Visualizzazione post con etichetta Antonio Caronia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Antonio Caronia. Mostra tutti i post

domenica 3 febbraio 2013

ŽIŽEK PRESENTA TROCKIJ TERRORISMO E COMUNISMO (Postfazione Antonio Caronia) - Mimesis, It, 2011




ŽIŽEK PRESENTA TROCKIJ

TERRORISMO E COMUNISMO 


postfazione antonio caronia

Terrorismo e comunismo è la più controversa, aspra e indigesta opera di Trockij. Scritta in risposta al pamphlet antibolscevico di Kautsky nel 1920, nel pieno della guerra civile, sul mitico treno che portava da un fronte all’altro il capo dell’Armata rossa, non difende solo il concetto e la pratica di “dittatura del proletariato”, ma le scelte più dure del comunismo di guerra: il lavoro obbligatorio, la requisizione del grano, la militarizzazione dei sindacati. Discretamente messa da parte dall’autore all’epoca della lotta contro Stalin, repinta con imbarazzo dagli stessi trockisti di tutte le parrocchie, resta comunque un documento insostituibile per capire se e come vi sia stata continuità tra la breve era di Lenin e la lunga notte di Stalin. L’introduzione di Slavoj Žižek e la postfazione di Antonio Caronia ci aiutano a capire quanto della lezione storica del bolscevismo sia utile oggi, ai tempi del “capitalismo cognitivo” e del precariato diffuso.

Slavoj Žižek è docente all’European Graduate School di New York, nonché ricercatore all’Istituto di Sociologia dell’Università di Lubiana. I suoi testi sono noti in tutto il mondo per l’acuta intelligenza delle argomentazioni, unita alla loro graffiante irriverenza. In Italia ha pubblicato, fra gli altri, Il soggetto scabroso, 2003; Iraq, 2004; Contro i diritti umani, 2006. Per le edizioni Mimesis ricordiamo L’isterico sublime, 2003 e L’universo di Hitchcock, 2007.

Lev Davidovic Bronštejn, detto Trockij (1879-1940), politico e rivoluzionario russo, fu personaggio influente nella neonata Unione Sovietica. Presidente del Soviet di Pietroburgo durante le rivoluzioni del 1905 e del 1917, fu anche scrittore di notevoli capacità, dal fine intelletto. A seguito della lotta contro Stalin, fu espulso dal partito e deportato: venne assassinato in Messico da un agente sovietico. Le idee di Trockij formano la base della corrente comunista del trockismo.



Antonio Caronia: Muore James G. Ballard Con lui finisce il XX secolo @ Unità, 21 aprile 2009 Antonio Caronia



Muore James G. Ballard Con lui finisce il XX secolo

di Antonio Caronia @ Unità, 21 aprile 2009
James G. Ballard è stato uno degli scrittori più lucidi e affilati nel Novecento, ne ha scavato le tendenze e le pieghe più segrete. Il suo sguardo ha svelato per noi ciò che avevamo sotto gli occhi e che non sapevamo vedere, ciò che conoscevamo e non sapevamo dire, ciò che ci affascinava e ci respingeva - e non sapevamo perché. Adesso che anche lui è morto, dopo William S. Burroughs, dopo Kurt Vonnegut, dopo Philip K. Dick, possiamo ben dire che il XX secolo è morto, quel secolo dominato dal «matrimonio fra ragione e incubo», secondo la pacata e terribile definizione che ne diede nel 1974, nella prefazione all'edizione francese di Crash. 
ICONE NEURONICHE Ballard è stato uno di quegli scrittori nei quali i temi dominanti si intrecciano in maniera inestricabile: leggi di tecnologia, e ti accorgi che parla dei mezzi di comunicazione, descrive un paesaggio, ma è un frammento di pelle ingrandito ed esplorato minuziosamente, parla di elicotteri, di vecchi bunker in disuso e di cavalcavia, e sono paesaggi della mente. «Icone neuroniche sulle autostrade spinali». Non è tanto il fatto che niente sia come sembri - tutti i grandi scrittori sanno bene come far emergere da una scena apparentemente semplice significati nascosti. No, è proprio che l'interno e l'esterno in lui si rovesciano come un guanto, e lo fanno con una naturalezza sconcertante e a volte - per molti lettori - irritante. Certo, l'ispirazione è molto vicina a quella di Burroughs, ma la scrittura è completamente diversa, opposta. «In fondo sono solo un narratore tradizionale con un'immaginazione fervida», ha scritto in I miracoli della vita, dimenticandosi di avere scritto uno dei testi di narrativa sperimentale più intricati nel Novecento, La mostra delle atrocità . Però dobbiamo riconoscere che aveva ragione. Dal punto di vista stilistico, La mostra è un'eccezione nell'insieme della sua opera. Anche il romanzo che tematicamente è più vicino a quel testo, Crash, ha una scrittura eccezionalmente piana e distesa, come gli altri suoi romanzi. Nulla del barocchismo di Burroughs o del concitato stile di Dick. Lo scrittore a cui assomigliava di più, in fondo, rimane Vonnegut, per la tagliente ironia e quel paradossale understatement con cui sono esposti i paradossi più ostici e le verità più sgradevoli. Nato a Shanghai nel 1930, il giovane Jim Ballard trascorse in quella città un'infanzia e un'adolescenza agiate, inglese di lingua e britannico di cultura, ma in una versione coloniale. Il suo immaginario si nutrì di quella metropoli cinese, città mediatica ante litteram, che, scrive in I miracoli della vita, «mi faceva l'impressione di un posto magico, di una fantasia che si generava da sola e che la mia piccola mente non riusciva mai ad afferrare». Dopo l'invasione giapponese del 1941, quel mondo crudele ma fatato svanì e venne sostituito dal campo di concentramento giapponese di Lunghua, dove Jim rimase sino all'agosto 1945. Quegli anni completarono l'apprendistato del giovane Ballard, insegnandogli la prossimità della vita e della morte ma al tempo stesso, paradossalmente, dandogli una libertà che la vita in famiglia a Shanghai non gli avrebbe mai dato. Quando Ballard arriva in Inghilterra nel 1946, il paese gli appare straniero: conosce la lingua, e gli elementi base della cultura, ma combinati in in modo che non conosce, applicati a un contesto completamente diverso. Questo straniamento è la radice del suo sguardo così diverso, così acuto, così penetrante, sulla società e la psiche dell'uomo occidentale. James Ballard non può essere né un medico né un pilota né un pubblicitario, anche se studia medicina per due anni, per un anno lavora nella RAF in Canada e per un altro anno nella pubblicità. Può essere soltanto uno scrittore. Si sposa nel 1955, lavora per un po' come redattore di una rivista scientifica poi, sostenuto dalla moglie Mary e totalmente avversato dai genitori, decide di intraprendere la carriera di scrittore a tempo pieno. Dopo i primi racconti pubblicati in Inghilterra, il primo libro che lo fa conoscere davvero è il romanzo Il mondo sommerso, del 1962. Negli anni cinquanta e sessanta Ballard scrive una fantascienza personalissima e misconosciuta, la fantascienza dello «spazio interiore», in cui la tecnologia si incide letteralmente nel sistema nervoso degli esseri umani e la malattia diventa una condizione fatata e sospesa che cristallizza il tempo. 
SURREALISTI E TECNOLOGIA Poi Ballard incontra i quadri e le poesie dei surrealisti e la nascente pop art inglese. Con La mostra delle atrocità (1969) gli elementi dell'immaginario ballardiano sono finalmente riuniti: tecnologia, disturbo mentale e media si intersecano per produrre il più fantastico ritratto degli anni sessanta. La guerra è finita, e l'uomo può dedicarsi a coltivare i propri piaceri più perversi. Con L'impero del sole (1984), che ricostruisce in modo romanzesco l'esperienza di Lunghua, arriva il vero successo commerciale. La fantascienza è esaurita, e negli ultimi anni, con Cocaine Nights e Super-Cannes, le perversioni della psiche occidentale sono indagate con la lente di personalissime crime stories. E in ultimo, per nostra fortuna, Ballard fa in tempo a pubblicare, un anno prima di morire, la sua autobiografia. In cui chi lo ha amato e quelli che si avvicinano per la prima volta a lui possono ricostruire la genesi del suo immaginario e del suo straordinario sguardo sull'uomo. 

Nando Vitale: Il cyborg disincantato dell'immaginario @ Il Manifesto, 31 gennaio 2013



Nando Vitale: Il cyborg disincantato dell'immaginario 
@ Il Manifesto, 31 gennaio 2013

Studioso e traduttore di James Ballard e Philip Dick aveva visto nel cyberpunk una felice attitudine sovversiva

Antonio Caronia è stato uno degli ultimi intellettuali «rinascimentali» nel lungo passaggio da un'era attardatamente moderna all'era digitale. Irregolare, curioso, bulimico, acuto, riusciva a trasformare la sua propensione all'universale in uno specialismo che lo trasformava, di volta in volta, in un punto di riferimento ineludibile per comprendere il tema, l'ossessione, l'autore, il movimento a cui dedicava la sua riflessione, sempre un passo avanti rispetto al sapere accademico e sempre un po' laterale rispetto agli studiosi «ufficiali». Da lui ottenevi sempre una versione inedita, una chiave di lettura originale, con la quale, anche in disaccordo, eri obbligato a confrontarti. Nato a Genova nel 1944, era laureato in matematica con una tesi su Noam Chomsky. Fu un militante trotskista per buona parte degli anni Settanta. Nel 1978 fonda a Milano il collettivo di «Un'ambigua utopia», che diede vita a una rivista e a numerose iniziative che avevano per oggetto una visione della fantascienza tutta politica, uno strumento utile a decifrare le mutazione contemporanee e a volte ad anticiparle. Con questa premessa iniziò una attività di ricerca e di scrittura che, a partire dal tema del cyborg, lo ha condotto per circa un trentennio ad occuparsi progressivamente di alcuni degli autori e dei movimenti che con maggiore efficacia interpretavano la mutazione tecnologica in atto. Dopo una Guida alla fantascienza pubblicata per Feltrinelli, fu il volume dedicato al Cyborg, recentemente ristampato dalla Shake a impegnare la sua riflessione. Il metodo di Caronia non disgiungeva gli aspetti scientifici dalle ricadute politiche e dalla trasformazione dell'immaginario collettivo. Così l'organismo cibernetico, pur nutrendo le produzioni di cinema, narrativa e fumetti, transitava nei territori più concreti delle forme di produzione di un capitalismo avanzato, dove la produzione materiale e immateriale tendevano sempre più a rendersi non facilmente distinguibili. Il costante rapporto fra reale e immaginario diventa un elemento costante della sua riflessione, fornendo spunti a studiosi più giovani e informando i settori più avanzati del mondo accademico. Nei suoi scritti viene evidenziata dunque la trasformazione della produzione di fiction, nei vari segmenti di un sistema dell'informazione diventato macchina planetaria, in elemento direttamente produttivo di quelle «forme di vita» su cui si è esercitata anche la riflessione più esplicitamente politica di alcuni segmenti neo-marxisti. 
Il tema del cyborg diviene elemento centrale nell'implosione di una visione monolitica e moderna del corpo. Trasformata in macchina produttiva, sottraendole tempi e relazioni soggettive con i luoghi, il cyborg si ritrova nella disseminazione dei corpi multipli, nelle reti telematiche, nelle derive dell'identità individuale, nelle nuove aggregazioni collettive mediate dai nuovi media. Diventa un transito tra necessità e desiderio, fino a diventare, come propone Donna Haraway, un terreno di conflitto sociale, una delle nuove figure in cui si incarna la prospettiva della biopolitica.
Fu con l'esplosione della cultura cyberpunk, di cui Antonio Caronia fu uno dei principali studiosi in Italia, che la dimensione politica dell'informazione e delle reti telematiche assunse connotazioni politiche sempre più evidenti. In questa fase gli autori dominanti nella riflessione di Caronia divennero scrittori come James G. Ballard, di cui fu straordinario traduttore e Philip K. Dick, autore a cui si è dedicato fino alla fine e nel quale intravedeva possibili nuovi chiavi di lettura in relazione a filosofi come Michel Foucault, Gilles Deleuze, non trascurando possibili relazioni con la riflessione di Ludwig Wittgenstein.
Analisi meticolose furono dedicate ad autori cyberpunk come William Gibson e al suo libro più noto Neuromante, riconoscendo che con esso nasceva il movimento più innovativo e rivoluzionario che la fantascienza avesse conosciuto negli ultimi decenni. Tuttavia con il movimento cyberpunk ebbe talvolta un rapporto controverso, non condividendo totalmente l'euforia con il quale venne accolto. Per Caronia ciò che restava centrale, al di là dell'aspetto di costume o di moda, era comunque la figura del cyborg, l'organismo cibernetico risultante dall'ibridazione fra uomo e macchina, fra carne e circuiti.
Da qui nasce l'importanza di comprenderne la genealogia, gli antecedenti. In primo luogo l'amato Ballard: basti pensare all'accoppiamento invasivo e violento di uomo e macchina in Crash, alla violenza con la quale l'immaginario si struttura attorno all'accoppiata di tecnologia e morte in The Atrocity Exhibition. Ma sullo sfondo stanno tre altre grandi figure di maestri, Philip K. Dick, William S. Burroughs e Thomas Pynchon, i simboli di quella integrazione di alta tecnologia e vita quotidiana che non poteva restare semplicemente una questione alla moda ma investiva potentemente ricerca politica e resistenza ai nuovi incombenti domini.


Read more @ Il Manifesto website
Blogpic: Giorgia Righini

Benedetto Vecchi: Un rabdomante che resisteva al presente @ Il Manifesto, 31 gennaio 2013



Benedetto Vecchi: Un rabdomante che resisteva al presente 
@ Il Manifesto, 31 gennaio 2013

Una delle ultime immagini di Antonio Caronia lo ritrae mentre manifesta assieme agli studenti della Pinacoteca di Brera contro i progetti di riforma delle Università. Sono passati alcuni anni. La crisi impazzava e le università, ma anche le scuole superiori erano in rivolta contro l’ennesimo «taglio lineare» alla formazione.
Antonio era convinto, come tanti, che la crisi dovevano pagarla coloro che l’avevano provocata. Poi, aveva continuato a pensare, scrivere come sempre aveva fatto. In sintonia con i movimenti, con una propensione a scartare dalla mera contingenza, a cercare di provocare quel fertile cortocircuito tra pratica politica e pratica teorica, una costante nella sua vita di studioso, giornalista, docente. Di militante, come quando scelse di partecipare alle occupazioni di Macao a Milano compiute da lavoratori dello spettacolo, artisti, precari cognitivi. Anche in questa occasione, la sua figura esile, il suo parlare veloce avevano la capacità di andare oltre la contingenza.
La prima discussione con Antonio è stata sul cyberpunk. Lui veniva dagli anni Settanta, aveva attraversato il deserto del decennio successivo come un rabdomante, cercando segnali, esperienze di resistenza alla controrivoluzione neoliberale. Viveva a Milano e in gioventù aveva frequentato quella sinistra radicale in odore di eresia rispetto alla tradizione egemone nel movimento operaio. Si era abbeverato ai «Quaderni rossi», a Montaldi, ma aveva poi divorato i «francesi», in particolar modo Deleuze e Guattari, filosofi preferiti a Michel Foucault.
Quando ci siamo incontrati, il cyberpunk sembrava l’attitudine culturale e lo stile di vita adeguato al tempo presente. Nessuna nostalgia per il passato, ma lo sguardo fermo sull’attualità, con le sue contraddizioni e i suoi conflitti. Era però disincantato, Antonio, invitava a non cercare nuovi e palingenetici «soggetti rivoluzionari» in quelle donne e uomini che individuavano nel cyborg l’esito della trasformazione tecnologica e nella messa al lavoro della scienza e della conoscenza. Il cyborg, proprio perché innesto della macchina nel corpo umano, era per Antonio figura ambivalente. Su questo scrisse saggi, libri, articoli, sempre illuminanti riguardo al lato oscuro della «rivoluzione informatica». La sua voce impastata e la scrittura rapsodica sono stati un antidoto alle miserie del presente e una spinta a farsi catturare dalle ricchezze del possibile.


Blogpic: Giorgia Righini
Read more @ Manifesto website

Antonio Caronia (1944 - 2013)


Quanti ricordi... e che vuoto.... Un saluto lieve, Compagno e Maestro!