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domenica 29 gennaio 2017

Miran Kosuta :: Vladimir Bartol, uno scrittore sloveno di Trieste @ Circolo Culturale di Trieste (19.06.2003)


VLADIMIR BARTOL, 
UNO SCRITTORE SLOVENO DI TRIESTE 
La psicanalisi, il potere, i fondamentalismi
Conferenza di Miran Kosuta
19 giugno 2003 



Opicina, un metaluogo


Il viottolo è breve, a tratti angusto, poco piú di una calle insinuatasi a forza, quasi sgomitando, tra le vecchie case del centro storico di Opicina, ma porta il suo nome: via Vladimir Bartol. Sulla recente epigrafe in similmarmo la consueta, stringata postilla: scrittore, 1903 – 1967. È certo lodevole che Trieste abbia tributato imperitura fama toponomastica a questo suo illustre figlio ed è pur vero che la viuzza, sfociando a delta sulla strada per Vienna, sembra strizzare un occhio simbolico al periplo umano e letterario che traghettò Bartol dai natii lidi triestini nella capitale della sua maturazione intellettuale e artistica: Ljubljana. Ma esaurite tutte qui le possibili motivazioni dedicatorie, la domanda sorge spontanea: perché una via proprio a Opicina, sul Carso, e non invece una stradina, un’androna anche piccola in città, a San Giovanni, rione bartoliano per eccellenza, o una targa magari minima sul Nautico in piazza Hortis, dove il Nostro frequentò fino al finis Austriae l’imperial-regio ginnasio tedesco? Non sarà mica per quella trita storia del “pericolo slavo”, del bilinguismo che non ha da lambire nemmeno con surrettizie intitolazioni l’ombra del melone di San Giusto? Oppure per quella fanfaluca dell’urbe italianissima e del contado sloveno, noi qua, voi là e in mezzo i muri del pregiudizio? Ma no, che vado mai a pensare nell’epoca dei muri sgretolati, della multiculturalità globale, alla vigilia dell’Europa allargata in cui troverà dimora persino la confinante Slovenia! Vaneggiamenti! La Trieste dell’apartheid è ormai bell’e sepolta, no?! Eppure…
Eppure Vladimir Bartol, scrittore tra i piú urbani di tutta la letteratura slovena, si ostina ad apparirmi stranamente fuori posto in quel suo rurale eremo opicinese, una sorta di metaluogo, di altrove voluto per affermare simbolicamente il qui della minoranza slovena, la sua autoctonia anche culturale, letteraria. Un’endemicità ribadita forse ai danni dell’autore sangiovannino, ma certo tutt’altro che a torto, anzi! Perché per lungo, troppo tempo la “malattia mentale” del nazionalismo esecrata da Danilo Kiš, la sindrome da etnodeficienza acquisita, ha impedito a questa città di riconoscere la sua slataperiana “doppia anima”, di recuperare e riaggregare la sua plurima identità. Questa “cecità nevrotica”[1] per l’altro di lingua, cultura, fede o nazionalità – tedesco, greco, ebreo o sloveno che fosse – non ha risparmiato nemmeno le umanissime arti, la dialogante letteratura, al punto che i postumi della lacaniana rimozione balzano ancor oggi tristemente agli occhi: quanti a Trieste conoscono – circoscrivendo il discorso ai soli uomini di penna sloveni - Josip Godina, Jaka Štoka, Srečko Kosovel, Janko Samec, Igo Gruden o lo stesso Vladimir Bartol? Che si sa nelle locali scuole italiane dei contemporanei Aleksij Pregarc, Miroslav Košuta, Marko Kravos, Ace Mermolja, Marij Čuk, Boris Pahor o Alojz Rebula? Di quante traduzioni italiane dalle loro opere disponiamo? E che dire poi del controverso topos critico di letteratura triestina, il quale – quand’anche limitato alla sua semplice accezione geografica – quasi mai abbraccia in modo indiscriminato pure la produzione dei locali autori sloveni?  
Nell’eliotiana Waste Land della mancata interculturalità triestina proprio Bartol costituisce però una rara avis: ne hanno parlato Umberto Urbani, Bruno Meriggi, Jože Pirjevec, Angelo Ara e Claudio Magris, Elvio Guagnini[2], ne ha scritto diffusamente Arnaldo Bressan[3], autore tra gli altri nel suo libro Le avventure della parola di un illuminante saggio monografico intitolato Bartol, o le ambiguità della scrittura, e abbiamo persino facoltà di godere con Barthes del suo testo migliore, il romanzo Alamut, egregiamente tradotto in italiano dallo stesso Bressan e pubblicato, oltreché dalla locale Editoriale Stampa Triestina, anche dalla Rizzoli nell’edizione tascabile Superbur di piú agevole reperibilità. Eppure…
Eppure ancora una volta non riesco a considerare quest’intrigante autore un profeta del tutto di casa nella sua patria triestina: vuoi perché i lavori citati hanno avuto circolazione prettamente specialistica, universitaria, vuoi perché la sua opera - dalle novelle ai saggi, dalle memorie ai drammi - rimane in gran parte ancora intradotta, sconosciuta al piú vasto pubblico di madrelingua italiana, vuoi soprattutto perché la stessa critica letteraria slovena non ne ha colto finora affatto l’indubbia, qualificante “triestinità”. Talché l’attuale centenario della nascita di Vladimir Bartol giunge indubbiamente a fagiolo per mitigare almeno in parte l’arsura informativa nei suoi confronti e aggiungere un ulteriore, importante lemma al pur cospicuo thesaurus autoriale della letteratura triestina tout court. Pare produttivo farlo ripercorrendo simbolicamente passo passo, tra ars e bios,la medesima strada per Vienna, di cui ho dato cenno in apertura: non tanto per il viottolo bartoliano che vi confluisce, ma piuttosto perché ebbe a proiettatare anche di fatto nel 1919 verso Ljubljana, l’Europa e la scrittura l’autore stesso, muovendo dalla città che gli aveva dato i natali e alla quale sarebbe rimasto umanamente e artisticamente legato fino alla fine dei suoi giorni: (...)

giovedì 2 gennaio 2014

Schizo - Culture @ Semiotext(e) - somewhere in NY, somewhere in 2014


Schizo-Culture

Edited by Sylvère Lotringer and David Morris


I think “schizo-culture” here is being used rather in a special sense. Not referring to clinical schizophrenia, but to the fact that the culture is divided up into all sorts of classes and groups, etc., and that some of the old lines are breaking down. And that this is a healthy sign.

—William Burroughs, from Schizo-Culture


The legendary 1975 “Schizo-Culture” conference, conceived by the early Semiotext(e) collective, began as an attempt to introduce the then-unknown radical philosophies of post-’68 France to the American avant-garde. The event featured a series of seminal papers, from Deleuze’s first presentation of the concept of the “rhizome” to Foucault’s introduction of his History of Sexuality project. The conference was equally important on a political level, and brought together a diverse group of activists, thinkers, patients, and ex-cons in order to address the challenge of penal and psychiatric institutions. The combination proved to be explosive, but amid the fighting and confusion “Schizo-Culture” revealed deep ruptures in left politics, French thought, and American culture.
The “Schizo-Culture” issue of the Semiotext(e) journal came three years later. Designed by a group of artists and filmmakers including Kathryn Bigelow and Denise Green, it documented the chaotic creativity of an emerging downtown New York scene, and offered interviews with artists, theorists, writers, and No Wave and pre-punk musicians together with new texts from Deleuze, Foucault, R. D. Laing, and other conference participants.
This slip-cased edition includes The Book: 1978, a facsimile reproduction of the original Schizo-Culture publication; and The Event: 1975, a previously unpublished and comprehensive record of the conference that set it all off. It assembles many previously unpublished texts, including a detailed selection of interviews reconstructing the events, and features Félix Guattari, William Burroughs, Kathy Acker, Michel Foucault, Sylvère Lotringer, Guy Hocquenghem, Gilles Deleuze, John Rajchman, Robert Wilson, Joel Kovel, Jack Smith, Jean-Francois Lyotard, Ti-Grace Atkinson, Francois Peraldi, and John Cage.

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