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mercoledì 18 marzo 2015

Critica del presente tra letteratura e filosofia: Benjamin, Il culto del capitale @ Siena, Università degli studi, 18 marzo 2015


Università degli Studi di Siena 1240
Dottorato di Ricerca in Filologia e Critica

Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature Antiche e Moderne
Siena, Aula "Refugio" (via Refugio, 4 - p.t.)

mercoledì 18 marzo 2015

ore 14.30 - Critica della letteratura e critica sociale
Daniele Giglioli (Università di Bergamo)
Guido Mazzoni (Università di Siena)

ore 17.00 - Benjamin, Il culto del capitale
Elettra Stimilli (Scuola Normale di Pisa)
Paolo Godani (Università di Macerata)
Clemens-Carl Härle (Università di Siena)

Il culto del capitale Walter Benjamin: capitalismo e religione. A cura di Dario Gentili, Mauro Ponzi e Elettra Stimilli (Quodlibet, 2015) + Paolo Godani: recensione del libro "Il culto del capitale"


Il culto del capitaleWalter Benjamin: capitalismo e religione A cura di Dario Gentili, Mauro Ponzi e Elettra Stimilli


Il lavoro seminariale raccolto in questo volume prende spunto dal frammento Capitalismo come religione, composto da Benjamin nel 1921. Qui, in poche pagine dalla densità quasi visionaria, il capitalismo è presentato come una religione puramente cultuale, che tende a reiterare all’infinito un meccanismo di indebitamento e di colpevolizzazione da cui non può esserci scampo. A distanza di quasi un secolo, l’intuizione di Benjamin risulta confermata in maniera plateale dalla crisi dei nostri giorni, e non c’è da stupirsi se il frammento è diventato ormai un riferimento costante nei dibattiti recenti sulla natura e sul destino del capitalismo.

Per queste ragioni l’Associazione Italiana Walter Benjamin (AWB) ha scelto questo breve testo per inaugurare le pubblicazioni del suo Seminario permanente, affiancando a una nuova traduzione del frammento i contributi dei diversi autori che hanno preso parte al primo ciclo di incontri. Questo lavoro vorrebbe contribuire ad avviare una fase nella ricezione dell’opera di Benjamin interessata soprattutto a farne emergere lo straordinario valore per una comprensione critica dell’attualità.

Contributi di Alessandra Campo, Roberto Ciccarelli, Massimo De Carolis, Dario Gentili, Gabriele Guerra, Clemens-Carl Härle, Giuseppe Massara, Bruno Moroncini, Paolo Napoli, Massimo Palma, Mauro Ponzi, Sarah Scheibenberger, Elettra Stimilli, Tamara Tagliacozzo, Massimiliano Tomba, Luca Viglialoro.

                                                                        §§§§§

Il culto del capitalePaolo Godani «Alfabeta2» 06-12-2014

Il culto del capitale, che comprende una nuova traduzione del testo di Benjamin Kapitalismus als Religion e una quindicina di saggi dedicati a temi connessi, è il risultato di un lavoro comune svolto nel Seminario permanente di Studi benjaminiani (istituito dall’Associazione Walter Benjamin). Soprattutto la prima parte del testo (che oltre ai contributi dei curatori vede quelli di Massimiliano Tomba, Bruno Moroncini e Clemens-Carl Härle) è legata all’analisi del frammento benjaminiano e alla ricostruzione dei contesti storici e teorici nei quali esso si inserisce. Nella seconda parte del lavoro sono presentati testi (di Paolo Napoli, Massimo De Carolis, Roberto Ciccarelli e Alessandra Campo) che elaborano in maniera più autonoma alcune delle tematiche suggerite nello scritto di Benjamin, facendo emergere soprattutto la loro centralità per una comprensione critica del mondo attuale. Infine, la terza parte del libro (con testi di Luca Viglialoro, Sarah Scheinbenberger, Gabriele Guerra, Tamara Tagliacozzo, Massimo Palma, Giuseppe Massara) è dedicata all’analisi di incontri (reali o possibili) tra Benjamin e altri pensatori o poeti per lo più novecenteschi (ad esempio: Sorel, Bataille, Eliot, Pasolini).

Alcune delle linee direttrici che segue Il culto del capitale erano state anticipate dal libro di Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo (Quodlibet 2011), senza che ciò diminuisca l’interesse di questo studio collettivo ricco e approfondito. Nell’impossibilità di rendere conto in maniera dettagliata dei diversi contributi, ci limiteremo a segnalare alcune delle tematiche a nostro avviso più interessanti.

Innanzitutto, il confronto tra la prospettiva di Benjamin e quella di Max Weber e di Carl Schmitt. Con il primo, da cui evidentemente Kapitalismus und Religion trae (seppure in maniera critica) il suo spunto centrale, Benjamin condivide l’idea che all’origine del potere religioso dell’economia capitalistica non vi sia la teologia, ma la pratica dell’ascetismo cristiano. Con il secondo, Benjamin ha in comune, fra l’altro, la considerazione della colpa come nozione-limite del diritto, in questo assimilabile al forza con la quale la legge si impone. Per Benjamin la colpa (Schuld), esterna o liminare rispetto al potere politico, è tuttavia interna, nella forma del debito (Schulden), ad un potere economico che si presenta dunque come una modalità di dominio distinta dal potere statuale, ma forse addirittura più violenta (in quanto più sottilmente pervasiva) di quest’ultimo.

Uno dei punti più rilevanti è che il “portatore” della colpa, dunque l’indebitato nel quale si incarna la forma generatrice dal capitalismo, non è il vivente umano in generale, ma l’individuo vivente. Il potere religioso del capitale non si applica all’uomo generico o alla massa degli uomini, bensì a ogni singolo essere umano come tale. Il culto colpevolizzante e indebitante del capitale è anche, inseparabilmente, un culto individualizzante, il cui sintomo Benjamin identifica, con grande raffinatezza psicologica, in quella “malattia dello spirito proprio dell’epoca capitalistica” che sono le “preoccupazioni”. Queste ultime sono sintomo dell’individualizzazione perché “sorgono dall’angoscia per l’assenza di una via d’uscita che sia comunitaria e non individuale-materiale” (p. 11). Se questo è vero, la via d’uscita (dalle preoccupazioni e dal capitalismo) dovrà procedere – come spiega Gentili – “in senso inverso rispetto all’individualizzazione, alla frantumazione dell’inter-esse in interesse individuali”. In altre parole, “Benjamin non sta sostenendo soltanto la condivisibilità del debito. Egli sostiene soprattutto che, in sé, la vita in-comune è priva di colpa” (p. 67).

Questa necessaria inversione di rotta, questa Umkehr, viene messa da Benjamin in opposizione esplicita al potenziamento (Steigerung) che si suppone caratteristico dell’oltreuomo nietzschiano. La via d’uscita dal capitalismo non sta nel potenziamento dell’umano, ma, giusto all’opposto, nella politica come “adempimento dell’umanità non potenziata (ungesteigerten)” (p. 68). La nozione di Umkehr, come viene suggerito da Härle nel suo testo, torna sotto la penna di Benjamin nel saggio su Kafka, dove si afferma che essa consiste nella “direzione dello studio che trasforma la vita in scrittura”, dove lo studio, “poiché non si oggettiva in alcuna cosa né in alcun prodotto – commenta Härle – si riassume nella semplice intensità del suo gesto” (p. 103).

Il nesso tra l’inversione di rotta rispetto all’individualizzazione e il culto capitalistico che fa pesare sull’individuo il destino di una colpa inespiabile, di un debito infinito, spiega forse l’accenno di Benjamin al fatto che “la teoria freudiana appartiene al dominio sacerdotale di questo culto” (p. 10). Il culto del capitale sorvola discretamente questo punto, che sarebbe stato utile mettere in relazione con la considerazione benjaminiana di una nozione di carattere opposta all’idea di destino.

Varrebbe la pena approfondire l’idea che una via d’uscita dalla colpa costitutiva del destino individuale non si trovi nell’immagine di un rimosso come “capitale che grava di interessi l’inferno dell’inconscio” (immagine che, semmai, ribadisce la costituzione di un’individualità colpevole), non, dunque, nella psicanalisi, ma piuttosto in quella “sublimità della commedia di carattere” che risiede nell’affermazione di una certa “anonimità dell’uomo e della sua moralità, pur mentre l’individuo si dispiega al massimo nell’unicità del suo tratto caratteristico” (Destino e carattere).

Il culto del capitale mostra nella maniera più chiara sino a che punto, per invertire la rotta del capitalismo attuale, le pratiche volte a rimuovere il peso economico del debito non possano non affrontare il problema dell’eliminazione del fardello antropologico della colpa.



domenica 25 maggio 2014

Paolo Godani's interview on Crowd, Power and Post-democracy in the 21st Century


Paolo Godani's interview on digital populism and recent European political phenomena, held on 24th January 2014 with the author of Obsolete Capitalism.

(HERE! Godani's interview 4 download or online reading. All interviews on digital populism - in English language ( HERE ! ) and in Italian language ( HERE ! ) are collected in a free 4 download single file.


Crowd, Power and Post-democracy in the 21st Century


'Rural fascism and city or neighborhood fascism, youth fascism and war veteran's fascism... fascism of the couple, family, school, and office. Only the micro-fascism can answer the global question: "why does desire long for its repression? how can it desires its very own repression?’
Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, A Thousand Plateaus.


On the micro-fascism
Obsolete Capitalism Let us start from the analysis Wu Ming set out in their brief essay “Grillismo: Yet another right-wing cult coming from Italy” and which interprets Grillo’s Five Star Movement as a new authoritarian right-wing faction. Why did the desire for change of much of the electorate long once again for its very repression? We seem to witness the re-affirmation of Wilhelm Reich’s thought: at a given moment in history the masses wanted fascism. The masses have not been deceived: they have understood very well the danger of authoritarianism; but they have voted it anyway. Even more worrying is that the authoritarian Berlusconi's Freedom People (PDL) and Grillo’s Five Star Movement (5SM) conquer more than half of the Italian electorate together. A very similar situation arose in the UK in May 2013, with the UKIP’s exploit in the latest local elections. Why and in what measure are the toxins of authoritarianism and micro-fascism present in contemporary European society?


Paolo Godani I believe that the macro-political reflection, as is that of Wu Ming, and the micro-political analysis that you propose should be carried out separately. They should be considered, formally at least, as different floors, each having its own categories and inner organization. The consideration of Wu Ming and others after them — thinking for instance about the recent text by Alessandro Dal Lago, Clic. Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica (Cronopio 2013) — concerns the explicit and, as a result, exploits the same categories fed to ordinary political debate and reflects on the global and explicit distribution of consent as it emblematically appears in the general election. On the other hand a micro-political analysis ignores global partitions since it turns its attention to trends that are not instantly visible, or often unconscious, and that cut through the entire social field, returning a different configuration than that emerging from ordinary political discourse. In this sense it is essential to identify those micro-fascist instances crossing the Italian society precisely because they are found where they shouldn’t be, according to the macro-political analysis. I would then answer separately the question on authoritarianism and the one on micro-fascism.


I think it is crucial to understand authoritarianism as a systemic factor rather than as a localised and contingent tendency. Rather than this or that party or movement, it’s the government’s dispositif put in place in European countries at the time of the crisis that are authoritarian — in an attempt to limit ourselves to the here and now. Authoritarian is the fact that austerity policies, privatisation, cuts to social and cultural spending and so forth are largely imposed by governments devoid of popular legitimacy. The cases of Greece and Italy are emblematic — but even in France the situation isn’t too different. In short, traditional left and right political forces carry out the same kind of economic policies, which therefore remain totally indifferent to electoral alternation. This is, I believe, the reason why antisystemic political movements have been emerging in Greece, Italy and France. The fact that a significant part of these movements arises from the far-right can be accounted to the following: firstly the almost total lackness of any credible alternative system and secondly the fact that in times of crisis — one that is inseparably economic and psychic — the only tangible way out rely on unconscious investments of paranoid form which give rise to reactionary or, at worst, suicidal outcomes.


To my understanding, micro-fascisms are rooted precisely in this area of paranoid–reactionary investments. Which translates to something very simple: facing an issue arising from the current state of affairs, a challenge involving a transformation of self habits, categories and established practices one doesn’t play along nor even try solutions or possible mediations but rather withdraws into oneself with the feeling of being surrounded. This paranoic castling is as much a psychological as an economic and political move; and in any case it is the sign of a profound weakness. Here two examples: the closure of borders in the face of migration, and the proposal of leaving the Euro when facing the problems of the single currency’s imbalances and the global competition — resembling, and not just by chance, the “exit” from the world market advocated by fascist ideologies. It goes without saying that, on a political level, nationalism is a key ingredient for these kind of micro-fascisms.


If this is current state of affairs it is easy to spot micro-fascist instances behind every corner, from the far-right to the far-left and passing through those hybrids, albeit very different from each other, such as the Lega Nord and the 5SM.


1919, 1933, 2013. On the crisis
OC In 2008 Slavoj Žižek said that when the normal run of things is traumatically interrupted, the field is open for a ‘discursive’ ideological competition. In Germany in the early 1930s Hitler won the competition to determine which narrative would explain the reasons for the crisis of the Weimar Republic — the Jewish conspiracy and the corruption of political parties. Žižek ends his reflection by stating that the expectations of the radical left to get scope for action and gain consent may be deceptive as populist or racist formations will prevail: the Greek Golden Dawn, the Hungarian Fidesz, the French Front National, the UK Independence Party are examples. Italy has had farcical groups such as the Lega Nord or the recent Five Star Movement, a bizarre rassemblement that seems to combine Reverend Jones People's Temple with Syriza, or ‘revolutionary boyscoutism’ with the disciplinarism of the societies of control. How can one escape the crisis? What discursive, possibly-winning narratives should be developed? Are the typically Anglo-Saxon neo-Keynesian politics an answer or, on the countrary, is it the new authoritarian populism that will prevail?


PG  Let’s keep in mind that when talking about the current crisis we are referring to a variety of distinct phenomena. There is the contingency of the global economic crisis that erupted in 2008, from which most of the developed countries recovered and that can be seen as one of the many cyclical crises that have marked the history of capitalism. There also is what has been rightly called a permanent crisis, that is a crisis which identifies itself with a profound transformation of capitalism summed up in the formula ‘becoming rent of profit’: in response to the  tendency of the rate of profit to fall  (due to at least partially different mechanisms from those analysed by Marx) the current capitalism responds with a kind of valorization taking place outside of the production processes and namely through financialization. This leads to a self-governing capital independent from social and political dynamics (from the conflicts on the ground of surplus value production i.e. labor, and from the institutional mediations) and to the installation of a restricted circle of private interests able to change the fate of global economy.


Finally, there is a crisis affecting Europe and, perhaps within this, one peculiar to Italy. A crisis of standing pat, of cronyism, of endemic tax evasion… characteristics of an Italian situation we are familiar with and don’t need to pause discussing on. The European problem may be of more interest because it is a political experiment that has no historical precedent (a political union merely based on a monetary union), because the failure of such an experiment could lead to disasters of no small account (if the European Union was born to prevent a recurrence of the conditions that led to two World Wars, one could argue its dissolution is likely to make those precise conditions relevant again) and finally, I believe, because this is the fertile ground for the previously discussed fascist instances. Briefly: newly born national movements in Europe are calling for the release of their country from Euro because the latter is undoubtedly fully identified with the neoliberal policies of cutting social spending, privatisation, precarization of labour and life, low wages… Under this light, to oppose European economic policies is not a reactionary move. Moreover, in addition to this first element, there is a second equally important aspect: the national strategy with which the German economic policy exploits the European situation to increase its supremacy.


I have no recipes to answer your question on “how to escape the crisis”. I hope that if the analysis I have tried to sketch makes some sense, if it is true, for example, that populist and reactionary nationalisms are signs of impotence in the face of the authoritarianism characterising the way European governments respond to the crisis — a direct consequence of the current transformation of capitalism to which I referred before; then the one option we have is to fight it wherever possible, trying to open spaces of conflict so to enforce participation and democratic decision. The fear that governs reactionary investments is only defeated with the conquest of a real change.


The social-democratic policies based on relative redistribution of wealth have always been a sort of asymmetric mediation: they allowed to maintain the structural inequality of wealth and power among social classes, while however guaranteeing hopes of improving the conditions of life and work to subordinates strata. During the second half of the twentieth century many social struggles levered the existence of this very mediation. Even when they had radical ambitions, the welfare was the ground onto which laying down the struggles. What changed with the financialization of the economy is that States are no longer able to govern the distribution of wealth. Therefore our challenge is to invent tools able to no longer distribute but rather appropriate the wealth produced by social cooperation, while being entirely absorbed by financial circuits. If in twentieth-century capitalism the segment appropriation—distribution was largely held by the States, in a way that let put pressure on them so that a more equitable distribution followed appropriated wealth (according to the almost banal scheme elaborated by Carl Schmitt), today the problem is to build a collective, Non-State power to act directly and immediately on the appropriation of wealth, that is to say capable of re-socialising what financialization has privatized.   


  • On the organisation
OC In his La Peste brune Daniel Guérin argues that the conquest of Hitler’s power in Germany in 1933 occurred primarily due to "micro-organizations giving him "an unequaled, irreplaceable ability to penetrate every cell of society." The movement of Mr. Grillo has branched into society thanks to the territorial formula of meet-ups borrowed directly from the American politician Howard Dean (see Wired). However the movement is even different from the meet-ups: is it possible to propose an analysis of its escalation as a new-energy carrier in swirling mutation (Félix Guattari would have called it "the absolute motion” of Grillo-machine)? What segments, threads, streams, leaps and heterodoxies make up Grillo’s abstract war machine?


PG I wouldn’t underestimate the 5SM phenomenon; however more than a war machine it seems to be a kind of catalyst that sped up, collected and concentrated, reactions in-the-making. To an extent, nothing Grillo says wasn’t already present in the political debate — except, perhaps, some issues related to innovation in the green economy, which unsurprisingly are not among the reasons of their electoral success. Anti-caste instances, for example, have been largely present in the justicialist left propaganda of the last two decades. The opposition to the jus soli was and is a strong point of Lega Nord and generally of the Italian right. The opposition to European economic policies is shared among the entire political spectrum. The only real innovation of the 5SM is to bring common people into the Parliament. I believe that this is a positive factor — especially at a time when democracy seems to be overdetermined by economic “technique”.


I also struggle to see particularly relevant innovations at the organisational level of the 5SM: their communication tools and modes can only appear novel to a political class which grew up before the computer era. Finally, the presence of a charismatic tribune such as Grillo himself doesn’t shine as a big news in an era during which the political show needs representatives able to communicate in an immediate and affective way.


Of another kind are the comments found in Grillo’s blog, undoubtedly manifesting the purest moral and social resentment: a paranoic and self-referential delirium expressed in many similar cases — Raffaele Donnarumma wrote about this issue in Le parole e le cose. Even this delirium isn’t surprising when almost all the ways to avoid it are barred: the only antidote to this kind of phenomena is a collective discussion and the construction of a shared vocabulary and a common project through which anger and despair can leave the individual sphere.


I think, to conclude, that the 5SM shares two underlying limits with traditional political forces that prevent it from effectively undermining the aforementioned authoritarianism: a virtual organisation that produces mass demonstrations as one off events — a similar issue to that of anti-globalisation movements, and an obtuse or opportunistic confidence in representative democracy.


  • On tidal waves
OC Franco Berardi wrote on MicroMega.net that the defeat of “liberist” anti-Europe begins in Italy with the last general election. According to him Italians would have said: “We will not pay the debt”. Insolvence. According to your point of view, what happened in Italy on February 24th, 2013? Gianluca Passarelli conducted an electoral study for Istituto Cattaneo that showed how the Five Star Movement electoral datum was the most homogeneous in terms of votes on the whole national territory. The “party nationalization”, defined as the extent to which parties compete with similar strength across sub-national geographic units, obtained a score of 0.9 out of 1, more than the PDL (0.889) and the left-wing Democratic Party (PD) (0.881). How could a newly-born movement not only compete with, but even beat well-established voting machines such as the ones of Mr. Berlusconi and of the organized Left?


PG I am not persuaded Bifo has reason to hope that the defeat of neo-liberal Europe has begun. Almost a year after the general election, it is now clear that the unexpected and shattering victory of the 5SM was driven back, as of today, by a conservative coalition.


The key moment for the recent Italian political situation was the election of the President of the Italian Republic. Not only because the re-election of a very old president highlights the worsening of the Italian situation, but also because Napolitano is back to being president as a sort of shelter against the nomination of Stefano Rodotà. Albeit the on-line voting system put in place by the 5SM was a farce in terms of representativeness, it is significant that most preferences fell on a politician and an intellectual (Stefano Rodotà) who had nothing to do with the populism, demagogy and justicialism that seemingly characterised the movement. One could argue that this was the single smart move Grillo made — not his idea, in fact: as it otherwise happened with Romano Prodi, Rodotà nomination helped to shed light on the possible internal fractures of the Democratic Party. A move that, if I'm not mistaken, aroused some hope in environments other than those who voted for 5SM, hence the even more profound bitterness when back to normality.


Finally, I don’t think the electoral success of the 5SM is particularly striking. At the end of the day it was the one movement who better was able to embody an objectively existing position in the political landscape: that is the opposition to authoritarian policies of austerity, or, at least, the rejection of consensus on conservative politics.


On the missing people
OC Mario Tronti states that ‘there is populism because there is no people.’ That of the people is an enduring theme which Tronti disclaims in a very Italian way: ‘the great political forces use to stand firmly on the popular components of the social history: the Catholic populism, the socialist tradition, the diversity in communism. Since there was the people, there was no populism.’ Paul Klee often complained that even in historical artistic avant-gardes ‘it was people who were lacking.’ However the radical critique to populism has led to important results: the birth of a mature democracy in America; the rise of the theory and the practice of revolution in the Tsarist Empire, a country plagued by the contradictions of a capitalist development in an underdeveloped territory (Lenin and bolshevism). Tronti carries on in his tranchant analysis of the Italian and European backgrounds: ‘In today's populism, there is no people and there is no prince. It is necessary to beat populism because it obscures the relations of power.’ Through its economic-mediatic-judicial apparatuses, neopopulism constantly shapes “trust-worthy people” similar to the "customers portfolio" of the branded world of neoliberal economy: Berlusconi’s “people” have been following the deeds of Arcore’s Sultan for twenty years; Grillo’s followers are adopting similar all-encompassing identifying processes, giving birth to the more confused impulses of the Italian social strata. With institutional fragility, fluctuating sovereignties and the oblivion of left-wing dogmas (class, status, conflict, solidarity, equality) how can we form people today? Is it possible to reinvent an anti-authoritarian people? Is it only the people or also politics itself that is lacking?


PG I dislike the term “populism”. I fully agree with Jacques Rancière when, in an article published on Libération, he shows how the notion of populism is a device for constructing a certain image of “the people", namely the image of ignorant masses, constitutively prey to their own instincts and to the dumbest demagogic sirens. Whoever makes use of the term populism should be consequent and affirm the necessity of an anti-democratic government of élites. Nobody openly claims this as a political principle since it would be “wrong", however that’s what happens in our representative oligarchies. There is only one result of anti-populist rhetoric: a full subjection to the government of élites, since it prevents the totalitarian drift to which a neglected people would lead.


Of course “the people” is neither good nor bad, for, as Rancière argues, “the people” doesn’t exist. “The people” as a single entity or mass unified by some sort of principle or tendency, does not exist; however “many peoples” do exist into one and, moreover, there are many pictures of what a “people” might be. As a consequence, one abandoned the term "people" replacing it with that of "multitude". Whatever political jargon one may adopt, the concept of populism undoubtedly has its precise governmental function in building the image of a people unified in its most brutal tendencies, thus to be subjected to the rationality of economics and political representation. Accepting the consequences induced by the use of this concept of populism considerably lessen the conditions if not of a revolt or revolution at least of a truly democratic politics.


As Deleuze repeats after Klee, the fact that “the people” is missing means that every political invention, together with every artistic one, is aimed at “the people to come”. In other words, it demands the creation of a new people. Perhaps, to oppose the use of the notion of populism means to refer to a new image of “the people”.


On Control
OC In Postscript on the Societies of Control, published in 1990, Gilles Deleuze states that, thanks to the illuminating analyses of Michel Foucault, a new diagnosis of contemporary Western society has emerged. Deleuze's analysis is as follows: control societies have replaced disciplinary societies at the beginning of the twentieth century. He writes that ‘marketing is now the instrument of social control and it forms the impudent breed of our masters.’ Let us evaluate who stands beyond two very successful electoral adventures such as Forza Italia (Berlusconi’s first party) and M5S: respectively Publitalia 80 owned by Marcello Dell'Utri, and Casaleggio Asssociati owned by Gianroberto Casaleggio. The incontrovertible fact that two marketing companies stand behind these political projects reinforces Deleuze’s analysis. Mechanisms of control, media events such as exit polls and infinite surveys, im/penetrable databases, data as commodities, continuous spin doctoring, influencers that lead consensus on the net, opaque bots, digital squads, dominant echo-chambering. Evil media. These are the determinations of post-ideological (post-democratic?) neoliberalism. The misery of the new control techniques competes only with that of the glass house of transparency (web-control, of course). Jacques Ranciere says we live in the epoch of post- politics: how can we get out of the neo-liberal cage and free ourselves from the ideological consensus of its electoral products? What will the reconfiguration of left-wing politics be after the exhaustion of Marxist hegemony?


PG It goes without saying that marketing plays a central role in contemporary society, not merely claiming to direct but also produce social practices and lifestyles. Current power links are much more pronged and intertwined than they already were at the time of industrial capitalism and the disciplinary society. However the principle according to which no form of domain is ever entirely master of its means still holds true: to consider the control apparatus omnipotent certainly leads to impotence, rather than a search for escape routes or new weapons for the revolt.


When Rancière speaks of the end of politics he isn’t repurposing this diagnosis: he says that there is a dominant discursive regime that aims to get rid of politics, that is radical dissent, social conflict, egalitarian utopia and the idea of ​​a new common life; and he says that this discursive regime can not be distinguished from the wish of those claiming a purely technical politics, one that is ordinary and rational management, fiercely separated from the toxic ideas of those who understand politics as a transformation of the existing, a rupture of the established and a production of dissent. The latter in particular is of evenemential nature: in a specific time and space a novel political entity emerges to organise the revolt field. Like all events, these of a political kind have a great margin of uncertainty: it isn’t just hard to predict but almost impossible to produce in a voluntarist fashion. A tactic, I believe, is to carefully look for those very small displacements, anxieties and microfractures that occur constantly and that, following uncertain reasons, could come together.


In Deleuze’s text you mentioned, modern-day capitalism is said to no longer depend on production but rather on the product, on sales and on the market; moreover, the subaltern subject is said to no longer be the confined man nor the exploited worker, but rather the indebted man. Such analyses go in the same direction of that becoming rent of profit we discussed above. It is the same process of transformation of capitalism which corresponds to the transformation of work and production — growth of social cooperation, immaterial production, harassing life, affections and so on — and to which a transformation of the political strategies of conflict corresponds.


We need to go a step forward. It is not about extending the logic of a frontal collision between power and counter-powers, nor about reversing a model suggesting, as some Italian post-workerist do, that capitalist restorations respond to those innovations brought by social cooperation and class conflict. It is about acknowledging, as Marx did, that capitalist development awoke social, technological, productive and inventive forces that no other social formation had produced. As well as understanding that the very same capitalist development raising those powers does everything possible to hold them back, enslave them to a short-sighted, destructive logic and produce an immense wealth, alongside an immense misery. This is the double jump forward needed to escape the neoliberal cage: to be fully contemporaries of our time and welcome all of capitalist modernity while seeing that the current phase of capitalism may be the basis for the emergence of a post-capitalist society. One must be on top of one’s time to be able to overcome it. In this sense I am in perfect harmony with what Nick Srnicek and Alex Williams wrote in their Manifesto for an Accelerationist Politics.


Paolo Godani, Italian, philosopher, he has been a research fellow at the Department of Philosophy, University of Pisa, Professor of Aesthetics. It is now a researcher at the University of Macerata. The areas and topics of his studies are: aesthetics, contemporary and theoretical philosophy. The authors he has studied are Heidegger, Nietzsche, Schmitt, Bergson and Deleuze. Among the books he has published:  Il tramonto dell’essere. Heidegger e il pensiero della finitezza (ETS, Pisa, 1999), Estasi e divenire. Un’estetica delle vie di scampo ( Mimesis , Milano, 2001), L’informale. Arte e politica ( ETS , Pisa, 2005), Bergson e la filosofia ( ETS , Pisa, 2008) Deleuze (Carocci, Roma, 2009). In collaboration with Delfo Cecchi he has published Falsi raccordi. Cinema e filosofia in Deleuze ( ETS , Pisa, 2007); with Dario Ferrari, La sartoria di Proust. Estetica e costruzione nella Recherche ( ETS , Pisa, 2010). He has translated and edited: Jacques Rancière, Il disagio dell’estetica ( ETS , Pisa, 2009); Pierre Macherey, Da Canguilhem a Foucault. La forza delle norme ( ETS , Pisa, 2011). His forthcoming book will be released (May 2014) by Derive e Approdi: Senza Padri. Economia del desiderio e condizioni di libertà nel capitalismo contemporaneous.


Painting by Stelios Faitakis: The Happy Slave, 2014

sabato 8 febbraio 2014

Paolo Godani: intervista su "Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo"

Intervista a Paolo Godani su "Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo" a cura dei blog Obsolete Capitalism e RizomatikaIntervista raccolta il 24 gennaio 2014. 

Tutte le interviste pubblicate in lingua italiana a Luciana Parisi, Tiziana Terranova, Lapo Berti, Jussi Parikka, Saul Newman, Tony D. Sampson, Alberto Toscano e Simon Choat le potete trovare QUI

Leggi o scarica l'intera intervista di Paolo Godani in formato PDF QUI. Tutte le interviste sul populismo digitale in lingua italiana le potete leggere o scaricare QUI.




Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo

'Fascismo di banda, di gang, di setta, di famiglia, di villaggio, di quartiere, d’automobile, un Fascismo che non risparmia nessuno. Soltanto il micro-Fascismo può fornire una risposta alla domanda globale: “Perchè il desiderio desidera la propria repressione? Come può desiderare la propria repressione?'


—Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Mille Piani, pg. 271



Masse, Potere, Post-democrazia nel XXI secolo: il fenomeno del populismo digitale. Intervista sul fenomeno M5S e sulle elezioni italiane del 24-25 febbraio 2013:


Sul micro-fascismo 
OC Partiamo dall’analisi di Wu Ming, esposta nel breve saggio per la London Review of Books intitolato “Yet another right-wing cult coming from Italy”, che legge il M5S e il fenomeno Grillo come un nuovo movimento autoritario di destra. Come è possibile che il desiderio di cambiamento di buona parte del corpo elettorale sia stato vanificato e le masse abbiano di nuovo anelato - ancora una volta - la propria repressione ? Siamo fermi nuovamente all’affermazione di WilhelmReich: sì, le masse hanno desiderato, in un determinato momento storico, il fascismo. Le masse non sono state ingannate, hanno capito molto bene il pericolo autoritario, ma l’hanno votato lo stesso. E il pensiero doppiamente preoccupante è il seguente: i due movimenti populisti autoritari, M5S e PdL, sommati insieme hanno più del 50% dell’elettorato italiano. Le tossine dell’autoritarismo e del micro-fascismo perché e quanto sono presenti nella società italiana contemporanea ?


Paolo Godani Credo che la riflessione macropolitica, com'è quella di Wu Ming, e l'analisi micropolitica che voi proponete vadano svolte distintamente. Almeno formalmente, vanno considerate come piani differenti, avendo ognuno le proprie categorie e la propria organizzazione interna. La riflessione di Wu Ming e di altri dopo di loro (penso all'intervento recente di Alessandro Dal Lago, Clic. Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica, Cronopio 2013) riguarda l'esplicito – per questo fa uso delle stesse categorie di cui si nutre il dibattito politico ordinario e per questo riflette sulla ripartizione esplicita e globale del consenso così come si configura emblematicamente nelle elezioni politiche. Un'analisi micropolitica ignora invece le partizioni globali, perché rivolge la propria attenzione alle tendenze non immediatamente visibili, spesso inconsce, che attraversano l'intero campo sociale configurandolo diversamente da come appare ad un'analisi del discorso politico ordinario. In questo senso, è essenziale identificare le istanze microfasciste che attraversano la società italiana proprio perché esse si ritrovano anche là dove, secondo un'analisi macropolitica, non dovrebbero stare.
Risponderei dunque separatamente alla domanda circa l'autoritarismo e a quella riguardante i microfascismi.
Per quanto riguarda la prima, credo sia importante comprendere l'autoritarismo come fattore sistemico, piuttosto che come tendenza localizzata e contingente. Non è questo o quel partito o movimento ad essere autoritario, ma lo sono semmai i dispositivi di governo messi in campo nei paesi europei al tempo della crisi (per limitarci al presente). Autoritario è il fatto che le politiche di austerity, le privatizzazioni, il taglio della spesa sociale e della cultura etc., vengano imposte da governi in gran parte privi di legittimazione popolare. I casi  della Grecia e dell'Italia sono emblematici, ma anche se si guarda alla Francia le cose non cambiano molto. Detto in breve, il fatto è che le forze politiche tradizionali, di destra come di sinistra, realizzano gli stessi programmi di politica economica, i quali dunque restano perfettamente indifferenti all'alternanza elettorale. È questa, credo, la ragione per cui in Grecia e in Italia come in Francia emergono movimenti politici antisistemici. Le ragioni per cui una parte rilevante di questi movimenti sono di estrema destra credo siano di due tipi: innanzitutto il fatto che quasi sempre l'altra parte non offre alcuna credibile alternativa di sistema; secondariamente, il fatto che nelle epoche di crisi (di una crisi che è sempre inseparabilmente economica e psichica), le uniche vie d'uscita che si percepiscono come reali si reggono su investimenti inconsci di carattere paranoico, i quali danno luogo a esiti di tipo reazionario o, al limite, suicidario.
I microfascismi, per come li comprendo, si radicano esattamente su questo terreno di investimenti paranoico-reazionari. Il che significa una cosa molto semplice: di fronte ad un problema posto dallo stato attuale delle cose, di fronte ad una sfida che implica una  trasformazione delle proprie abitudini, delle categorie e delle pratiche consolidate, non si sta al gioco, non si cercano nemmeno le soluzioni o le mediazioni possibili, ma ci si ritira in se stessi, con la sensazione di essere accerchiati. L'arroccamento paranoico è uno schema tanto psicologico quanto economico e politico. E in ogni caso è il segno di un sentimento di debolezza profonda. Se si vogliono due esempi correnti: la chiusura delle frontiere di fronte ai fenomeni migratori; e l'ipotesi di “uscire dall'Euro” di fronte al problema degli squilibri della moneta unica e della concorrenza mondiale (ipotesi che non a caso assomiglia all'uscita dal mercato mondiale propugnata dalle ideologie fasciste). Chiaramente, sul piano politico il nazionalismo è sempre un ingrediente fondamentale di questo genere di microfascismi.
Se le cose stanno in questo modo, non è difficile vedere come di istanze microfasciste se ne trovino un po' da tutte le parti, dall'estrema destra all'estrema sinistra, passando ovviamente per quegli strani ibridi (pur assolutamente differenti tra loro) che sono la Lega Nord e il M5S.

1919, 1933, 2013. Sulla crisi 
OC Slavoj Zizek ha affermato, già nel 2009, che quando il corso normale delle cose è traumaticamente interrotto, si apre nella società una competizione ideologica “discorsiva” esattamente come capitò nella Germania dei primi anni ’30 del Novecento quando Hitler indicò nella cospirazione ebraica e nella corruzione del sistema dei partiti i motivi della crisi della repubblica di Weimar. Zizek termina la riflessione affermando che ogni aspettativa della sinistra radicale di ottenere maggiori spazi di azione e quindi consenso risulterà fallace in quanto saranno vittoriose le formazioni populiste e razziste, come abbiamo poi potuto constatare in Grecia con Alba Dorata, in Ungheria con il Fidesz di Orban, in Francia con il Front National di Marine LePen e in Inghilterra con le recentissime vittorie di Ukip. In Italia abbiamo avuto imbarazzanti “misti” come la Lega Nord e ora il M5S, bizzarro rassemblement che pare combinare il Tempio del Popolo del Reverendo Jones e Syriza, “boyscoutismo rivoluzionario” e disciplinarismo delle società del controllo. Come si esce dalla crisi e con quali narrazioni discorsive “competitive e possibilmente vincenti”? Con le politiche neo-keynesiane tipiche del mondo anglosassone e della terza via socialdemocratica nord-europea o all’opposto con i neo populismi autoritari e razzisti ? Pare che tertium non datur...


PG Intanto bisogna aver presente che quando parliamo della crisi attuale ci riferiamo ad una molteplicità di fenomeni distinti.
C'è la contingenza della crisi economica mondiale esplosa nel 2008, dalla quale la maggior parte dei paesi sviluppati è uscita da tempo, e che può essere vista come una delle tante crisi cicliche che hanno scandito la storia del capitalismo.
C'è poi quella che alcuni chiamano, credo giustamente, crisi permanente e che si identifica invece con una trasformazione profonda del capitalismo riassumibile nella formula (che si deve a Carlo Vercellone ed è ripresa da Christian Marazzi nel suo Il comunismo del capitale, Ombre corte 2010) “divenire rendita del profitto”: alla caduta tendenziale del saggio di profitto (dovuta almeno in parte a meccanismi diversi e ulteriori rispetto a quelli analizzati da Marx), il capitalismo attuale risponde con una valorizzazione che avviene al di fuori dei processi produttivi, e precisamente attraverso la finanziarizzazione. Il che comporta una autonomizzazione del capitale dalle dinamiche sociali e politiche (cioè sia dai conflitti su quello che un tempo era il luogo della produzione di plusvalore, il lavoro, sia dalle mediazioni istituzionali), e dunque la costituzione di una cerchia ristrettissima di interessi privati capace di modificare i destini dell'economia globale.
C'è infine una crisi che colpisce l'Europa e forse, all'interno di questa, una crisi peculiare dell'Italia. Dell'immobilismo, del clientelismo, dell'evasione fiscale endemica etc., caratteristiche della situazione italiana, sappiamo tutto e non è il caso di soffermarvisi. Più interessante è il problema europeo, sia perché costituisce un esperimento politico che non ha precedenti storici (un'unione politica fondata solo su un'unione monetaria), sia perché il fallimento di questo esperimento potrebbe condurre a disastri di non poco conto (si può sospettare che se l'Unione europea era nata idealmente per evitare il riprodursi delle condizioni che hanno portato a due guerre mondiali, la sua dissoluzione rischia precisamente di rendere di nuovo attuali quelle condizioni), sia perché credo sia questo il terreno di coltura delle istanze fasciste di cui si diceva. Molto in breve: se un po' dovunque in Europa nascono movimenti nazionali che auspicano l'uscita del loro paese dall'Euro è perché quest'ultimo si identifica senza residui con le politiche neoliberiste di taglio alla spesa sociale, privatizzazioni, precarizzazione del lavoro e della vita, bassi salari etc. In questo senso, l'opposizione alle politiche economiche europee non ha alcunché di reazionario. Il fatto è che, accanto a questo primo elemento, ve ne è un secondo non meno rilevante: la strategia nazionale con cui la politica economica tedesca approfitta della situazione europea per accrescere la propria supremazia.
Naturalmente non ho ricette per rispondere alla vostra domanda “come si esce della crisi?”. Credo però che se l'analisi che ho cercato di abbozzare ha un qualche senso, se è vero per esempio che i nazionalismi demagogici e reazionari sono il segnale di un'impotenza di fronte all'autoritarismo che caratterizza il modo di governo dei paesi europei di fronte alla crisi (autoritarismo che è diretta conseguenza della trasformazione attuale del capitalismo di cui dicevo poco fa), allora l'unica possibilità che abbiamo è quella di combattere quell'autoritarismo cercando di aprire, ovunque sia possibile, spazi di conflitto per imporre partecipazione e decisione democratica. La paura che governa gli investimenti reazionari si sconfigge solo con la conquista reale di un cambiamento.
Le politiche socialdemocratiche fondate su una relativa redistribuzione delle ricchezze   sono sempre state una sorta di mediazione asimmetrica: consentivano di mantenere la strutturale ineguaglianza di ricchezza e potere tra le classi sociali, garantendo però agli strati subalterni speranze di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Le lotte sociali hanno fatto leva, nella seconda metà del Novecento, sull'esistenza di questa mediazione. Anche quando avevano mire radicali, era il terreno del welfare quello sul quale innanzitutto potevano poggiare le lotte. Ora, ciò che è cambiato con la finanziarizzazione dell'economia è che gli Stati non sono più in grado di governare la distribuzione della ricchezza. Pertanto, la nostra necessità è di inventare gli strumenti capaci non più di distribuire, ma di appropriarsi di una ricchezza che è prodotta dalla cooperazione sociale, ma è interamente assorbita dai circuiti finanziari. Se, nel capitalismo novecentesco, la successione appropriazione/distribuzione era in buona parte nelle mani degli stati, così che su di essi era possibile far pressione affinché alla ricchezza appropriata seguisse una più equa distribuzione (secondo lo schema persino banale elaborato da Carl Schmitt), oggi il problema è semmai quello di costruire una potenza collettiva non statuale capace di agire direttamente e immediatamente sull'appropriazione della ricchezza, cioè di risocializzare ciò che la finanziarizzazione ha privatizzato.


Sull’organizzazione.
OC Daniel Guèrin nel suo “La peste brune” mostra come la conquista del potere di Hitler nella Germania del 1933 sia avvenuta grazie anzitutto a “micro-organizzazioni che gli conferivano un mezzo incomparabile, insostituibile per penetrare in tutte le cellule della società”. Il movimento di Grillo si è ramificato nella società grazie alla formula territoriale dei meet-up mutuata direttamente dal mondo politico statunitense, i meet-up di Howard Dean (http://www.wired.com/wired/archive/12.01/dean.html). Ma il M5S è altro ancora dai Meet-Up. E’ possibile tentare un’analitica dell’esplosione M5S come neo-vettore energetico in mutazione vorticosa (Fèlix Guattari l’avrebbe chiamato “il movimento assoluto della macchina-Grillo)? Quali sono le componenti, i fili, i flussi, i segmenti, gli slanci e le eterodossie della “macchina da guerra astratta” grillina ?


PG non vorrei sottovalutare il fenomeno M5S, ma credo che più che una macchina da guerra sia una sorta di catalizzatore che ha velocizzato (e semmai raccolto e concentrato) reazioni già in corso. In un certo senso, non c'è nulla di quanto dice Grillo che non fosse già nel dibattito politico (a parte forse alcune questioni legate all'innovazione della green economy, le quali però, non a caso, non sono certo tra le ragioni del successo elettorale del M5S). Le istanze anti-casta, ad esempio, erano in larga misura presenti nella pubblicistica della sinistra giustizialista da almeno un ventennio; l'opposizione allo jus soli era ed è un cavallo di battaglia della Lega e più in generale della destra italiana; l'opposizione alle politiche economiche europee attraversa variamente l'intero quadro politico. L'unica vera innovazione del M5S sta nell'aver portato in Parlamento della gente comune. Io credo francamente che questo sia un fattore positivo, soprattutto in un momento nel quale la democrazia sembra necessariamente sovradeterminata dalla cosiddetta “tecnica” economica.
Anche per quanto concerne il tipo di organizzazione del M5S, non mi pare ci siano innovazioni particolarmente rilevanti: semplicemente si utilizzano strumenti di comunicazione che possono apparire nuovi solo ad un ceto politico cresciuto prima della rivoluzione informatica...
Infine, anche la presenza di Grillo stesso come tribuno carismatico non mi pare brilli come grande novità, in un'epoca mediatica nella quale lo spettacolo politico ha bisogno di rappresentanti capaci di comunicare in maniera immediata e affettiva.
Un discorso a parte andrebbe fatto per i commenti al blog di Grillo, che indubbiamente manifestano molto spesso il più puro risentimento morale e sociale. Si tratta di un delirio autoreferenziale e paranoico che si esprime in molti casi analoghi (ne ha scritto Raffaele Donnarumma su Le parole e le cose a proposito dei blog letterari). Ma anche qui non c'è da stupirsi del delirio quando quasi tutte le vie che consentirebbero di evitarlo sono sbarrate. L'unico antidoto per questo genere di fenomeni è la discussione collettiva e la costruzione comune di un vocabolario e di un progetto nel quale la rabbia e la disperazione possano uscire dalla sfera individuale.
Credo che in fondo il M5S condivida con le forze politiche tradizionali due limiti di fondo che non gli consentono di scalfire in maniera effettiva quell'autoritarismo di cui si diceva: un'organizzazione virtuale che produce manifestazioni di massa solo come eventi (lo stesso problema, come si ricorderà, lo ha avuto anche il movimento noglobal), e una fiducia ottusa o opportunista, non saprei dire, nella democrazia rappresentativa.

Sulle onde anomale 

OC Franco Berardi in un suo recente post sul sito di Micromega afferma che, con il voto del 24 febbraio 2013, la sconfitta dell’anti-Europa liberista comincia in Italia. Gli italiani, secondo la sua particolare lettura, avrebbero detto: non pagheremo il debito. Insolvenza. Che cosa è accaduto in Italia, secondo il vostro punto di vista, il 24 febbraio 2013? E poi, un recentissimo studio dell’Istituto Cattaneo - Gianluca Passarelli, il ricercatore - ha dimostrato che il M5S è il partito più “nazionale” delle elezioni del 24 febbraio; il suo scoring (0,90 sul top vote di 1,00) dimostra che il suo dato elettorale è il più omogeneo, nei termini di percentuale di voti, su tutto il territorio nazionale, più del PdL (0,889) e del PD (0,881). Ma come è potuto accadere ? (come è stato possibile che in quasi tre anni, dal 2010 al 2013, questo partito-movimento abbia potuto non solo competere, ma addirittura battere, macchine elettorali ben rodate quali quelle delle formazioni berlusconiane e della sinistra organizzata?)


PG Non so se Bifo abbia ragione a sperare che la sconfitta dell'Europa neoliberista sia cominciata. Quel che è ormai chiaro, a distanza di quasi un anno dalle elezioni, è che la vittoria elettorale inattesa e sconquassante del M5S è stata almeno per il momento rintuzzata da una coalizione volta alla conservazione.
Il momento decisivo per la situazione politica in Italia è stato certamente quello dell'elezione del presidente della repubblica. Non solo perché la rielezione di un presidente già molto anziano segnala icasticamente l'incancrenirsi della situazione italiana, ma soprattutto perché Napolitano è tornato ad essere presidente come una sorta di argine di fronte alla candidatura di Stefano Rodotà. Per quanto la votazione on-line dei candidati cinque stelle sia stata certamente una farsa dal punto di vista della rappresentatività, resta significativo che la preferenza sia caduta su un uomo politico e su un intellettuale che nulla aveva a che spartire con il populismo, la demagogia, il giustizialismo che sembravano caratterizzare il M5S. Si potrebbe dire che sia stata l'unica mossa azzeccata da Grillo (e infatti non è stata un'idea sua...). Anche perché quella candidatura (come per altri versi il “caso Prodi”) ha contribuito a mettere in luce le possibili fratture interne al Partito Democratico. Se non mi sbaglio, la candidatura Rodotà aveva fatto nascere qualche speranza anche in ambienti diversi da quelli che hanno votato M5S. Da cui l'amarezza ancora più profonda nel momento del ritorno all'ordine.
Infine, non credo ci sia troppo da stupirsi del successo elettorale del M5S. In fondo, è stato il movimento che meglio è riuscito ad incarnare una posizione oggettivamente esistente nel panorama politico: quella di chi si oppone alle politiche autoritarie dell'austerity o, quantomeno, quella di chi si sottrae al consenso sulla conservazione.

Sul popolo che manca

OC Mario Tronti afferma che “c’è populismo perché non c’è popolo”. Tema eterno, quello del popolo, che Tronti declina in modalità tutte italiane in quanto “le grandi forze politiche erano saldamente poggiate su componenti popolari presenti nella storia sociale: il popolarismo cattolico, la tradizione socialista, la diversità comunista. Siccome c’era popolo, non c’era populismo.” Pure in ambiti di avanguardie artistiche storiche, Paul Klee si lamentava spesso che era “il popolo a mancare”. Ma la critica radicale al populismo - è sempre Tronti che riflette - ha portato a importanti risultati: il primo, in America, alla nascita dell’età matura della democrazia; il secondo, nell’impero zarista, la nascita della teoria e della pratica della rivoluzione in un paese afflitto dalle contraddizioni dello sviluppo del capitalismo in un paese arretrato (Lenin e il bolscevismo). Ma nell’analisi della situazione italiana ed europea è tranchant: “Nel populismo di oggi, non c’è il popolo e non c’è il principe. E’ necessario battere il populismo perché nasconde il rapporto di potere”. L’abilità del neo-populismo, attraverso gli apparati economici-mediatici-spettacolari-giudiziari, è nel costruire costantemente dei “popoli fidelizzati” più simili al “portafoglio-clienti” del mondo brandizzato dell’economia neo-liberale: quello berlusconiano è da vent’anni che segue blindato le gesta del sultano di Arcore; quello grillino, in costruzione precipitosa, sta seguendo gli stessi processi identificativi totalizzanti del “popolo berlusconiano”, dando forma e topos alle pulsioni più deteriori e confuse degli strati sociali italiani. Con le fragilità istituzionali, le sovranità altalenanti, gli universali della sinistra in soffitta - classe, stato, conflitto, solidarietà, uguaglianza - come si fa popolo oggi ? E’ possibile reinventare un popolo anti-autoritario? A mancare, è solo il popolo o la politica stessa?


PG A me non piace il termine “populismo”. Su questo sono interamente d'accordo con Jacques Rancière che, in un articolo uscito su Libération, mostrava come la nozione di populismo fosse un dispositivo per la costruzione di una certa immagine del “popolo”, precisamente l'immagine del popolo come massa ignorante, costitutivamente preda dei propri istinti, nonché delle più stupide sirene demagogiche. Chi fa uso del termine populismo dovrebbe essere conseguente e affermare l'esigenza di un governo anti-democratico delle élites. Nessuno lo afferma come principio politico, perché sarebbe “scorretto”, ma è ciò che accade nelle nostre oligarchie rappresentative. Il risultato della retorica anti-populista non può che essere uno solo: l'assoggettamento al governo delle élites – perché solo quest'ultimo impedisce la deriva totalitaria a cui condurrebbe il popolo lasciato a se stesso.
Ora, naturalmente il popolo non è né buono né cattivo, per la banale ragione che (come dice ancora Rancière) il popolo non esiste. Il popolo come entità unica, massa unificata da qualche principio o tendenza, non esiste, ma esistono molti popoli in uno solo ed esistono molte immagini di che cosa sia un popolo. Per questa ragione, qualcuno ha pensato bene di non utilizzare più il termine “popolo”, sostituendolo con quello di “moltitudine”. Comunque ci si voglia rapportare al dizionario politico, è indubbio che la nozione di populismo ha la sua precisa funzione governamentale nella costruzione dell'immagine di un popolo unificato nelle sue tendenze più brutali e di conseguenza da assoggettare alla razionalità dell'economia e della rappresentanza politica. Se accettassimo queste conseguenze che l'uso della nozione di populismo porta con sé, toglieremmo le condizioni stesse non dico della rivolta o della rivoluzione, ma anche solo di una politica effettivamente democratica.
Il fatto che il popolo manchi – come Deleuze ripete a seguito di Klee – significa che ogni invenzione politica (come ogni invenzione artistica) si rivolge ad un popolo a venire, pretende la nascita di un popolo nuovo. Forse, opporsi all'uso della nozione di populismo è anche questo: riferirsi ad una nuova immagine del popolo.



Sulle società di controllo
OC Gilles Deleuze nel Poscritto delle Società di Controllo, pubblicato nel maggio del 1990, afferma che, grazie alle illuminanti analisi di Michel Foucault, emerge una nuova diagnosi della società contemporanea occidentale. L’analisi deleuziana è la seguente: le società di controllo hanno sostituito le società disciplinari allo scollinare del XX secolo. Deleuze scrive che “il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri padroni”. Difficile dargli torto se valutiamo l’incontrovertibile fatto che, dietro a due avventure elettorali di strepitoso successo - Forza Italia e Movimento 5 Stelle - si stagliano due società di marketing: la Publitalia 80 di Marcello Dell’Utri e la Casaleggio Asssociati di Gianroberto Casaleggio. Meccanismi di controllo, eventi mediatici quali gli exit polls, sondaggi infiniti, banche dati in/penetrabili, data come commodities, spin-doctoring continuo, consensi in rete guidati da influencer, bot e social network opachi, digi-squadrismo, echo-chambering dominante, tracciabilità dei percorsi in rete tramite cookies, queste le determinazioni delle società post-ideologica (post-democratica?) neoliberale. Le miserie delle nuove tecniche di controllo rivaleggia solo con le miserie della “casa di vetro” della trasparenza grillina (il web-control, of course). Siamo nell’epoca della post-politica, afferma Jacques Ranciere: Come uscire dalla gabbia neo-liberale e liberarci dal consenso ideologico dei suoi prodotti elettorali? Quale sarà la riconfigurazione della politica - per un nuovo popolo liberato - dopo l’esaurimento dell’egemonia marxista nella sinistra ?


PG Indubbiamente il marketing ha una funzione essenziale nelle società contemporanee, con la sua pretesa non solo più di dirigere, ma di produrre pratiche sociali e stili di vita. Non c'è dubbio che le maglie del potere attuale siano molto più ramificate di quanto già non fossero all'epoca del capitalismo industriale e della società disciplinare. Conserverei però il principio in base al quale nessuna forma di dominio è mai interamente padrona dei suoi mezzi. Considerare come onnipotenti i dispositivi del dominio conduce senz'altro all'impotenza, piuttosto che alla ricerca di vie di fuga o di nuove armi per la rivolta.
Quando Rancière parla della fine della politica non sta certo assumendo in proprio questa diagnosi, ma sta dicendo che esiste un certo regime discorsivo dominante che vuole farla finita con la politica, cioè con il dissenso radicale e con il conflitto sociale, con l'utopia egualitaria e con l'idea di una vita nuova comune. E sta dicendo che questo regime discorsivo non si distingue, al fondo, dall'auspicio di coloro che pretendono una politica puramente tecnica, come gestione ordinaria e razionale, separata dalle malsane idee di chi invece intende la politica come trasformazione dell'esistente, come rottura dell'ordine costituito e produzione di dissenso. La politica intesa come produzione di dissenso è certamente di natura evenemenziale: ad un certo momento e in un luogo specifico un soggetto politico nuovo emerge ad organizzare il campo della rivolta. Come tutti gli eventi, anche quelli politici presentano un ampio margine di aleatorietà: non solo è difficile prevederli, ma è quasi impossibile produrli in maniera volontaristica. Ciò che si può fare, credo, è osservare con attenzione estrema i piccoli spostamenti, le tensioni, le microfratture che si producono costantemente e che per ragioni difficilmente ponderabili potrebbero tra poco fare massa.
Nello stesso testo di Deleuze che citate, si nota come il capitalismo attuale non sia più costruito in funzione della produzione, ma del prodotto, della vendita e del mercato, e si sottolinea come il soggetto subalterno non sia più né l'uomo rinchiuso né il lavoratore sfruttato, bensì l'uomo indebitato. Queste analisi vanno nella direzione di quel divenire rendita del profitto di cui si diceva sopra. Si tratta di uno stesso processo di trasformazione del capitalismo che corrisponde alla trasformazione del lavoro e della produzione (la crescita della cooperazione sociale, la produzione immateriale, la messa al lavoro della vita, degli affetti etc.), e a cui non può non corrispondere una trasformazione delle strategie politiche conflittuali.
Ma bisogna fare un passo ulteriore. Non si tratta di continuare a pensare nella logica di uno scontro frontale tra potere e contropoteri, né basta capovolgere lo schema suggerendo (come fa certo post-operaismo italiano) che le ristrutturazioni capitalistiche rispondono alle innovazioni portate dalla cooperazione sociale e dal conflitto di classe. Bisogna essere consapevoli, come lo era Marx, che lo sviluppo del capitalismo ha destato potenze sociali, tecnologiche, produttive, inventive etc. che nessuna altra formazione sociale aveva prodotto. E bisogna sapere, al contempo, che lo stesso sviluppo capitalistico che desta quelle potenze fa poi di tutto per tenerle a bada, per metterle al servizio di una logica miope e distruttiva, per produrre, insieme ad una ricchezza immensa, un'immensa miseria. Per uscire dalla gabbia neoliberale è necessario questo passo doppio: essere pienamente contemporanei del nostro tempo, accogliere tutto della modernità capitalistica, e sapere al contempo che la fase attuale del capitalismo può essere la base materiale per la nascita di una società post-capitalista. Bisogna essere all'altezza del proprio tempo per poterlo superare. In questo senso, sono in perfetta consonanza con quanto scrivono Nick Srnicek e Alex Williams nel loro Manifesto for an accelerationist politics.




Paolo Godani, italiano, filosofo, è stato assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Pisa, cattedra di Estetica. Ora è ricercatore presso l’Università di Macerata. Gli ambiti e le tematiche di ricerca sono: filosofia contemporanea,  estetica e filosofia teoretica. Gli autori di cui si è occupato, in modo particolare, sono Heidegger, Nietzsche, Schmitt, Bergson e Deleuze. Tra i libri pubblicati, ricordiamo Il tramonto dell’essere. Heidegger e il pensiero della finitezza (ETS, Pisa 1999), Estasi e divenire. Un'estetica delle vie di scampo (Mimesis, Milano 2001), L’informale. Arte e politica (ETS, Pisa 2005), Bergson e la filosofia (ETS, Pisa 2008) Deleuze (Carocci, Roma 2009). Ha curato in collaborazione con Delfo Cecchi, Falsi raccordi. Cinema e filosofia in Deleuze, (ETS, Pisa 2007); con Dario Ferrari, La sartoria di Proust. Estetica e costruzione nella Recherche (ETS, Pisa  2010). Ha tradotto e curato: Jacques Rancière, Il disagio dell'estetica (ETS, Pisa 2009), Pierre Macherey, Da Canguilhem a Foucault. La forza delle norme (ETS, Pisa, 2011).  Di prossima pubblicazione per i tipi di Derive e Approdi, Senza padri. Economia del desiderio e condizioni di libertà nel capitalismo contemporaneo (in uscita a maggio 2014).



Painting: Stelios Faitakis - We can manage on our own (2012)