venerdì 3 gennaio 2014

Alberto Toscano: intervista su "Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo"


Intervista ad Alberto Toscano su "Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo" a cura dei blog ObsoleteCapitalism Rizomatika. Intervista raccolta il 17 Novembre e tradotta in italiano
Qui potete leggere le interviste in lingua inglese precedentemente pubblicate:



EDIT: E' possibile leggere o scaricare

l'intervista di Alberto Toscano nel PDF 

(QUI). Tutte le interviste sul populismo

digitale in lingua italiana le potete leggere

o scaricare nell'e.book gratuito "Nascita del 

populismo digitale. Masse, potere e postdemo-

grazia nel XXI secolo" QUI.

Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo

'Fascismo di banda, di gang, di setta, di famiglia, di villaggio, di quartiere, d’automobile, un Fascismo che non risparmia nessuno. Soltanto il micro-Fascismo può fornire una risposta alla domanda globale: “Perchè il desiderio desidera la propria repressione? Come può desiderare la propria repressione?'
—Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Mille Piani, pg. 271

    Sul micro-fascismo
    OC Partiamo dall’analisi di Wu Ming, esposta nel breve saggio per la London Review of Books intitolato “Yet another right-wing cult coming from Italy”, che legge il M5S e il fenomeno Grillo come un nuovo movimento autoritario di destra.  Come è possibile che il desiderio di cambiamento di buona parte del corpo elettorale sia stato vanificato e le masse abbiano di nuovo anelato - ancora una volta - la propria repressione ? Siamo fermi nuovamente all’affermazione di WilhelmReich: sì, le masse hanno desiderato, in un determinato momento storico, il fascismo. Le masse non sono state ingannate, hanno capito molto bene il pericolo autoritario, ma l’hanno votato lo stesso. E il pensiero doppiamente preoccupante è il seguente: i due movimenti populisti autoritari, M5S e PdL, sommati insieme hanno più del 50% dell’elettorato italiano. Le tossine dell’autoritarismo e del micro-fascismo perché e quanto sono presenti nella società europea contemporanea ?
Alberto Toscano La mia propensione sarebbe di mettere tra parentesi un'invocazione esplicita al fascismo, che preclude una fisionomia adeguata del momento politico che stiamo vivendo, mentre accentuerei il riferimento di Wu Ming alle modalità con le quali il M5S ha cercato di cavalcare, prosciugandole, molte lotte contro l'espropriazione degli spazi pubblici e la spoliazione delle condizioni di vita comuni - come ad esempio, le lotte del movimento No Tav - piegandole a beneficio di un’anti-politica del cittadino arrabbiato controllata da remoto, allontanandole in tal modo dalla loro continuità profonda con altri movimenti anti-sistemici o di estrema sinistra. Lo stesso M5S, in tutta la sua ambiguità ideologica, è un condensatore piuttosto precario di tutte le energie politiche disciolte, distruttive e costruttive, che la crisi ha rigurgitato. Per quanto ripugnante possa essere una figura come quella di Grillo, o per quanto deprimente possa essere la cultura politica di molti dei suoi accoliti, le sollecitazioni e le tensioni che Grillo ha subito fin dal Febbraio scorso - e che lui accompagna con dosi sempre più acute di pomposaggini e spacconate - ci dovrebbero ammonire dall’accreditare scenari eccessivamente lugubri.
A questo proposito, la rottura tra Grillo e i suoi deputati in merito alla revoca della vile legge sull’immigrazione, la Bossi-Fini, è sintomatica. All’opposto del generoso atto di decenza umanista con cui i deputati grillini hanno risposto al clamore suscitato dall'annegamento di centinaia di migranti al largo di Lampedusa - di gran lunga preferibile al giorno di lutto nazionale, profondamente ipocrita, proclamato dal governo Letta - il discorso di Grillo ha dimostrato una volta di più che il nazionalismo, lo sciovinismo e il razzismo sono parte consistente del suo repertorio. Se qualcuno nutrisse ancora dubbi, la sua risposta a tale evento, così come le periodiche farneticazioni contro l'indisciplina del suo movimento apparentemente orizzontale, confermano che Grillo ed il suo marketer in Rete, Casaleggio, sono personaggi di Destra, mentre è improprio definire di ‘destra’ lo stesso M5S.
Riguardo le “tossine” di cui parlate, si sono effettivamente ambientate e richiedono un’opposizione spietata - soprattutto per quanto riguarda le forme endemiche e feroci di razzismo che la crisi ha accelerato - dalla violenza contro i  Rom al ‘GO HOME’ che il governo britannico promuove con mezzi pubblicitari issati su appositi vans nelle aree del paese a predominanza nera o asiatica. Non mi affretterei a chiamare fascisti entità come il Manif pour tous in Francia, lo UKIP o i vari movimenti della destra europea - nulla da eccepire, invece, per coloro - Alba Dorata la più pericolosa di tutti - che rivendicano con fierezza tale eredità. Questi fenomeni, e specialmente il razzismo, non sono sotto alcun aspetto ‘micro', nel senso in cui Deleuze e Guattari scrissero 'I gruppi e gli individui contengono micro-fascismi sempre pronti a cristallizzare‘ . (1) 
Mi chiedo se la teoria del micro-fascismo non sia, sotto un certo aspetto, uno strumento fin troppo elaborato con il quale confrontarsi con le ‘mappature cognitive’ della crisi - elaborate da una piccola borghesia sempre più sdrucciola e sprofondante verso il basso - che identificano precisi colpevoli e permettono di godere di un senso di innocenza e vittimismo (la circolazione delle teorie economiche cospirative, tra seguaci e parlamentari del M5S, può pertanto suggerire che, per parafrasare Fredric Jameson, Grillo è uno spacciatore della “mappatura cognitiva del povero”). Nonostante si attraversino interregni, come quello attuale, in cui i 'socialismi degli stolti' sono destinati a fermentare, si può evidenziare, con rinnovata speranza, come l'inserimento certo ambivalente, nel programma del M5S, di un orientamento che tende ai bisogni sociali comuni, indichi la presenza in Italia di un inconscio politico che - nonostante le sconfitte e i suicidi delle sinistre ufficiali e movimentiste - potremmo definire come ‘micro-comunista’. 



    1919, 1933, 2013. Sulla crisi
    OC Slavoj Zizek ha affermato, già nel 2009,  che quando il corso normale delle cose è traumaticamente interrotto, si apre nella società una competizione ideologica “discorsiva” esattamente come capitò nella Germania dei primi anni ’30 del Novecento quando Hitler indicò nella cospirazione ebraica e nella corruzione del sistema dei partiti i motivi della crisi della repubblica di Weimar. Zizek termina la riflessione affermando che ogni aspettativa della sinistra radicale di ottenere maggiori spazi di azione e quindi consenso risulterà fallace in quanto saranno vittoriose le formazioni populiste e razziste, come abbiamo poi potuto constatare in Grecia con Alba Dorata, in Ungheria con il Fidesz di Orban, in Francia con il Front National di Marine LePen e in Inghilterra con le recentissime vittorie di Ukip. In Italia abbiamo avuto imbarazzanti “misti” come la Lega Nord e ora il M5S, bizzarro rassemblement che pare combinare il Tempio del Popolo del Reverendo Jones e Syriza, “boyscoutismo rivoluzionario” e disciplinarismo delle società del controllo. Come si esce dalla crisi e con quali narrazioni discorsive “competitive e possibilmente vincenti”? Con le politiche neo-keynesiane tipiche del mondo anglosassone e della terza via socialdemocratica nord-europea o all’opposto con i neo populismi autoritari e razzisti ? Pare che tertium non datur.
AT Dobbiamo essere molto prudenti, soprattutto in Italia, nel prestarci a moti irrefrenabili di risa, anche solo come passatempo, per le assurdità propagate dalla Destra. Ahimè, ‘Una risata vi seppellirà’, il celebre motto della sinistra radical degli anni Settanta, si è avverato di nuovo e nel momento sbagliato. Una politica anti-capitalista, purtroppo, non può operare, a differenza dei propri avversari, a un livello puramente discorsivo o narratologico, vale a dire ‘ideologico’ – questa è l'accezione di populismo che, a mio parere, così come viene presentata nell'ambito del pensiero post-marxista e dei teorici della democrazia radicale, presenta le maggiori limitazioni. Grillo può avvantaggiarsi dell’inconsistenza della sua operazione discorsiva, tenendo insieme così i voti e le aspirazioni di una gamma eterogenea di elettori - orfani sia della sinistra sia della destra - mentre per la Sinistra sarebbe disastroso pensare il proprio compito solo nell’elaborazione di una 'narrazione migliore'. Non sto negando che visioni del mondo e parole d'ordine, come ad esempio 'Non pagheremo la vostra crisi' , ‘Noi siamo il 99 %', non siano un elemento indispensabile della politica ma, in contrasto con le forze di Destra, la cui radicalità discorsiva è accompagnata da una fondamentale acquiescenza verso le strutture di base del potere sociale (in Grillo, ad esempio, il legame tra nazionalità, cittadinanza e diritti sociali), la sfida per una reale politica anti-sistemica è di combinare una strategia di trasformazione delle relazioni sociali abbinata alla capacità di difendere e plasmare gli interessi della classe lavoratrice e degli strati più poveri della popolazione. Sebbene siano radicati in profonde strutture fobiche e proiettive, il razzismo e il classismo, che hanno reso possibili le vittorie della destra contemporanea, si basano molto sulla capacità di presentarsi come una sorta di avvocato biopolitico dei ‘perdenti’ della crisi – tant’è vero che alcuni dei gruppi esplicitamente fascisti, da Casa Pound ad Alba Dorata, hanno adottato precisamente questo registro di offerta di ‘servizi pubblici’ (occupazioni di case, ronde securitarie, etc) alle popolazioni bianche, ‘nazionali’. Sarebbe inappropriato, a mio avviso, definire i regimi di austerità nord-atlantici come neo-keynesiani - quando il neo-liberismo esistente ha potuto rompere con la dottrina neo-liberale è sempre stato felice di farlo - in quanto i salvataggi bancari, le facilitazioni quantitative e la riduzione delle sovvenzioni pubbliche appartengono tutti a quel settore non uniforme, ma ultimamente del tutto omogeneo, di strategie degli stati capitalisti al fine di socializzare le perdite e privatizzare i guadagni. Contrariamente alle euforiche dichiarazioni, rivelatesi poi effimere, di morte del neo-liberismo e profferte da persone troppo veloci nel vedere epoche ed eventi dietro ogni angolo, dovremmo essere più pazienti e riconoscere la notevole capacità del capitalismo di autoriprodursi costruendo le nostre analisi di riconfigurazione sociale a partire dalla stessa capacità riproduttiva – il 'neoliberismo', se ancora vogliamo usare il termine, non si riproduce primariamente come racconto o come credo in senso strettamente cognitivo, ma piuttosto come una serie di dispositivi sociali e di ‘astrazioni reali’ che ci governano, per molti versi, a prescindere dalle nostre palesi adesioni.
A questo proposito una valutazione più sobria del nostro presente dovrebbe rileggere i dibattiti sul neo-liberalismo nei termini del populismo autoritario avanzato da Stuart Hall, o considerare - secondo l’ottica di Paul Mattick Jr. - come, sia l’idea di uno ‘stato snello’ profetizzato (2) dai guru neoliberisti, sia le ricette neo-keynesiane per la ripresa, offuschino le dinamiche di crisi del capitalismo, illudendoci che nuove narrazioni o normative politiche possano in qualche modo allontanare come per magia il fatto che devastanti svalutazioni del potere del lavoro-vivo e del nostro ambiente sia dato che sociale - il capitale fisso - siano dimensioni ineluttabili di un sistema guidato dalla produzione imperativa del plusvalore. 

    Sul popolo che manca
    OC 
    Mario Tronti afferma che “c’è populismo perché non c’è popolo”. Tema eterno, quello del popolo, che Tronti declina in modalità tutte italiane in quanto “le grandi forze politiche erano saldamente poggiate su componenti popolari presenti nella storia sociale: il popolarismo cattolico, la tradizione socialista, la diversità comunista. Siccome c’era popolo, non c’era populismo.” Pure in ambiti di avanguardie artistiche storiche, Paul Klee si lamentava spesso che era “il popolo a mancare”. Ma la critica radicale al populismo - è sempre Tronti che riflette - ha portato a importanti risultati: il primo, in America, alla nascita dell’età matura della democrazia; il secondo, nell’impero zarista, la nascita della teoria e della pratica della rivoluzione in un paese afflitto dalle contraddizioni tipiche dello sviluppo del capitalismo in un paese arretrato (Lenin e il bolscevismo). Ma nell’analisi della situazione italiana ed europea è tranchant: “Nel populismo di oggi, non c’è il popolo e non c’è il principe. E’ necessario battere il populismo perché nasconde il rapporto di potere”.L’abilità del neo-populismo, attraverso l'utilizzo spregiudicato di apparati economici-mediatici-spettacolari-giudiziari, è nel costruire costantemente  "macchine di popoli fidelizzati” più simili al “portafoglio-clienti” del mondo brandizzato dell’economia neo-liberale. Il "popolo" berlusconiano è da vent’anni che segue blindato le gesta del sultano di Arcore; il "popolo" grillino, in costruzione precipitosa, sta seguendo gli stessi processi identificativi totalizzanti del “popolus berlusconiano”, dando forma e topos alle pulsioni più deteriori e confuse degli strati sociali italiani. Con le fragilità istituzionali, le sovranità altalenanti, gli universali della sinistra in soffitta (classe, conflitto, solidarietà, uguaglianza) come si fa popolo oggi? E’ possibile reinventare un popolo anti-autoritario? E’ solo il popolo o la politica stessa a mancare?
AT Il populismo è un concetto talmente denso - uno dei termini preferiti da quelle élites che gestiscono la crisi e che desiderano limitare e porre termine alle azioni anti-sistemiche - che si dovrebbe usare con estrema cautela. Dalla Russia zarista agli Stati Uniti della fine del XIX secolo, per giungere all’America Latina del XX e XXI secolo, potremmo identificare, in termini generici, un populismo di 'sinistra' che esprime un’opposizione al dominio sfruttatore al di fuori di ben definiti antagonismi di classe (perché la disuguaglianza che voi menzionate non ha dato luogo a borghesie o proletariati ideal-tipici). La domanda che tali populismi formulano riguarda in primo luogo, per quanto mi concerne, il problema di come definiamo l’antagonismo e il settarismo, e solo in un secondo momento la questione della rappresentanza politica e della collettività (“il popolo"). Potremmo forse vedere il 'populismo' non come la matrice invariante, ripetitiva della soggettivazione politica (la tendenza di Laclau e altri), ma come una fase presente in ogni movimento di opposizione emancipatrice - ma è una fase che richiede critica e trascendenza, in particolare, per una delle ragioni che proponete: la tendenza, nei movimenti populisti, di trattare 'il popolo' come innocente, sano, vittima dei saccheggi di una minoranza parassitaria. Contro questa ideologia dell’innocenza offesa, della ‘brava gente’, dobbiamo affermare con forza l'eredità molto più conflittuale di una ‘dialettica’ politica che lotta contro la tentazione del moralismo e non fonda l’antagonismo sulla superiorità etica. Oppure, come Franco Fortini scrisse: ‘Tra quelli dei nemici, scrivi anche il tuo nome’. (3) La politica é, per molti aspetti, una questione di decisione e demarcazione tra noi e loro, ma nel momento in cui il 'noi' s’identifica con la sostanza etica del Bene, ciò significa che siamo entrati in una traiettoria pericolosa. Più in generale, sono stato recentemente colpito da una specie di tentazione neo-giacobina in discussioni di politica comunista - e vorrei affrontare qui un caso indicativo, la difesa della 'sovranità del popolo' elaborata da Jodi Dean nel suo libro The Communist Horizon.
Alcune precisazioni in merito. In primo luogo, non ho alcun dubbio che l'erosione della sovranità popolare sia uno degli aspetti distintivi dell’attuale fase che stiamo vivendo e della gestione capitalistica della crisi finanziaria in particolare. Il recupero e, forse, la  reinvenzione della sovranità popolare contro le macchinazioni odiose del 'debito sovrano' in Grecia, in Spagna e altrove, è un importante snodo politico da sviluppare. In secondo luogo, Jodi Dean è attenta a distanziarsi da qualsiasi versione rotonda e organica del ‘popolo’, come quella che possiamo incontrare dietro al problematico termine di ‘populismo’. Anche con queste riserve in mente, non riconosco alla 'sovranità del popolo' di essere una determinante intrinseca del comunismo, che è probabilmente il motivo per cui mi sforzo di vedere lo slancio galvanizzante dell’assemblearismo popolare e l'insurrezione come testimonianza dell'idea che il comunismo è una 'forza attuale, sempre più potente'. (4) Vorrei brevemente spiegare perchè.
Ci sono sostanzialmente due tendenze nel modo in cui si concepisce il rapporto tra comunismo ed i precedenti movimenti di emancipazione. Una tesi di continuità definisce il primo - di cui il tardo Georg Lukács fu il più capace interprete teorico e Palmiro Togliatti il più eminente esecutore - che vede il movimento comunista raccogliere le bandiere che la borghesia ha abbandonato nel fango; la rivoluzione comunista assimila, vale a dire incorpora in un più ampio progetto, la rivoluzione borghese. Questa tendenza sostanzialmente conserva i concetti fondamentali della tradizione giacobina, radicale e liberale, in particolare il popolo, lo stato e la legge.
La seconda tendenza - di cui credo i due testi fondamentali siano ‘Critica al programma di Gotha’ di Marx e la glossa di Lenin in ‘Stato e rivoluzione’, ma anche gran parte della tradizione eretica della sinistra comunista e la corrente di pensiero della cosiddetta “critica del valore” (5), dagli anni '70 in poi - pone una discontinuità radicale tra il comunismo e il radicalismo politico della tradizione borghese. Sottolinea l'abolizione della forma-valore e l’estinzione dello Stato. Qui il principio di che cosa sia il comunismo è infatti alto - ed è per questo che Lenin dovette riconoscere nei primi anni ‘20 del secolo scorso che la Russia era ancora, dopo la rivoluzione, una società capitalista, anche se governata dai comunisti (gli stessi che dovettero ripristinare il capitalismo, con la NEP, sotto l’onta della disfatta). Questa seconda tendenza non nega il valore progressivo, in determinati momenti, della sovranità popolare, ma si propone di transvalorizzarla, per così dire, piuttosto che rimuoverla, dal controllo dei lavoratori - un termine che non credo possa essere trattato come sinonimo di sovranità popolare, pena la sua perdita di specificità storica.
Questo transvalutazione comporta, a mio parere, un’altra cruciale distinzione: tra le concezioni radicali e comuniste di eguaglianza. Il comunismo non è solo una eguaglianza più perfetta, proprio nella misura in cui cerca anche di capovolgere la base delle concezioni più illuminate di eguaglianza, vale a dire i diritti della persona fondati sulla equiparazione degli individui che lavorano sotto il criterio del valore e la regola della proprietà. Qui la questione dello Stato è fondamentale: pur essendo luogo di vittorie notevoli, lo Stato, se fondato sulla sovranità popolare, si basa anche, o soprattutto su rivendicazioni indirizzate all'apparato rappresentativo (qui sottolineo la mia simpatia per la lettura di Jodi Dean del trend di “critica della rappresentanza”). Questa tesi, di legittimità, è ciò che gli permette di reprimere le persone in nome del Popolo, in base a un meccanismo che, pur trovandolo osceno, è molto difficile da contrastare.
Nei limiti in cui lo Stato, sotto il capitalismo, serve a fornire un fulcro unitario di una identità trans-classista, e lo fa attraverso l'idea della sovranità popolare, rimane al meglio un fenomeno ambivalente. Sebbene la richiesta di uno stato per tutto il popolo può essere radicale, anche di rottura (dalla costituzione “progressiva” italiana del dopoguerra  alle lotte contemporanee dei Palestinesi Israeliani per la piena cittadinanza) e l'aspetto interclassista non ha bisogno di fungere, anche se spesso lo fa, da dispositivo del dominio di classe, è contro, o per lo meno, oltre l'idea di sovranità e di Popolo (raramente districabile dalla cittadinanza, identità e privilegi, di uno stato) che il comunismo ha scommesso la sua pretesa di essere diverso sia dal liberalismo radicale sia dalla socialdemocrazia: entrambi, sono felice di riconoscere, sembrano autentici fari di emancipazione nel momento attuale.
La proposta di una costituente piuttosto che di un popolo costituito, o la demarcazione di una sovranità popolare che superi lo Stato negli spazi comparenti i corpi assembleari, come descritto nel recente articolo di Judith Butler 'Noi, il Popolo: Riflessioni sul diritto di riunione', non sembra davvero trascendere il rapporto intrinseco - ancora una volta, non privo di ambiguità o di potenzialità progressive - tra lo Stato capitalista e la sovranità popolare. Lo Stato, nella sua trascendenza, assorbe la divisione del popolo nella sua unità, più e più volte - creando una distinzione verticale tra le persone rappresentate e le persone nel loro 'stato di esclusione' (questa è la forza della “critica della rappresentazione” di Alain Badiou). A questo proposito ritengo che, a causa delle virtù del populismo tattico o perfino strategico, la divisione tra ricchi ed 'il resto di noi' rischia di ripetere i pericoli di ciò che potremmo definire ‘l’orizzonte popolare'. In primo luogo, perché per rimanere al livello della disuguaglianza in sé, del divario tra l’1% e il 99%, si trascura che quando la classe operaia combatte nel dominio della distribuzione 'Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti, che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia'. (6) 
Il comunismo non è semplicemente una lotta contro i ricchi, e non può, per ragioni analitiche e strategiche, trattare gli sfruttati come un gruppo omogeneo. E’ una lotta per abolire i rapporti stessi che ci producono come soggetti quali siamo; uno degli aspetti della narrazione discorsiva sul 'resto di noi'  è la sua auto-necessità - come fosse la richiesta iniziale per un torto subito -  e la conseguente neccessità di annullamento, soprattutto quando il ‘resto di noi’ si prefigura come vittima più o meno innocente del capitale.
In secondo luogo, per mantenere un'idea puramente politica del noi, sia nell’unità che nella divisione, si trascura il carattere profondamente politico delle divisioni sociali, soprattutto di classe e razza. Il popolo è un nome quasi sempre ombreggiato da aggettivi nazionali che non riescono a contenere in sè le proprie storie di sottomissione, ossia della divisione orizzontale dei popoli all’interno degli stessi stati (come puntualizza Sadri Khiari nel suo saggio 'Le peuple et le tiers-peuple”' quando mostra che i cittadini francesi di origine africana appartenenti alla classe operaia, in genere, non si considerano o non sono considerati parte del popolo). Sebbene lo stato, il popolo e la sovranità rimangano domini critici per qualsiasi strategia che vorrebbe definirsi comunista, quest'ultima regge o cade come una tradizione politica distinta per l'abolizione della forma del valore e lo smantellamento correlativo dello Stato, per essere sostituiti con una organizzazione delle risorse e delle attività e delle forme istituzionali per le quali la tradizione moderna di sovranità non può servire da modello. Anche se può fare uno vuole rifiutare , alla fine , penso che si debba mantenere la differenza specifica del comunismo vis-à-vis del radicalismo, del giacobinismo, del socialismo di stato, della socialdemocrazia, e delle altre tradizioni nell’ampio alveo della Sinistra. 

    Sul controllo
    OC Gilles Deleuze nel Poscritto delle Società di Controllo, pubblicato nel maggio del 1990, afferma che, grazie alle illuminanti analisi di MichelFoucault, emerge una nuova diagnosi della società contemporanea occidentale. L’analisi deleuziana è la seguente: le società di controllo hanno sostituito le società disciplinari allo scollinare del XX secolo. Deleuze scrive che “il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri padroni”. Difficile dargli torto se valutiamo l’incontrovertibile fatto che, dietro a due avventure elettorali di strepitoso successo - Forza Italia e Movimento 5 Stelle - si stagliano due società di marketing: la Publitalia 80 di Marcello Dell’Utri e la Casaleggio Asssociati di Gianroberto Casaleggio. Meccanismi di controllo, eventi mediatici quali gli exit polls, sondaggi infiniti, banche dati in/penetrabili, data come commodities, spin-doctoring continuo, consensi in rete guidati da influencer, bot, social network opachi, digi-squadrismo, echo-chambering dominante, tracciabilità dei percorsi in rete tramite cookies: queste sono le determinazioni della società post-ideologica (post-democratica?) neoliberale. La miseria delle nuove tecniche di controllo rivaleggia solo con la miseria della “casa di vetro” della trasparenza grillina (il web-control, of course). Siamo nell’epoca della post-politica, afferma Jacques RanciereCome uscire dalla gabbia neo-liberale e liberarci dal consenso ideologico dei suoi prodotti elettorali? Quale sarà la riconfigurazione della politica per un nuovo popolo liberato dopo l’esaurimento dell’egemonia marxista nella sinistra?
AT Non sono sicuro di cosa si intenda qui per 'esaurimento dell’egemonia marxista'. Se ci si riferisce al fatto che le categorie e le forme organizzative della Prima, Seconda e Terza Internazionale non orientino più la politica della sinistra, allora è una stanchezza che possiamo datare, al più tardi, agli anni Settanta del secolo scorso, anche se, come Fredric Jameson ha opportunamente osservato, i post-marxismi germogliano ad ogni crisi del capitale (“Cinque tesi sul marxismo realmente esistente”). Questa perdita di egemonia politica è un semplice fatto, ma non credo che possiamo trarne alcuna conclusione lineare né sulle categorie (in particolar modo) nè nelle forme organizzative associabili al marxismo (ad esempio le associazioni sindacali, i partiti, gli scioperi che non sono mai stati, onestamente, prodotti diretti del marxismo). C’è qualcosa di estenuante anche nella nozione diffusa che ciò di cui abbiamo particolarmente bisogno è una nuova narrazione, un nuovo paradigma per rompere con l’attuale 'consenso ideologico'.
Il problema non è tanto la rottura con la consapevole convinzione nel capitalismo o nel neo-liberismo, quanto con il profondo radicamento della nostra vita quotidiana nei dispositivi materiali di riproduzione capitalistica: la nostra sudditanza al salario, al credito, alla proprietà, all’assicurazione, ecc. Si tratta però di pratiche politiche-economiche, e non (principalmente) di narrazioni o di visioni del mondo. Non c’è carenza di istanze di antagonismo collettivo nel mondo esterno (vedi il sito di Alain Bertho Anthropologie du présent per un conteggio aggiornato della nostra 'età delle rivolte’, o il China Labour Bulletin, o i report dell’agenzia di assicurazione marittima The Strike Club, se dubbioso del fatto che NON viviamo assolutamente in un'era post-politica, 'dopo' la lotta di classe). La nostra difficoltà risiede molto più nel radunare l'energia, la costanza e l’inventiva all’interno di una pratica politica collettiva piuttosto che nel rompere con la presunta morsa capillare dell'ideologia. Più che mettere in discussione la presa ideologica di un sistema che, a mio parere, non dipende dal consenso bensì dal paradigma quotidiano del pensarci complici dello sfruttamento nostro ed altrui, occorre partire dai movimenti intorno ai bisogni sociali e dalle richieste che sono sorte contro l'austerità - le mobilitazioni contro la chiusura degli ospedali, le piattaforme collettive contro gli sfratti delle case, ecc - e pensare a come centralizzare e trasformare tutto ciò in una sfida al dominio capitalista.

Sulla “Googlization” della politica; l’aspetto finanziario
                del populismo digitale

    OC La prima decade del XXI secolo è stata caratterizzata dall'insorgenza del neo-capitalismo definito "cognitive capitalism"; in questo contesto un'azienda come Google si è affermata come la perfetta sintesi del web-business in quanto non retribuisce, se non in minima parte, i contenuti che smista attraverso il proprio motore di ricerca. In Italia, con il successo elettorale del M5S, si è assistito, nella politica, ad una mutazione della categoria del prosumer dei social network: si è creata la nuova figura dell'elettore-prosumer, grazie all'utilizzo del blog di Beppe Grillo da parte degli attivisti - che forniscono anche parte cospicua dei contenuti - come strumento essenziale di informazione del movimento. Questo www.bellegrillo.it è un blog/sito commerciale, alternativo alla tradizione free-copyright del creative commons; ha un numero altissimo di contatti, costantemente incrementato in questo ultimo anno. Questa militanza digitale produce introiti poiché al suo interno vengono venduti prodotti della linea Grillo (dvd, libri e altri prodotti editoriali legati al business del movimento). Tutto ciò porta al rischio di una googlizzazione della politica ovvero ad un radicale cambio delle forme di finanziamento grazie al "plusvalore di rete", termine utilizzato dal ricercatore Matteo Pasquinelli per definire quella porzione di valore estratto dalle pratiche web dei prosumer. Siamo quindi ad un cambio del paradigma finanziario applicato alla politica? Scompariranno i finanziamenti delle lobbies, i finanziamenti pubblici ai partiti e al loro posto si sostituiranno le micro-donazioni via web in stile Obama?  Continuerà e si rafforzerà lo sfruttamento dei prosumer-elettori? Infine che tipo di rischi comporterà la “googlization della politica”?
AT Essendo questo un fenomeno su cui non ho alcuna conoscenza reale il mio commento non può che essere impressionistico. A rischio di passare per un reazionario technofobico, credo che i meccanismi di sfruttamento finanziario del desiderio comune di ‘poter decidere’ e ‘contare’ (la politica del ‘Mi piace’) aumenteranno in intensità e qualità algoritmica, ma non vi è nulla di positivo nella figura dell’elettore-prosumer; la metafisica politica dei social media (piuttosto che l’uso molto limitato, anche se talvolta efficace, che ne è fatto) che ha gestito la raffigurazione fuorviante delle rivolte in Egitto ed in Tunisia, o il narcisismo del M5S, è un ostacolo allo sbocciare di forme di azione politica adeguate al presente. Parlando di 'googlization' della politica, la commedia britannica distopica del 1970 The Rise and Rise of Michael Rimmer (7) ci offre una felice allegoria, poichè collega l’alienante pseudo-pratica del “click-attivismo” con il suo rovescio, il populismo autoritario. La critica di questa interpassività seriale della rappresentanza elettorale non può essere effettuata attraverso fantasie di emancipazione digitale.



      Sul populismo digitale, sul capitalismo affettivo
      OC James Ballard affermò che, dopo le religioni del Libro, ci saremmo dovuti aspettare le religioni della Rete. Alcuni affermano che, in realtà, una prima techno-religione esiste già: si tratterebbe del Capitalismo Affettivo. Il nucleo di questo culto secolarizzato sarebbe un mix del tutto contemporaneo di tecniche di manipolazione affettiva, politiche del neo-liberalismo e pratiche politiche 2.0. In Italia l'affermazione di M5S ha portato alla ribalta il primo fenomeno di successo del digi-populismo con annessa celebrazione del culto del capo; negli USA, la campagna elettorale di Obama ha visto il perfezionarsi di tecniche di micro-targeting con offerte politiche personalizzate via web. La nuova frontiera di ricerca medica e ricerca economica sta costruendo una convergenza inquietante tra saperi in elaborazione quali: teorie del controllo, neuro-economia e neuro-marketing. Foucault, nel gennaio 1976, all'interno dello schema guerra-repressione, intitolò il proprio corso "Bisogna difendere la società". Ora, di fronte alla friabilità generale di tutti noi, come possiamo difenderci dall'urto del capitalismo affettivo e delle sue pratiche scientifico- digitali ? Riusciremo ad opporre un sapere differenziale che - come scrisse Foucault - deve la sua forza solo alla durezza che oppone a tutti i saperi che lo circondano? Quali sono i pericoli maggiori che corriamo riguardo ai fenomeni e ai saperi di assoggettamento in versione network culture?

    AT Un primo tentativo di difesa consiste nel fronteggiare la tendenza ad amplificare le dinamiche interne di innovazione del capitalismo alle nostre categorie apparentemente critiche o, in maniera simile, ad accettarne le mire di dominio totale, così come sono, sul nostro conscio ed inconscio. Sia chiaro: l’estrazione (mining) delle emozioni e delle relazioni per il mero profitto ha raggiunto livelli impressionanti di ubiquità e raffinatezza, ma ciò non significa che viviamo in un nuovo capitalismo — disinteressato allo sfruttamento del potere del lavoro-vivo, non afflitto dalla contraddizioni tra capitale fisso e circolante, non afflitto dalle traiettorie della crisi, etc.
    L’affezione, un termine terribilmente inflazionato all’interno della teoria contemporanea, non ha 'risolto' nessuna di queste contraddizioni. Una delle dimensioni storiche dei movimenti subalterni e rivoluzionari dei lavoratori era quella di riuscire a produrre ambienti di produzione culturale relativamente autonomi, così come forme, contenuti e relazioni sociali in qualche modo alternativi o antagonisti a quelli avversari (una sorta di potere culturale duale, a volte duplicato in un potere duale 'biopolitico', come nel caso dei programmi di assistenza sanitaria delle Pantere Nere). Oltre all’opzione ‘scollegamento” dai social media, non darei per scontato che le nostre interazioni sociali od organizzazioni politiche debbano avvenire all'interno di piattaforme di proprietà, a scopo di lucro o volte a canalizzare la comunicazione in modelli seriali e ridondanti. Senza voler 'socializzare' i social media, allo stesso modo in cui Lenin intenderebbe “socializzare” le banche, si possono riproporre discussioni più sistematiche sulla produzione di sfere pubbliche alternative. Altrimenti il difendersi dalle alienazioni digitali rischia di trasformarsi in una questione terapeutica personale - basti pensare ai servizi di consulenza sul web basati sul come limitare il tempo passato online, o ai programmi per bloccare le compulsioni patologiche di connettività (vedi i software dal nome sintomatico AntiSocial e Freedom).


    1. Gilles Deleuze e Fèlix Guattari - Millepiani, Torino, 1987, pg. 54
    2. Imagineering is a portmanteau combining "imagination" and "engineering". Abbiamo reso il neologismo, o meglio l’amalgama, con “profetizzato”, un participio passato aggettivizzato.
    3. Living labour, i.e. of nerves, muscles, brain, etc. Hence the twofold nature of living labour, as a concrete activity producing a use value and an expense of human labour in general producing exchange value. Marx himself claimed that this twofold nature of labour creating value was its main and most important contribution to economic science.
    4. Franco Fortini: testo poetico intitolato “Traducendo Brecht” (pubblicato nella raccolta “Una volta per sempre, poesie 1938-1973”, Einaudi, Torino 1983 ) : “tra quelli dei nemici/scrivi anche il tuo nome” In inglese è stato tradotto da Michael Hamburger come “Among the enemies' names, write your own too
    5. Jodi Dean: The Communist Horizon, conferenza/draft presente in Rete all’indirizzo http://www.english.ufl.edu/mrg/readings/Dean,%20Communist%20Horizon%20(draft).pdf 
    “Why is communism that name? Because it designates the sovereignty of the people, the rule of the people, and not the people as a whole or a unity but the people as the rest of us, those of us whose work, lives, and futures are expropriated, monetized, and speculated on for the financial enjoyment of the few.

    6) Value critique (Wertkritik), or, following the theorem developed by Roswitha Scholz, a critique of value-diremption (WertabspaltungsKritik), seeks to understand and critique the fundamental mechanisms that govern modern society. Perhaps one of the most influential developments in Marxist thought coming from Germany in the last decades has been the emergence of value critique

    7) Karl Marx: Salario, Prezzo, Profitto (written in May/June 1865): 14^ capitolo: La lotta tra capitale e lavoro e i suoi risultati (traduzione Edizioni in lingue estere, Mosca - per gentile concessione della Fondazione Ezio Galiano) 

    8) The Rise and Rise of Michael Rimmer - The Rise and Rise of Michael Rimmer is a British 1970 satirical film written by and starring Peter Cook, John Cleese, Graham Chapman, and the film's director Kevin Billington (quote from Wikipedia)




    Alberto Toscano italiano, vive e lavora a Londra. E' Senior Lecturer nel Department of Sociology  del Goldsmiths College, University of London (UK). E' critico culturale, sociologo, filosofo e traduttore, conosciuto nel mondo anglosassone per le sue traduzioni in lingua inglese di alcune opere di Alain Badiou tra cui Logics of Worlds (Continuum, 2009) e i Theoretical Writings (Continuum, 2004) di cui è stato anche curatore.  E' stato traduttore, sempre in lingua inglese, di opere di Franco Fortini, Antonio Negri, Furio Jesi. E' editorialista per il The Guardian con interventi legati alla politica italiana. 
    L'area di ricerca di Alberto Toscano è basata sul pensiero politico e sociologico contemporaneo, sul marxismo, l'economia politica e la storia delle idee. Negli ultimi tempi ha lavorato sulla genealogia del concetto di fanatismo. E' autore di pubblicazioni tra le quali vanno annoverate The Theatre of Production. Philosophy and Individuation between Kant and Deleuze (Palgrave Macmillan, Uk, 2006), The Italian Difference: Between Nihilism and Biopolitics (Re:press, Uk, 2009) e Fanaticism: The Uses of an Idea (Verso, Uk, 2010).  Toscano è membro del board editoriale della rivista Historical Materialism: Research in Critical Marxist Theory. Scrive regolarmente sulla rivista cult di "Hybrid Media and Cultural Politics After the Net" inglese, MuteAttualmente sta lavorando con Jeff Kinkle ad un nuovo libro, in uscita presso Zero Books nel 2014, dal titolo di Cartographies of the  Absolute.

    Bibliografia
    1) testi di riferimento alla domanda Sul micro-fascismo
    Wu MingYet another right-wing cult coming from Italy, via Wu Ming blog.
    Wilhelm ReichPsicologia di massa del fascismo - Einaudi, 2002 
    Gilles DeleuzeFélix GuattariMille Piani, Castelvecchi, 2010 
    Gilles Deleuze, L’isola deserta e altri scritti, Einaudi, 2007 (cfr. pg. 269, 'Gli Intellettuali e il Potere', conversazione con Michel Foucault del 4 marzo 1972) “Questo sistema in cui viviamo non può sopportare nulla: di qui la sua radicale fragilità in ogni punto e nello stesso tempo la sua forza complessiva di repressione” (intervista a Deleuze e Foucault, pg. 264)
    
    2) testi di riferimento alla domanda Sulla Crisi
    Slavoj Zizek, First as Tragedy, then as Farce. Verso, Uk, 2009 (pg. 17) 



    3) testi di riferimento alla domanda Sull'organizzazione
    Gilles Deleuze-Félix Guattari - Millepiani (Castelvecchi, III edizione, Novembre 2010): Nono Piano: 1933 Micro-politica e segmenterietà. (pg.265 - “Daniel Guèrin (La peste brune, 1933) ha ragione nel dire che Hitler, e non lo Stato maggiore tedesco, ha conquistato il potere in quanto disponeva anzitutto di micro-organizzazioni che gli conferivano “un mezzo incomparabile, insostituibile, per penetrare in tutte le cellule della società”, segmentarietà flessibile, molecolare, flussi capaci di irrorare cellule di ogni genere”
    Daniel Guérin - The Brown Plague - DUP, Usa, 1994


    Gilles Deleuze-Fèlix Guattari - Apparato di cattura - Sezione IV di Millepiani (Castelvecchi, I edizione, maggio 1997): Piano 15: Regole concrete e macchine astratte (pg. 150 - “Un movimento è assoluto quando, quali che siano la sua quantità e la sua velocità, rapporta “un corpo” considerato come molteplice ad uno spazio liscio che occupa in maniera vorticosa”)



    4) testi di riferimento alla domanda Sull'onda anomala
    Franco Berardi - La sconfitta dell’anti-Europa liberista comincia in Italia - Micromega website:
    http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/02/27/franco-bifo-berardi-la-sconfitta-dellanti-europa-liberista-comincia-in-italia/
    Istituto Cattaneo -  http://www.cattaneo.org
    Gilles Deleuze, Félix Guattari - Millepiani - Castelvecchi, 2010 (pg.249 - 1874. tre novelle o “che cosa è accaduto”?)

    5) testi di riferimento alla domanda Sul popolo che manca
    Mario Tronti, 'C’è populismo perché non c’è popolo', in Democrazia e Diritto, n.3-4/2010. 
    Paul Klee, Diari 1898-1918. La vita, la pittura, l’amore: un maestro del Novecento si racconta - Net, 2004 
    Gilles DeleuzeFèlix Guattari, Millepiani (in '1837. Sul Ritornello' pg. 412-413)

    6) testi di riferimento alla domanda Sul controllo
    Jacques RanciereDisagreement. Politics and Philosophy, UMP, Usa, 2004
    Gilles Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Ita, 2000 (pg. 234, 'Poscritto sulle società di controllo') 
    Saul Newman, 'Politics in the Age of Control', in Deleuze and New Technology, Mark Poster and David Savat, Edinburgh University Press, Uk, 2009, pp. 104-122. 


    Dipinto: "Major Celebration on Darwin Street" di Stelios Faitakis

    Jodi Dean - The Communist Horizon @ Verso Books, Uk, October 2012


    Rising thinker on the resurgence of the communist idea.
    In this new title in Verso’s Pocket Communism series, Jodi Dean unshackles the communist ideal from the failures of the Soviet Union. In an age when the malfeasance of international banking has alerted exploited populations the world over to the unsustainability of an economic system predicated on perpetual growth, it is time the left ended its melancholic accommodation with capitalism.
    In the new capitalism of networked information technologies, our very ability to communicate is exploited, but revolution is still possible if we organize on the basis of our common and collective desires. Examining the experience of the Occupy movement, Dean argues that such spontaneity can’t develop into a revolution and it needs to constitute itself as a party.
    An innovative work of pressing relevance, The Communist Horizon offers nothing less than a manifesto for a new collective politics.

    Jodi Dean teaches political and media theory in Geneva, New York. She has written or edited eleven books, including The Communist Horizon and Democracy and Other Neoliberal Fantasies.


    On November 2nd, Cornell University is hosting an all-day symposium on Communist Currents.  Panelists will put forward radical interventions on a range of issues from governance in Venezuela to the salience of BRICS rhetoric.  

    In addition, Verso authors Jodi DeanBruno Bosteels, will be chairing panels, and Alberto Toscano is set to present a paper. 

    The event is sponsored by the Society for the Humanities, with additional support from the Department of Government, Department of History, and the Program in French Studies. 

    Check out the full schedule here.

    Read more @ Verso about Jodi Dean


    The Communist Horizon 
    Jodi Dean

    The Second Former-West Research Congress invites us to think with the idea of horizon. In keeping with its provocative temporalization of the West—rather than present the West, too, passes in 1989—the invitation construes our horizon as a temporal one, a future toward which we once aspired. This lost horizon, then, connotes privation, depletion, the loss of projects, goals, and utopias that oriented us toward the future. In the wake of this loss, we are asked to consider whether another world is possible, another horizon imaginable.
    I initially understood the term “horizon” in a more mundane, spatial fashion, as the line dividing the visible, separating earth from sky. I like to pretend that I had in mind the cool, astro- physics notion of an event horizon. The event horizon surrounds a black hole, a singularity—it’s the boundary beyond which events cannot escape. While the event horizon denotes the curvature in space/time effected by a singularity, it’s not that much different from the spatial horizon: both evoke a line demarcating a fundamental division, that we experience as impossible to reach, and thus that we can neither escape nor cross (although an external observer could see us cross it). “Horizon,” then, tags not a lost future but a dimension of experience we can never lose, even if, lost in a fog or focused on our feet, we fail to see it. The horizon is Real not just in the sense of impossible—we can never reach it—but also in the sense of the actual format, condition, and shape of our setting (and I take both these senses of Real to Lacanian). We can lose our bearings, but the horizon is a necessary condition or shaping of our actuality. Whether the effect of a singularity or the meeting of earth and sky, the horizon is the fundamental division establishing where we are. (...)
    Read the complete PDF

    giovedì 2 gennaio 2014

    Schizo - Culture @ Semiotext(e) - somewhere in NY, somewhere in 2014


    Schizo-Culture

    Edited by Sylvère Lotringer and David Morris


    I think “schizo-culture” here is being used rather in a special sense. Not referring to clinical schizophrenia, but to the fact that the culture is divided up into all sorts of classes and groups, etc., and that some of the old lines are breaking down. And that this is a healthy sign.

    —William Burroughs, from Schizo-Culture


    The legendary 1975 “Schizo-Culture” conference, conceived by the early Semiotext(e) collective, began as an attempt to introduce the then-unknown radical philosophies of post-’68 France to the American avant-garde. The event featured a series of seminal papers, from Deleuze’s first presentation of the concept of the “rhizome” to Foucault’s introduction of his History of Sexuality project. The conference was equally important on a political level, and brought together a diverse group of activists, thinkers, patients, and ex-cons in order to address the challenge of penal and psychiatric institutions. The combination proved to be explosive, but amid the fighting and confusion “Schizo-Culture” revealed deep ruptures in left politics, French thought, and American culture.
    The “Schizo-Culture” issue of the Semiotext(e) journal came three years later. Designed by a group of artists and filmmakers including Kathryn Bigelow and Denise Green, it documented the chaotic creativity of an emerging downtown New York scene, and offered interviews with artists, theorists, writers, and No Wave and pre-punk musicians together with new texts from Deleuze, Foucault, R. D. Laing, and other conference participants.
    This slip-cased edition includes The Book: 1978, a facsimile reproduction of the original Schizo-Culture publication; and The Event: 1975, a previously unpublished and comprehensive record of the conference that set it all off. It assembles many previously unpublished texts, including a detailed selection of interviews reconstructing the events, and features Félix Guattari, William Burroughs, Kathy Acker, Michel Foucault, Sylvère Lotringer, Guy Hocquenghem, Gilles Deleuze, John Rajchman, Robert Wilson, Joel Kovel, Jack Smith, Jean-Francois Lyotard, Ti-Grace Atkinson, Francois Peraldi, and John Cage.

    Read more

    mercoledì 1 gennaio 2014

    Eyal Weizman: Walking Through Walls @ EIPCP (January 2007)


    Eyal Weizman: Walking Through Walls @ EIPCP (January 2007) - Read more @ EIPCP

    The maneuver conducted by units of the Israeli military during the attack on the city of Nablus in April 2002 was described by its commander, Brigadier General Aviv Kochavi, as “inverse geometry,” which he explained as the re-organization of the urban syntax by means of a series of micro-tactical actions. During the attack, soldiers moved within the city across hundred-meter-long “over-ground-tunnels” carved out through a dense and contiguous urban fabric. Although several thousand soldiers and hundreds of Palestinian guerrilla fighters were maneuvering simultaneously in the city, they were saturated within its fabric to the degree that most would not have been visible from an aerial perspective at any given moment. Furthermore, soldiers did not often use the streets, roads, alleys, or courtyards that constitute the syntax of the city, as well as the external doors, internal stairwells, and windows that constitute the order of buildings, but rather moved horizontally through party walls, and vertically through holes blasted in ceilings and floors. This form of movement is part of a tactics that the military refers to in metaphors it borrows from the world of aggregate animal formation as “swarming” and “infestation.” Moving through domestic interiors this maneuver turns inside to outside and private domains to thoroughfares. Fighting took place within half-demolished living rooms, bedrooms and corridors of poorly built refugee homes, where the television may still be operating and a pot may still on the stove. Rather than submitting to the authority of conventional spatial boundaries, movement became constitutive of space, and space was constituted as an event. It was not the order of space that governed patterns of movement but movement that produced and practiced space around it. The three-dimensional movement through walls, ceilings, and floors across the urban bulk reinterpreted, short-circuited, and recomposed both architectural and urban syntax. The tactics of “walking-through-walls” involved a conception of the city as not just the site, but as the very medium of warfare – a flexible, almost liquid matter that is forever contingent and in flux. 
    According to geographer Stephen Graham, since the end of the cold war a vast, international “intellectual field” that he called a “shadow world of military urban research institutes and training centers” has been established in order to rethink military operations in urban terrain.[1] This responds to the urbanization of insurgency. The expanding network of these “shadow worlds” includes schools, urban-research institutes and training centers, as well as mechanisms for the exchange of knowledge between different militaries such as conferences, workshops and joint training exercises. In their attempt to comprehend urban life, soldiers – the urban practitioners of today – take crash courses to master topics such as urban infrastructure, complex system analysis, structural stability, building techniques, and appeal as well to a variety of theories and methodologies developed within contemporary civilian academia. There is thus a new relationship emerging between a triangle of three interrelated components: armed conflicts, the built environment, and the theoretical language conceived to conceptualize them.
    Following global trends throughout the last decade the IDF established several institutes and think-tanks in different levels of its command and asked them to re-conceptualize strategic, tactical and organizational responses to the brutal policing work that came to be known as “dirty” or “low intensity” wars. Notable amongst these are the Operational Theory Research Institute (OTRI) set up in 1996 and the “Alternative Team”[2] set up in 2003. These institutes were composed not only of military officers but of civilian academics and technological experts. Two of the main figures affiliated to these institutes – Shimon Naveh, a retired Brigadier General, director of OTRI, and Aviv Kochavi, a serving officer – are extensively interviewed in the following pages. 

    Inverse-urban-geometry
    The tactics of “walking through walls” that the military employed in the urban attacks on the refugee camps were developed, not in response to theoretical influences, but as a way of penetrating the previously “un-penetrable” refugee camps. Aviv Kochavi, then commander of the Paratrooper Brigade, explained the principle that guided the attack of the refugee camp of Batala and the adjacent Kasbah (old city) of Nablus: 
     “This space that you look at, this room that you look at, is nothing but your interpretation of it. Now, you can stretch the boundaries of your interpretation, but not in an unlimited fashion, after all, it must be bound by physics, as it contains buildings and alleys. The question is: how do you interpret the alley? Do you interpret the alley as a place, like every architect and every town planner does, to walk through, or do you interpret the alley as a place forbidden to walk through? This depends only on interpretation. We interpreted the alley as a place forbidden to walk through, and the door as a place forbidden to pass through, and the window as a place forbidden to look through, because a weapon awaits us in the alley, and a booby trap awaits us behind the doors. This is because the enemy interprets space in a traditional, classical manner, and I do not want to obey this interpretation and fall into his traps. Not only do I not want to fall into his traps, I want to surprise him! This is the essence of war. I need to win. I need to emerge from an unexpected place. And this is what we tried to do.”
     “This is why that we opted for the methodology of walking through walls. […] Like a worm that eats its way forward, emerging at points and then disappearing. We were thus moving from the interior of homes to their exterior in a surprising manner and in places we were not expected, arriving from behind and hitting the enemy that awaited us behind a corner. […] I said to my troops, “Friends! This is not a matter of your choice! There is no other way of moving! If until now you were used to move along roads and sidewalks, forget it! From now on we all walk through walls!”[3]
    If moving through walls is pitched by the military as its “humane” answer to the wanton destruction of traditional urban warfare, and as an “elegant” alternative to Jenin-style urban destruction, this is because the damage it causes is often concealed within the interiors of homes. The unexpected penetration of war into the private domain of the home has been experienced by civilians in Palestine, just like in Iraq, as the most profound form of trauma and humiliation. Since Palestinian guerrilla fighters were themselves maneuvering through walls and pre-planned openings, most fighting took place in private homes. Some buildings became like layered cakes, with Israeli soldiers both above and below a floor where Palestinians were trapped.
    Urban warfare increasingly depends on technologies developed for the purpose of “un-walling of the wall,” to borrow a term from Gordon Matta-Clark. As a complement to military tactics that involve physically breaking and walking through walls, new methods have been devised to allow soldiers not only to see but also shoot and kill through solid walls. The Israeli company Camero developed a hand-held imaging device that combines thermal imaging with ultra-wideband radar, which much like a contemporary maternity-ward ultra-sound system has the ability to produce three-dimensional renderings of biological life concealed behind barriers.[4] Weapons using the NATO standard 5.56mm round are complemented with some using the 7.62mm one, which is capable of penetrating brick, wood, and adobe without much deflection of the bullet-head. Instruments of “literal transparency” are the main components in the search to produce a ghostlike (or computer-game like) military fantasy-world of boundless fluidity, in which the space of the city becomes as navigable as an ocean. By striving to see what is hidden behind walls and to move and propel ammunition through them, the military seems to have elevated contemporary technologies – using the justification of (almost contemporary) theories – to the level of metaphysics, seeking to move beyond the here and now of physical reality, collapsing time and space.

    Academy of Street Fighting
    Shimon Naveh, a retired brigadier general, was until May 2006 the co-director of the Operational Theory Research Institute. In an interview I conducted with him, Naveh explained the aims of the institute: “Jenin was a complete failure of the IDF, the damage that this destruction has caused the IDF is larger than what it caused the Palestinians [sic], it was commanded by extremely inexperienced officers who just panicked and stopped thinking.” He suggested that the IDF should further develop the kind of approach employed in Nablus and Balata. He saw his work as making IDF actions more efficient, smarter… and thus more humane.” On the theoretical references the institute employs he said: “We read Christopher Alexander […] can you imagine? We read John Forester. […] We read Gregory Bateson, we read Clifford Geertz. Not just myself, but our soldiers, our generals are reflecting on these kinds of materials. We have established a school and developed a curriculum that trains ‘operational architects’.”
    In a lecture I attended, Naveh presented a diagram resembling a “square of opposition” that plots a set of logical relationships among certain propositions relating to military and guerrilla operations. Indications such as “Difference and Repetition – The Dialectics of Structuring and Structure”; “‘Formless’ Rival Entities”; “Fractal Maneuver: Strike-Driven Raids”; “Velocity vs. Rhythms”; “Wahhabi War Machine”; “Post-Modern Anarchists”; “Nomadic Terrorists”, and so on, employed the language of French philosophers Gilles Deleuze and Félix Guattari.
    In the interview, I asked Naveh: “Why Deleuze and Guattari?” He replied that: “Several of the concepts in A Thousand Plateaus became instrumental for us […] allowing us to explain contemporary situations in a way that we could not have otherwise explained. It problematized our own paradigms. […] Most important was the distinction they have pointed out between the concepts of ‘smooth’ and ‘striated’ space […] [which accordingly reflect] the organizational concepts of the ‘war machine’ and the ‘state apparatus.’ […] In the IDF we now often use the term ‘to smooth out space’ when we want to refer to operation in a space as if it had no borders. We try to produce the operational space in such a manner that borders do not affect us. Palestinian areas could indeed be thought of as ‘striated,’ in the sense that they are enclosed by fences, walls, ditches, roadblocks and so on. […] We want to confront the ‘striated’ space of traditional, old-fashioned military practice [the way most military units presently operate] with smoothness that allows for movement through space that crosses any borders and barriers. Rather than contain and organize our forces according to existing borders, we want to move through them.”
    Naveh has recently completed the translation into Hebrew of some of the chapters in Bernard Tschumi’s Architecture and Disjunction. In addition to these theoretical positions, Naveh references such canonical elements of urban theory as the Situationist practices of dérive and détournement. These ideas were conceived as part of a general approach meant to challenge the built hierarchy of the capitalist city. They aimed to break down distinctions between private and public, inside and outside, use and function, to replace private space with a “borderless” public surface. Naveh made references to the work of Georges Bataille as well, who also spoke of a desire to attack architecture: his call to arms was meant to dismantle the rigid rationalism of a postwar order, to escape “the architectural straitjacket,” and to liberate repressed human desires. 
    These ideas and tactics reflected a general lack of confidence in the capacity of state structures to protect or further democracy. The non-statist micro-politics of the time represented in many ways an attempt to constitute a mental and affective guerrilla at the intimate levels of the body, sexuality, and inter-subjectivity, an individual in whom the personal became subversively political. As such, these theoretical positions offered a strategy for withdrawing from the formal state apparatus into the private domain. While these tactics were conceived to transgress the established “bourgeois order” of the city, with the architectural element of the wall – domestic, urban or geopolitical – projected as an embodiment of social and political repression, in the hands of the Israeli military, tactics inspired by these thinkers were projected as the basis for an attack on an “enemy” city. Education in the humanities – often believed to be the most powerful weapon against imperialism – has here been appropriated as the powerful tool of colonial power itself. 
    All this is not outlined here in order to place blame on this theory, its makers or the purity of their intentions or promote an anti-theoretical approach, but in an attempt to turn our attention to the possibility that, as Herbert Marcus suggested, with the growing integration between the various aspects of society, “contradiction and criticism” could be equally subsumed and made operative as an instrumental tool by the hegemony of power – in this case post-structuralist and even post-colonial theory by the colonial state.[5]
     
    Swarming 
    According to Naveh, a central category in the IDF conception of the new urban operations is “swarming.” It refers to a coordinated joint action undertaken by a network form of organization whose separate units operate semi-autonomously but in general synergy with all others. The RAND corporation theorists credited with the popularization of the military implications of the term, David Ronfeldt and John Arquilla, claim that swarming was historically employed in the warfare of nomadic tribes, and is currently undertaken by different organizations across the spectrum of social political conflict – terrorists and guerrillas organization, mafia criminals as well as non-violent social activists.[6]
    In our interview, Kochavi explained the way the IDF understands and employs the concept: “A state military whose enemy is scattered like a network of loosely-organized gangs […] must liberate itself from the old concept of straight lines, units in linear formation, regiments and battalions, […] and become itself much more diffuse and scattered, flexible and swarm-like… In fact, it must adjust itself to the stealthy capability of the enemy […] Swarming, to my understanding, is simultaneous arrival at a target of a large number of nodes – if possible from 360 degrees […] which then dissever and re-disperse.” According to Gal Hirsh, swarming creates “noisy humming,” that makes it very difficult for the enemy to know where the military is and what is its direction of movement.[7]
    The assumption of low-intensity conflict, as articulated by Arquilla and Ronfeldt, is that “it takes a network to combat a network.”[8] An urban combat is thus not the action of a living force upon a lifeless mass, but the collision of two networks.[9] As they adapt, mimic and learn from each other, the military and the guerrilla enter a cycle of “co-evolution.” Military capabilities evolve in relation to resistance, which itself evolves in relation to transformations in military practice. However, claims for total breakdown of vertical hierarchies in contemporary militaries are largely exaggerated. Beyond the rhetoric of “self-organization” and “flattening of hierarchy,” military networks are still largely nested within traditional institutional hierarchies. Non-linear swarming is performed at the very tactical end of an inherently hierarchical system.[10] Spatial non-linearity is achieved because Israel still controls all linear supply lines – the roads within the West Bank and those that connect it to its large bases within Israel proper, as well as the multiplicity of linear barriers constructed throughout it. Furthermore, “swarming” and “walking through walls” are successful when the enemy is relatively weak and disorganized, without an ability to coordinate resistance, and especially when the balance of technology, training and force is clearly on the side of the military.
    The years spent successfully attacking the weak Palestinian organizations was no doubt one the reason for the incompetence that the same Israeli soldiers demonstrated when they faced in 2006 the stronger, better armed and well trained Hizbollah fighters in Lebanon. Indeed the two officers most implicated in the summer of 2006 events in Gaza and Lebanon are none other than two Israeli military graduates of OTRI, veterans of the Balata and Nablus attack in 2002, Aviv Kochavi (commander of the Gaza Division) and Gal Hirsh (commander of the northern Galilee Division 91). Kochavi, who commanded the summer 2006 attack on Gaza, stuck to his obfuscating language: “we intend to create a chaos in the Palestinian side, to jump from one place to the other, to leave the area and then return to it […] we will use all the advantages of ‘raid’ rather than ‘occupation.’”[11] In Lebanon Hirsh called for “raids instead of occupation,” and ordered the battalions newly attached to his command and unused to the language he acquired at OTRI to “swarm” and “infest” an area. However his subordinate officers did not seem to understand what this was supposed to mean. Hirsh but was later criticized for arrogance, intellectualism and out-of touch-ness. Naveh, pondering the results, himself admitted in the popular media that “The war in Lebanon was a failure and I had a great part in it. What I have brought to the IDF has failed.”[12]
    The chaos was indeed on the Israeli side. Continuous fire and shelling by the increasingly frustrated IDF gradually cumulated villages and neighborhoods into sharp topographies of broken concrete and glass sprouting with twisted metal bars. Within this lunar landscape, the hills of rubble were honeycombed with cavities of buried rooms, which paradoxically offered more hiding places to the guerrillas. Hizbollah fighters, themselves effectively swarming through and between this rubble and detritus of wars, sometimes using an invisible system of tunnels, studied the maneuver of Israeli soldiers, and attacked them with anti-tank weapons precisely when they entered, organized and moved within Lebanese homes as they were used to from the cities and refugee camps of the West Bank.

    Lethal Theory
    Non-linear and network terminology has its origins in military discourse since after the end of WWII and was instrumental in the conception in 1982 of the US military doctrine of AirLand Battle which emphasized inter-service cooperation and the targeting of the enemy at its systematic bottlenecks – bridges, headquarters and supply lines – in attempts to throw it off balance. It was conceived to check Soviet invasion in Central Europe and was first applied in the Gulf War of 1991. The advance of this strand leads to the Network Centric Doctrine in the context of the Revolution in Military Affairs (RMA) after the end of the Cold War. Network Centric Warfare conceptualizes the field of military operation as distributed network-systems, woven together by information technology across the entire operational spectrum. This type of transformation, promoted by neo-conservatives such as Donald Rumsfeld, faced strong opposition within the US armed forces. This opposition recently accelerated in the context of American military failures in Iraq. The IDF is similarly, since the early 1990s, undergoing institutional conflicts in the context of these transformations. In the context of these internal conflicts, a special language based on post-structuralist theory was used to articulate the critique of the existing system, to argue for transformations, and to call for further reorganizations. As Naveh explained: “We employ critical theory primarily in order to critique the military institution itself – its fixed and heavy conceptual foundations […].”
    One of the internal conflicts within the IDF, which was conceptual as much as it was hierarchical, was articulated in the context of the debate that followed the closing down of OTRI in the spring of 2006 and the controversial suspension of Naveh and his co-director Dov Tamari. This took place in the context of the change of staff that followed the replacement of Chief of Staff Moshe Ya’alon with his rival Dan Halutz.[13]After dismantling OTRI Halutz set up an alternative institute for “operational thinking” which was based on the model of a similar department Haluz previously set up within the Air Force. Naveh understood his dismissal as “a coup against OTRI and theory.”
    The military debate reflects upon political questions. Naveh, together with most of his former colleagues at OTRI, supported the Israeli withdrawal from the Gaza Strip as well as the Israeli withdrawal from South Lebanon prior to its actual undertaking in 2000. He is similarly is in favor of withdrawal from the West Bank. In fact, his political position is in line with what is referred to in Israel as the “Zionist left.” His vote alternated between Labor and Meretz parties. Similarly, Kochavi enthusiastically accepted the command over the military operation for the evacuation and destruction of Gaza settlements, and regardless of the atrocities he was accused of in Gaza is similarly understood as a “leftist” officer. According to Naveh, Israel’s operational paradigm should seek to replace presence in occupied areas with the capacity to move throughthem, and produce in them what he called “effects,” which are “military operations such as aerial attacks or commando raids… that affect the enemy psychologically and organizationally.” The new tactics are meant to maintain security domination in the Palestinian areas evacuated, and their development was seen in fact as a precondition for withdrawal. Withdrawal is understood within the IDF as depending on Israel’s capacity to cancel it in emergency situations it could itself define. This undoubtedly undoes much of the perceived symmetrical nature of borders, embodied by the iconography of West Bank Wall, and by all the recent diplomatic rhetoric that would like to regard whatever polity remains (fragmented and perforated as it may be) on the other side of this Wall as a Palestinian state. Following this logic Naveh claimed that “whatever line they [the politicians] could agree upon – there they should put the fence [Wall]. This is okay with me . . .but as long as I can cross this fence. What we need is not to be there, but […] to act there. […] Withdrawal is not the end of the story.” In this respect, the large “state wall” is conceptualized in similar terms to the house wall – as a transparent and permeable medium that could allow the Israeli military to “smoothly” move through and across it. 
    A comparison between the attacks in 2002 on Jenin and Nablus would reveal the paradox that renders the overall effect of the leftist officers even more destructive. A hole in the wall may not be as devastating as the complete destruction of the home, but considering local and international opposition, if the occupation forces were not able to enter refugee camps without having to destroy them as they did in Jenin, they would most likely not attack refugee camps, and definitely not as often as they do now that they have found the tool to do so. Instead of entering a political process of negotiation with Hamas, military confidence is finding a solution for the government to avoid politics. 

    Walls/Laws
    In siege warfare, the breaching of the outer wall signaled the destruction of the sovereignty of the city-state. Accordingly, the “art” of siege warfare historically engaged with the geometries of city walls and with the development of equally complex technologies for approaching and breaching them. Contemporary urban combat, on the other hand, is increasingly concerned with methods of transgressing the limitations embodied by the domestic wall. In this respect, it might be useful to think of the city’s (domestic) walls as one would think about the (civic) city wall – as operative edges of the law and the condition of democratic urban life. 
    According to Hannah Arendt, the political realm of the Greek city was guaranteed by these two kinds of walls (or wall-like laws): the wall surrounding the city, which defined the zone of the political; and the walls separating private space from the public domain, ensuring the autonomy of the domestic realm. “The one harbored and enclosed political life as the other sheltered and protected the biological life process of the family.”[14] The very order of the city relies thus on the fantasy of a wall as stable, solid, and fixed. Indeed, architectural discourse tends to otherwise see walls as architecture’s irreducible givens. The military practice of “walking through walls” – on the scale of the house, the city or the “state” – links the physical properties of construction with this syntax of architectural, social and political orders. New technologies developed to allow soldiers to see living organisms through walls, and to facilitate their ability to walk and fire weapons through them, thus address not only the materiality of the wall, but also its very concept. With the wall no longer physically or conceptually solid or legally impenetrable, the functional spatial syntax that it created – the separation between inside and outside, private and public – collapses. Without these walls, Arendt continues, “there might have been an agglomeration of houses, a town (asty), but not a city, a political community.”[15] The distinction between a city, as a political domain, and a town (here, the antithesis to the city must be understood as the refugee camp) is based on the conceptual solidity of the elements that safeguard both public and private domains. Agamben’s well-known observation follows the trace left by Arendt: in the camps, “city and house became indistinguishable.”[16] The breaching of the physical, visual, and conceptual border / wall exposes new domains to political power, offering thus a physical diagram to the concept of the “state of exception.”
    When Kochavi claims that “space is only an interpretation,” and that his movement through and across the built fabric of the city reinterprets architectural elements (walls, windows, and doors); when Naveh claims that he would accept any border as long as he could walk through it, they use a transgressive theoretical approach to suggest that war and fighting is no longer about the destruction of space, but rather about its “reorganization.” If a wall is only the signifier of a “wall,” marking scales of political orders, un-walling also becomes a form of rewriting – a constant process of undoing – fueled by theory. If moving through walls becomes the method for “reinterpreting space,” and if the nature of space is “relative” to this form of interpretation, could this “reinterpretation” kill? 
    If the answer is “yes,” then the “inverse geometry” that turns the city “inside out,” shuffling its private and public spaces, and that turns the idea of a “Palestinian State” outside in, would bring about consequences for military operations that go beyond physical and social destruction and force us to reflect upon the “conceptual destruction” of political categories that they imply.


    [1] On such a military conference organized in 2002 by the Faculty of Geography at Haifa University see: Stephen Graham, “Remember Falluja: Demonizing Place, Constructing Atrocity,” Society and Space, 2005, Vol. 23. pp. 1-10; and Stephen Graham, “Cities and the ‘War on Terror’,” International Journal of Urban and Regional Research, Vol. 30.2 June 2006, pp. 255–276 
    [2] Yedidia Ya’ari and Haim Assa, Diffused Warfare, War in the 21st Century, Tel Aviv: Miskal – Yediot Aharonot Books and Chemed Books, 2005 [Hebrew] pp. 9-13, 146. 
    [3] Eyal Weizman and Nadav Harel, interview with Aviv Kochavi, 24 September 2004, at an Israeli military base near Tel Aviv [Hebrew]; video documentation by Nadav Harel and Zohar Kaniel.
    [4] Zuri Dar and Oded Hermoni, “Israeli Start-Up Develops Technology to See Through Walls,” Ha’aretz, 1 July 2004; Amir Golan, “The Components of the Ability to Fight in Urban Areas,” Ma’arachot 384 (July 2002): 97; also see Ross Stapleton-Gray, “Mobile mapping: Looking through Walls for On-site Reconnaissance,” the Journal for Net Centric Warafre C4ISR, 11 September 2006.
    [5] “With the growing integration of industrial society, these categories are losing their critical connotation, and tend to become descriptive, deceptive, or operational terms. […] Confronted with the total character of the achievements of advanced industrial society, critical theory is left without the rationale for transcending this society. The vacuum empties the theoretical structure itself, because the categories of a critical social theory were developed during the period in which the need for refusal and subversion was embodied in the action of effective social forces.” Herbert Marcuse, One-Dimensional Man, Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society, Boston Mass., Beacon Press, 1991
    [6] David Ronfeldt, John Arquilla, Graham Fuller and Melissa Fuller, The Zapatista “Social Netwar” in Mexico, Santa Monica, Ca.: RAND, 1998. 
    [7] Gal Hirsch, On Dinosaurs and Hornets: A Critical View on Operational Moulds in Asymmetric Conflicts, RUSI Journal (August 2003), p .63
    [8] Arquilla and Ronfeldt, Networks and Netwars, p.15
    [9] “War […] is not the action of a living force upon a lifeless mass but always the collision of two living forces.” Carl von Clausewitz, On War, p. 77
    [10] On this, see Ryan Bishop, “‘The Vertical Order Has Come to an End’: The Insignia of the Military C3I and Urbanism in Global Networks,” in Ryan Bishop, John Phillips, and Wei-Wei Yeo, eds., Beyond Description: Space Historicity SingaporeArchitext Series, London & New York: Routledge, 2004. 
    [11] Hannan Greenberg, “The Commander of the Gaza Division: The Palestinians are in shock,” Ynet 7 July 2006 http://www.ynet.co.il/.
    [12] Amir Rapaport, “Dan Halutz is a Bluff, interview with Shimon Naveh,” Ma’ariv, Yom Kippur Supplement, 1 October 2006.
    [13] Halutz did not directly confront the theoretical concepts produced at OTRI. The General Staff’s Operational Concept for the IDF is still rooted in OTRI’s theoretical doctrine of systemic operational design. See: Caroline Glick, “Halutz’s Stalinist moment: Why were Dovik Tamari and Shimon Naveh Fired?,” Jerusalem Post, 17 June 2006 and Rapaport, “Dan Halutz is a Bluff”. Currently Naveh is employed by US Marine Corps Development Command as senior mentor to their operational experiment “Expeditionary Warrior.” 
    [14] Hannah Arendt, The Human Condition, Chicago: University of Chicago Press, 1998, pp. 63-64.
    [15] Arendt, The Human Condition, pp. 63-64.
    [16] Giorgio Agamben, Homo Sacer: Sovereign Power and Bare Life (Stanford: Stanford University Press, 1998), p. 188.