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mercoledì 3 dicembre 2014

La metastasi delle organizzazioni - Editoriale @ Blog Beppe Grillo 30.Nov.2014



"La cellula cancerogena non è, come per esempio i batteri, i virus e le tossine, qualcosa che viene da fuori e minaccia l'organismo, ma è una cellula che finora ha messo la sua attività al servizio dell'intero organismo, in modo da aiutarlo nella sua sopravvivenza. Poi, di colpo, questa cellula ha cambiato i suoi intendimenti e abbandonato l'identificazione comune. Comincia a perseguire scopi propri e a realizzarli senza preoccuparsi d'altro. Pone fine alla sua normale attività di servizio specifico a un organo e mette in prima linea la sua moltiplicazione. Non si comporta più come un membro di un essere vivente dalle molte cellule, ma regredisce al livello precedente di esistenza. Prende le distanze dalle cellule sue simili e si diffonde rapidamente e senza riguardo alcuno con una caotica moltiplicazione, trascurando tutti i confini morfologici (infiltrazione) ed edificando ovunque basi proprie (metastasi). Questa rapidissima diffusione delle cellule cancerogene termina soltanto quando la persona che ha svolto le funzioni di terreno di coltura è letteralmente divorata. La cellula sottopone la comunità ai propri interessi e comincia a realizzare la propria libertà con un comportamento il cui errore diventa evidente solo più tardi quando si nota che il sacrificio dell'altro e il suo utilizzo come terreno di coltura porta con sé anche la propria fine." Thorwald Dethlefsen - Malattia e destino 

N.D.R. Più che il singolo caso "Artini" a noi pare singolare che il "cervello" dell'organizzazione M5S, ovvero la Casaleggio Associati intervenga con questo editoriale sulla dissidenza interna al personale eletto nelle propria fila. Il discorso delle organizzazioni è particolarmente caro alla Casaleggio e Associati, come più volte scritto e descritto in questo blog e nel libro "Nascita del populismo digitale" da noi redatto.
Ciò che, forse, suona come novità è l'accostamento squisitamente bio-politico di "materia", "Biologia" e "organizzazione politica", avvicinando pericolosamente Gianroberto Casaleggio al filosofo inglese Tony D. Sampson. Come sanno i nostro lettori, la sua filosofia ci è particolarmente cara...

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domenica 11 maggio 2014

Organisation of the Organisationless: Collective Action After Networks By Rodrigo Nunes @ Post-media Lab, May 2014


Organisation of the Organisationless: Collective Action After Networks
By Rodrigo Nunes

Series editors: Clemens Apprich, Josephine Berry Slater, Anthony Iles & Oliver Lerone Schultz. 
Rejecting the dichotomy of centralism and horizontalism that has deeply marked millennial politics, Rodrigo Nunes’ close analysis of network systems demonstrates how organising within contemporary social and political movements exists somewhere between – or beyond – the two. Rather than the party or chaos, the one or the multitude, he discovers a ‘bestiary’ of hybrid organisational forms and practices that render such disjunctives false. The resulting picture shows how social and technical networks can and do facilitate strategic action and fluid distributions of power at the same time. It is by developing the strategic potentials that are already immanent to networks, he argues, that contemporary solutions to the question of organisation can be developed.



Part of the PML Books series. A collaboration between Mute and the Post-Media Lab

Rodrigo Nunes is a lecturer in modern and contemporary philosophy at the Catholic University of Rio de Janeiro (PUC-Rio), Brazil. He coordinates the research group Materialismos (http://materialismos.tk), which investigates the resurgence of metaphysical speculation in contemporary philosophy and its interfaces with other fields such as politics, science and anthropology. He has been involved in several political initiatives over the years, such as the first editions of the World Social Forum and the Justice for Cleaners campaign in London. He is a member of the editorial collective of Turbulence (http://turbulence.org.uk).

Rodrigo Nunes is a co-editor of What Would it Mean to Win?, Turbulence Collective (Eds.), PM Press,  2010

lunedì 29 aprile 2013

Arnie Graf - Come si ricostruisce un partito @ Europa, 27 aprile 2013



Come si ricostruisce un partito 

di Arnie Graf

@ Europa, 27 aprile 2013 

Per svecchiare il suo partito Ed Miliband non ha chiamato un guru, ma un “community organizer”, Arnie Graf. Che sta cercando di far sì che le politiche del Labour «non vengano imposte dall’alto in basso, ma dalla base alla dirigenza». Pubblichiamo questo articolo uscito su LabourList.org. Una proposta politica che parla a tutti i partiti del centrosinistra europeo
Nel dicembre del 2010 Lord Maurice Glasman mi presentò a Ed Miliband. Fino a quel momento per quarantacinque anni ero stato un community organizer (organizzatore comunitario) negli Stati Uniti. Non avevo mai lavorato per un partito. Avevo speso tutte le mie energie per costruire organizzazioni forti di cittadini, che potessero chiedere conto ai leader sia politici sia del privato e che potessero lanciare nuove idee dal basso.
Una delle organizzazioni che ho aiutato a costruire concepì l’idea del salario di sussistenza. Nel 1994 la B.U.I.L.D. riuscì a far approvare la prima legge sul salario di sussistenza dal consiglio comunale di Baltimora. Da allora la legge sul living wage è stata adottata da oltre cento amministrazioni in America. (…)
Durante il nostro primo incontro ho appreso con piacere che Ed aveva sostenuto il reddito di sussistenza durante le primarie per la leadership laburista. Alla fine di quell’incontro Ed mi chiese di tornare nel Regno Unito per dare una sistemata al partito.
Rimasi sorpreso e onorato. Nell’estate del 2011 sono tornato in Gran Bretagna. Ho iniziato a viaggiare in tutto il paese, incontrando quadri di partito e leader di associazioni del terzo settore. In oltre due anni ho incontrato letteralmente migliaia di persone. Ho lavorato con gli organizer laburisti, i dirigenti, i militanti e i simpatizzanti nello sforzo di costruire un partito che ha il corpo di un’organizzazione forte e l’anima di un movimento.
Cosa ho imparato in questo tempo? Ho visto una gran voglia di parlare di sé, della propria famiglia, del lavoro e delle aspirazioni, delle gioie e delle preoccupazioni, delle ansie per il futuro. Ho incontrato uno straziante senso di perdita e un sentimento crescente di impotenza su come riempire il vuoto. È un sentimento perfettamente comprensibile. Basta farsi due passi su una qualsiasi strada di negozi, fare caso alle saracinesche chiuse, al diffondersi dello strozzinaggio legalizzato.
Un grande poeta (W.B. Yeats, ndt) ha scritto che quando «il centro non tiene», le cose crollano a pezzi. Cos’è questo centro che evita che le cose crollino? Cos’è che tiene viva la speranza? I miei cinquant’anni dentro l’esperienza del community organizing mi hanno insegnato che ci sono legami – relazioni e istituzioni – abbanstanza forti da proteggere le persone e da consentire che prende il via un’azione collettiva finalizzata al bene comune.
Il problema oggi è che troppe delle istituzioni che un tempo erano al servizio delle persone si stanno sgretolando, o perdono la loro vitalità, o sono già crollate. Tra le tante istituzioni che crollando e perdono la fiducia della gente ci sono i partiti. Per molte persone la parola “politico” ormai corrisponde a un insulto.
Una delle esperienze che mi ha più turbato è l’incontro con una quantità di persone che non hanno votato e che non voteranno. È gente che indica due ragioni per il suo gesto. Una la potrei classificare come una triste rassegnazione. Dicono che votare è una perdita di tempo. Che tutti i politici sono uguali, a prescindere dal partito. Che tutti i politici sono bugiardi. Poi ci sono gli astensionisti arrabbiati. Il rifiuto di votare è il modo in cui manifestano il loro potere. È il loro modo di mandare i politici a quel paese.
Quello che mi preoccupa di più è che molte di queste persone sono elettori di centrosinistra, anche se il riflusso dalla politica vale per tutti i partiti. Quando busso alla porta delle persone, ottengo la stessa risposta da gente di tutte le provenienze politiche: «Ho smesso di votare». Giustamente Ed Miliband ha spiegato che è uno dei problemi cruciali per il paese. Per questo ha inserito tra le sue priorità quella di avviare un grosso ripensamento culturale del Labour. Il partito deve essere il cambiamento che vuole portare nel paese.
Per farlo, Ed sta muovendo il partito da una cultura centralista e burocratica ad una di autodeterminazione, relazionale e localista. Vuole aprire il partito. La sua idea è di ridare significato alla politica a partire dal principio di sussidiarietà. Non sono un cattolico, ma ho imparato la sussidiarietà dalla dottrina sociale della Chiesa. Il principio di fondo è che le decisioni migliori e più efficaci vengono prese al livello di governo più vicino ai cittadini.
In passato, troppo spesso decisioni prese a Londra venivano trasmesse ai quadri locali di tutto il paese. Si chiedeva ai quadri di mettere in atto decisioni che non hanno contribuito a formare. In parte è per un semplice meccanismo di controllo. Manifesta una totale mancanza di fiducia nella capacità delle persone di incontrarsi per discutere, scontrarsi e trovare soluzioni per questioni che ritengono importanti.
È un cambiamento culturale che Bernard Crick ha chiamato fiducia nella affirmative person (“persona affermativa”). La convinzione che la maggioranza delle persone, se le circostanze glielo consentono, prenderà la decisione giusta. È un’esperienza che ho fatto durante la scrittura del nostro “manifesto aperto”. In quegli incontri c’era un’energia palpabile. E, altrettanto importante, c’era una straordinaria dose di talento.
Una grande istituzione non cambia in fretta o facilmente. Gli interessi corporativi sono sempre lì, pronti a mettersi di traverso. Ho 69 anni e sono un organizer da cinquanta. In tutto questo tempo ho rischiato la vita parecchie volte, specialmente quando ero impegnato nel movimento americano per i diritti civili. Mi hanno rivolto tutti gli insulti possibili. Ho sperimentato grandi vittorie e sconfitte devastanti. Non sono uno sprovveduto. So quanto ci vuole per avviare un grande cambiamento e quanto è difficile per istituzioni con una lunga storia e con le loro consuetudini.
Una volta Ed mi ha chiesto perché avevo accettato di passare così tanto tempo lontano da casa. Gli ho risposto che credo nella tradizione del Labour party. Dopo tutto, un partito che si chiama “Labour” non può che provenire da una storia buona. Eppure, dopo tre anni che sto qui, c’è un’altra ragione per cui continuo a fare questo lavoro. Ho sviluppato fiducia, rispetto e ammirazione per le persone di qui. La loro decenza e il loro spirito generoso meritano una politica di contenuto, profonda e inclusiva. In qualche modo spero che – lavorando con Ed e con i quadri, i militanti e i sostenitori del Labour – potrò essere parte anch’io di un nuovo giorno per il Regno Unito.
Chi è Arnie Graf
Per svecchiare il suo partito Ed Miliband non ha chiamato un guru, ma un “community organizer”. E uno dei più stimati al mondo. Arnold “Arnie” Graf, 68 anni, di Chicago (nella foto). L’allievo di Saul Alinski, che nel 1940 mise in piedi una delle prime reti di esperti e consulenti che aiutano le comunità locali a “organizzarsi”, a unire le forze per dare voce alle proprie rischieste. Arnie Graf – nato da una famiglia di operai newyorkesi di origini ebraiche, da sempre elettore democratico – è nel settore da cinquant’anni. Col suo lavoro ha influito sulla formazione del giovane Barack Obama. Alla fine del 2010 ha incontrato Ed Miliband, appena eletto leader del partito laburista britannico. Da allora vive in Gran Bretagna, dove sta cercando di far sì che le politiche del Labour «non vengano imposte dall’alto in basso, ma dalla base alla dirigenza». Pubblichiamo, con l’autorizzazione dell’autore, questo articolo uscito lunedì scorso su LabourList.org, uno dei principali blog di area. È il resoconto di due anni di lavoro in giro per il paese, ma anche un manifesto organizzativo. Una proposta politica che parla a tutti i partiti del centrosinistra europeo.