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sabato 20 giugno 2015

INTERVISTA A FRANCO MOTTA SU «ELOGIO DELLE MINORANZE»: Parte III :: Sul divenire maggioranza - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)


INTERVISTA A FRANCO MOTTA SU «ELOGIO DELLE MINORANZE»: Parte III :: Sul divenire maggioranza - tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)

Sul divenire maggioranza


Obsolete Capitalism :: Quali sono le cause per cui, a vostro avviso, una minoranza manca l’appuntamento con la storia, ovvero non accede al proprio destino incompiuto di “divenire maggioranza”?


Franco Motta :: Tutto dipende dal contesto nel quale una minoranza si trova ad agire. Sarebbe azzardato proporre modelli universalmente validi: la sconfitta di una minoranza è inevitabilmente legata alle circostanze che la circondano, agli interessi in gioco, alle forme di comunicazione che adotta, ai rapporti che essa sa attivare con gli attori sociali del momento in cui vive. La nozione gramsciana di egemonia può essere ancora considerata centrale nell’analisi di processi di questo tipo, che sono processi di costruzione di senso, prima ancora che di appropriazione del consenso: e questo pone direttamente al cuore della questione il rapporto fra élite e maggioranze.

Prima di tutto va notato che non necessariamente una minoranza è portatrice di un progetto egemonico o inclusivo. Non mancano gli esempi di minoranze che programmaticamente rifiutano la dimensione del mutamento sociale e praticano piuttosto la separazione dal mondo. La gnosi e il movimento anabattista, ad esempio, hanno scelto questa strada, e non è un caso che in entrambi i casi abbiamo a che fare con impianti filosofici e teologici fortemente dualisti e con la concretizzazione di ideali di distacco dalle pratiche e dai valori sociali.

In secondo luogo occorre tenere presente che un’élite può scegliere deliberatamente di non costruire egemonia per orientarsi invece alla costruzione e al godimento di uno spazio esclusivo fatto di significanti simbolici e di consumi materiali e immateriali. È la nota critica di Christopher Lasch alle élite che hanno “tradito” la loro missione storica, e a mio parere non c’è dubbio che questo tradimento sia una tra le cause dell’afasia della sinistra mondiale negli ultimi trent’anni e del tramonto della narrazione progressista ed egualitarista che si era affermata presso le classi lavoratrici con il socialismo ottocentesco, anche prima di Marx.

Sono convinto, peraltro, che anche nel passato più remoto si possano scorgere fenomeni di questo tipo. Penso ad esempio all’evoluzione disciplinare dell’ordine francescano dopo la morte del fondatore, allorché il radicalismo comunitarista dei cosiddetti «fraticelli» fu marginalizzato e represso dal vertice dell’ordine, in accordo con il papato, per inaugurare la definitiva normalizzazione di quell’istituto all’interno della Chiesa (la capacità di normalizzare e assimilare le soggettività eversive, del resto, è da sempre una specialità del cattolicesimo romano); o penso ancora all’evoluzione conservatrice di Lutero e del ristretto gruppo dirigente del primo movimento evangelico dopo la guerra dei contadini del 1525 e l’allestimento degli apparati ecclesiastici di Stato in Germania, allorché si chiuse l’età eroica della proclamazione del vangelo e si aprì invece una lunga fase di burocratizzazione e di clericalizzazione del ruolo dei pastori.

Infine, e credo di non dire nulla di nuovo con questo, mi sembra di poter affermare che, a parte determinati passaggi storici, gli elementi che giocano in favore della conservazione (elementi intesi tanto in senso soggettivo, cioè come attori sociali, che oggettivo, come condizioni di fondo) abbiano generalmente un compito più semplice degli elementi che giocano in favore del mutamento (che sia un mutamento graduale o rivoluzionario in questo momento non ha gran peso).

Cerco di spiegarmi. Un’élite, o una minoranza nel senso che abbiamo impiegato nel nostro volume, è tale laddove intende innescare e guidare il mutamento, non dove lo subisce. Questa è, come si vede, una definizione funzionale, non assiologica. Tale mutamento, poi, a nostro parere può essere di segno progressivo o conservatore, dato che presupponiamo che anche la conservazione dell’ordine richieda uno sforzo continuo di controllo della complessità sociale con le sue “peristalsi” e i suoi incessanti processi di aggregazione e disgregazione; è per questo che, nell’introduzione al volume, abbiamo esposto la nozione (molto criticata da Corrado Ocone nella sua recensione sul «Corriere della sera», ma a mio parere non veramente discussa) di ‘élite progressiste’ e di ‘élite conservatrici’, leggendo la storia dell’Italia moderna alla luce della ripetuta vittoria di queste ultime.

Si dirà: questa è una banale dicotomia tra forze ‘buone’ e ‘cattive’, di sinistra e di destra, che non prende in considerazione il fatto che storicamente molti fra i soggetti che possono essere variamente identificati con la conservazione, la reazione, la “destra” (perdonami quest’accezione quasi metafisica del concetto) abbiano determinato profondi cambiamenti sociali. Per rispondere a questo mi limito a osservare che il mutamento può essere di segno doppio, ossia indirizzato a valori di progresso oppure a valori di conservazione, dove per valori di progresso intendo semplicemente quelli che appartengono all’eredità dell’Illuminismo, a quella del marxismo e ad altre eredità che risalgono più indietro nel passato e si trovano variamente intrecciate nel tessuto culturale della sinistra (l’umanesimo ne è un esempio). Da questo punto di vista rifiuto – in prospettiva etica, naturalmente, non epistemologica – le tesi differenzialiste e relativiste e credo nell’imperativo morale di ritenere “assoluti” alcuni valori, anche se sappiamo benissimo che sono un prodotto della storia: la laicità, l’autonomia dell’individuo, la lotta alla povertà e all’ignoranza, la parità di genere etc.

Ciò detto, prendiamo in considerazione alcuni esempi. Il primo è il fascismo, o meglio i fascismi. Certo il fascismo, nel caso italiano, è stato una forza rivoluzionaria: ha abbattuto la classe dirigente del vecchio Stato liberale, ha creato l’industria di Stato, ha dato un grande impulso all’ammodernamento infrastrutturale etc. Ma se analizziamo gli attori sociali che hanno beneficiato della dittatura scopriamo che essi sono esattamente gli stessi che esercitavano il privilegio nel secolo precedente: la borghesia industriale, quella rurale del Nord, l’aristocrazia agraria del Mezzogiorno, gli ordini professionali, l’alto clero etc. Quanto agli assi portanti della cultura fascista – l’esaltazione della violenza, lo schiacciamento della donna sul ruolo materno, l’enfasi posta sulle differenze, il culto del capo e il primato della gerarchia, la marginalizzazione delle diversità etc. – avrei sinceramente difficoltà a indicarne uno solo che non possa essere interpretato come prosecuzione nell’età industriale dei valori che erano propri delle minoranze aristocratiche ed ecclesiastiche dell’Antico regime

Lo stesso biologismo razzista, che forse è il tratto più innovatore dei fascismi degli anni Trenta, è l’avatar scientistico del principio della insuperabilità delle differenze etniche che troviamo, ad esempio, negli statuti di limpieza de sangre della Spagna quattrocentesca o nelle tesi aristoteliche sulla schiavitù naturale dei neri e degli indios che sostenevano gli interessi degli encomenderos spagnoli e dei commercianti di schiavi inglesi e francesi. Letta in questa prospettiva, l’idea di “mutamento conservatore” appare forse meno ossimorica di quanto sembri. Naturalmente il caso del fascismo ci mostra anche qualcos’altro, e cioè che non possiamo ridurre alla semplice coppia conservazione/progresso il ruolo storico delle minoranze. Prendo altri due esempi.

I gesuiti, la grande élite intellettuale della Chiesa della Controriforma, furono innovatori straordinari nei campi della pedagogia, della comunicazione, della lotta politica, della pratica religiosa (penso all’impatto straordinario che ebbe nel XVI secolo la preghiera mentale come veicolo di conversione); ma difficilmente si può dubitare del fatto che il loro obiettivo, sullo scacchiere europeo, fosse quello di difendere e rifondare, anche su basi nuove, alcuni princìpi di fondo che appartenevano alla tradizione della Chiesa romana dai tempi di Gregorio VII: il primato papale, la Chiesa gerarchica, la rigida separazione fra clero e laicato, la funzione direttiva del magistero romano rispetto alle autorità civili. Se passiamo ai territori extraeuropei scopriamo invece che i gesuiti vi svolsero un ruolo assai più duttile. In Cina e in India, seppure per motivi apologetici, seppero valorizzare la diversità delle culture grazie alla teoria e alla pratica del cosiddetto «accomodamento», e di certo i conservatori non furono loro, bensì i loro avversari domenicani nelle querelle dei riti cinesi e malabarici; allo stesso modo le celebri reducciones del Paraguay furono uno straordinario esperimento di costruzione di una possibile ‘alternativa coloniale’ nella quale gli indios erano affrancati dall’assoggettamento brutale imposto dagli encomenderos. Così come i giacobini del Comitato di salute pubblica del 1793-94 furono da un lato i primi fautori in assoluto dei diritti sociali con il loro attacco all’intangibilità della proprietà privata, ma al tempo stesso furono profondamente conservatori nella loro fedeltà al mito della piccola proprietà quale cittadella delle virtù civiche e repubblicane.

A valle di queste considerazioni credo possa risultare più fondata la mia tesi secondo la quale molti fallimenti delle élite progressiste possono essere imputati alla maggiore forza storica oggettiva dei loro avversari, cioè delle élite conservatrici. Ogni società complessa – e uso questo aggettivo in un’accezione larghissima che include tutte le società con un certo grado di stratificazione sociale e di specializzazione delle funzioni – ha la tendenza a disporsi in strutture piramidali, nelle quali la ricchezza, il potere e la forza di coercizione sono monopolio di un vertice più o meno ristretto di soggetti individuali e collettivi. Ne consegue che le forze che difendono la stabilità e la conservazione del sistema possono contare su risorse generalmente maggiori di quelle delle forze che invece operano per un’alterazione del sistema.

Un caso classico è quello della presa del potere da parte di Mussolini: certo l’élite socialista ebbe più d’una responsabilità nella propria sconfitta (l’incapacità di capire davvero la novità rappresentata dalla violenza fascista, il tentativo di difendere le posizioni acquisite attraverso il negoziato con il ceto politico liberale, le divisioni interne etc.), ma non si può dimenticare che, a differenza che in Russia, in Italia l’apparato dello Stato uscì dalla guerra perfettamente integro, e che esso favorì, o addirittura appoggiò l’azione delle squadre fasciste allorché smantellarono le organizzazioni operaie e contadine, le cooperative e le amministrazioni locali socialiste.

Questo a mio parere non vale soltanto per le opzioni rivoluzionarie, come quella che fu perseguita dalle élite dirigenti della classe operaia italiana, tedesca o ungherese fra il 1918 e il 1921, ma anche per le opzioni di riforma e di mutamento graduale. Gli illuministi vinsero la loro battaglia culturale – ad esempio sul tema della tolleranza religiosa – perché nella seconda metà del XVIII secolo la presa delle istituzioni ecclesiastiche sulla società e sui ceti dirigenti francesi era in crisi conclamata, mentre meno di un secolo prima l’espulsione dei calvinisti dalla Francia, decretata da Luigi XIV nel 1685, fu accolta dal paese come un fatto normale. 


Con questo, la responsabilità diretta delle élite nei loro fallimenti non deve essere posta in secondo piano, e spero che l’Elogio delle minoranze sia riuscito a chiarire come la nostra posizione sia estranea a quello «sconfittismo», e cioè alla ricerca della propria identità nell’insuccesso che preserva l’integrità della virtù, che è costitutivo della tradizione della sinistra italiana.  ( segue QUI )

Franco Motta è ricercatore in Storia moderna presso l'Università di Torino. Tra i suoi interessi di studio, le strategie politiche e culturali della Chiesa cattolica tra XVI e XVIII secolo. Ha curato l'edizione della 'Lettera a Cristina di Lorena di Galileo Galilei' (Marietti 2000) ed è autore di una biografia del cardinale Roberto Bellarmino (Bellarmino. Una teologia politica della Controriforma, Morcelliana 2005). Con Massimiliano Panarari ha pubblicato nel 2012, presso le edizioni Marsilio, il pamphlet storico-politico 'Elogio delle minoranze. Le occasioni mancate dell'Italia'. Ultima pubblicazione nel 2014, tramite le Edizioni Il Sole 24 ore: 'Bellarmino. Teologia e potere nella Controriforma'.

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Elogio delle minoranze

Le occasioni mancate dell'Italia 

Elogio delle minoranze
Cosa accomuna gli eretici italiani del Cinquecento e i social-riformisti dell'Italia primo-novecentesca, i galileisti del Seicento e gli igienisti dell'Ottocento, i protagonisti del Triennio giacobino e la famiglia allargata dei liberali di sinistra e progressisti? Innanzitutto l'atteggiamento mentale critico, consapevole, ma sempre distinto dal pragmatismo e dall'antidogmatismo. Infine un amaro destino: duramente sconfitti, costretti ad assistere in vita alla dissoluzione dei loro progetti, sono stati anche oggetto di dimenticanza o di damnatio memoriae. Massimiliano Panarari e Franco Motta ripercorrono la storia del nostro paese rileggendola attraverso le esperienze di quelle "grandi" minoranze virtuose, che hanno combattuto battaglie di stampo riformatore e per il cambiamento delle condizioni di vita. Un filo rosso attraversa il libro alla ricerca delle energie fondative di quella che avrebbe potuto essere un'altra Italia, i cui esponenti si rivelano oggi più vicini ai modelli sociali e culturali che risultarono vincenti in buona parte dell'Occidente sviluppato.


mercoledì 20 febbraio 2013

Emanuele Severino: Nella nobile rinuncia di Benedetto il grande turbamento della fede @ Il Corriere della Sera, 19 febbraio 2013


Emanuele Severino: 
Nella nobile rinuncia di Benedetto il grande turbamento della fede 
@ Il Corriere della Sera, 19 febbraio 2013
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Nel nobile modo in cui il 10 febbraio Benedetto XVI ha espresso la sua rinuncia è indicato esplicitamente il problema centrale del cristianesimo: si trova «nel mondo del nostro tempo, soggetto a rapide mutazioni e turbato da questioni di gran peso per la vita della fede» («In mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato»). Rispetto a questo problema, che un Pontefice dichiari di non avere più le forze per affrontarlo è un tema che, nonostante la sua rilevanza e pertinenza, passa in secondo piano. Nel testo, la parola pondus («peso») compare tre volte: come peso delle questioni riguardanti la vita della fede, come peso del gesto di rinuncia e come peso del ministerium che viene lasciato per il venir meno delle forze. Ma solo il primo peso vien detto «grande»: la vita della fede è oggi gravata da «questioni di gran peso» ed è essa stessa turbata dal turbamento del mondo. Il mondo cristiano, tanto meno un Pontefice, possono riconoscere che il turbamento della fede è ben più profondo di quello visibile, dovuto alla corruzione all'interno della Chiesa.

Il turbamento del mondo, tuttavia, riguarda non solo la fede religiosa, ma anche quelle altre forme di fede ancora dominanti (e che non amano sentirsi dire che sono a loro volta «fedi»). Mi riferisco soprattutto al capitalismo, alla democrazia, al capitalismo-comunismo cinese o, in Iran, alla mescolanza di teocrazia e capitalismo; e il comunismo sovietico, come il nazismo, erano tra le più rilevanti di queste forze. Ognuna delle quali avverte la necessità di eliminare le proprie degenerazioni, ma si rifiuta di ammettere l'inevitabilità del proprio tramonto. Non è una metafora né un'iperbole fuori luogo affermare che ognuna di esse si sente un dio che deve distruggere gli infedeli. Ma, come la fede religiosa, anche la vita di queste altre forze è gravata da «questioni di gran peso» - da questioni che fanno intravvedere l'inevitabilità di tale tramonto.
Certo, un Pontefice deve credere che il cristianesimo durerà fino alla fine del mondoMa la gran questione è se quelle forze - dunque anche il cristianesimo - si rendano conto del loro vero avversario, che le scuote e le travolge. Il «relativismo» è stato l'avversario di Benedetto XVI. Lo sforzo di combatterlo ha avuto un carattere soprattutto pastorale. Il semplicismo concettuale e l'ingenuità del relativismo ne favoriscono infatti la diffusione presso le masse, e tale diffusione è tutt'altro che irrilevante per la vita della fede. Giovanni Paolo II si avvicinava maggiormente all'avversario autentico quando individuava negli inizi della filosofia moderna (Cartesio) la matrice di tutti i grandi «mali» del secolo XX, quali le dittature del comunismo e del nazionalsocialismo, o l'egoismo dell'economia capitalistica. In questa prospettiva, lo stesso relativismo può essere inteso come un parto di quella matrice.
Ma tutte queste interpretazioni non riescono ancora a guardare in faccia l'avversario autentico. Anche su queste colonne ho invitato le varie forme di fede ad alzare lo sguardo affinché, se vogliono vivere un po' più a lungo, non accada loro di combattere i nani, quando invece il gigante pesa già su di esse e toglie loro il respiro. Il gigante che possiamo chiamare «Prometeo». Anche qui, è ovvio, mi limiterò ad alcuni cenni; doppiamente insufficienti perché a chi sta per morire, e non vuole, è estremamente difficile far alzare lo sguardo sulla propria morte.
All'inizio dei tempi è invece un altro gigante a togliere all'uomo il respiro, impedendogli di vivere. L'uomo può incominciare a vivere solo se vuole trasformare se stesso e il mondo da cui è circondato. Se non fa questo non può nemmeno compiere quella trasformazione di sé che è il respirare in senso letterale. E muore. Vive solo se si fa largo nella Barriera che gli impedisce di trasformare sé e il mondo. La Barriera è l'Ordine immutabile della natura. Solo se la penetra, la sfonda, la squarta, e comunque la fa arretrare, può liberarsi un poco alla volta dal suo peso e ottenere ciò che egli vuole. La Barriera è l'altro gigante: il tremendum (per servirci, ma per altri scopi, dell'espressione di Rudolf Otto). Ma è anche il fascinans (ancora Otto), perché l'uomo può incominciare a vivere solo se domina le parti della Barriera frantumata, e se ne ciba - così come Adamo, cibandosi del frutto proibito, frantumando cioè l'icona stessa del divino, può diventare Dio («Eritis sicut dii», «sarete come dei», dice il serpente). E infatti il tremendum-fascinans è il tratto essenziale del sacro, del divino, del Dio.
La Barriera divina vive inviolata solo se uccide l'uomo;l'uomo vive soltanto se uccide Dio. Il fuoco è il simbolo essenziale della potenza divina; e Prometeo ruba il fuoco - uccide l'inviolabilità degli dei - per darlo all'uomo. Prometeo è l'uomo. Soprattutto da due secoli egli è l'avversario della tradizione. Mostra infatti che il divino merita di tramontare e che su questo meritarlo si fonda tutto ciò che più salta agli occhi, ossia l'allontanamento della modernità e soprattutto del nostro tempo dai valori della tradizione e dunque dalla «vita della fede» (in questo contesto, la corruzione della Chiesa è più grave di tutte le forme passate del suo degrado). Se Dio esistesse, non potrebbe esistere l'uomo, ossia ciò la cui esistenza è considerata innegabile anche da chi si è alleato con Dio. Giacché, dopo l'inizio dell'uomo, la Barriera si è ritirata, ha lasciato spazio al mondo, Dio è diventato trascendente, e l'uomo della tradizione lo ha trovato meno tremendum e più fascinans, e gli si è alleato, diventando uomo di fede, non solo cristiana ma anche quella degli dei - delle barriere - in cui consistono le forze (sopra menzionate) via via dominanti nel mondo. Prometeo, ora, ruba il fuoco dell'alleanza dell'uomo con Dio. È la potenza di questo furto a nascondersi, per lo più inesplorata, sotto le «rapide mutazioni» del nostro tempo, «turbato da questioni di gran peso per la vita della fede».

sabato 16 febbraio 2013

Paolo Mondani: Gli incontri allo Ior e quel conto coperto all'istituto vaticano @ Corriere della Sera, 3 febbraio 2013


Gli incontri allo Ior e quel conto coperto all'istituto vaticano 

di Paolo Mondani @ Corriere della Sera, 3 febbraio 2013

Un testimone racconta che è allo Ior che si sarebbero svolte «importanti e delicate riunioni per la costruzione dell'operazione Antonveneta» - 

Il testimone lavora in Vaticano e tutti i giorni, confuso tra migliaia di turisti, percorre le strade che giungono a Porta Sant'Anna. Varcato l'ingresso, il Torrione San Pio V è cinquanta metri sulla sinistra, pochi scalini per imboccare il portoncino, si sale all'ultimo piano, un'immensa sala circolare: ecco lo Ior.
Secondo il suo racconto è lì che si sarebbero svolte «importanti e delicate riunioni per la costruzione dell'operazione Antonveneta», tra il direttore Paolo Cipriani, Monsignor Piero Pioppo e Andrea Orcel, il banchiere di area cattolica che nel 2007 seguiva banca Santander nella scalata ad Abn Amro e subito dopo venne nominato advisor di Montepaschi nella conquista di Antonveneta. 
Ora Orcel è passato a Ubs, ma in quel periodo era presidente della divisione global markets & investment banking della sede londinese di Merrill Lynch, ha cinquant'anni ed è uno dei più riconosciuti banker d'Europa, molto legato a Emilio Botìn, a Gotti Tedeschi e in ottimi rapporti con Mediobanca, che insieme all'americana Merrill Lynch, erano gli advisor di Montepaschi.
A Rocca Salinbeni la raccontano così: «Mussari pendeva dalle labbra di Orcel che è il vero ispiratore dell'operazione su Antonveneta». Sui quotidiani economici dell'epoca si leggevano commenti compiaciuti del suo nuovo successo. Durante l'estate del 2007, quando Orcel capisce che Botìn per pagare Antoveneta deve svenarsi, già immagina a chi venderla e muove determinato verso Montepaschi.
Chiediamo al nostro testimone come fa a dire che Orcel incontrò gli uomini dello Ior: «Ho visto molto perché per quell'operazione furono aperti almeno quattro conti intestati a quattro organizzazioni religiose che coprono cinque personaggi che hanno avuto un ruolo chiave nella costruzione dell'acquisto di Antonveneta». Su quale banca italiana si appoggiano quei conti Ior? «Alla Banca del Fucino, sede di via Tomacelli a Roma».
A questo punto il nostro testimone mostra un foglietto con il numero di uno dei quattro conti, il 779245000141, aperto il 27 ottobre 2008, codice shift IOPRVAVX che rappresenta «la conferma dell'avvenuta ricezione di denaro», segue l'identificativo D779245000141 che «segnala il deposito di 100 mila euro in contanti avvenuto il 21 novembre 2009». Infine, con l'identificativo D7421H500002, su quel conto «arrivano 1,2 milioni di euro in tre tranche da 400 mila l'una che successivamente vengono interamente prelevati», soldi che sarebbero serviti a pagare “le persone utilizzate nel 2007 per organizzare la seconda vendita di Antonveneta».
Giuseppe Mussari è entrato due volte nell’orbita dei Sacri Palazzi. Prima e dopo l'arrivo di Gotti Tedeschi ha fatto parte della ristretta schiera di candidati alla Presidenza dello Ior. Evidentemente i rapporti sono di strettissima fiducia. Chiediamo al nostro testimone chi si nasconde dietro il conto di cui ci ha fornito gli estremi: «Io ho visto il nome e cognome».
Aprire un conto allo Ior non è un reato, ma se un’organizzazione religiosa copre quel conto, perché lo fa? Ad oggi non ci sono risposte e per noi non è nemmeno possibile avere prova dell'esistenza del conto «perché ai computer dello Ior non si può accedere con pen-drive, né si possono fare stampate o scattare foto dato che un software impedisce a qualsiasi macchina fotografica di leggere la videata». Per questa ragione il nostro testimone ha solamente un numero scritto a mano su un foglio di carta. 
Rimane da chiedergli perché fa tutto questo. Risponde così: «L'opinione pubblica deve sapere come stanno le cose, non c'è un altro modo, anche perché dall'interno il cambiamento non può venire». 
E dall’esterno nessuna autorità terza può verificare quanto è stato raccontato, perché lo Ior non è una banca come le altre. Il Vaticano può smentire ogni parola e sarà complicato rintracciare i conti annotati dal nostro testimone.

giovedì 14 febbraio 2013

Nadia Francalacci: Dimissioni Benedetto XVI: vecchiaia o complotto? @ Panorama, 14 febbraio 2013



Dimissioni Benedetto XVI: vecchiaia o complotto?

di Nadia Francalacci @ Panorama, 14 febbraio 2013

Ci sono lo Ior, lo scandalo Mps e le norme antiriciclaggio dietro le dimissioni del Papa? Ne parliamo con Ranieri Razzanteesperto di regolamentazione bancaria e antiriciclaggio


Coraggio, umiltà, dignità. Questi gli aggettivi più usati dagli esperti vaticanisti per giustificare le dimissioni del Santo Padre. Anche molti credenti hanno visto nel ritiro del Pontefice un gesto di grande forza e presa di coscienza di un uomo ormai fragile per il trascorrere degli anni.    
Ma è stata davvero la vecchiaia la vera causa delle dimissioni del Papa? Il suo ritiro e la sua “reclusione” nel cuore dei giardini vaticani nascondono invece delle pressioni di alcuni alti prelati per cercare di preservare il “tesoro” dello Stato Vaticano? Lo Ior, nonostante l’impegno di Papa Benedetto XVI, è ancora nelle black list. Insomma, è ancora un paradiso fiscale.  Ne abbiamo parlato con Ranieri Razzante, docente universitario e esperto di regolamentazione bancaria e antiriciclaggio
Sono in molti a credere che dietro alle dimissioni del Papa non ci sia solo la stanchezza e la vecchiaia ma un complotto o un ricatto. Lei che cosa ne pensa?
Credo solo che il Papa sia stato fiaccato da scandali e problemi burocratico-amministrativi che, da uomo di fede e teologo di fama, non abbia saputo gestire. Forse ha delegato troppo la sua fiducia.
In questi  8 anni di pontificato di Benedetto XVI si sono susseguiti una serie di scandali e adesso il Vaticano è stato chiamato di nuovo in causa nello scandalo del Monte dei Paschi di Siena con Gotti Tedeschi e lo Ior. Può questa vicenda avere influito sulla decisione del Papa?
Sono un tecnico e, da quanto detto sopra, mi viene solo da aggiungere che il sospetto si possa ingenerare. Abbiamo sentito che la politica deve stare lontana dalle banche. Credo che ciò debba valere anche per lo Ior.
Gotti Tedeschi è l’uomo voluto dal Papa per fare trasparenza nei conti della banca vaticana… Il suo coinvolgimento nel caso Mps può aver reso vulnerabile e ricattabile il Papa?
Non credo che un Papa sia ricattabile, ma sulle finanze vaticane occorre chiarezza, se non altro per far guadagnare in immagine le strutture interessate.
Nel dicembre  2010 il Papa Benedetto XVI ha introdotto una nuova legge antiriciclaggio entrata in vigore nell’aprile 2011. In che cosa consisteva?  
Iniziativa encomiabile che ha dato organicità alla prevenzione del riciclaggio all'interno e all'esterno delle mura vaticane. Un assetto sufficiente, e sempre migliorabile, come ha detto il Moneyval, dei presidi sul contante, sull'adeguata verifica e sulla collaborazione tra autorità. Spero si dia adeguato seguito al motu proprio di Ratzinger.
Perché il cardinale Tarcisio Bertone ha chiesto a Giuseppe Dalla Torre, presidente del Tribunale Vaticano, dopo alcuni mesi, di stabilire quale fosse la giusta interpretazione da dare alla nuova normativa antiriciclaggio introdotta da Papa?
Credo per evitare conflitti tra poteri dello Stato, data la creazione della Aif, l'autorità contro il riciclaggio (voluta da Papa Ratzinger ndr), che poteva ritenersi giuridicamente interferente con la sovranità dello Ior.
Perché il Vaticano sembra non avere alcuna intenzione di mantenere gli impegni assunti in sede europea per aderire agli standard del Comitato per la valutazione di misure contro il riciclaggio di capitali (Moneyval) e sembra non avere alcuna intenzione di permettere alle autorità antiriciclaggio vaticane e anche italiane di guardare nei conti dello Ior? 
Per quanto riguarda il Moneyval, il nuovo direttore della Aif, ha promesso l'adeguamento in tempi brevi. Sulla collaborazione con le Autorità italiane bisogna ancora lavorare, nel comune interesse, anche perché ormai tutta l'Europa è arrivata ad un punto di equilibrio in tal senso.
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Il 19 gennaio 2011 papa Benedetto XVI nomina cardinale Attilio Nicora primo presidente dell'Autorità di Informazione Finanziaria, un organismo di nuova istituzione voluto proprio dal pontefice perché controlli ogni operazione finanziaria vaticana. Ciò avrebbe adeguato anche lo Stato della Città del Vaticano alle nuove norme antiriciclaggio introdotte dall'UE. Ma il 7 luglio 2011,pochi mesi dopo la sua nominail Cardinale Nicora si dimette e il Papa è costretto ad accettare le sue dimissioni.
L’adeguamanto del Vaticano si è arrestato completamente?
Assolutamente no. Il successore chiamato da poco ad occuparsene, al di là del profilo internazionale, sembra deciso a non fermarsi, come colpevolmente si è fatto in passato.

Marco Lillo: Ior, la guerra del cardinal Bertone per far nominare un suo uomo al vertice @ Il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2013


Ior, la guerra del cardinal Bertone per far nominare un suo uomo al vertice

di Marco Lillo @ Il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2013
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Il Segretario di Stato del Vaticano vuole escludere il cardinale Attilio Nicora, collaborativo con i pm italiani e severo sulla normativa antiriciclaggio. Il nuovo direttore dell'autorità antiriciclaggio vaticana è invece il bertoniano René Brulhart, uno svizzero che lavorava in un paradiso fiscale

Sarà ricordato per i rotoloni di contanti sotto le tuniche questo Conclave. I cardinali in arrivo da tutto il mondo dovranno portare le mazzette di banconote, se vorranno fare acquisti dentro le mura Leonine, perché i pos dei bancomat della Santa Sede continuano a essere bloccati da gennaio. La Vigilanza della Banca d’Italia negli incontri delle scorse settimane ha posto un aut aut al nuovo direttore dell’Aif, l’autorità antiriciclaggio vaticana, René Brulhart. I soldi non devono più passare per lo Ior ma direttamente dal conto della Deutsche Bank Italia Spa, soggetta alla Vigilanza di Bankitalia. Il Vaticano però ha risposto picche perché non vuole rendere controllabili da Bankitalia i reali intestatari dei flussi e pensa di poter scavalcare l’Italia con una mossa astuta: il bancomat sarà riaperto e appoggiato estero su estero su una banca extracomunitaria non soggetta al controllo di Bankitalia né dell’Europa.
Quella dei rotoloni di contante e dei pos fermi non è l’ombra più lunga dello scandalo Ior che si allunga sulla successione al soglio di Pietro. Nella scelta di Joseph Ratzinger di abbandonare la carica ha giocato un ruolo importante anche la sua sensazione di essere troppo debole per arginare la “mattanza” portata avanti nel settore del controllo delle finanze vaticane dal Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Mattanza, più che lotta, è il termine giusto per descrivere l’andazzo degli ultimi mesi confermato ancora il 12 febbraio dall’ultima indiscrezione: il Segretario di Stato ha comunicato informalmente durante i colloqui bilaterali con l’Italia di volere approfittare dei pochi giorni di pieni poteri rimasti per nominare il nuovo consiglio di sovrintendenza e il nuovo presidente dello Ior, la banca del Vaticano.
Bertone presiede la commissione cardinalizia che sovrintende allo Ior della quale fa parte anche il suo rivale, il cardinale Attilio Nicora. Nove mesi dopo la rimozione del presidente Ettore Gotti Tedeschi, più vicino a Nicora e al Papa, Bertone sta per piazzare un suo fedelissimo al suo posto. Il favorito era un ex compagno di studi di Bertone, l’avvocato torinese Carlo Maria Marocco. A dicembre però l’ex notaio, membro dell’attuale Consiglio di sovrintendenza dello Ior, è stato nominato presidente della Cassa di Risparmio di Torino e ora si fa il nome di Pellegrino Capaldo.
L’altra partita fondamentale per Bertone è quella dell’Autorità antiriciclaggio, l’Aif. Dopo essere stato sostituito nel 2011 con il bertoniano monsignor Domenico Calcagno alla guida dell’Apsa, l’amministrazione del patrimonio Santa Sede, Nicora rischia ora di essere rimosso anche dalla presidenza dell’Aif. Bertone potrebbe far valere il doppio incarico di Nicora come ragione di incompatibilità per farlo fuori o dalla presidenza dell’organismo antiriciclaggio Aif o dalla Commissione cardinalizia che controlla lo Ior. Si completerebbe così il disegno che mira a ricondurre sotto il suo controllo l’Aif e lo Ior rimuovendo gli uomini più collaborativi con le autorità italiane.
Gotti Tedeschi ha dovuto lasciare la presidenza dello Ior non certo per il coinvolgimento del banchiere nell’inchiesta della procura di Roma – come erroneamente è stato scritto – ma per una ragione opposta. Insieme al cardinale Attilio Nicora e all’ex direttore generale dell’Aif  Francesco De Pasquale, Gotti era il fautore dell’inserimento di una normativa più seria in materia di antiriciclaggio. Lo Ior per decenni si è comportato in Italia come una fiduciaria che scherma i reali proprietari dei fondi, talvolta politici corrotti o criminali comuni dotati della sponda Oltretevere. La Procura di Roma ha indagato nel 2010 il direttore generale dello Ior Paolo Cipriani e Gotti Tedeschi proprio per violazione della normativa formale antiriciclaggio. Ma Gotti, a differenza di Cipriani, si è mostrato collaborativo con la Procura e Bankitalia, un atteggiamento sgradito Oltretevere. Nel dicembre del 2010 Benedetto XVI vara una legislazione antiriciclaggio severa e crea l’Aif, un’autorità antiriciclaggio per dialogare con l’Uif italiana. Comincia lo scambio di informazioni tra Aif e le procure italiane, attraverso l’Uif. Per far capire che fa sul serio, il Vaticano nomina come direttore generale dell’Aif un ex funzionario dell’Uif di Bankitalia, l’avvocato Francesco De Pasquale e come presidente proprio il cardinale Nicora.
A quel punto lo Ior e l’antiriciclaggio diventano il teatro dello scontro tra la fazione dei “vincenti” capeggiata dal segretario di Stato Tarcisio Bertone e i “perdenti” del cardinale Nicora. A gennaio del 2012 Bertone si riprende i poteri ispettivi sullo Ior. L’autorità di Nicora e De Pasquale non può più ficcare il naso nei conti Ior per poi riferire ai pm italiani. A maggio viene messo alla porta il presidente Gotti Tedeschi, favorevole alla normativa più severa. Alla fine del 2012 salta il direttore generale Aif De Pasquale retrocesso a semplice consigliere. Al suo posto arriva René Brulhart, svizzero, ma soprattutto ex capo dell’autorità omologa di un paradiso fiscale come ilLiechtenstein. Non proprio un segnale di severità.
Il cardinale Attilio Nicora sente stringersi il cerchio intorno. Con la scusa della sua doppia carica (controllore, in qualità di presidente Aif e controllato, in qualità di membro della commissione cardinalizia dello Ior) Bertone si accinge a farlo fuori. Un problema che invece non viene rilevato per un altro membro dell’Aif, Giuseppe Dalla Torre, che è presidente del Tribunale del Vaticano. Intanto si avanza un nuovo uomo forte all’Aif: il genero di Antonio Fazio, proprio lui l’ex governatore della Banca d’Italia. Si chiama Tommaso Di Ruzza, è assunto come impiegato, ma è stato subito proposto come vicedirettore. Una nomina saltata proprio per l’opposizione del cardinale Attilio Nicora. Nato nel 1975 ad Aquino e presidente del circolo Tommaso d’Aquino, Di Ruzza è membro del Pontificio consiglio per la giustizia e per la pace.
L’arcivescovo Mamberti e il governatore emerito suocero Antonio Fazio, insieme al vescovo Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace erano presenti alla tre giorni organizzata dal Circolo San Tommaso nel luglio 2012. Non è diventato vicedirettore, ma è stato nominato vicario del direttore. In molti davano per probabile la rimozione di Nicora e l’ascesa del giovane e bravo Di Ruzza al posto di Brulhart nel lungo periodo. Poi sono arrivate le dimissioni del Papa.

mercoledì 13 febbraio 2013

La Chiesa teme la «ferita» al ruolo del Pontefice di Massimo Franchi @ Corriere della Sera, 13 febbraio 2013



La Chiesa teme la «ferita» al ruolo del Pontefice

di Massimo Franchi @ Corriere della Sera
13 Febbraio 2013

Il problema della coabitazione di «due Papi»

UN PORPORATO: IL SUO SUCCESSORE DOVRÀ RIPRENDERE IN MANO LA SITUAZIONE


«E adesso bisogna fermare il contagio...». Il monsignore, uno degli uomini più in vista della Curia, ripercorre le ultime ore vissute dal Vaticano come se avesse subito un lutto non ancora elaborato. E ripete, quasi fra sé: «Queste dimissioni di Benedetto XVI sono un vulnus : una ferita istituzionale, giuridica, di immagine. Sono un disastro». Così, dietro le dichiarazioni di solidarietà e di comprensione nei confronti di Josef Ratzinger, di circostanza o sincere, affiora la paura. È l'orrore del vuoto. Di più: della scomparsa dalla scena di un Pontefice che per anni è stato usato come scudo e schermo da molti di quelli che dovevano proteggerlo e ora temono i contraccolpi della fine di una idea sacrale del papato. 
Sono gli stessi che adesso avvertono l'incognita di un successore chiamato a «fare pulizia» in modo radicale; e a ridisegnare i confini e l'identità del Vaticano proprio cominciando a smantellare le incrostazioni più vistose. Le dimissioni vissute come «contagio», dunque. E commentate nelle stanze del potere ecclesiastico come un possibile «virus» che potrebbe mandare in tilt il sistema. «Se passa l'idea dell'efficienza fisica come metro di giudizio per restare o andare via, rischiamo effetti devastanti. C'è solo da sperare che arrivi un nuovo Pontefice in grado di riprendere in mano la situazione, fissare dei confini netti, romani , impedendo una deriva». Lo sconcerto che si legge sulla faccia e nelle parole centellinate dei cardinali più influenti raccontano un potere che vacilla; e un altro che, dopo avere atteso per otto anni la rivincita, comincia a pregustarla.

Eppure, negli schieramenti che si fronteggiano ancora in ordine sparso, non ci sono strategie precise. Si avverte solo il sentore, anzi la convinzione che presto le cose cambieranno radicalmente, e che una intera nomenklatura ecclesiastica sarà messa da parte e rimpiazzata in nome di nuove logiche tutte da scrivere. Ma sono gli effetti di sistema che fanno più paura: e non solo ai tradizionalisti. Un Papa «dimissionabile» è più debole, esposto a pressioni che possono diventare schiaccianti. Il sospetto che la scelta di rottura compiuta da Ratzinger arrivi dopo un lungo rosario di pressioni larvate, continue, pesanti, delle quali i «corvi» vaticani, le convulsioni dello Ior, la «banca del Papa», e il processo al maggiordomo Paolo Gabriele sono stati soltanto una componente, non può essere rimosso. L'interrogativo è che cosa può accadere in futuro, avendo alle spalle il precedente di un Pontefice che si è dimesso. Da questo punto di vista, l'epilogo degli anni ratzingeriani dà un po' i brividi, al di là del coro sulle sue doti di «uomo di fede». La voglia di proiettare immediatamente l'attenzione sul Conclave tradisce la fretta di archiviare una cesura condannata a pesare invece su ognuna delle scelte dei successori. 

Il massimo teorico dell'«inattualità virtuosa» della Chiesa che si fa da parte perché ritiene di non avere più forza a sufficienza evoca un peso intollerabile, e replicabile a comando da chi in futuro volesse destabilizzare un papato. Sembra quasi una bestemmia, ma la carica pontificale, con la sua aura di divinità, appare «relativizzata» di colpo, ricondotta ad una dimensione drammaticamente mondana. È come se la secolarizzazione nella versione carrierista avesse sconfitto il «Papa timido» e distaccato dalle cose del mondo; e le nomine controverse decise in questi anni da Josef Ratzinger si ritorcessero contro il capo della Chiesa cattolica. Rispetto a questa realtà, c'è da chiedersi che cosa potrà fare il «successore di Pietro» e di Benedetto XVI per ricostruire la figura papale. 

Il vecchio paradigma è franato; il prossimo andrà ricostruito non da zero, ma certamente da un trauma difficile da elaborare e da superare. E questo in una fase in cui la Chiesa cattolica si ripropone di «rievangelizzare» l'Europa, diventata ormai da anni terra di missione; di ricristianizzare l'Occidente contro la doppia influenza del «relativismo morale» e dell'«invasione islamica». Così, nel Papa che si ritrae con un gesto fuori dal comune, schiacciato dall'impossibilità di riformare le sue istituzioni, qualcuno intravede una metafora ulteriore: una tentazione a ritrarsi che travalica i confini vaticani e coinvolge simbolicamente l'Europa e l'Occidente.

Le dimissioni di Benedetto XVI, il «Papa tedesco», finiscono così per apparire quelle di un continente e di una civiltà entrati in crisi profonda; e incapaci di leggere i segni di una realtà che li anticipa, li spiazza, e ne mostra tutti i limiti di analisi e di visione: a livello religioso e civile. I detrattori vedono in tutto questo una fuga dalle responsabilità; gli ammiratori, un gesto eroico, oltre che un bagno di umiltà e di fiducia nel futuro. La sensazione è che per ricostruire, il successore dovrà in primo luogo destrutturare, se non distruggere. In quell'espressione, «fare pulizia», si avverte un'eco minacciosa per quanti nella Roma pontificia hanno sfruttato la debolezza di Ratzinger come «Papa di governo». La minaccia è già stata memorizzata, per preparare la resistenza. 

I distinguo appena accennati e le divergenze di interpretazione fra L'Osservatore romano e la sala stampa vaticana sul momento in cui Benedetto XVI avrebbe deciso di lasciare, sono piccoli scricchiolii che preannunciano movimenti ben più traumatici. Scrivere, come ha fatto il quotidiano della Santa Sede, che Benedetto XVI aveva deciso l'abbandono da mesi, significherebbe allontanare i sospetti di dimissioni provocate da qualcosa accaduto di recente, molto di recente, nella cerchia dei collaboratori più stretti. E l'approccio e il ruolo in vista del Conclave dell'attuale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e del predecessore Angelo Sodano, già viene osservato per decifrare le mosse di schieramenti ritenuti avversari. E sullo sfondo rimangono le inchieste giudiziarie che lambiscono istituzioni finanziarie vaticane come lo Ior.

Di fronte a tanta incertezza, l'uscita di scena del Pontefice, annunciata per il 28 febbraio, è un elemento di complicazione, non di chiarimento. «Non possono esserci due Papi in Vaticano: anche se uno di loro è formalmente un ex», si avverte. La considerazione arriva a bassa voce, come un riflesso istintivo e incontenibile. Mostra indirettamente l'enormità di quanto è accaduto due giorni fa. E addita il problema che la Santa Sede si troverà ad affrontare nelle prossime settimane: la convivenza dentro le Sacre Mura fra il successore di Benedetto XVI e lui, il primo Pontefice dimissionario dopo molti secoli. Il simbolismo è troppo potente e ingombrante per pensare che Ratzinger possa diventare invisibile, rinchiudendosi nell'ex convento delle suore di clausura, incastonato in un angolo dei Giardini Vaticani. 

Eppure dovrà diventare invisibile: il suo futuro è l'oblìo. La presenza del vecchio e del nuovo Pontefice suscita un tale imbarazzo che qualcuno, come monsignor Rino Fisichella, non esclude novità; e cioè che l'abitazione definitiva di colui che fino al 28 febbraio sarà Benedetto XVI, alla fine sia individuata non dentro ma fuori dai cosiddetti Sacri Palazzi. Il Vaticano, però, è l'unico luogo dove forse si può evitare che venga fotografato un altro uomo «vestito di bianco», gli incontri non graditi, o controllare che anche una sola parola sfugga di bocca a un «ex» Pontefice: sebbene il Papa resterà tale anche dopo le dimissioni. «Ma il popolo cattolico», si spiega, «non può accettare di vederne due». Il paradosso di Josef Ratzinger sarà dunque quello di studiare e meditare, isolandosi in un eremo nel cuore di Roma proprio accanto a quel potere vaticano che ha cercato di scrollarsi di dosso nel modo più clamoroso. 

D'ora in poi, seguire i suoi passi significherà cogliere gli ultimi gesti pubblici di una persona speciale che sa di entrare in una zona buia dalla quale non gli sarà permesso di riemergere. Al di là di tutto, la sensazione è che molti, ai vertici della Chiesa cattolica, abbiano una gran voglia di voltare pagina; e che lo sconcerto causato dal gesto di Ratzinger e l'affetto e la stima profonda nei suoi confronti siano bilanciati dal sollievo per essere arrivati all'epilogo di una situazione ritenuta ormai insostenibile. Probabilmente, qualcuno non valuta con sufficiente lucidità che Benedetto XVI non era il problema, ma la spia dei problemi del Vaticano; e che usarlo come capro espiatorio non cancellerà tutte le altre questioni rimaste aperte non soltanto per sue responsabilità. I sedici giorni di interregno che separano dal 28 febbraio, in realtà, segneranno uno spartiacque di secoli. E dimostreranno presto quanto abbia perso vigore non il Papa, ma alcune vecchie logiche. Almeno, Josef Ratzinger ha avuto il coraggio di vederle e rifiutarle.

martedì 12 febbraio 2013

Mario Tronti: I cattolici, la sinistra e la sfida nazionale @ l’Unità, 5.2.13



I cattolici, la sinistra e la sfida nazionale
di Mario Tronti @ l’Unità 5.2.13
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Ha ragione Claudio Sardo a mettere in evidenza la doppia reciproca sfida che dai cattolici viene alla sinistra e che dalla sinistra investe i cattolici. Questi non sono più, come un tempo, due mondi internamente compatti.


Il movimento operaio da una parte, il cattolicesimo politico dall’altra. Oggi sono due mondi articolati, ognuno a suo modo plurale, ognuno ormai complexio oppositorum. Tema strategico, il loro rapporto, non per la cattura del consenso, ma per il governo del Paese e per la ricostruzione, sempre più urgente, di un ethos pubblico.

In gioco, un’immagine di società, il discorso sulle forme di vita, un’idea della pianta uomo e di convivenza umana, nell’irrompere salutare della differenza, come bandiere della modernità, che un post-moderno sregolato e selvaggio ha lasciato cadere nella polvere e che vanno raccolte, insieme, da credenti liberi e da non credenti responsabili. Un’operazione di intenso spessore neo-umanistico, in risposta all’ultimo disagio di civiltà che la crisi economico-finanziaria e politico-sociale ha definitivamente messo a nudo.

Un passaggio elettorale non può disperdere la necessità di questo confronto. Anzi, è l’occasione per rilanciarlo, nei modi opportuni. Forse mettendo per un momento da parte i principi irrinunciabili e piuttosto disponendosi in ascolto delle domande più urgenti che vengono dal basso della società. È indubbio che a questo ascolto, siano più di tutti gli altri disponibili i cattolici e la sinistra. E allora da qui conviene partire. Con un atteggiamento di sobria confidenza con le persone che lavorano, che faticano, che soffrono, e non per loro colpa biblica, ma per il sistema ingiusto che li opprime. Sobria confidenza e cioè solidarietà alla pari, comune destino, e non demagogia populista da fuori e dall’alto, che fino a ieri veniva solo da Arcore, ora la vediamo venire anche dalla Bocconi. Miracoli della campagna elettorale: almeno qui da noi, finché non si metterà la parola fine a questa eterna favola del lupo e dell’agnello. I tanti voti, come i tanti spiccioli, ce li hanno i poveri: messi insieme, servono ai ricchi per tenere al sicuro i loro patrimoni.
Forse bisogna metterla così, per rompere l’incantesimo di un mondo rovesciato. E per dire che dal governo guarderemo il mondo dall’altro lato. Per punire nessuno. Per garantire a ciascuna parte la sua legittima funzione, anche alla ricchezza, che deve servire però al bene comune e non al privilegio dei pochi. Per assicurare a chi dalla vita ha potuto avere troppo poco, o addirittura niente, quel valore non negoziabile che è la dignità umana. Perché senza dignità non c’è libertà, quella libertà che sta sempre sulla bocca dei potenti. Senza dignità, c’è la tentazione, e di più, c’è l’obbligazione della servitù. C’è il rifugio illusorio del salvarsi da solo, partecipando a mani nude alla lotta brutale per l’esistenza, in una competizione impari con chi ha a disposizione le armi del privilegio di nascita e di risorse. C’è una comune disposizione d’animo, di anima politica, che unisce e raccorda oggi cattolici e sinistra, l’estraneità dell’individualismo dal proprio orizzonte generalmente umano, che è poi quello specificamente politico. Si evidenzia qui il bisogno di una nuova unità, emergenziale, tra questione antropologica e questione sociale. Non è solo un problema di particolare momento, si tratta tra l’altro di riuscire a sollevare il discorso pubblico ad altezze incompatibili rispetto alla palude volgare, indecente, in cui l’ha precipitato il racconto berlusconiano, leghista, grillino e quant’altro lo insegue, per imitazione, su questo terreno.
Bisogna avere fiducia nella capacità di riconoscimento tra le varie offerte politiche da parte delle persone, prese singolarmente. Anche se va mantenuta una punta di scetticismo sui movimenti di opinione collettiva, ora gravemente inquinati dalla magia della comunicazione di massa. Penso che alla fine il modo più efficace per ottenere il necessario consenso sia sempre quello di presentarsi per quello che si è. Questo sono. E per questo chiedo di essere scelto. Penso che in una campagna elettorale una forza politica debba comportarsi come il maestro con gli allievi, come il padre con i figli. Non con una vocazione pedagogica, non per insegnare come si deve essere, che cosa si deve fare, in che modo si deve vivere. Ma semplicemente dicendo, anzi mostrando: io sono così, io faccio questo, io vivo in questo modo. Una esemplarità, dove ognuno, specchiandosi, ritrova, può ritrovare, e appunto riconoscere, il meglio di sé.
E allora, però, è indispensabile avere dietro un percorso di esperienze inattaccabili, è necessario poter presentare non solo un bagaglio di idee alternative, ma una generazione di uomini e di donne in grado di portarle nel quotidiano della loro esistenza. Questa è la nobiltà di essere partito. Si è persa. Va recuperata. Non siamo fuori tempo massimo. Siamo in un tempo difficile per la serietà delle intenzioni. Con le unghie e con i denti, uscirne fuori, ecco un compito per cui vale la pena di battersi.