vere e proprie folle. Non possiamo assaltare la Bastiglia soltanto con i tweet! La massa deve diventare una forza bruta che s’intreccia con gli slogan della Rete. Quindi sì, ogni tentativo di produrre un’epidemiografia dei movimenti di protesta, che studi l’interazione tra la rete e la massa, è ben accetto.


Rares Iordache: Cerchiamo di stabilire una triangolazione tra l’archeologia dei media, il cyber-spionaggio e la filosofia dell’informazione. Possiamo cominciare la discussione su questo tema a partire dal caso particolare dell’archeologia della Rete. A questo punto, a fianco dell’impatto di un’informazione fluida e della sua trasgressione, possiamo parlare di un certo tipo di etica dell’informazione. In realtà si tratta del modo in cui noi usiamo l’informazione nel cyberspazio. Questo argomento ha le sue ragioni. Possiamo instaurare un equilibrio tra la quantità e la qualità dell’informazione grazie a Luciano Floridi. Definisco questa etica (n)etica perché tutto dipende dalla sua funzionalità. In realtà, Netica è un software sviluppato da Norsys Software Corporation. Il suo scopo è di rendere la Rete più intelligibile per noi. Tutto si fonda su un insieme di algoritmi. Dunque, quali sono le tue prime impressioni riguardo a questa triangolazione e al suo ripensamento basato su (n)etica?


Tony D. Sampson: L’archeologia dei media è molto attraente; non da ultimo perché ci aiuta a ideare vie attraverso le quali possiamo rovistare negli archivi dell’invenzione dei media senza porre limiti di disciplina al ricercatore. Come affermano Erkki Huhtamo e Jussi Parikka, l’archeologia dei media necessita di andare quasi sempre contro il buon senso. È nomade. Penso che ogni tentativo di triangolazione debba tenere presente questa caratteristica. Affinché questa triangolazione funzioni, occorre che l’archeologia smetta di preoccuparsi dell’etica. A ciò risponde la mappatura del rumore di Parikka e il recente libro di Genosko sulla teoria della comunicazione. Molte delle storie ‘tecniche’ di Shannon e Weaver si rifacevano al loro tenere sotto controllo il «rumore», ma oggi ci sono archivi d’«incidenti» catturati in raccolte di virus per computer o nella musica glitch.


Può darsi che un’istanza etica sia trattare il rumore non considerandolo semplicemente come un nemico dell’informazione, ma come qualcosa che ha un potenziale comunicativo al di là di posizioni etiche fisse. Netica pare un esempio affascinante di archeologia dei media. Grazie per averlo fatto notare. Sarebbe davvero interessante sapere come le reti bayesiane integrano il rumore nei circuiti logici dei diagrammi di credenza. Per quanto mi riguarda sarei interessato a capire fino a che punto questi diagrammi di decisioni in gran parte cognitive affrontano le emozioni, i sentimenti e le affezioni coinvolte nel ragionamento. C’è una linea di collegamento tra i programmi tipo Netica e lo sforzo combinato di integrare le emozioni nel Machine learning? Immagino di si.


Rares Iordache: Il conflitto tra Israele e Gaza. Qualunque discussione riguardo a questo evento è un fenomeno virale, è chiaro, ed è una forma di manipolazione. Una manipolazione che ha a che fare con l’informazione. Dove sono le affezioni, dove sono i contagi o gli oggetti virali?


Tony D. Sampson: Che tipo di fenomeno virale è questo? Il movimento di protesta si gonfia come risultato del coinvolgimento emozionale provocato da questo orrore. C’è la formazione di una massa. La morte di persone innocenti, molte delle quali sono bambini, agirà come un potente contagio emozionale. A malapena possiamo osare guardare questa aperta crudeltà. Ma che influenza hanno queste proteste sui governi? Prima dell’invasione dell’Iraq c’erano milioni di persone a protestare per fermare la guerra. Posso solo pensare che il fallimento del governo nell’interrompere la vendita di armi, cui abbiamo assistito fino a questo momento, o nel condannare con più forza l’asimmetrico massacro di innocenti da parte di Israele, esibisca un certo tipo di autismo politico al cuore di questa classe dirigente. Dare la priorità alla vendita di armi e supportare il blocco di Gaza a favore di questo massacro è un’oscenità.


Il contagio più efficace sarà molto probabilmente il dilagare della vendetta nel Medio Oriente per la morte di così tanti innocenti. Le azioni dell’IDF (l’esercito israeliano, n.d.r.) e dei loro fornitori di armi in Occidente stanno producendo un’epidemia di vendicatori. Questa sarà una folla di persone che andrà in prima linea. E si collegherà in Rete.


Rares Iordache: Tu hai scritto «Viralità: la Teoria del Contagio nell’Era della Rete», un libro che traspone la viralità sul terreno sociale. Ripensi le idee di Tarde mescolandole con strutture deleuzo-guattariane. È più di un recupero di Tarde, ma al di là di queste influenze, qual’è il supporto teoretico delle tue ricerche?


Tony D. Sampson: Il progetto è iniziato con l’interesse verso la potenzialità dei virus dei computer – come questi codici anomali possano fornire una libera alternativa al tipo di spazi di informazione chiusi che troviamo all’interno dei sistemi di software di proprietà. In molti sensi ciò è rimasto come parte della ricerca, che si è espansa in direzione della viralità e della teoria sociale e, in particolare, della storia della teoria delle masse – muovendosi verso Tarde, Le Bon, Freud, Milgram, Deleuze e Guattari - per finire con gli studi sulla Rete, i condizionamenti affettivi e il marketing. Il sistema aperto delle reti elettroniche virali si è spostato - sotto certi aspetti - verso l’apertura esistente nella relazione contagiosa tra sé e l’altro in una più generalizzata rete sociale. Anzichè trovare una nuova era del contagio, ho scoperto che il contagio era sempre stato lì.


Se oggi dovessi voltarmi indietro e fare un bilancio, direi che il maggiore scopo filosofico del progetto era quello di far collassare le differenze tecnologiche, sociali e biologiche. Ho fatto di tutto per non schierarmi con il pensiero deterministico e mi sono concentrato sui gradi inconsapevoli degli stati consci e inconsci, tra stati affettivi e rappresentativi, tra un’abitudine volitiva e meccanica… Non sono certo, però, del successo che può aver avuto questo sforzo!


Rares Iordache: Sei in contatto con il Romanian Project Bureau of Melodramatic Research. Cosa pensi delle ricerche e dei progetti rumeni?


Tony D. Sampson: La mia visita a Bucarest è stata un’esperienza fantastica – uno dei migliori inviti da quando ho pubblicato Virality. La discussione che ho avuto lì con diverse persone mi ha fornito tante nuove idee riguardo al mio prossimo progetto sulla neurocultura. Seguo ancora il lavoro del BMR e sono stato abbastanza fortunato da incontrare Alina e Florin a Londra l’anno scorso. Infatti, uno dei libri di maggior valore nella mia collezione è il loro piccolo pamphlet intitolato End Pit. È un’ottima lettura. Sapere che il progetto coincideva, al tempo, con le proteste in Turchia rende tutto ancora più affascinante. L’arte di protesta come interferenza o casualità, un misto di performance, arte affettiva e politica.


Rares Iordache: Il cyberspazio è pieno di anomalie, oggetti contagiosi, virus e fenomeni/oggetti virali. In questo contesto, sono le ecologie dei media le cose più importanti per il nostro cyberspazio? Allo stesso tempo, cosa pensi di un’ecologia basata sulla rete semantica?


Tony D. Sampson: Dunque, sì, sono questi oggetti, processi e invenzioni, come sostiene Matt Fuller, che compongono il mondo, lo sintetizzano, lo fissano, e rendono disponibili nuovi mondi. Scontare l’anomalia da questo mondo è insensato, come abbiamo sostenuto in The Spam Book. Ci potrebbero essere molti modi per introdurre l’individuazione di intrusi e reti immunologiche, per sradicare le erbacce, ma il potenziale dell’anomalia di fuoriuscire e infettare è sempre in agguato.


Non sono sicuro del modello semantico della rete. Mi chiedo quanto di anomalo figurerà nella lettura dati di una macchina automatica. Quale minaccia pone anche per l’anonimato? Penso che, ritornando a quanto ho già detto, sia l’anomalia che potrà attualizzare la Rete in una folla; è il suo divenire animale.
La tendenza è, mi sembra, quella di scivolare sempre verso una stabilità conservatrice basata sulla paura dell’altro (umano e non umano). Quello di cui abbiamo bisogno è che una novità nomade s’impadronisca e deterritorializzi questi territori del pregiudizio.


Rares Iordache: Parliamo dei tuoi interessi attuali e futuri, siano ricerche o scritti.


Tony D. Sampson: Mi sono preso un periodo sabbatico in questo momento, mentre lavoro ad alcuni progetti. Sto scrivendo un libro sulla neurocultura (The Assemblage Brain: Sense Making in Times of Neurocapitalism, 2016 - n.d.r.). Questo libro esplora l’ascesa delle neuroscienze, e il suo impatto sul pensiero nomade, attraverso vari saggi sul cervello in relazione al controllo, al lavoro e all’arte.


Sto anche collaborando con varie persone. Con l’artista Dean Todd sto sviluppando quella che io chiamo ‘teoria distopica dei media’. Sto lavorando anche con Jairo Lugo dell’Università di Sheffield su un progetto che rivisita la teoria dei media di Tarde. Siamo interessati a capire fino a che punto i condizionamenti dei social media influenzano le decisioni e i contenuti editoriali.


Rares Iordache è un blogger, giornalista, scrittore rumeno. E’ coordinatore del progetto web di #hibridmedia. Scrive sul proprio blog al seguente indirizzo: http://raresiordache.ro


Tony D. Sampson è un filosofo inglese. Insegna New media presso l’università londinese, la UEL. E’ autore di «The Spam Book» (2009, coautore Jussi Parikka), «Virality» (2012) e «The Assemblage Brain» (2016). Lavora sulla frontiera di filosofia, new e social media, neuroscienze, teoria del controllo. Scrive sul proprio blog Virality: https://viralcontagion.wordpress.com


sabato 1 marzo 2014

Club Critical Theory: April 17th 9 pm @ Railway Hotel, Southend-on Sea @ Virality Blog



More details of the first club critical theory event. Click on the image to view.
Further details about the talks and music to follow…
UPDATE: See club critical theory blog for more details.

The Talks
Deleuze, Contagion & the New Brighton
Tony D Sampson (UEL)
This talk will engage with the ideas of Gilles Deleuze in order to grasp how urban space, place and time might emerge. Firstly, we need to rethink the idea of Southend as a holistic entity (e.g. Southend the brand) and instead imagine it as a multiplicity. The focus then needs to shift away from essential properties (Pier, Kursaal, Adventure Island etc) to local interactions and singularities that have the capacity and tendency to spill over into urban space (for good and bad). The talk will include a collaborative venture with the photographer Iry Hor whose work captures the assemblages of real Southend.

Bourdieu, Habit and Social Space

Andrew Branch (UEL)
Morrissey once asked ‘When you want to live, how do you start? Where do you go? Who do you need to know? This talk will answer these political questions by illustrating how Pierre Bourdieu’s work can illuminate our understanding of how habitual behaviour forms, structures our sense of entitlement and frames our occupation of space and place. Using examples familiar to people living in Southend and its adjacent areas, the talk will conclude by exploring how transformation occurs, both at the individual and collective level.

giovedì 14 novembre 2013

Better batteries through biology @ MITnewsOffice

Lithium-air batteries have become a hot research area in recent years: They hold the promise of drastically increasing power per battery weight, which could lead, for example, to electric cars with a much greater driving range. But bringing that promise to reality has faced a number of challenges, including the need to develop better, more durable materials for the batteries' electrodes and improving the number of charging-discharging cycles the batteries can withstand. Now, MIT researchers have found that adding genetically modified viruses to the production of nanowires — wires that are about the width of a red blood cell, and which can serve as one of a battery's electrodes — could help solve some of these problems. The new work is described in a paper published in the journal Nature Communications, co-authored by graduate student Dahyun Oh, professors Angela Belcher and Yang Shao-Horn, and three others. The key to their work was to increase the surface area of the wire, thus increasing the area where electrochemical activity takes place during charging or discharging of the battery.
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giovedì 24 ottobre 2013

Content contagion / Internet epidemiology by H.M. @ The Economist 13.Mar.2013



MORE than an hour of homemade video is uploaded to YouTube every second. Although the vast majority of clips are destined to languish largely unwatched on its servers, a tiny fraction go viral. No one knows for sure why some videos spread while others wither. But the first step to knowing why some things spread like wildfire is to work out how this happens. Now a team at Microsoft Research, led by Jake Hofman, has devised a way to measure the virulence of online content.

For 12 months Mr Hofman's group recorded every tweet containing a link to anything on the world's 40 most popular websites for news, music and videos. These featured over 1 billion pieces of content on YouTube, Yahoo, Instagram and the BBC. The researchers then selected those that were linked to on at least 100 different feeds, for a total of nearly 300,000 web pages and 1.4 billion tweets. They then painstakingly reconstructed how each of these stories passed from person to person. This allowed them to identify the different ways information spreads.

By looking at the average distance between all people who posted a link, Mr Hofman and his colleagues assigned each piece of content a score for its virulence, out of 100. Predictably, only a handful of web pages from the original billion got the full 100. But the data sprang some surprises, too.
For one thing, Mr Hofman found that virulence is distinct from popularity. Major news stories might be read widely but would quickly fade from the cultural consciousness. For example, traditional broadcasters might tweet news to a million followers. Often, no more than a few hundred of these will retweet in turn to their followers, a couple of whom might do the same. Soon, though, the story would peter out. Viral content, by contrast, can stem from an obscure feed but, by definition, rapidly gains momentum. Within a few days, it would have spawned many new branches as more and more people share it. Truly pestilent information, about one in a million stories, persists for 20 generations or more.
That may explain why last year's internet sensation, "Gangnam Style", scored less than amateur parodies of Gangnam Style that never reached as nearly many people as the original (which has notched up a record 1.4 billion views on YouTube). Another discovery is that many people share tweets without ever following the links they contain. While an online Twitter campaign to end malaria went massively viral, the video that inspired it racked up just a few tens of thousands of views.

On March 5th Microsoft Research demonstrated an application called ViralSearch that visualises the virulence of content in two complementary ways. The first depicts the family tree of who retweeted what. In the second, each piece of online content is represented by a circle. The size of the circle represents how many people it reached through Twitter. Concentric shading reflects the number of generations it spawned. Users can then drill down to compare the popularity and virulence of different tweets linking to the same content, say, or focus on various tweets posted by a single user.

The technology could eventually find its way into Microsoft's Bing search engine, allowing users to hunt for the most viral online content rather than merely the most popular. Conversely, anyone fed up with the Harlem Shake could opt to exclude such material from their results. Even the prototype would prove be a boon to musicians, writers and marketers, who could comb Mr Hofman's data in an effort to work out what precisely determined the extent of online contagion. Unfortunately, there are no plans to make it publicly available.

Full-blown viral search will take time to develop. The billion or so tweets Mr Hofman looked at over one year are now being generated every couple of days. Nevertheless, Microsoft is currently scaling up its Twitter monitoring to analyse billions of stories, and billions of relations between Twitter users, with the aim of ultimately accommodating every website on the internet in real time. Until it does, discovering new viral content it best done the old-fashioned way: just ask a teenager. Read more

lunedì 30 settembre 2013

TONY D. SAMPSON: NONCOGNITIVE CAPITALISM IN TIMES OF NEUROCULTURE @ BKM, Bochumer Kolloquium Medienwissenschaft - 03.12.2013


ABSTRACT
In this talk I will expand on the idea of noncognitive capitalism briefly introduced in my book Virality (Minnesota, 2012). There I attempted to grasp some of the conditions of network capitalism through a "resuscitation" of Gabriel Tarde's imitation thesis. In short, Tarde was fascinated by the brain sciences of his day, and as such, he theorized base social relation (repetition-imitation) as "unconscious associations", or in other words, social networks of mostly hypnotized brain cells. Here I will rethink what we might now call neuroculture and ask to what extent avenues of current brain science are coming together with capitalist enterprise to shape contemporary social relationality.
I will contend that the looming shadow of neuroculture provokes a series of questions. The first (what can be done to a brain?) explores the interwoveness of often conflicting cognitive and behavioural neuroscientific research, the attention economy and work in the digital industries. The second (what can a brain do?) asks if a brain can be liberated from the objectifying forces of neuroculture. And finally (what is it that thinks?) struggles to look beyond the objectified brain to nomadic assemblages of sense making.

BIOGRAPHY
Tony D. Sampson is a London-based theorist, writer and Reader in Digital Culture and Communications at the University of East London. A former musician, he studied computing and digital culture before receiving a PhD in sociology from the University of Essex. His ongoing interest in contagion theory is reflected in his publications, including The Spam Book, coedited with Jussi Parikka (Hampton Press, 2009) and Virality: Contagion Theory in the Age of Networks (University of Minnesota Press, 2012). He is currently writing his next book on noncognitive capitalism and neuroculture. He occasionally blogs at: http://viralcontagion.wordpress.com/


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Read Sampson's interview on Crowd, Power and Postdemocracy


giovedì 20 giugno 2013

Affective Virality + First Bezna Congress (Tony Sampson and Luciana Parisi) @ Bucharest, Romania, 22 - 29 June 2013



Affective Virality + First Bezna Congress
(Tony Sampson and Luciana Parisi first time in Bucharest)
The National Dance Center (CNDB) hosts between 22 – 29 Jun the series of events Affective Virality + First Bezna Congress

Detailed information below:
- workshop with Tony Sampson – Virality, Chaos and the Brain  - 22 Jun 17h00 – 20h00, 23 Jun 17h00 – 20h00, CNDB, studio Stere Popescu
- lecture Luciana Parisi – Contagious Architecture: Digital Control and Aesthetics – 25 Jun, 17h00 – 20h00, CNDB, studio Stere Popescu
The workshop and lecture are part of the course “Mediatic Affects, Biological Pathos and the Psychotechnology of Gender” by the Bureau of Melodramatic Research (2012/2013) at the National University of Arts, Bucharest, supported by Patterns Lectures, Erste Foundation – More information about the course:
http://thebureauofmelodramaticresearch.blogspot.se/
- Bezna #4 – a series of lecture-performances on/from the Netherworld + zine launch, 29 Jun, 20h00, CNDB, studio Stere Popescu
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Virality, Chaos and the Brain – workshop with Tony Sampson
Virality – Saturday, 22 Jun, 17h00 – 20h00
The first discussion will begin by introducing the conceptual approach behind the book Virality: Contagion Theory in the Age of Network (2012). This is a diagrammatic rendering of social contagion drawing on the work of Gabriel Tarde and Gilles Deleuze. The lectures will then explore two stratagems of networked virality. The first, the immunologic, is a discursive formation or series of analogical propositions relating to the spreading of fear from biological to nonbiological contexts. The second, viral love, is typified by Obama-love and appears to be far more catching. It works according to nondiscursive resonances and affective atmospheres. It speaks of the event, not the essence. The aim of exploring these two stratagems is to tease out the subtlety and softness of cognitive and affective power relations in the control society.
The workshop that follows this lecture asks how stratagems can be developed to counter the contagions of fear and love.
Chaos and the Brain – Sunday, 23 Jun, 17h00 – 20h00
The second lecture will open up Deleuze’s long standing interest in neurophilosophy and look again at the brain’s confrontation with chaos. By doing so two main questions are posed: what can be done to a brain and what can a brain do? The first looks at the rise of so-called neuroculture, and focuses particular attention on the inventions of neuromarketing as an extension of cognitive labour. These new techniques of persuasion and absorption are intended to capture the chemical firings of the neuron and put it to work in new ways. The latter explores the potential of a nomadic brain that can confront chaos and escape the objectified brains of neuroculture. Here Deleuze’s interest in the relation between science, art and philosophy helps to prompt important questions for this event.
The workshop that follows this lecture asks how the common brains of artists, scientists and philosophers can respond to chaos, each other, and more significantly, how do they become nomadic.
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Contagious Architecture: Digital Control and Aesthetics – lecture Luciana Parisi
Tuesday, 25 Jun, 17h00 – 20h00
The talk will address the question of algorithmic automation as a new aesthetic form of power.  Algorithmic computation in architectural and interaction design is not simply an abstract mathematical tool but constitutes a mode of thought in its own right, in that its operation extends into forms of abstraction that lie beyond direct human cognition and control. The main philosophical source for the project is Alfred North Whitehead, whose process philosophy provides a vocabulary for “modes of thought” exhibiting various degrees of autonomy from human agency even as they are mobilized by it. Because algorithmic processing lies at the heart of the design practices now reshaping our world—from the physical spaces of our built environment to the networked spaces of digital culture—the nature of algorithmic thought is a topic of pressing importance that reraises questions of control and, ultimately, power.
Luciana Parisi is a Senior Lecturer and runs the PhD programme at the Centre for Cultural Studies at Goldsmiths University of London (UK). Her research looks at the relations between science and philosophy, cybernetics and information, technology and politics to formulate a critique of capitalism and at the same time investigate possibilities for change. During the late 90s she worked with the Cybernetic Culture Research Unit at Warwick and has since written with Steve Goodman (aka kode 9). In 2004, she published Abstract Sex: Philosophy, Biotechnology and the Mutations of Desire, where she departed from the critical impasse between notions of the body, sexuality, gender on the one hand, and studies of science and technologies on the other. Recently her research has engaged with computation, cognition, and algorithmic aesthetics. Her latest book on architectural modeling is Contagious Architecture. Computation, Aesthetics and the Control of Space (2013).
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