L’assoluzione di Silvio Berlusconi al processo d’appello sul Ruby-gate non chiude ma riapre il problema del giudizio politico sul suo «regime del godimento» e sui segni che esso lascia nell’immaginario collettivo, nel discorso pubblico, nell’esercizio della leadership. Contro la riduzione ricorrente del cosiddetto sexgate a fatto di colore o episodio criminale, questo libro lo considera il momento rivelatore del trucco costitutivo del berlusconismo e l’evento decisivo del suo tramonto. Facendo la spola fra cronaca e filosofia e smarcandosi dagli schieramenti politici e culturali mainstream, l’autrice rilancia alcuni nodi del dibattito attorno agli «scandali sessuali» troppo rapidamente archiviati, ma tuttora sul campo: la concezione della libertà in tempi di governamentalità neoliberale; il rapporto fra privato e pubblico e fra penale, morale e politica alla fine del paradigma politico moderno; le trasformazioni del rapporto fra i sessi e della scommessa femminista in una società post-patriarcale; le variazioni del populismo in una sfera pubblica mediatizzata; la crisi della sovranità in epoca di «evaporazione del padre». Dalle macerie del carnevale berlusconiano emerge così una chiave per capire il repentino passaggio alla quaresima dell’austerity e il sorprendente trasferimento del consenso passivo dall’ex premier ai successivi esperimenti di governo. Read more
We live in an information society in which data has become a commodity; we offer Data Mining from a Post-Marxist Perspective (We're sorry about the visual noise but we're in our Metal Box In Dub era).
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domenica 7 dicembre 2014
sabato 24 maggio 2014
domenica 12 gennaio 2014
Roberto Esposito: "Machiavelli chi ?": intervista di Giovanni Cocconi a Roberto Esposito @ Europa quotidiano, 12gen2014
«Machiavelli è forse l’autore italiano, insieme a Dante, più citato e tradotto all’estero. Ma la celebrazione dei 500 anni del Principe per la politica italiana è stata un’occasione mancata».
Il filosofo Roberto Esposito è tra i più esperti studiosi del segretario fiorentino, di cui tratta a lungo anche nel libro Pensiero vivente (Einaudi) dove spiega l’originalità della tradizione italiananella storia del pensiero occidentale. «Il mito di Machiavelli è più forte all’estero che in Italia forse perché là Il Principe viene letto come una metafora dell’Italia contemporanea». Esposito, scherzosamente, azzarda: «In fondo per Machiavelli il Principe dev’essere come il centauro, mezzo uomo e mezza bestia: in questo caso Letta sarebbe la volpe e Renzi il leone…».
In Italia tendiamo a considerare Machiavelli il fondatore di una filosofia politica, cioè una fondazione filosofica della politica, e invece per il suo pensiero è centrale il rapporto con la vita: la vita è la materia esclusiva della politica. Per esempio il peso della fortuna è dominante nonostante, come spiega Adriano Sofri nel suo libro “Machiavelli, Tupac e la Principessa” (Sellerio), tenda a essere sottovalutato.
Per Machiavelli metà delle cose dipendono dalla fortuna e metà dagli uomini, anche se lui spiega che la fortuna ha un ruolo anche maggiore. Certamente possiamo intendere la fortuna come vita, come il contesto naturale, biologico e antropologico in cui operiamo.
E invece è passata la vulgata dell’idea di politica come mera conservazione del potere, come cinica indifferenza dei fini rispetto ai mezzi.
Sì, questa è stata una lettura molto diffusa, Machiavelli come cinico tecnico della conservazione del potere. Questo aspetto non è totalmente assente in Machiavelli, però è una lettura sbagliata. Il segretario fiorentino si preoccupa anche della finalità di costruire in Italia uno spazio politico ampio e duraturo, una finalità ambiziosa, che va al di là del vantaggio del singolo individuo. Peraltro, come noto, la famosa frase “il fine giustifica i mezzi” non compare mai nel Principe.
Esiste un rapporto molto stretto anche tra la vicenda biografica di Machiavelli e la politica: non era un intellettuale distante ma un osservatore coinvolto nella politica.
Machiavelli è stato un uomo politico a tutti gli effetti, è stato il segretario della Repubblica fiorentina e quando sono tornati i Medici è stato messo ai margini, mandato in esilio, e solo più tardi recuperato per qualche missione diplomatica. Non è un intellettuale nel senso tradizionale: trascorreva la giornata a pensare alla politica concreta, mentre, come spiega in una famosa lettera a Francesco Vettori, «arrivato alla sera mi vesto i panni curiali e mi metto a scrivere».
Si può dire che la sua vita personale abbia condizionato anche la sua opera politica?
I critici sono divisi sulle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere il Principe. Tra quelle c’era sicuramente anche l’intenzione voler tornare in gioco. Machiavelli soffre di non poter fare politica, per lui la vita stessa coincide con la politica e non immagina la vita avulsa dall’azione.
I critici sono divisi sulle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere il Principe. Tra quelle c’era sicuramente anche l’intenzione voler tornare in gioco. Machiavelli soffre di non poter fare politica, per lui la vita stessa coincide con la politica e non immagina la vita avulsa dall’azione.
Quando lei ha proposto una lettura biopolitica ante litteram del Principe ha incontrato le obiezioni degli scienziati della politica?
Giustamente ha detto “ante litteram” perché Michel Foucault colloca la categoria della biopolitica alla fine del Settecento. Detto questo tutta l’opera di Machiavelli è piena di riferimenti alla biologia e al corpo, tutta la sua vicenda politica è totalmente determinata da eventi biologici, e i temi della salute e della malattia ritornano continuamente, anche se non in senso stretto. Gli scienziati della politica di tradizione anglosassone non sanno nemmeno cosa sia la biopolitica…
Sì, però questa visione contrasta con l’idea comune di Machiavelli come teorico del primato della politica in quanto tale separata dalla vita.
Ma infatti il grande teorico della scienza politica moderna è Thomas Hobbes, non Machiavelli. Nella categoria della sovranità Hobbes assorbe, supera e in fondo rifiuta il tema del conflitto che, invece, in Machiavelli è insuperabile: il conflitto mette in competizione e fa crescere tutti gli attori politici, anche se nel pensatore fiorentino prevale un versante drammatico nella lotta per il potere, anzi tragico.