venerdì 5 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze: Il consenso modulato e il de-popolamento - Parte V - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)


Il consenso modulato e il de-popolamento

( Parte V di « Per una teoria delle minoranze » )

di Obsolete Capitalism

Nelle democrazie occidentali la frontiera storica tra maggioranza e minoranza passa innanzitutto dai sistemi puntuali di configurazione delle forme di pressione di gerarchie al potere. Affermare che le azioni dedicate all'uniformità sono sempre in atto, in un dato momento storico, da parte delle gerarchie disciplinanti, significa che un nucleo centrale di significati, valori, idee, norme e pratiche, espressione della 'supposta' maggioranza, non è negoziabile da alcun segmento della società. "Se tutto fosse negoziabile", afferma Rorty (Un'etica per laici, 2008) "il discorso normale sarebbe impossibile". Il consenso modulato come cemento del nucleo centrale della cultura di 'maggioranza' e come atto di difesa delle gerarchie installate nelle cerchie più ristrette del potere non è il prodotto di un accordo diretto, grazie al mandato elettorale, tra élite e popolo, volto a eliminare i potenziali conflitti sociali tramite redistribuzioni di beni e servizi, bensì un processo continuo di influenza, trasformazione e purificazione della mentalità singola, di gruppo e collettiva. Paul Virilio definì de-popolamento (L'insécurité du territoire, 1976) l'azione metodica di 'bombardamento' incessante della sfera sociale, privata delle proprie specifiche tradizioni, anche ideologiche, attraverso un'azione di livellamento delle credenze e degli stili di vita precedenti, il cui fine ultimo era l'elusione del dissenso e della devianza, e successivamente, il dispiegamento di strategie di consenso modulare sul popolo de-popolato. 'La concretezza del potere' - afferma l'urbanista francese - 'viene salvata dalle sue Istituzioni, non per il loro funzionamento precario, ma grazie alla loro mera esistenza. Quando cederà l'ultima barriera, allora il corpo sociale cadrà come una massa informe di materia vivente (...)'. E' dunque il cedimento, sempre imminente e in tutti i punti del sistema, che genera la coscienza catastrofica che attanaglia tutte le élite dominanti, le quali, a loro volta, originano a propria difesa, non solo i dispositivi normativi e i poteri disciplinari, ma anche le ondate costanti di pressione per omogeneizzare il corpo sociale. Il potere delle minoranze s'insinua qui, nella costituzione della minoranza come soggetto negoziante, nell'apertura di un processo di dialogo negoziale, nell'individuazione di una strategia di negoziato, nella scelta dei themata di scambio, nella costruzione di spazi di negoziazione intraistituzionale pensati come ambienti di depressurizzazione e nell'invenzione di veri e propri anti-oggetti maggioritari. 

Serge Moscovici è stato il teorico riconosciuto delle forme di minoranza che affrontano il conflitto negoziato con la maggioranza. Perdente nei comportamenti collettivi manifesti, la minoranza, per Moscovici, si dimostra vincente nei comportamenti individuali latenti in quanto lavora silenziosamente nell'ombra della psiche soggettiva del singolo.  ( segue QUI )

(tratto dall'e.book Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta su "Elogio delle minoranze" - in uscita a Settembre 2015)

picblog: Ryoichi Kurokawa - Syn_2014 (fragment)

giovedì 4 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze: Non scalfire ma scartare - Parte IV - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)


Non scalfire ma scartare  

( Parte IV di « Per una teoria delle minoranze »)

di Obsolete Capitalism


Valuteremo a tal proposito alcune teorie, che qui potremmo definire come prime architravi di una teoria delle minoranze in fieri, ritenendole più consone al discorso qui trattato. Filosofi e sociologi come Badiou, De Landa, Deleuze, Guattari, Moscovici e Simondon hanno elaborato, nella seconda metà del Novecento, delle trame concettuali che teorizzano implicitamente l'inutilità di matematizzare la dimensione politica del sociale. Ogni modello numerico-computazionale applicato alla sociologia, compreso il modello brutalista e neo-aristocratico di Gaetano Mosca dell'antagonismo tra governanti e governati (Elementi di scienza politica, 1896), per quanto logicamente concatenato, si pone essenzialmente su assiomi necessari per armonizzare e contenere il reale così da renderlo matematizzabile, e dunque pensabile e ordinabile, attraverso processi di astrazione dalla pura contingenza, vedi Vilfredo Pareto (Trattato di sociologia generale, 1916). Ma il Tutto non è dato, come ci ricorda Bergson (Le due fonti della morale e della religione, 1932). E' dunque sufficiente un minimo scarto, rispetto ai dati operativi di partenza, affinché si consegua un risultato del tutto difforme a quanto preventivato. E qualcosa "sfugge sempre", o come scrive Deleuze (Differenza e ripetizione, 1997) "Dio fa il mondo calcolando, ma i suoi calcoli non sono mai giusti". Nonostante sia sistematizzata, controllata, documentata, archiviata, digitalizzata, la realtà scarta sempre e accelera. Ecco nascere, come antidoto all'eccesso di ratio che tutto illumina, il sistematico abbandono, durante il XX secolo, delle trame dell'Ordine, del riduzionismo logico-matematico e dei "cicli di conversione Natura-cultura-Natura" da parte delle filosofie di rottura post-strutturaliste. Detto altrimenti, "diversamente dalla logica, la questione non è di costruire dei sistemi logici preliminari e poi cercare di vedere come funzionano" rispetto al dato empirico, "ma di assemblare alcune unità molto semplici e interessarsi delle proprietà emergenti" (Fabbri, Come Deleuze ci fa segno, 1997). Se applichiamo, a puro titolo di analogia, tali scarti, fughe o resistenze, più o meno ideologiche, più o meno arcaiche, alla svolta matematica della razionalità occidentale nel campo bellico - contiguo, in ogni caso, al campo socio-politico - vediamo come le minoranze resistenti non occidentali, siano esse dei goliath vietcong o talebani, riescano a superare la logica astraente e matematizzante delle gerarchie militari occidentali offrendo unicamente la propria disintegrabile corporeità, altèra rispetto alle condizioni di schieramento di robotiche, sistemi lineari di controllo istantaneo e griglie coordinate di droni, missili, satelliti e altre sofisticate armi delle attuali guerre non convenzionali. "La Storia", come sostengono Deleuze e Guattari, "è fatta soltanto da coloro che si oppongono alla Storia". Gli oppositori minori alla Storia maggiore contrappongono alla bellica ipertrofizzata dell'astrazione logico-matematica, la più antica delle strategie caotiche, la stasiologia. La macchina rovesciata della guerra civile invade la città e fa del popolo l'obiettivo stesso della stasis.  ( segue QUI )


(tratto dall'e.book Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta su "Elogio delle minoranze" - in uscita a Settembre 2015)

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mercoledì 3 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze: Il sapere primo del pensiero classico - Parte III - Tratto dall'e.book "Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta"



Per una teoria delle minoranze


di Obsolete Capitalism


Il sapere primo del pensiero classico ( Parte III )

Soffermiamoci ancora su quel 'magico' momento in cui Cartesio universalizza l'atto del confronto, rendendolo, come afferma Michel Foucault (Le parole e le cose, 1966), nella "sua forma più pura". Ogni conoscenza è "ottenuta attraverso il confronto di due o più cose fra di loro" (Cartesio, Regulae, 1628). Con quali atti collettivi comparativi si apprende la volontà del popolo sovrano se non attraverso l'esercizio democratico e il rito partecipativo della competizione elettorale tra eguali e liberi che assegna una maggioranza, più o meno qualificata, in grado di tradurre in azione politica le scelte della totalità approssimata? Si esperisce e si conosce la volontà della maggioranza attraverso il confronto democratico. E' nel confronto tra le proposte politiche che si dispiegano identità e differenze, misura e ordine. Il metodo razionale matematico-scientifico cartesiano permette di abbandonare, anche per ricerche circostanziate come quelle di Motta e Panarari che qui analizziamo, le quattro similitudini che hanno svolto una parte "costruttiva nel sapere della cultura occidentale" fino alla fine del XVI secolo: vicinanza, emulazione, analogia e simpatia. Con Cartesio hanno termine le relazioni esoteriche, i concatenamenti instabili, le similitudini intricate, le parentele oscure mentre il confronto tra gli oggetti, anche politici, ne guadagna in nitore, trasparenza ed esattezza numerica. Resta in campo solo il confronto tra confronti: quello tra ordine e misura. Se nell'età classica della civiltà greca, e dunque all'apogeo della città-stato - laboratorio storico della grammatica politica contemporanea - il confronto tra misura e ordine veniva risolto, come ultima ratio, dalla stasiologia - la teoria della guerra civile (Agamben, Stasis, 2015) che segna l'integrazione definitiva della famiglia nella mobilitazione partitica e nell'ordine politico della città ed esautora di fatto la misura rendendo indecidibile non solo il fratello e il nemico, ma pure il maggiore e il minore - allora, nell'età classica della civiltà europea, all'apogeo delle nazioni-stato, il confronto tra misura e ordine viene, nel caso della prima, ricondotta "alle relazioni aritmetiche dell'uguaglianza e della disuguaglianza", mentre nel secondo caso viene considerato come oggetto di studio, prima il tutto e poi successivamente le parti. La misura analizza in unità, l'ordine fissa degli elementi. L'obiettivo del confronto consiste appunto nel ricondurre ogni misura a un ordine seriale, dal più semplice al più complesso. La civiltà occidentale, sublimando psicologicamente la teoria della guerra civile, assegna al dispositivo misura/ordine lo scopo principale di ordinamento del mondo e da ciò ne discende, nel nostro assetto politico-istituzionale, il marcare le misure attraverso le competizioni elettorali tra partiti e l'ordinare i poteri attraverso le separazioni equilibrate di organi legislativi, esecutivi e giudiziari. Così uno dei cardini fondamentali del pensiero politico della modernità - la democrazia rappresentativa e la conseguente 'dittatura quantitativa' realizzata attraverso la sovranità parlamentare - è stato plasmato dall'egemonizzante filosofia razionale del XVII secolo. La mathesis assurge, sempre nell'analisi strutturalista di Foucault, a scienza universale della misura e dell'ordine. Chi potrà mai scalfire politicamente e filosoficamente, ai giorni nostri - il secolo di Google - la potenza astratta e la forza materiale della mathesis, dopo oltre 200 anni di dominio ininterrotto?
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(tratto dall'e.book Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta su "Elogio delle minoranze" - in uscita a Settembre 2015)

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Elettra Stimilli: Recensione del libro (a cura di) Matteo Pasquinelli: Gli algoritmi del capitale @ Alfabeta2, 3 giugno 2015

Gli algoritmi del capitale

Recensione di Elettra Stimilli per Alfabeta2, 3 giugno 2015 

Quando era appena uscito nelle sale italiane The Wolf of Wall Street, il film in cui Scorsese narra l'ascesa e la caduta di uno dei tanti spregiudicati broker newyorkesi, nell'intenzione - da lui stesso esplicitamente dichiarata - di “scoprire come lavorano le loro menti”, viene pubblicato in Italia un volume a cura di Matteo Pasquinelli, Gli algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine delle conoscenza e autonomia del comune (Ombre Corte 2014), che tenta di inscrivere la riflessione sull'attuale crisi finanziaria tra le sofisticate pieghe della virtualizzazione della finanza e delle relazioni sociali. Più che al film di Scorsese, Pasquinelli preferisce, però, far riferimento, come antecedente artistico delle analisi contenute nel libro da lui curato, al romanzo di Don DeLillo Cosmopolis, scritto negli stessi anni del movimento di Seattle e prima del tragico attacco alle Twin Towers.
Muovendo da una riflessione sul predominio e sulla crisi del capitalismo finanziario contemporaneo, i saggi raccolti in questo volume sono tutti accomunati dall'esigenza di guardare all'orizzonte tecnologico globale nell'intento di trovare nuovi paradigmi in grado di dischiudere differenti spazi collettivi e politici. Il volume si apre con il Manifesto per una politica accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek, da molti definito il caso editoriale del 2013 all'interno del pensiero politico radicale. Sorto dall'ambiente intellettuale che ruota attorno alla rivista inglese «Collapse» - spesso individuato con l'etichetta “realismo speculativo” e legato ad autori come Reza Negarestani e Ray Brassier – il Manifesto è stato tradotto in diverse lingue e viene qui presentato in versione italiana come un'introduzione al dibattito che si è sviluppato a partire da un simposio organizzato a Berlino nel 2013.


Le tesi del Manifesto possono così essere confrontate con quelle che provengono dalle riflessioni dell'operaismo italiano che, già negli anni Settanta del secolo scorso, aveva saputo mettere a tema l'egemonia del general intellect nelle società post-fordiste, evidenziando il graduale predominio del lavoro cognitivo. Oggi tuttavia, come scrive Pasquinelli nell'Introduzione, “non è sufficiente affermare che il capitalismo [...] [sia] un capitalismo cognitivo […]. Il capitalismo ha sviluppato forme di intelligenza autonoma e di scala superiore. Si deve dire: il capitale stesso pensa” (p. 9). Il piano di sorveglianza PRISM della National Security Agency, di recente divenuto famoso grazie allo scandalo sulle intercettazioni che ha coinvolto le agenzie di intelligenceamericane - di cui, tra l'altro, si tratta in Citizenfour, il film documentario di Laura Poitras su Edward Snowden, di recente diffuso anche nelle sale cinematografiche italiane - ha rivelato in maniera palese questa situazione.
Se questo automaton tecnologico planetario sta ridisegnando i confini del nuovo nomos politico, a nulla possono servire nostalgiche visioni di un passato ormai irrecuperabile. Per gli autori del Manifesto accelerazionista si tratta piuttosto di portare all'estremo questa orientamento come attendendo una sua implosione interna, che sia, però, l'inizio per una nuova era post-capitalistica. L'accelerazione risulta in questo senso la realizzazione di tendenze che dovrebbero condurre al pieno dispiegamento di potenzialità già contenute, ma neutralizzate, nell'attuale forma del capitalismo.
Una simile analogia tra l'impero globalizzante della politica post-nazionale e le potenzialità della rete è presente anche nella prospettiva di Antonio Negri, che interviene insieme ad altri nel volume (come Franco Berardi Bifo, Mercedes Bunz, Stefano Harney, Tiziana Terranova, Carlo Vercellone, Cristiana Marazzi, ecc.). Ma il problema, per Negri, non è soltanto il fatto che “accelerazionismo” risulta un termine infelice, perché richiama “un senso futurista a quello che futurista non è” (p. 34); ma soprattutto sta nella possibilità di ricondurre questo processo alla sua organizzazione politica, alle stesse forze sociali preesistenti a qualsiasi “algoritmo” del capitale.



MATTEO PASQUINELLI: WHAT AN APPARATUS IS NOT: ON THE ARCHEOLOGY OF THE NORM IN FOUCAULT, CANGUILHEM, AND GOLDSTEIN @ PARREHESIA N.22, 2015



WHAT AN APPARATUS IS NOT: ON THE ARCHEOLOGY OF
THE NORM IN FOUCAULT, CANGUILHEM, AND GOLDSTEIN 

by Matteo Paquinelli

@ Parrhesia philomag (Read more)

@ Academia.edu (Read more)


AGAMBEN’S ‘DISPOSITIVE’ RELIGION

In his essay “What is an Apparatus?” Agamben relates the genealogy of the Foucauldian dispositif of biopower directly to the notion of positivity in Christian theology as highlighted by Hyppolite in a passage from his In- troduction to Hegel’s Philosophy of History. Agamben believes that this ”passage [...] could not have failed to provoke Foucault’s curiosity, because it in a way presages the notion of apparatus”. Agamben then sets up a lengthy genealogy: he first relates the notion of biopolitical dispositif to Hegel’s notion of positive religion and then moves from there to the theological term dispositio. According to Agamben, the Latin dispositio trans- lates the Greek word oikonomia, which in the early centuries of theology designated “the administration and government of human history” by Christ. Agamben thus proposes to take the form in which Christianity was propagated and governed as the archetype of Foucault’s modern dispositif of biopower. (Read more ...)


Picblog: 'Dispositif 1' by Art Collective, 2003

martedì 2 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze - Ordine e misura: la matematizzazione dell'empirico - Parte II - (Tratto dall'e.book "Archeologia delle minoranze")


Per una teoria delle minoranze


di Obsolete Capitalism


Ordine e misura: la matematizzazione dell'empirico ( parte II )



La forma della non linearità, della divaricazione, dell'instabilità è difficile da decifrare nella freccia direzionale della storia degli ultimi secoli se, tale ricerca, non è sorretta dal confronto tra costanti e differenze, linee e biforcazioni, ripetizioni e stacchi. La democrazia rappresentativa, rafforzata nel XX secolo dal suffragio universale, è figlia del pensiero politico-filosofico di Rousseau e degli Illuministi francesi tanto quanto del razionalismo filosofico-matematico di Cartesio. La mediazione razionale tra natura ed esperienza, e tra nuovi livelli di ordine sociale e fondamenti veritativi, porta il secolo XVII a soglie di pura eccellenza nella sintesi tra filosofia e pensiero matematico-scientifico. L'habitat delle moderne democrazie 'avanzate' risiede nell'alveo della matematizzazione dell'empirico perseguita dalle forme di pensiero radicale dell'Età Classica. E' da questo spazio ecologico del pensiero e del politico che, nelle democrazie occidentali, si può parlare correttamente di maggioranza e minoranza. Su questa soglia epistemologica abbiamo sfidato e indagato il pensiero degli autori di Elogio delle minoranze, ponendo loro alcuni interrogativi: la storia del pensiero politico può stabilire con fondamenti di verità lo statuto delle discontinuità delle minoranze portatrici di progetti riformatori rispetto ai poteri costituiti? Quali sono i caratteri prescelti per individuare, isolare, ritagliare queste ristrette minoranze? Come viene distribuito il tempo delle narrazioni e degli accadimenti frammentati? In tempi di democrazia rappresentativa e quindi di aspirazione numerica all'individuazione della maggioranza che garantisca il fondamento del potere e l'equilibrio di 'sistema', quali sono gli spazi di manovra e di proposta delle minoranze numericamente individuabili? La democrazia rappresentativa non limita, o addirittura frena, il dinamismo dei soggetti del rinnovamento e del cambiamento? 
Le presenti domande riguardano come fare corrispondere in un sistema simultaneo, istituzioni realmente democratiche, dinamismo sociale e processi di cambiamento. Le minoranze, infatti, sono portatrici di istanze di rinnovamento e di perturbamento della ragione identificante in quanto differiscono dall'Identico sociale che le vorrebbe contenere. Allo stesso tempo le gerarchie elitarie che governano le istituzioni ambiscono alla quiete selettiva e aborriscono il movimento tendente all'opposizione differenziatrice. L'atteggiamento conservatore dei poteri organizzati in istituzioni totali, irrigidisce le stesse, tramutandole in organizzazioni ripetitive e materializzandone le contingenze. E' noto che lo sforzo intenso delle gerarchie uniformanti è volto a far apparire 'naturale' il reale, cioè il sistema vigente, e 'irrazionale' il diverso dal conforme; da ciò la propagazione oculata dell'espressione "il reale è razionale" il cui risvolto negativo è la certificazione di "assurdità irrazionale" per ogni atto di "resistenza del diverso alla ragione identificante" (Deleuze, 1997).

Si viene a creare, dati questi presupposti, uno spazio politico smisurato e stridente, situato oltre la contabilità democratica e la proceduralità elettorale; è in questo spazio politico che la filosofia del pensiero minoritario si deve insediare e l'archeologia delle minoranze trovare il  proprio ritmo di analisi e di indagine. Per ora - ma questo è solo l'inizio di una nuova dimensione neo-materialista della Storia - ci si dovrà accontentare di raccogliere, elencare e accatastare le forme di rottura, la morfogenesi delle discontinuità, la meta-stabilità del pensiero del divenire-minore. ( segue QUI )

(tratto dall'e.book 'Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta su "Elogio delle minoranze" - in uscita a Settembre 2015)

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lunedì 1 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze : Delirare i confini (Parte I) - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)


Per una teoria delle minoranze



di Obsolete Capitalism


Delirare i confini ( Parte I )

Alcuni anni or sono una visita al Compendio Garibaldino, a Caprera, ci aveva lasciato turbati. Il luogo privilegiato del turbamento era la superficie bidimensionale di un'inedita rappresentazione cartografica d'Italia. La cartina-modello che troneggiava nella Casa Bianca del 'padre della patria' comprendeva la città di Nizza, l'isola di Corsica, la penisola d'Istria, l'arcipelago di Malta, la regione adriatica e orientale della Dalmazia e la regione transalpina della Savoia. Il sottile sconcerto era legato, a ben vedere, a due fenomeni precisi: il primo era determinato dallo stupore nel vedere una simile cartina geopolitica - evidentemente si trattava di una mappa ordinatamente elaborata dalla mente di Garibaldi prima di morire (1882). Il secondo era legato alla riflessione sul ruolo delle azioni di una ristretta minoranza nei confronti di una maggioranza inerte, ancora da conquistare in termini politici, culturali ed economici. Esposta nella camera da letto di Garibaldi, la mappa politica d'Italia riserbava un monito severo alle future generazioni d'italiani. Quella cartina politica di un'Italia 'immaginaria' - e allo stesso tempo iperreale per il suo propugnatore in quanto modello 'ideale' - parlava spiritualmente ad un futuro 'popolo' italiano, tramite una testimonianza iscritta nella proiezione cartografica.
Più precisamente, era una sfida ciò che la mappa di un'Italia garibaldina lanciava all'osservatore interessato e la sfida stava tra il realizzato e il realizzabile. La differenza, ovvero l'irrealizzato che il muto dialogo tra rappresentazione e spettatore suggeriva, aveva la forma di un gesto sospeso e il movimento disarticolato di un'azione interrotta. Offerto allo sguardo complice e irrequieto, il gesto sospeso era il compito assegnato alle future genti italiane, ovvero ciò che storicamente era giusto riprendere al più presto e portare a compimento, eliminando l'interruzione. Le superfici ancora mancanti, i volumi non ancora liberati, i tratteggiamenti generosi che impregnavano la carta immaginaria di una nazione altamente idealizzata, venivano proiettati non solo sullo sguardo sbarrato del patriota ma anche sul fondo segreto e oscuro dello spazio interiore della sua anima. Queste costellazioni di territori irredenti brillavano per la loro assenza nei confronti dei ben più circoscritti confini contemporanei e, allo stesso tempo, erano 'iscrizioni della Storia', quasi fossero la volontà cristallizzata di un esiguo numero di italiani d'ipotecare corpose porzioni di un prossimo futuro. L'auspicio di speranza e di slancio politico che la mappa-testamento dell'Italia mentale di Garibaldi sembrava trasmettere era il seguente: il riscatto morale di una nazione è il portato storico di una minoranza attiva che si legittima come 'corpo provvisorio' di un intero popolo, per attivare un processo politico che favorisca la liberazione delle masse popolari ancora soggiogate da potenze straniere. 

Il libro 'Elogio delle minoranze' di Franco Motta e Massimiliano Panarari indaga, con un ìmpeto degno del miglior civismo, l'irrealizzato, non più territoriale, che l'attuale generazione d'italiani è chiamata a inverare. All'assenza dei territori dell'irredentismo garibaldino sostituiscono la mancanza di un'azione di modernizzazione sociale e istituzionale. L'archeologia delle minoranze virtuose che ci propongono i due autori è la mappa geologico-politica di un'Italia coraggiosa e misconosciuta, la cui narrazione ne raccoglie la sfida di sistema, concedendo la parola, ancora una volta - e dunque accordando nuove possibilità di affrancamento - a coloro che, nelle profondità del tempo trascorso e nei distaccamenti minoritari, non hanno avuto che parole azzittite, azioni insabbiate e orologi infranti. Affrontiamo, prima della disamina del testo di Motta e Panarari, alcune premesse doverose all'episteme della Minoranza.  
( segue QUI )



[ Il presente paragrafo è l'introduzione dell'e.book 'Archeologia delle minoranze. Intervista a Franco Motta su «Elogio delle minoranze»' - A questo primo paragrafo seguiranno giorno per giorno, a partire da oggi, le pubblicazioni dei paragrafi successivi ]


picblog: Ryoichi Kurokawa - Syn_2014 (fragment)