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sabato 20 giugno 2015

INTERVISTA A FRANCO MOTTA SU «ELOGIO DELLE MINORANZE»: Parte III :: Sul divenire maggioranza - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)


INTERVISTA A FRANCO MOTTA SU «ELOGIO DELLE MINORANZE»: Parte III :: Sul divenire maggioranza - tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)

Sul divenire maggioranza


Obsolete Capitalism :: Quali sono le cause per cui, a vostro avviso, una minoranza manca l’appuntamento con la storia, ovvero non accede al proprio destino incompiuto di “divenire maggioranza”?


Franco Motta :: Tutto dipende dal contesto nel quale una minoranza si trova ad agire. Sarebbe azzardato proporre modelli universalmente validi: la sconfitta di una minoranza è inevitabilmente legata alle circostanze che la circondano, agli interessi in gioco, alle forme di comunicazione che adotta, ai rapporti che essa sa attivare con gli attori sociali del momento in cui vive. La nozione gramsciana di egemonia può essere ancora considerata centrale nell’analisi di processi di questo tipo, che sono processi di costruzione di senso, prima ancora che di appropriazione del consenso: e questo pone direttamente al cuore della questione il rapporto fra élite e maggioranze.

Prima di tutto va notato che non necessariamente una minoranza è portatrice di un progetto egemonico o inclusivo. Non mancano gli esempi di minoranze che programmaticamente rifiutano la dimensione del mutamento sociale e praticano piuttosto la separazione dal mondo. La gnosi e il movimento anabattista, ad esempio, hanno scelto questa strada, e non è un caso che in entrambi i casi abbiamo a che fare con impianti filosofici e teologici fortemente dualisti e con la concretizzazione di ideali di distacco dalle pratiche e dai valori sociali.

In secondo luogo occorre tenere presente che un’élite può scegliere deliberatamente di non costruire egemonia per orientarsi invece alla costruzione e al godimento di uno spazio esclusivo fatto di significanti simbolici e di consumi materiali e immateriali. È la nota critica di Christopher Lasch alle élite che hanno “tradito” la loro missione storica, e a mio parere non c’è dubbio che questo tradimento sia una tra le cause dell’afasia della sinistra mondiale negli ultimi trent’anni e del tramonto della narrazione progressista ed egualitarista che si era affermata presso le classi lavoratrici con il socialismo ottocentesco, anche prima di Marx.

Sono convinto, peraltro, che anche nel passato più remoto si possano scorgere fenomeni di questo tipo. Penso ad esempio all’evoluzione disciplinare dell’ordine francescano dopo la morte del fondatore, allorché il radicalismo comunitarista dei cosiddetti «fraticelli» fu marginalizzato e represso dal vertice dell’ordine, in accordo con il papato, per inaugurare la definitiva normalizzazione di quell’istituto all’interno della Chiesa (la capacità di normalizzare e assimilare le soggettività eversive, del resto, è da sempre una specialità del cattolicesimo romano); o penso ancora all’evoluzione conservatrice di Lutero e del ristretto gruppo dirigente del primo movimento evangelico dopo la guerra dei contadini del 1525 e l’allestimento degli apparati ecclesiastici di Stato in Germania, allorché si chiuse l’età eroica della proclamazione del vangelo e si aprì invece una lunga fase di burocratizzazione e di clericalizzazione del ruolo dei pastori.

Infine, e credo di non dire nulla di nuovo con questo, mi sembra di poter affermare che, a parte determinati passaggi storici, gli elementi che giocano in favore della conservazione (elementi intesi tanto in senso soggettivo, cioè come attori sociali, che oggettivo, come condizioni di fondo) abbiano generalmente un compito più semplice degli elementi che giocano in favore del mutamento (che sia un mutamento graduale o rivoluzionario in questo momento non ha gran peso).

Cerco di spiegarmi. Un’élite, o una minoranza nel senso che abbiamo impiegato nel nostro volume, è tale laddove intende innescare e guidare il mutamento, non dove lo subisce. Questa è, come si vede, una definizione funzionale, non assiologica. Tale mutamento, poi, a nostro parere può essere di segno progressivo o conservatore, dato che presupponiamo che anche la conservazione dell’ordine richieda uno sforzo continuo di controllo della complessità sociale con le sue “peristalsi” e i suoi incessanti processi di aggregazione e disgregazione; è per questo che, nell’introduzione al volume, abbiamo esposto la nozione (molto criticata da Corrado Ocone nella sua recensione sul «Corriere della sera», ma a mio parere non veramente discussa) di ‘élite progressiste’ e di ‘élite conservatrici’, leggendo la storia dell’Italia moderna alla luce della ripetuta vittoria di queste ultime.

Si dirà: questa è una banale dicotomia tra forze ‘buone’ e ‘cattive’, di sinistra e di destra, che non prende in considerazione il fatto che storicamente molti fra i soggetti che possono essere variamente identificati con la conservazione, la reazione, la “destra” (perdonami quest’accezione quasi metafisica del concetto) abbiano determinato profondi cambiamenti sociali. Per rispondere a questo mi limito a osservare che il mutamento può essere di segno doppio, ossia indirizzato a valori di progresso oppure a valori di conservazione, dove per valori di progresso intendo semplicemente quelli che appartengono all’eredità dell’Illuminismo, a quella del marxismo e ad altre eredità che risalgono più indietro nel passato e si trovano variamente intrecciate nel tessuto culturale della sinistra (l’umanesimo ne è un esempio). Da questo punto di vista rifiuto – in prospettiva etica, naturalmente, non epistemologica – le tesi differenzialiste e relativiste e credo nell’imperativo morale di ritenere “assoluti” alcuni valori, anche se sappiamo benissimo che sono un prodotto della storia: la laicità, l’autonomia dell’individuo, la lotta alla povertà e all’ignoranza, la parità di genere etc.

Ciò detto, prendiamo in considerazione alcuni esempi. Il primo è il fascismo, o meglio i fascismi. Certo il fascismo, nel caso italiano, è stato una forza rivoluzionaria: ha abbattuto la classe dirigente del vecchio Stato liberale, ha creato l’industria di Stato, ha dato un grande impulso all’ammodernamento infrastrutturale etc. Ma se analizziamo gli attori sociali che hanno beneficiato della dittatura scopriamo che essi sono esattamente gli stessi che esercitavano il privilegio nel secolo precedente: la borghesia industriale, quella rurale del Nord, l’aristocrazia agraria del Mezzogiorno, gli ordini professionali, l’alto clero etc. Quanto agli assi portanti della cultura fascista – l’esaltazione della violenza, lo schiacciamento della donna sul ruolo materno, l’enfasi posta sulle differenze, il culto del capo e il primato della gerarchia, la marginalizzazione delle diversità etc. – avrei sinceramente difficoltà a indicarne uno solo che non possa essere interpretato come prosecuzione nell’età industriale dei valori che erano propri delle minoranze aristocratiche ed ecclesiastiche dell’Antico regime

Lo stesso biologismo razzista, che forse è il tratto più innovatore dei fascismi degli anni Trenta, è l’avatar scientistico del principio della insuperabilità delle differenze etniche che troviamo, ad esempio, negli statuti di limpieza de sangre della Spagna quattrocentesca o nelle tesi aristoteliche sulla schiavitù naturale dei neri e degli indios che sostenevano gli interessi degli encomenderos spagnoli e dei commercianti di schiavi inglesi e francesi. Letta in questa prospettiva, l’idea di “mutamento conservatore” appare forse meno ossimorica di quanto sembri. Naturalmente il caso del fascismo ci mostra anche qualcos’altro, e cioè che non possiamo ridurre alla semplice coppia conservazione/progresso il ruolo storico delle minoranze. Prendo altri due esempi.

I gesuiti, la grande élite intellettuale della Chiesa della Controriforma, furono innovatori straordinari nei campi della pedagogia, della comunicazione, della lotta politica, della pratica religiosa (penso all’impatto straordinario che ebbe nel XVI secolo la preghiera mentale come veicolo di conversione); ma difficilmente si può dubitare del fatto che il loro obiettivo, sullo scacchiere europeo, fosse quello di difendere e rifondare, anche su basi nuove, alcuni princìpi di fondo che appartenevano alla tradizione della Chiesa romana dai tempi di Gregorio VII: il primato papale, la Chiesa gerarchica, la rigida separazione fra clero e laicato, la funzione direttiva del magistero romano rispetto alle autorità civili. Se passiamo ai territori extraeuropei scopriamo invece che i gesuiti vi svolsero un ruolo assai più duttile. In Cina e in India, seppure per motivi apologetici, seppero valorizzare la diversità delle culture grazie alla teoria e alla pratica del cosiddetto «accomodamento», e di certo i conservatori non furono loro, bensì i loro avversari domenicani nelle querelle dei riti cinesi e malabarici; allo stesso modo le celebri reducciones del Paraguay furono uno straordinario esperimento di costruzione di una possibile ‘alternativa coloniale’ nella quale gli indios erano affrancati dall’assoggettamento brutale imposto dagli encomenderos. Così come i giacobini del Comitato di salute pubblica del 1793-94 furono da un lato i primi fautori in assoluto dei diritti sociali con il loro attacco all’intangibilità della proprietà privata, ma al tempo stesso furono profondamente conservatori nella loro fedeltà al mito della piccola proprietà quale cittadella delle virtù civiche e repubblicane.

A valle di queste considerazioni credo possa risultare più fondata la mia tesi secondo la quale molti fallimenti delle élite progressiste possono essere imputati alla maggiore forza storica oggettiva dei loro avversari, cioè delle élite conservatrici. Ogni società complessa – e uso questo aggettivo in un’accezione larghissima che include tutte le società con un certo grado di stratificazione sociale e di specializzazione delle funzioni – ha la tendenza a disporsi in strutture piramidali, nelle quali la ricchezza, il potere e la forza di coercizione sono monopolio di un vertice più o meno ristretto di soggetti individuali e collettivi. Ne consegue che le forze che difendono la stabilità e la conservazione del sistema possono contare su risorse generalmente maggiori di quelle delle forze che invece operano per un’alterazione del sistema.

Un caso classico è quello della presa del potere da parte di Mussolini: certo l’élite socialista ebbe più d’una responsabilità nella propria sconfitta (l’incapacità di capire davvero la novità rappresentata dalla violenza fascista, il tentativo di difendere le posizioni acquisite attraverso il negoziato con il ceto politico liberale, le divisioni interne etc.), ma non si può dimenticare che, a differenza che in Russia, in Italia l’apparato dello Stato uscì dalla guerra perfettamente integro, e che esso favorì, o addirittura appoggiò l’azione delle squadre fasciste allorché smantellarono le organizzazioni operaie e contadine, le cooperative e le amministrazioni locali socialiste.

Questo a mio parere non vale soltanto per le opzioni rivoluzionarie, come quella che fu perseguita dalle élite dirigenti della classe operaia italiana, tedesca o ungherese fra il 1918 e il 1921, ma anche per le opzioni di riforma e di mutamento graduale. Gli illuministi vinsero la loro battaglia culturale – ad esempio sul tema della tolleranza religiosa – perché nella seconda metà del XVIII secolo la presa delle istituzioni ecclesiastiche sulla società e sui ceti dirigenti francesi era in crisi conclamata, mentre meno di un secolo prima l’espulsione dei calvinisti dalla Francia, decretata da Luigi XIV nel 1685, fu accolta dal paese come un fatto normale. 


Con questo, la responsabilità diretta delle élite nei loro fallimenti non deve essere posta in secondo piano, e spero che l’Elogio delle minoranze sia riuscito a chiarire come la nostra posizione sia estranea a quello «sconfittismo», e cioè alla ricerca della propria identità nell’insuccesso che preserva l’integrità della virtù, che è costitutivo della tradizione della sinistra italiana.  ( segue QUI )

Franco Motta è ricercatore in Storia moderna presso l'Università di Torino. Tra i suoi interessi di studio, le strategie politiche e culturali della Chiesa cattolica tra XVI e XVIII secolo. Ha curato l'edizione della 'Lettera a Cristina di Lorena di Galileo Galilei' (Marietti 2000) ed è autore di una biografia del cardinale Roberto Bellarmino (Bellarmino. Una teologia politica della Controriforma, Morcelliana 2005). Con Massimiliano Panarari ha pubblicato nel 2012, presso le edizioni Marsilio, il pamphlet storico-politico 'Elogio delle minoranze. Le occasioni mancate dell'Italia'. Ultima pubblicazione nel 2014, tramite le Edizioni Il Sole 24 ore: 'Bellarmino. Teologia e potere nella Controriforma'.

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Elogio delle minoranze

Le occasioni mancate dell'Italia 

Elogio delle minoranze
Cosa accomuna gli eretici italiani del Cinquecento e i social-riformisti dell'Italia primo-novecentesca, i galileisti del Seicento e gli igienisti dell'Ottocento, i protagonisti del Triennio giacobino e la famiglia allargata dei liberali di sinistra e progressisti? Innanzitutto l'atteggiamento mentale critico, consapevole, ma sempre distinto dal pragmatismo e dall'antidogmatismo. Infine un amaro destino: duramente sconfitti, costretti ad assistere in vita alla dissoluzione dei loro progetti, sono stati anche oggetto di dimenticanza o di damnatio memoriae. Massimiliano Panarari e Franco Motta ripercorrono la storia del nostro paese rileggendola attraverso le esperienze di quelle "grandi" minoranze virtuose, che hanno combattuto battaglie di stampo riformatore e per il cambiamento delle condizioni di vita. Un filo rosso attraversa il libro alla ricerca delle energie fondative di quella che avrebbe potuto essere un'altra Italia, i cui esponenti si rivelano oggi più vicini ai modelli sociali e culturali che risultarono vincenti in buona parte dell'Occidente sviluppato.


venerdì 5 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze: Il consenso modulato e il de-popolamento - Parte V - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)


Il consenso modulato e il de-popolamento

( Parte V di « Per una teoria delle minoranze » )

di Obsolete Capitalism

Nelle democrazie occidentali la frontiera storica tra maggioranza e minoranza passa innanzitutto dai sistemi puntuali di configurazione delle forme di pressione di gerarchie al potere. Affermare che le azioni dedicate all'uniformità sono sempre in atto, in un dato momento storico, da parte delle gerarchie disciplinanti, significa che un nucleo centrale di significati, valori, idee, norme e pratiche, espressione della 'supposta' maggioranza, non è negoziabile da alcun segmento della società. "Se tutto fosse negoziabile", afferma Rorty (Un'etica per laici, 2008) "il discorso normale sarebbe impossibile". Il consenso modulato come cemento del nucleo centrale della cultura di 'maggioranza' e come atto di difesa delle gerarchie installate nelle cerchie più ristrette del potere non è il prodotto di un accordo diretto, grazie al mandato elettorale, tra élite e popolo, volto a eliminare i potenziali conflitti sociali tramite redistribuzioni di beni e servizi, bensì un processo continuo di influenza, trasformazione e purificazione della mentalità singola, di gruppo e collettiva. Paul Virilio definì de-popolamento (L'insécurité du territoire, 1976) l'azione metodica di 'bombardamento' incessante della sfera sociale, privata delle proprie specifiche tradizioni, anche ideologiche, attraverso un'azione di livellamento delle credenze e degli stili di vita precedenti, il cui fine ultimo era l'elusione del dissenso e della devianza, e successivamente, il dispiegamento di strategie di consenso modulare sul popolo de-popolato. 'La concretezza del potere' - afferma l'urbanista francese - 'viene salvata dalle sue Istituzioni, non per il loro funzionamento precario, ma grazie alla loro mera esistenza. Quando cederà l'ultima barriera, allora il corpo sociale cadrà come una massa informe di materia vivente (...)'. E' dunque il cedimento, sempre imminente e in tutti i punti del sistema, che genera la coscienza catastrofica che attanaglia tutte le élite dominanti, le quali, a loro volta, originano a propria difesa, non solo i dispositivi normativi e i poteri disciplinari, ma anche le ondate costanti di pressione per omogeneizzare il corpo sociale. Il potere delle minoranze s'insinua qui, nella costituzione della minoranza come soggetto negoziante, nell'apertura di un processo di dialogo negoziale, nell'individuazione di una strategia di negoziato, nella scelta dei themata di scambio, nella costruzione di spazi di negoziazione intraistituzionale pensati come ambienti di depressurizzazione e nell'invenzione di veri e propri anti-oggetti maggioritari

Serge Moscovici è stato il teorico riconosciuto delle forme di minoranza che affrontano il conflitto negoziato con la maggioranza. Perdente nei comportamenti collettivi manifesti, la minoranza, per Moscovici, si dimostra vincente nei comportamenti individuali latenti in quanto lavora silenziosamente nell'ombra della psiche soggettiva del singolo.  ( segue QUI )

(tratto dall'e.book Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta su "Elogio delle minoranze" - in uscita a Settembre 2015)

picblog: Ryoichi Kurokawa - Syn_2014 (fragment)

lunedì 1 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze : Delirare i confini (Parte I) - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)


Per una teoria delle minoranze



di Obsolete Capitalism


Delirare i confini ( Parte I )

Alcuni anni or sono una visita al Compendio Garibaldino, a Caprera, ci aveva lasciato turbati. Il luogo privilegiato del turbamento era la superficie bidimensionale di un'inedita rappresentazione cartografica d'Italia. La cartina-modello che troneggiava nella Casa Bianca del 'padre della patria' comprendeva la città di Nizza, l'isola di Corsica, la penisola d'Istria, l'arcipelago di Malta, la regione adriatica e orientale della Dalmazia e la regione transalpina della Savoia. Il sottile sconcerto era legato, a ben vedere, a due fenomeni precisi: il primo era determinato dallo stupore nel vedere una simile cartina geopolitica - evidentemente si trattava di una mappa ordinatamente elaborata dalla mente di Garibaldi prima di morire (1882). Il secondo era legato alla riflessione sul ruolo delle azioni di una ristretta minoranza nei confronti di una maggioranza inerte, ancora da conquistare in termini politici, culturali ed economici. Esposta nella camera da letto di Garibaldi, la mappa politica d'Italia riserbava un monito severo alle future generazioni d'italiani. Quella cartina politica di un'Italia 'immaginaria' - e allo stesso tempo iperreale per il suo propugnatore in quanto modello 'ideale' - parlava spiritualmente ad un futuro 'popolo' italiano, tramite una testimonianza iscritta nella proiezione cartografica.
Più precisamente, era una sfida ciò che la mappa di un'Italia garibaldina lanciava all'osservatore interessato e la sfida stava tra il realizzato e il realizzabile. La differenza, ovvero l'irrealizzato che il muto dialogo tra rappresentazione e spettatore suggeriva, aveva la forma di un gesto sospeso e il movimento disarticolato di un'azione interrotta. Offerto allo sguardo complice e irrequieto, il gesto sospeso era il compito assegnato alle future genti italiane, ovvero ciò che storicamente era giusto riprendere al più presto e portare a compimento, eliminando l'interruzione. Le superfici ancora mancanti, i volumi non ancora liberati, i tratteggiamenti generosi che impregnavano la carta immaginaria di una nazione altamente idealizzata, venivano proiettati non solo sullo sguardo sbarrato del patriota ma anche sul fondo segreto e oscuro dello spazio interiore della sua anima. Queste costellazioni di territori irredenti brillavano per la loro assenza nei confronti dei ben più circoscritti confini contemporanei e, allo stesso tempo, erano 'iscrizioni della Storia', quasi fossero la volontà cristallizzata di un esiguo numero di italiani d'ipotecare corpose porzioni di un prossimo futuro. L'auspicio di speranza e di slancio politico che la mappa-testamento dell'Italia mentale di Garibaldi sembrava trasmettere era il seguente: il riscatto morale di una nazione è il portato storico di una minoranza attiva che si legittima come 'corpo provvisorio' di un intero popolo, per attivare un processo politico che favorisca la liberazione delle masse popolari ancora soggiogate da potenze straniere. 

Il libro 'Elogio delle minoranze' di Franco Motta e Massimiliano Panarari indaga, con un ìmpeto degno del miglior civismo, l'irrealizzato, non più territoriale, che l'attuale generazione d'italiani è chiamata a inverare. All'assenza dei territori dell'irredentismo garibaldino sostituiscono la mancanza di un'azione di modernizzazione sociale e istituzionale. L'archeologia delle minoranze virtuose che ci propongono i due autori è la mappa geologico-politica di un'Italia coraggiosa e misconosciuta, la cui narrazione ne raccoglie la sfida di sistema, concedendo la parola, ancora una volta - e dunque accordando nuove possibilità di affrancamento - a coloro che, nelle profondità del tempo trascorso e nei distaccamenti minoritari, non hanno avuto che parole azzittite, azioni insabbiate e orologi infranti. Affrontiamo, prima della disamina del testo di Motta e Panarari, alcune premesse doverose all'episteme della Minoranza.  
( segue QUI )



[ Il presente paragrafo è l'introduzione dell'e.book 'Archeologia delle minoranze. Intervista a Franco Motta su «Elogio delle minoranze»' - A questo primo paragrafo seguiranno giorno per giorno, a partire da oggi, le pubblicazioni dei paragrafi successivi ]


picblog: Ryoichi Kurokawa - Syn_2014 (fragment)