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sabato 20 giugno 2015

INTERVISTA A FRANCO MOTTA SU «ELOGIO DELLE MINORANZE»: Parte III :: Sul divenire maggioranza - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)


INTERVISTA A FRANCO MOTTA SU «ELOGIO DELLE MINORANZE»: Parte III :: Sul divenire maggioranza - tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)

Sul divenire maggioranza


Obsolete Capitalism :: Quali sono le cause per cui, a vostro avviso, una minoranza manca l’appuntamento con la storia, ovvero non accede al proprio destino incompiuto di “divenire maggioranza”?


Franco Motta :: Tutto dipende dal contesto nel quale una minoranza si trova ad agire. Sarebbe azzardato proporre modelli universalmente validi: la sconfitta di una minoranza è inevitabilmente legata alle circostanze che la circondano, agli interessi in gioco, alle forme di comunicazione che adotta, ai rapporti che essa sa attivare con gli attori sociali del momento in cui vive. La nozione gramsciana di egemonia può essere ancora considerata centrale nell’analisi di processi di questo tipo, che sono processi di costruzione di senso, prima ancora che di appropriazione del consenso: e questo pone direttamente al cuore della questione il rapporto fra élite e maggioranze.

Prima di tutto va notato che non necessariamente una minoranza è portatrice di un progetto egemonico o inclusivo. Non mancano gli esempi di minoranze che programmaticamente rifiutano la dimensione del mutamento sociale e praticano piuttosto la separazione dal mondo. La gnosi e il movimento anabattista, ad esempio, hanno scelto questa strada, e non è un caso che in entrambi i casi abbiamo a che fare con impianti filosofici e teologici fortemente dualisti e con la concretizzazione di ideali di distacco dalle pratiche e dai valori sociali.

In secondo luogo occorre tenere presente che un’élite può scegliere deliberatamente di non costruire egemonia per orientarsi invece alla costruzione e al godimento di uno spazio esclusivo fatto di significanti simbolici e di consumi materiali e immateriali. È la nota critica di Christopher Lasch alle élite che hanno “tradito” la loro missione storica, e a mio parere non c’è dubbio che questo tradimento sia una tra le cause dell’afasia della sinistra mondiale negli ultimi trent’anni e del tramonto della narrazione progressista ed egualitarista che si era affermata presso le classi lavoratrici con il socialismo ottocentesco, anche prima di Marx.

Sono convinto, peraltro, che anche nel passato più remoto si possano scorgere fenomeni di questo tipo. Penso ad esempio all’evoluzione disciplinare dell’ordine francescano dopo la morte del fondatore, allorché il radicalismo comunitarista dei cosiddetti «fraticelli» fu marginalizzato e represso dal vertice dell’ordine, in accordo con il papato, per inaugurare la definitiva normalizzazione di quell’istituto all’interno della Chiesa (la capacità di normalizzare e assimilare le soggettività eversive, del resto, è da sempre una specialità del cattolicesimo romano); o penso ancora all’evoluzione conservatrice di Lutero e del ristretto gruppo dirigente del primo movimento evangelico dopo la guerra dei contadini del 1525 e l’allestimento degli apparati ecclesiastici di Stato in Germania, allorché si chiuse l’età eroica della proclamazione del vangelo e si aprì invece una lunga fase di burocratizzazione e di clericalizzazione del ruolo dei pastori.

Infine, e credo di non dire nulla di nuovo con questo, mi sembra di poter affermare che, a parte determinati passaggi storici, gli elementi che giocano in favore della conservazione (elementi intesi tanto in senso soggettivo, cioè come attori sociali, che oggettivo, come condizioni di fondo) abbiano generalmente un compito più semplice degli elementi che giocano in favore del mutamento (che sia un mutamento graduale o rivoluzionario in questo momento non ha gran peso).

Cerco di spiegarmi. Un’élite, o una minoranza nel senso che abbiamo impiegato nel nostro volume, è tale laddove intende innescare e guidare il mutamento, non dove lo subisce. Questa è, come si vede, una definizione funzionale, non assiologica. Tale mutamento, poi, a nostro parere può essere di segno progressivo o conservatore, dato che presupponiamo che anche la conservazione dell’ordine richieda uno sforzo continuo di controllo della complessità sociale con le sue “peristalsi” e i suoi incessanti processi di aggregazione e disgregazione; è per questo che, nell’introduzione al volume, abbiamo esposto la nozione (molto criticata da Corrado Ocone nella sua recensione sul «Corriere della sera», ma a mio parere non veramente discussa) di ‘élite progressiste’ e di ‘élite conservatrici’, leggendo la storia dell’Italia moderna alla luce della ripetuta vittoria di queste ultime.

Si dirà: questa è una banale dicotomia tra forze ‘buone’ e ‘cattive’, di sinistra e di destra, che non prende in considerazione il fatto che storicamente molti fra i soggetti che possono essere variamente identificati con la conservazione, la reazione, la “destra” (perdonami quest’accezione quasi metafisica del concetto) abbiano determinato profondi cambiamenti sociali. Per rispondere a questo mi limito a osservare che il mutamento può essere di segno doppio, ossia indirizzato a valori di progresso oppure a valori di conservazione, dove per valori di progresso intendo semplicemente quelli che appartengono all’eredità dell’Illuminismo, a quella del marxismo e ad altre eredità che risalgono più indietro nel passato e si trovano variamente intrecciate nel tessuto culturale della sinistra (l’umanesimo ne è un esempio). Da questo punto di vista rifiuto – in prospettiva etica, naturalmente, non epistemologica – le tesi differenzialiste e relativiste e credo nell’imperativo morale di ritenere “assoluti” alcuni valori, anche se sappiamo benissimo che sono un prodotto della storia: la laicità, l’autonomia dell’individuo, la lotta alla povertà e all’ignoranza, la parità di genere etc.

Ciò detto, prendiamo in considerazione alcuni esempi. Il primo è il fascismo, o meglio i fascismi. Certo il fascismo, nel caso italiano, è stato una forza rivoluzionaria: ha abbattuto la classe dirigente del vecchio Stato liberale, ha creato l’industria di Stato, ha dato un grande impulso all’ammodernamento infrastrutturale etc. Ma se analizziamo gli attori sociali che hanno beneficiato della dittatura scopriamo che essi sono esattamente gli stessi che esercitavano il privilegio nel secolo precedente: la borghesia industriale, quella rurale del Nord, l’aristocrazia agraria del Mezzogiorno, gli ordini professionali, l’alto clero etc. Quanto agli assi portanti della cultura fascista – l’esaltazione della violenza, lo schiacciamento della donna sul ruolo materno, l’enfasi posta sulle differenze, il culto del capo e il primato della gerarchia, la marginalizzazione delle diversità etc. – avrei sinceramente difficoltà a indicarne uno solo che non possa essere interpretato come prosecuzione nell’età industriale dei valori che erano propri delle minoranze aristocratiche ed ecclesiastiche dell’Antico regime

Lo stesso biologismo razzista, che forse è il tratto più innovatore dei fascismi degli anni Trenta, è l’avatar scientistico del principio della insuperabilità delle differenze etniche che troviamo, ad esempio, negli statuti di limpieza de sangre della Spagna quattrocentesca o nelle tesi aristoteliche sulla schiavitù naturale dei neri e degli indios che sostenevano gli interessi degli encomenderos spagnoli e dei commercianti di schiavi inglesi e francesi. Letta in questa prospettiva, l’idea di “mutamento conservatore” appare forse meno ossimorica di quanto sembri. Naturalmente il caso del fascismo ci mostra anche qualcos’altro, e cioè che non possiamo ridurre alla semplice coppia conservazione/progresso il ruolo storico delle minoranze. Prendo altri due esempi.

I gesuiti, la grande élite intellettuale della Chiesa della Controriforma, furono innovatori straordinari nei campi della pedagogia, della comunicazione, della lotta politica, della pratica religiosa (penso all’impatto straordinario che ebbe nel XVI secolo la preghiera mentale come veicolo di conversione); ma difficilmente si può dubitare del fatto che il loro obiettivo, sullo scacchiere europeo, fosse quello di difendere e rifondare, anche su basi nuove, alcuni princìpi di fondo che appartenevano alla tradizione della Chiesa romana dai tempi di Gregorio VII: il primato papale, la Chiesa gerarchica, la rigida separazione fra clero e laicato, la funzione direttiva del magistero romano rispetto alle autorità civili. Se passiamo ai territori extraeuropei scopriamo invece che i gesuiti vi svolsero un ruolo assai più duttile. In Cina e in India, seppure per motivi apologetici, seppero valorizzare la diversità delle culture grazie alla teoria e alla pratica del cosiddetto «accomodamento», e di certo i conservatori non furono loro, bensì i loro avversari domenicani nelle querelle dei riti cinesi e malabarici; allo stesso modo le celebri reducciones del Paraguay furono uno straordinario esperimento di costruzione di una possibile ‘alternativa coloniale’ nella quale gli indios erano affrancati dall’assoggettamento brutale imposto dagli encomenderos. Così come i giacobini del Comitato di salute pubblica del 1793-94 furono da un lato i primi fautori in assoluto dei diritti sociali con il loro attacco all’intangibilità della proprietà privata, ma al tempo stesso furono profondamente conservatori nella loro fedeltà al mito della piccola proprietà quale cittadella delle virtù civiche e repubblicane.

A valle di queste considerazioni credo possa risultare più fondata la mia tesi secondo la quale molti fallimenti delle élite progressiste possono essere imputati alla maggiore forza storica oggettiva dei loro avversari, cioè delle élite conservatrici. Ogni società complessa – e uso questo aggettivo in un’accezione larghissima che include tutte le società con un certo grado di stratificazione sociale e di specializzazione delle funzioni – ha la tendenza a disporsi in strutture piramidali, nelle quali la ricchezza, il potere e la forza di coercizione sono monopolio di un vertice più o meno ristretto di soggetti individuali e collettivi. Ne consegue che le forze che difendono la stabilità e la conservazione del sistema possono contare su risorse generalmente maggiori di quelle delle forze che invece operano per un’alterazione del sistema.

Un caso classico è quello della presa del potere da parte di Mussolini: certo l’élite socialista ebbe più d’una responsabilità nella propria sconfitta (l’incapacità di capire davvero la novità rappresentata dalla violenza fascista, il tentativo di difendere le posizioni acquisite attraverso il negoziato con il ceto politico liberale, le divisioni interne etc.), ma non si può dimenticare che, a differenza che in Russia, in Italia l’apparato dello Stato uscì dalla guerra perfettamente integro, e che esso favorì, o addirittura appoggiò l’azione delle squadre fasciste allorché smantellarono le organizzazioni operaie e contadine, le cooperative e le amministrazioni locali socialiste.

Questo a mio parere non vale soltanto per le opzioni rivoluzionarie, come quella che fu perseguita dalle élite dirigenti della classe operaia italiana, tedesca o ungherese fra il 1918 e il 1921, ma anche per le opzioni di riforma e di mutamento graduale. Gli illuministi vinsero la loro battaglia culturale – ad esempio sul tema della tolleranza religiosa – perché nella seconda metà del XVIII secolo la presa delle istituzioni ecclesiastiche sulla società e sui ceti dirigenti francesi era in crisi conclamata, mentre meno di un secolo prima l’espulsione dei calvinisti dalla Francia, decretata da Luigi XIV nel 1685, fu accolta dal paese come un fatto normale. 


Con questo, la responsabilità diretta delle élite nei loro fallimenti non deve essere posta in secondo piano, e spero che l’Elogio delle minoranze sia riuscito a chiarire come la nostra posizione sia estranea a quello «sconfittismo», e cioè alla ricerca della propria identità nell’insuccesso che preserva l’integrità della virtù, che è costitutivo della tradizione della sinistra italiana.  ( segue QUI )

Franco Motta è ricercatore in Storia moderna presso l'Università di Torino. Tra i suoi interessi di studio, le strategie politiche e culturali della Chiesa cattolica tra XVI e XVIII secolo. Ha curato l'edizione della 'Lettera a Cristina di Lorena di Galileo Galilei' (Marietti 2000) ed è autore di una biografia del cardinale Roberto Bellarmino (Bellarmino. Una teologia politica della Controriforma, Morcelliana 2005). Con Massimiliano Panarari ha pubblicato nel 2012, presso le edizioni Marsilio, il pamphlet storico-politico 'Elogio delle minoranze. Le occasioni mancate dell'Italia'. Ultima pubblicazione nel 2014, tramite le Edizioni Il Sole 24 ore: 'Bellarmino. Teologia e potere nella Controriforma'.

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Elogio delle minoranze

Le occasioni mancate dell'Italia 

Elogio delle minoranze
Cosa accomuna gli eretici italiani del Cinquecento e i social-riformisti dell'Italia primo-novecentesca, i galileisti del Seicento e gli igienisti dell'Ottocento, i protagonisti del Triennio giacobino e la famiglia allargata dei liberali di sinistra e progressisti? Innanzitutto l'atteggiamento mentale critico, consapevole, ma sempre distinto dal pragmatismo e dall'antidogmatismo. Infine un amaro destino: duramente sconfitti, costretti ad assistere in vita alla dissoluzione dei loro progetti, sono stati anche oggetto di dimenticanza o di damnatio memoriae. Massimiliano Panarari e Franco Motta ripercorrono la storia del nostro paese rileggendola attraverso le esperienze di quelle "grandi" minoranze virtuose, che hanno combattuto battaglie di stampo riformatore e per il cambiamento delle condizioni di vita. Un filo rosso attraversa il libro alla ricerca delle energie fondative di quella che avrebbe potuto essere un'altra Italia, i cui esponenti si rivelano oggi più vicini ai modelli sociali e culturali che risultarono vincenti in buona parte dell'Occidente sviluppato.


domenica 28 settembre 2014

Alberto Toscano's Interview @ The Editors’ Newspaper (February 2014)


Below the original English transcript of an interview published yesterday in the Greek daily Εφημερίδα των Συντακτών/Εfimerida ton Syntakton (The Editors’ Newspaper) with its political editor Tassos Tsakiroglou.
TT: In Europe we face the revival of some irrational or even real fanatical movements of the extreme right and the Neonazis. In Greece we have the Golden Dawn party, which attacks and kills immigrants and Greek antifascists. What does it mean according to your analysis of fanaticism? How can we confront this setback to forms of irrationality and fanaticism?
AT: Analyses of, and political responses to, fascism have often oscillated, since the interwar period, between focussing on its irrationality – its open scorn for dialogue and criticism, its infatuations with occultism, its cult of thoughtless violence and virility – and revealing its profoundly instrumental, and in its own way rational operations – for instance as a tool of class struggle from above. The Nazi extermination of European Jews (alongside Roma, the disabled, and political opponents) is in a way the emblem and culmination of this: at one and the same time the greatest affront to ‘Reason’ and the inhuman apex of bureaucratic rationality. The Nazis were fond of praising their own ‘fanaticism’ but were also capable of operating with matchless calculated cynicism. In this sense, despite what a certain liberal common sense may suggest, irrationalism or fanaticism are neither sufficient nor even necessary conditions for fascist politics. Besides the urgent demands of anti-fascist organising, and the ever necessary work of education and critique, I think the Left should be wary of only confronting the phenomena of extreme-rightist irrationality and violence, and truly attend to the sources of the strength of the far right – especially its ability to rally downwardly mobile strata of the population that much of the institutional Left has often ignored. Here I think it is not irrationalism or fanaticism which are the key question, but racism as the defining way in which the right has been able to obscure or distort crisis, unemployment or exploitation, using the ancient but also hideously modern technique of turning ‘others’ into scapegoats, displacing responsibility from capitalists to immigrants, and promoting the grim fantasy that without ‘them’, ‘we’ would live in some kind of autochtonous idyll.
TT: We see in different parts of the world the use of religion as a political force. What’s its real role and impact in nowdays societies and how does it shape the notion that West has for Otherness, especially for Islam?
AT: Religion is a notoriously slippery idea: in the present moment we can witness both apparent resurgences of religious forms of politics and ongoing processes of ‘secularisation’. Though it would be mistaken to ignore the relative autonomy that religious phenomena have, I think for the most part religion has functioned as a lure or a screen that has blinded much Western opinion to the political dynamics of the so-called Muslim world – namely those giving rise to the ongoing movements and uprisings in North Africa and the Middle East. One thing the latter have shown is that ‘political Islam’, through its various rises and falls, is a very unstable, contested entity, and though religion is a potent vehicle for mobilisation (especially in civil wars) it is very contradictory when it comes to the government of subordinate capitalist societies. Though religion – and today perhaps Islam in particular – can provide very powerful images of justice and vocabularies of vindication, I think we cannot treat it as a political force in its own right, as though class and group conflicts were themselves ultimately understandable as clashes of civilisations or theologies. They are not.
TT: West has often used the term “fanaticism” in order to demonize, stigmatize and psychologize any non-liberal politics or anticapitalist movements. What’s your point of view?
AT: In my own work, I’ve tried to trace, from a rather philosophical perspective, the trajectory of this demonizing tradition of anti-radical thought and practice in the West – from Luther, through to Orientalist images of a fanatical Islam, on to radical abolitionist movements against slavery and the Cold War campaign against communism as a political religion and Third World movements of national liberation. In brief, the mainstream liberal idea whereby fanaticism – understood as a drastic refusal of compromise (whether on the basis of abstract principles or particularist attachments) – is the chief cause of today’s violence is a deeply flawed one, ignoring both the structural violence of capitalist accumulation and the carnage and cruelty generated by soi-disant ‘moderate’, ‘liberal’ or ‘democratic’ political actors. Some of the salient aspects of ‘fanaticism’ as it has historically been defined – unwavering conviction, attachment to principles, partisanship – are also crucial moments in any politics of emancipation.
TT: Greek government has unleashed an unprecedented attack on the public university, promoting the private interests in Education. What’ s the consequences of such a policy for the country and its future?
AT: The privatization and marketization of education worldwide has had entirely predictable (and, as far as its promoters go, desired) consequences: a widening of class and income disparities; a devaluation or outright exclusion of scholarship deemed unprofitable; an intensification in forms of punitive labour management; an impoverishment of public culture; the hegemony of debt over everyday life. As this has been the case in economies that were, at least by neoliberal metrics, growing, we can only imagine – or, alas, we can already see – what it does to countries experiencing brutal waves of what David Harvey has termed ‘accumulation by dispossession’. The brutal naturalization of class privilege and the disparaging of any meaningful conception of culture or education are writ large. Which is another way of saying that the extreme application of a certain definition of rationality – market rationality – can be the handmaiden of the most pervasive irrationalism and anti-intellectualism.
TT: What we see under a regime of neoliberalism is that “the much-vaunted shrinking of the state has meant a hypertrophy of its repressive apparatus, a low-intensity war of the state against society on behalf of the markets”. Is the Left capable of elaborating a new political program and an inspiring utopia against this regime?
AT: While in much of Europe and beyond the so-called Left has certainly been short of inspiration (though in this Greece does seem to differ considerably, for instance from my home country Italy, where the political panorama is breathtakingly bleak), I am not entirely sure that its due to a deficit of a newprogramme or indeed of a utopia. We’re in the peculiar predicament that what some years ago may have appeared as reformist to a radical Left now looks like a unfeasibly utopian demand (public education, welfare provision, mildly redistributive taxation regimes, etc.). Part of the reason for that is quite concrete: notwithstanding its plunderous excesses, even if these were duly reined in, it’s not at all obvious that contemporary capitalism couldprovide the livelihoods we associate – depending on our nostalgias – with the postwar ‘welfare state’ or with the (debt-fueled) ‘growth’ of the nineties. But the Left today – beyond making the struggle against fascisms and racisms and sexisms crucial to its outlook – needs to root itself precisely in these question of social reproduction and everyday life. It may be impossible (from the vantage of market rationality, credit agencies, the troika…) to have a publicly funded health system, but it’s also necessary… Any programme needs to start from these basic battles, and the Left needs to prove that its organisations canboth make gains in the present, which means defending interests and responding to needs and have a truly anti-systemic prospect in mind, at one and the same time. This will also involve humility – namely, recognising the movements and forms of resistance (against evictions, privatisations, racism) that already exist and showing how a broader organisation of the Left can make them more powerful, rather than vice versa. In this respect, new ideasare perhaps not the priority.

mercoledì 9 luglio 2014

Igor Strelkov’s First Interview After the Breakout from Slavyansk, July 5, 2014 @ Gleb Bazov's blog


" (...) This just further confirms, for those who believe that, if the Militia leave without putting up a fight, it would save them from repressions, that it would not save them. Advancing against us are real fascists, fascists in the very same sense that our predecessors understood this word. Monsters. Murderers. Bandits. Marauders. Pure Polizei. Banderovtsy, just as they once were. Despite the fact that seventy years have passed. (...) "

Read full interview @ slavyangrad blog


venerdì 14 marzo 2014

Nascita del populismo digitale:PAR.11) Topologia semi-barbarica: crudeltà e miasmi della società italiana by Obsolete Capitalism


Topologia semi-barbarica: crudeltà e miasmi della società italiana (Par. 11)

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Questa porzione di società italiana votata all’agonismo, vivace, avventurista, produttiva, violenta, inquieta, cattolico-romana, ipocrita, allo stesso tempo corporativa e atomicamente individualista,  sperimentatrice di forme permanenti di antistatalismo, antipartitismo e de-popolamento, si irretisce transitoriamente di pericolosi contenitori politici, non ultimo il fenomeno del grillismo, che le garantiscono una radicale immanenza al campo sociale e la continuità nella fruizione di una autonomia post-classe, post-borghese, a-storica rispetto al Moderno e al concetto di Popolo elaborato dalla filosofia politica Occidentale. Cento anni sono passati invano se, nell’aprile 1921, Gramsci scriveva:


“E’ divenuto ormai evidente che il fascismo non può essere che parzialmente assunto come fenomeno di classe, come movimento di forze consapevoli di un fine reale: esso ha dilagato, ha rotto ogni possibile quadro organizzativo, è superiore alle volontà e ai propositi di ogni Comitato centrale o regionale, è divenuto uno scatenamento di forze irrefrenabili nel sistema borghese di governo economico e politico: il fascismo è il nome della profonda decomposizione della società italiana, che non poteva non accompagnarsi alla profonda decomposizione dello Stato e oggi può essere spiegato solo con riferimento al basso livello di civiltà che la nazione italiana aveva potuto raggiungere in questi sessant’anni di amministrazione unitaria. Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo, con la sua promessa di impunità, a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose, lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno stato ben ordinato e ben amministrato.”
Con l’evolvere del magma populista si notano in Italia, laboratorio quanto mai creativo di soluzioni dati i volumi dell’informe aggregato post-borghese, spuntare i capipopolo ad ogni angolo “e soppresso un partito nasce ‘una vendita di carbone’ o addirittura una camorra”. Il paesaggio melodico del populismo italiano si è arricchito negli ultimi mesi di un nuovo personaggio ritmico, il Movimento dei Forconi, nel quale confluiscono i vari segmenti sociali composti da ultra-populisti, anti-tasse, neofascisti, uligani da curva, mafiosi, camorristi, impoveriti a vario titolo e disoccupati in saecula saeculorum. Forse è già iniziata una nuova fase di protesta populista post-Grillo? La destra-destra si  riappropria di un corposo spazio politico che le era stato sottratto dal fulmineo successo dei populisti del M5S giusto qualche mese prima.

Painting: Stelios Faitakis (Heat, 2009)

giovedì 13 marzo 2014

Nascita del populismo: PAR.10) Dal piccolo borghese al post-borghese. Autonomia della post-borghesia by Obsolete Capitalism


Dal piccolo borghese al post-borghese. Autonomia della post-borghesia (Par. 10)

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Ci domandiamo: esiste una costante socio-politica del rank and file populista e fascistoide italiano, che attraversa tutto il Novecento e si affaccia disorientata nel XXI secolo? Antonio Gramsci riteneva che la matrice dell’ Ur-fascismo come movimento di massa fosse determinata dalla volontà della piccola borghesia di autonomizzarsi dalle élite dominanti e dall’establishment nazionale e internazionale. Seguendo la sua analisi, le condizioni sociali ed economiche createsi nei primi due decenni del XX secolo, avrebbero spinto la piccola borghesia italiana, sotto i colpi della crisi post-Prima guerra mondiale, a sperimentare la necessità di rendersi indipendente dai poteri costituiti e costituenti. L’analisi gramsciana entra in risonanza con altri frammenti elaborati da altri osservatori acuti del costume italiano del Novecento. Thomas Mann, ad esempio, nell’analisi dei primi anni dell’era fascista elaborata in Mario e il Mago scriveva con piglio esplicito di marmaglia borghese. Pierpaolo Pasolini, in uno scambio di battute nel film La Ricotta, ad una domanda di un giornalista embedded, rivolta al regista impegnato interpretato da Orson Welles fa rispondere in questo modo:  Che cosa ne pensa della società italiana?"  "Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d'Europa”, dice  il regista.
Lapo Berti descrive in modo penetrante questo segmento trans-generazionale della società italiana - lo stesso stigmatizzato da Pierpaolo Pasolini - quando scrive di modernità incompiuta:


“La modernizzazione incompiuta ha fatto sì che negli strati profondi della società, laddove si formano, in maniera sostanzialmente irriflessa, le opinioni degli individui, continuassero a vivere e a fluire atteggiamenti ostili al moderno in tutte le sue declinazioni, seppure pronti a entusiasmarsi ingenuamente per le sue "invenzioni". Essi trovarono un momento di esaltazione nella narrazione fascista, transitarono pressoché immutati nel grande calderone del riformismo democristiano e sono tornati a esaltarsi per l'anomalia berlusconiana, che ne ha rivelato, una volta per tutte, il fondo populistico e antidemocratico. Rappresentano e hanno sempre rappresentato una buona metà del popolo italiano e, con il loro attivarsi o disattivarsi,  hanno condizionato e condizionano i destini del paese.”


Painting: Stelios Faitakis

martedì 9 luglio 2013

Kriss Ravetto - The Unmaking of Fascist Aesthetics - University of Minneapolis Press, Usa, 2001



In this challenging and fascinating work, Kriss Ravetto examines how fascism, nazis, and the Final Solution are represented in films throughout the various stages of reconstruction and critique that fascist aesthetic discourse has passed through since the war. A sophisticated and important contribution. Andrew Hewitt, UCLA
A startling revision of aesthetics in the wake of the Holocaust.
Amid the charged debate over whether—and how—the Holocaust can be represented, films about fascism, nazis, and the Final Solution keep coming. And in works by filmmakers from Bertolucci to Spielberg, debauched images of nazi and fascist eroticism, symbols of violence and immorality, often bear an uncanny resemblance to the images and symbols once used by the fascists themselves to demarcate racial, sexual, and political others. This book exposes the "madness" inherent in such a course, which attests to the impossibility of disengaging visual and rhetorical constructions from political, ideological, and moral codes. In a brilliant analysis with ramifications far beyond the realm of film, KrissRavetto argues that contemporary discourses using such devices actually continue unacknowledged rhetorical, moral, and visual analogies of the past.
Against postwar fictional and historical accounts of World War II in which generic images of evil characterize the nazi and the fascist, Ravetto sets the different, more complex approach of such filmmakers as Pier Paolo Pasolini, Liliana Cavani, and Lina Wertmüller. Rather than reassuring viewers of the triumph of the forces of Good over the forces of Evil and the reinstitution of ethical values, these filmmakers confound the binary oppositions that produce clear and identifiable heroes and villains. Here we see how their work—complicating conventions of gender identity, class identifications, and the economy of victim and victimizer—disturbs rather than reassures the audience seeking relief from a sense of "bad history."
Drawing on history, philosophy, critical theory, film, literature, and art, Ravetto demonstrates the complex relationship of thinking about fascism with moral discourse, sexual politics, and economic practices. Her book asks us to think deeply about what it means to say that we have conquered fascism, when the aesthetics of fascism still describe and determine how we look at political figures and global events.



KRISS RAVETTO-BIAGIOLIAssociate Professor of Technocultural Studies is film and media scholar whose work focuses on the problem of representing and theorizing the violence produced by nation building, ethnocentrism, and sexism in a manner that does not play into a vicious cycle where moralism, media images, and language produce their own forms of violence. This research has resulted in The Unmaking of Fascist Aesthetics, (Minneapolis, University of Minnesota Press, 2001), ISBN: 13: 978-0-8166-3743-0, and her current book project, „Mythopoetic Cinema on the Margins of Europe. She has published articles on film, performance, installation art, and new media in Camera Obscura, Film Quarterly, Third Text, PAJ, Representations, Screen, Third Text and numerous collected volumes. Her interest in the "digital uncanny" and the culture of surveillance has inspired "Recoded" - the large international conference on the politics and landscapes of new media (http://www.abdn.ac.uk/modernthought/recoded/ and "Figures of the Visceral"(http://www.ed.ac.uk/schools-departments/film-performance-media-arts/news-and-events/the-visceral/figures-of-the-visceral).

giovedì 13 giugno 2013

Yiannis Baboulias - AN INTERVIEW WITH WU MING, THE MYSTERIOUS COLLECTIVE OF ANTI-ESTABLISHMENT WRITERS @ Vice.com



Wu Ming is the nom de plume of a mysterious European quartet of anti-establishment writers. In Mandarin, their name means “anonymous” or “five people” (one of their members left in 2008), depending on how you pronounce it. Which is weird. What's weirder is that, when Wu Ming's five members first commenced their "guerrilla war on the culture industry" – alongside hundreds of other politicised art pranksters back in 1994 – they did so under the banner of "Luther Blissett". You wonder how often the former Watford and AC Milan striker thought of the people out there waging a "guerrilla war on the culture industry" in his name before they killed off the communal moniker in 1999. Was Blissett, as the collective suggested, an anarchist footballing saboteur, delivering bad performance after bad performance in a premeditated situationist attack on the spectacle of football itself? Or was he just a bit shit?
It's playful quandaries like this that the four remaining Wu Ming members continue to concern themselves with to this day. After the success of Luther Blissett's best-selling Q in 1999, the culture warrior diaspora of Wu Ming are trying to repeat that success with Altai, their 2009 novel and the latest to be translated into English.
I caught up with Wu Ming 1 (Roberto Bui) to talk about their history, their refusal to be photographed, Italian politics and sci-fi communist utopias.
VICE: Let’s start from the beginning. Why did you guys choose the name Luther Blissett – a mediocre English football player – for the first incarnation of your collective?
WM1: Nobody knows. It’s a completely meaningless thing – Monty Python-esque. There have been many attempts to explain it, but they were all made up. We spread some myths so people could pick their favourite explanation. There are people who think we picked it as an anti-racist statement because, back in 1983, Luther Blissett was one of the very few black players in the Italian Serie A, so he became a target for racist abuse. But that was also made up. Another one was that Italian radicals believed his bad performances to be a deliberate sabotage of the spectacle of football – that he was some kind of infiltrator playing badly to ruin the show; Luther Blisset, the anarchist footballer. Of course, it’s bullshit.
And you guys were active on the internet since those days, right?
Yes, the internet that had yet to become the world wide web. When I arrived in Bologna in 1989, I met some guys who were very active in the bulletin boards systems – the pre-www computer networks. When the www arrived, we were already using computers in order to spread our message. It was even before the Luther Blissett project. I was in the "Autonomia" movement, as well as being involved in the counter-culture, underground networks and cyberpunk. Cyberpunk in Italy wasn't only a literary phenomenon, it was also a political phenomenon – part of the squatter movement. When we started the Luther Blissett project, we were already in all that, which makes us pioneers in a way, as it goes back 25 years.
So how does the idea of this "visual silence" you maintain fit into this? Your blog is massive and your public appearances are very engaging – you reply to everyone, you talk with people...
Yeah, of course. One of our slogans is, “Opaque to the media, transparent to the readers.” I think, since we started, we’ve done about 2,000 presentations of our books. We keep moving. Another slogan goes, “Keep your ass on the road.” Because we want to meet the readers in person. But we never pose for pictures. There are no “writer” pictures of us – that typical pose of, “I’m thinking, I’m very sensitive, I have ideas right now.”
So what’s the reception you get in Italy? How is political and opinionated writing going down?
There are radically different receptions. There’s a huge community of readers around us – interacting with us – and it’s a horizontal relationship; there are no barriers between us. It’s a community of artists and activists, but also ordinary people who simply like to read novels. That's the good side.
There’s another section of the cultural industry that despises us. Because of this whole collective writing, coming from the working class, coming from a radical milieu – they just can’t dig it. It’s something so strange to them, something they perceive as a threat to the status, to their power. No matter what we write, we’re always wrong. But we don’t give a shit about them. We don’t write for them, we don’t need them. They can do and say anything they want. The literary society is something we really don’t want to be involved in.
I'm interested in your idea of blending fiction and non-fiction into what you call, "unidentified narrative objects". The idea of mixing fiction and non-fiction as an approach to writing seems pretty popular nowadays, but – to get to Altai, your latest book – I've read you say that the technique is a way to tap into a kind of utopia that we're all after. 
Yes, it is. If we stick to the difference between utopian impulse and utopian programme, as we defined it in aGuardian piece recently, utopian impulse is not to imagine a utopian society in the tiniest of details. It is to have a wish for another world in what you do every day. There are people who climb mountains because they can free themselves only when they do that – because they don’t like what they do every day.
And it's also to convey certain messages by placing your story in the little gaps of history in order to provoke this utopian impulse in the reader. In Q, for instance, there was a main character who continually changed names. Those names are all real – they’re names of radicals whose lives are almost completely unknown, but their names pop up here and there in relation to riots, uprisings, etc. Our fictional intervention was to pretend that those names all belonged to one man who pops up here and there in history. The intertwining of those events is fictional, but the events are real. In Altai, the Ottomans conquered Cyprus – we all know that.
And it’s the cracks in history that we build our stories in, to bring out messages. We think that, in Q, for instance, we managed to convey a sense of rebellion, of uprising, that was common to many parts of Europe at the time – something that historical sources don’t convey because they’re all about single events, they’re very disparate.
For one of your next works, you say you’ll be writing about sci-fi communism in the 70s. How's that going to work?
There was this character who we also mentioned in our top ten utopias piece: Peter Kolosimo. He was a very peculiar character. He was clearly a Stalinist, but in a very visionary way. He was in contact with weird scientists in Russia, in Germany, in the Eastern Bloc. And he was very fond of UFOs. He was convinced that, during prehistoric times, there were close encounters of the third kind, between humans and extraterrestrials.
He also believed that these extraterrestrials were communists. Because if they had the technology to travel from one galaxy to the other, of course they had to be in a higher level of economy, and of course they had a planet economy, and of course there was no private property or class division in their society, etc, etc. He wrote these best-sellers – they sold hundreds of thousands in Italy – and then tried to trace these extraterrestrials in ancient history and prehistory.
Okay, I see why you want to write about him.
His daughter, who lives in Sweden and is a fan of ours, got in touch with us after we wrote a profile of Peter Kolosimo for the Italian GQ without knowing we wanted to write a book about her dad. She told us, “For the first time, someone understands the political side of my father's work.” I wanted to interview her and her mother in order to write this biography, but they didn’t feel comfortable with it, so we dropped it and decided to write a novel that took Kolosimo’s work as a basis to write about this milieu of crazy people beyond the Iron Curtain. And also in Italy, speculating about the role of aliens in building our civilisation, about socialism in outer space and stuff like that. 
Let’s turn to the political situation in Italy. The comedian Beppe Grillo's Five Star Movement (5SM) recently got itself a Greek branch. How's it doing in Italy? What’s the role they’ve played in the formation of the new status-quo?
Beppe Grillo usually says that, if they weren’t there – if the 5SM didn’t exist – we’d have an Italian Golden Dawn on our hands. Which is highly debasing for his voters, because he's admitting that many people who voted for him would vote for the Nazis in another situation. He's calling his voters crypto-fascists.
The 5SM is actually very racist. They try to hide this aspect of their rhetoric under layers and distinctions, etc. But if you get to the core of their politics, you can see it. What they did was to stabilise the political situation. They prevented a proper radical movement from emerging. They hijacked the people’s energy towards a simplistic discourse of, “The good people against the corrupt politicians." Which is very simplistic because they never analysed the causes of political corruption – there's no critique of capitalism. They never criticise the bosses, they only criticise politicians. Its different from what's happening in Spain, for instance. Even if it’s confused there, at least they understood that the problem is in the system itself.
So you mean Grillo is just spectacle – a facade of radicalism?
Exactly. That’s why we call it a, "Confusionist movement". The guy is a – if you look at his body language, at his rhetoric, the way he shouts on the stage, the relation between him and the masses – it’s absolutely fascist, in a broader sense. He's not a fan of historical fascism, of course. It’s more of an anthropological fascism. He establishes a very vertical relationship between the leader and the crowd. He swam from Calabria to Sicily for the regional elections, surrounded by cameras. That's the kind of thing Mussolini used to do. There are photographs of Mussolini bare-chested, cutting crops with a sickle, during the Battle for Grain.
The leader showing his body is typically fascist in the Italian tradition. It’s kind of a fetishistic thing. It’s a distortion of the utopian impulse. The people who vote for these clowns do it because they want to live a different way – impulses hijacked and distorted and turned monstrous in the process. And that’s what Beppe Grillo is all about. His success is entirely due to that. Many people from the left voted from him, but he’s saying left-wing things in a completely different context, and that makes him void of all real content.
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giovedì 25 aprile 2013

Deleuze & Fascism : Security: War: Aesthetics - Edited by Brad Evans and Julian Reid @ Routledge, Uk, 13th May 2013


This edited volume deploys Deleuzian thinking to re-theorize fascism as a mutable problem in changing orders of power relations dependent on hitherto misunderstood social and political conditions of formation. The book provides a theoretically distinct approach to the problem of fascism and its relations with liberalism and modernity in both historical and contemporary contexts. It serves as a seminal intervention into the debate over the causes and consequences of contemporary wars and global political conflicts as well as functioning as an accessible guide to the theoretical utilities of Deleuzian thought for International Relations (IR) in a manner that is very much lacking in current debates about IR.
Covering a wide array of topics, this volume will provide a set of original contributions focussed in particular upon the contemporary nature of war; the increased priorities afforded to the security imperative; the changing designs of bio-political regimes, fascist aesthetics; nihilistic tendencies and the modernist logic of finitude; the politics of suicide; the specific desires upon which fascism draws and, of course, the recurring pursuit of power.
An important contribution to the field, this work will be of great interest to students and scholars of international relations, fascism and international relations theory.
Introduction: 

Fascism in All its Forms Brad Evans & Julian Reid 

1. Desire and Ideology in Fascism Todd May 

2. Anti-Fascist Aesthetics Michael J. Shapiro 

3. Oppression Desired: Fascism & the Security Imperative Brad Evans 

4. Movement and Human Logistics: Pre-emption, Technology and Fascism Geoffrey Whitehall 

5. A People of Seers: The Political Aesthetics of Postwar Cinema Revisited Julian Reid 

6. Waltzing the Limit Erin Manning 

7. Politics on the Line Leonie Ansems de Vries

8. Fascist lines of the tokkotai Nicholas Michelsen

9. Fascism, France and Film: Inside-Out -Territorializing Aesthetics in The Raven (Le Corbeau) and Hidden (Cache) Ruth Kitchen


Brad Evans is a senior lecturer in International Relations at the School of Sociology, Politics and International Studies, the University of Bristol.
Julian Reid is Professor of International Relations at the University of Lapland, Finland.

"The editors of this superb volume tell us that 'We are all, always,
fascists, of multiple kinds'; the fascism that they speak of, via Deleuze,
is not limited to the exploits of Hitler and Nazism. This is the fascism
of our own time, a fascism that has deepened and extended even since the
time that Deleuze and Guattari penned Anti-Oedipus. This is the fascism of
liberalism itself, the fascism of Kant, of humanism; it is a fascism of
desire turned against itself, of the most basic aspects of power and
authority. The authors of this volume, extend upon, argue with, probe, and
complicate Deleuze's insights about pervasive fascism; through engagements
with western philosophy, science fiction, cinema, Marxism, Foucault, and
many other sources, these authors seek to reproblematize and reschematize
a fascism that we all partake in, a tendency that, in some sense, we can
never fully escape or leave behind. The beauty of this volume is that it
explicitly politicizes an endemic crisis, allowing very diverse frames of
reference (historical, aesthetic, theoretical) to mutually engage and
contest what must be the greatest challenge of the 21st century."
James Martel, San Francisco State University, USA
"When Foucault described Anti-Oedipus as a book for combating the inner fascist in us all his statement was taken at face value and never questioned or investigated. Deleuze and Fascism changes that: it turns Foucault’s claim into a question and problematic and pursues the various lines of flight it opens for us. This is a richly interesting collection of essays with a very serious purpose."-
- Ian Buchanan, Editor Deleuze Studies

Picblog: Francis Bacon's painting