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mercoledì 3 giugno 2015

Elettra Stimilli: Recensione del libro (a cura di) Matteo Pasquinelli: Gli algoritmi del capitale @ Alfabeta2, 3 giugno 2015

Gli algoritmi del capitale

Recensione di Elettra Stimilli per Alfabeta2, 3 giugno 2015 

Quando era appena uscito nelle sale italiane The Wolf of Wall Street, il film in cui Scorsese narra l'ascesa e la caduta di uno dei tanti spregiudicati broker newyorkesi, nell'intenzione - da lui stesso esplicitamente dichiarata - di “scoprire come lavorano le loro menti”, viene pubblicato in Italia un volume a cura di Matteo Pasquinelli, Gli algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine delle conoscenza e autonomia del comune (Ombre Corte 2014), che tenta di inscrivere la riflessione sull'attuale crisi finanziaria tra le sofisticate pieghe della virtualizzazione della finanza e delle relazioni sociali. Più che al film di Scorsese, Pasquinelli preferisce, però, far riferimento, come antecedente artistico delle analisi contenute nel libro da lui curato, al romanzo di Don DeLillo Cosmopolis, scritto negli stessi anni del movimento di Seattle e prima del tragico attacco alle Twin Towers.
Muovendo da una riflessione sul predominio e sulla crisi del capitalismo finanziario contemporaneo, i saggi raccolti in questo volume sono tutti accomunati dall'esigenza di guardare all'orizzonte tecnologico globale nell'intento di trovare nuovi paradigmi in grado di dischiudere differenti spazi collettivi e politici. Il volume si apre con il Manifesto per una politica accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek, da molti definito il caso editoriale del 2013 all'interno del pensiero politico radicale. Sorto dall'ambiente intellettuale che ruota attorno alla rivista inglese «Collapse» - spesso individuato con l'etichetta “realismo speculativo” e legato ad autori come Reza Negarestani e Ray Brassier – il Manifesto è stato tradotto in diverse lingue e viene qui presentato in versione italiana come un'introduzione al dibattito che si è sviluppato a partire da un simposio organizzato a Berlino nel 2013.


Le tesi del Manifesto possono così essere confrontate con quelle che provengono dalle riflessioni dell'operaismo italiano che, già negli anni Settanta del secolo scorso, aveva saputo mettere a tema l'egemonia del general intellect nelle società post-fordiste, evidenziando il graduale predominio del lavoro cognitivo. Oggi tuttavia, come scrive Pasquinelli nell'Introduzione, “non è sufficiente affermare che il capitalismo [...] [sia] un capitalismo cognitivo […]. Il capitalismo ha sviluppato forme di intelligenza autonoma e di scala superiore. Si deve dire: il capitale stesso pensa” (p. 9). Il piano di sorveglianza PRISM della National Security Agency, di recente divenuto famoso grazie allo scandalo sulle intercettazioni che ha coinvolto le agenzie di intelligenceamericane - di cui, tra l'altro, si tratta in Citizenfour, il film documentario di Laura Poitras su Edward Snowden, di recente diffuso anche nelle sale cinematografiche italiane - ha rivelato in maniera palese questa situazione.
Se questo automaton tecnologico planetario sta ridisegnando i confini del nuovo nomos politico, a nulla possono servire nostalgiche visioni di un passato ormai irrecuperabile. Per gli autori del Manifesto accelerazionista si tratta piuttosto di portare all'estremo questa orientamento come attendendo una sua implosione interna, che sia, però, l'inizio per una nuova era post-capitalistica. L'accelerazione risulta in questo senso la realizzazione di tendenze che dovrebbero condurre al pieno dispiegamento di potenzialità già contenute, ma neutralizzate, nell'attuale forma del capitalismo.
Una simile analogia tra l'impero globalizzante della politica post-nazionale e le potenzialità della rete è presente anche nella prospettiva di Antonio Negri, che interviene insieme ad altri nel volume (come Franco Berardi Bifo, Mercedes Bunz, Stefano Harney, Tiziana Terranova, Carlo Vercellone, Cristiana Marazzi, ecc.). Ma il problema, per Negri, non è soltanto il fatto che “accelerazionismo” risulta un termine infelice, perché richiama “un senso futurista a quello che futurista non è” (p. 34); ma soprattutto sta nella possibilità di ricondurre questo processo alla sua organizzazione politica, alle stesse forze sociali preesistenti a qualsiasi “algoritmo” del capitale.



mercoledì 18 marzo 2015

Critica del presente tra letteratura e filosofia: Benjamin, Il culto del capitale @ Siena, Università degli studi, 18 marzo 2015


Università degli Studi di Siena 1240
Dottorato di Ricerca in Filologia e Critica

Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature Antiche e Moderne
Siena, Aula "Refugio" (via Refugio, 4 - p.t.)

mercoledì 18 marzo 2015

ore 14.30 - Critica della letteratura e critica sociale
Daniele Giglioli (Università di Bergamo)
Guido Mazzoni (Università di Siena)

ore 17.00 - Benjamin, Il culto del capitale
Elettra Stimilli (Scuola Normale di Pisa)
Paolo Godani (Università di Macerata)
Clemens-Carl Härle (Università di Siena)

Il culto del capitale Walter Benjamin: capitalismo e religione. A cura di Dario Gentili, Mauro Ponzi e Elettra Stimilli (Quodlibet, 2015) + Paolo Godani: recensione del libro "Il culto del capitale"


Il culto del capitaleWalter Benjamin: capitalismo e religione A cura di Dario Gentili, Mauro Ponzi e Elettra Stimilli


Il lavoro seminariale raccolto in questo volume prende spunto dal frammento Capitalismo come religione, composto da Benjamin nel 1921. Qui, in poche pagine dalla densità quasi visionaria, il capitalismo è presentato come una religione puramente cultuale, che tende a reiterare all’infinito un meccanismo di indebitamento e di colpevolizzazione da cui non può esserci scampo. A distanza di quasi un secolo, l’intuizione di Benjamin risulta confermata in maniera plateale dalla crisi dei nostri giorni, e non c’è da stupirsi se il frammento è diventato ormai un riferimento costante nei dibattiti recenti sulla natura e sul destino del capitalismo.

Per queste ragioni l’Associazione Italiana Walter Benjamin (AWB) ha scelto questo breve testo per inaugurare le pubblicazioni del suo Seminario permanente, affiancando a una nuova traduzione del frammento i contributi dei diversi autori che hanno preso parte al primo ciclo di incontri. Questo lavoro vorrebbe contribuire ad avviare una fase nella ricezione dell’opera di Benjamin interessata soprattutto a farne emergere lo straordinario valore per una comprensione critica dell’attualità.

Contributi di Alessandra Campo, Roberto Ciccarelli, Massimo De Carolis, Dario Gentili, Gabriele Guerra, Clemens-Carl Härle, Giuseppe Massara, Bruno Moroncini, Paolo Napoli, Massimo Palma, Mauro Ponzi, Sarah Scheibenberger, Elettra Stimilli, Tamara Tagliacozzo, Massimiliano Tomba, Luca Viglialoro.

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Il culto del capitalePaolo Godani «Alfabeta2» 06-12-2014

Il culto del capitale, che comprende una nuova traduzione del testo di Benjamin Kapitalismus als Religion e una quindicina di saggi dedicati a temi connessi, è il risultato di un lavoro comune svolto nel Seminario permanente di Studi benjaminiani (istituito dall’Associazione Walter Benjamin). Soprattutto la prima parte del testo (che oltre ai contributi dei curatori vede quelli di Massimiliano Tomba, Bruno Moroncini e Clemens-Carl Härle) è legata all’analisi del frammento benjaminiano e alla ricostruzione dei contesti storici e teorici nei quali esso si inserisce. Nella seconda parte del lavoro sono presentati testi (di Paolo Napoli, Massimo De Carolis, Roberto Ciccarelli e Alessandra Campo) che elaborano in maniera più autonoma alcune delle tematiche suggerite nello scritto di Benjamin, facendo emergere soprattutto la loro centralità per una comprensione critica del mondo attuale. Infine, la terza parte del libro (con testi di Luca Viglialoro, Sarah Scheinbenberger, Gabriele Guerra, Tamara Tagliacozzo, Massimo Palma, Giuseppe Massara) è dedicata all’analisi di incontri (reali o possibili) tra Benjamin e altri pensatori o poeti per lo più novecenteschi (ad esempio: Sorel, Bataille, Eliot, Pasolini).

Alcune delle linee direttrici che segue Il culto del capitale erano state anticipate dal libro di Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo (Quodlibet 2011), senza che ciò diminuisca l’interesse di questo studio collettivo ricco e approfondito. Nell’impossibilità di rendere conto in maniera dettagliata dei diversi contributi, ci limiteremo a segnalare alcune delle tematiche a nostro avviso più interessanti.

Innanzitutto, il confronto tra la prospettiva di Benjamin e quella di Max Weber e di Carl Schmitt. Con il primo, da cui evidentemente Kapitalismus und Religion trae (seppure in maniera critica) il suo spunto centrale, Benjamin condivide l’idea che all’origine del potere religioso dell’economia capitalistica non vi sia la teologia, ma la pratica dell’ascetismo cristiano. Con il secondo, Benjamin ha in comune, fra l’altro, la considerazione della colpa come nozione-limite del diritto, in questo assimilabile al forza con la quale la legge si impone. Per Benjamin la colpa (Schuld), esterna o liminare rispetto al potere politico, è tuttavia interna, nella forma del debito (Schulden), ad un potere economico che si presenta dunque come una modalità di dominio distinta dal potere statuale, ma forse addirittura più violenta (in quanto più sottilmente pervasiva) di quest’ultimo.

Uno dei punti più rilevanti è che il “portatore” della colpa, dunque l’indebitato nel quale si incarna la forma generatrice dal capitalismo, non è il vivente umano in generale, ma l’individuo vivente. Il potere religioso del capitale non si applica all’uomo generico o alla massa degli uomini, bensì a ogni singolo essere umano come tale. Il culto colpevolizzante e indebitante del capitale è anche, inseparabilmente, un culto individualizzante, il cui sintomo Benjamin identifica, con grande raffinatezza psicologica, in quella “malattia dello spirito proprio dell’epoca capitalistica” che sono le “preoccupazioni”. Queste ultime sono sintomo dell’individualizzazione perché “sorgono dall’angoscia per l’assenza di una via d’uscita che sia comunitaria e non individuale-materiale” (p. 11). Se questo è vero, la via d’uscita (dalle preoccupazioni e dal capitalismo) dovrà procedere – come spiega Gentili – “in senso inverso rispetto all’individualizzazione, alla frantumazione dell’inter-esse in interesse individuali”. In altre parole, “Benjamin non sta sostenendo soltanto la condivisibilità del debito. Egli sostiene soprattutto che, in sé, la vita in-comune è priva di colpa” (p. 67).

Questa necessaria inversione di rotta, questa Umkehr, viene messa da Benjamin in opposizione esplicita al potenziamento (Steigerung) che si suppone caratteristico dell’oltreuomo nietzschiano. La via d’uscita dal capitalismo non sta nel potenziamento dell’umano, ma, giusto all’opposto, nella politica come “adempimento dell’umanità non potenziata (ungesteigerten)” (p. 68). La nozione di Umkehr, come viene suggerito da Härle nel suo testo, torna sotto la penna di Benjamin nel saggio su Kafka, dove si afferma che essa consiste nella “direzione dello studio che trasforma la vita in scrittura”, dove lo studio, “poiché non si oggettiva in alcuna cosa né in alcun prodotto – commenta Härle – si riassume nella semplice intensità del suo gesto” (p. 103).

Il nesso tra l’inversione di rotta rispetto all’individualizzazione e il culto capitalistico che fa pesare sull’individuo il destino di una colpa inespiabile, di un debito infinito, spiega forse l’accenno di Benjamin al fatto che “la teoria freudiana appartiene al dominio sacerdotale di questo culto” (p. 10). Il culto del capitale sorvola discretamente questo punto, che sarebbe stato utile mettere in relazione con la considerazione benjaminiana di una nozione di carattere opposta all’idea di destino.

Varrebbe la pena approfondire l’idea che una via d’uscita dalla colpa costitutiva del destino individuale non si trovi nell’immagine di un rimosso come “capitale che grava di interessi l’inferno dell’inconscio” (immagine che, semmai, ribadisce la costituzione di un’individualità colpevole), non, dunque, nella psicanalisi, ma piuttosto in quella “sublimità della commedia di carattere” che risiede nell’affermazione di una certa “anonimità dell’uomo e della sua moralità, pur mentre l’individuo si dispiega al massimo nell’unicità del suo tratto caratteristico” (Destino e carattere).

Il culto del capitale mostra nella maniera più chiara sino a che punto, per invertire la rotta del capitalismo attuale, le pratiche volte a rimuovere il peso economico del debito non possano non affrontare il problema dell’eliminazione del fardello antropologico della colpa.



mercoledì 25 settembre 2013

Elettra Stimilli è la vincitrice del Premio Feronia 2013 nella sezione saggistica con "Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo" (Quodlibet)


Elettra Stimilli è la vincitrice del Premio Feronia 2013 nella sezione saggistica con Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo

Motivazione del premio 
di Aldo Mastropasqua

È assai raro che un saggio complesso e di non facile lettura come quello pubblicato da Elettra Stimilli, dal titolo in apparenza enigmatico: debito del vivente. Ascesi e capitalismo, riesca a suscitare un dibattito e un'attenzione non usuali oggi per la saggistica e soprattutto per quella filosofica. È anche per questo che un premio controcorrente come il nostro ha senza esitazioni deciso di premiarlo per la sezione Saggistica.
ll libro di Elettra Stimilli non ha una portata esclusivamente accademica - come perlopiù accade oggi per la saggistica - ma direi senz'altro che si colloca anche su un versante di ricerca militante, dal momento che si interroga e ci interroga sui rapporti attuali tra capitalismo e religione, centrali oggi in un'epoca in cui all'egemonia globale del mercato si contrappone una fortissima tensione internazionale legata a movimenti religiosi in ascesa e in espansione su scala planetaria. ll rapporto tra l'impetuoso sviluppo del capitalismo soprattutto nordoccidentale e il cristianesimo era stato - nei primi anni del Novecento - indagato con acume dall'importante studio di Max Weber L'etica protestante e lo spirito del capitalismo appunto a partire da questo saggio, che legava il capitalismo nella sua forma più moderna alla convinzione protestante - soprattutto calvinista - che la salvezza per l'uomo non si raggiungeva attraverso le opere ma attraverso la fede e che solo il conseguimento del successo economico fosse il segno di essere predestinati da Dio a essere salvati che si è sviluppato per tutto il secolo scorso e ancora fino ai nostri giorni una intensa discussione sui rapporti tra economia capitalistica e cristianesimo. Elettra Stimilli ripercorre problematicamente - nel suo saggio - questo lungo dibattito e focalizzando la sua attenzione sul concetto weberiano di «ascesi intramondana)) - vale a dire di una modalità di vita, quella del capitalista, votata tutta al conseguimento del profitto e al suo reinvestimento produttivo, senza alcun cedimento al consumo e al lusso - e su quello di «secolarizzazione» - cioè su un meccanismo completamente sganciato nella modernità da un orizzonte religioso, ne rovescia gli assunti anche sulla scorta di uno straordinario e assai attuale frammento giovanile di Walter Benjamin, il capitalismo come religione. Tale frammento rappresenta per Elettra Stimilli il primo passo verso la riflessione benjaminiana più matura che prenderà corpo negli anni trenta del Novecento nel grande lavoro incompiuto sui Passaggi di Parigi che avrà nel suo nucleo il tema marxiano del carattere di feticcio della merce nella forma di una moderna fantasmagoria. Nella metamorfosi attuale del capitalismo sotto la duplice spinta del mercato globale e della incessante speculazione finanziaria su scala planetaria, le considerazioni di Benjamin sul capitalismo come nuova religione sembrano per Stimilli correggere e insieme rovesciare gli assunti weberiani sul carattere razionale del processo economico del capitalismo proteso al perseguimento dell'utile e del progresso. 


L’«ascesi intramondana» si dedica da un lato alla continua ricerca del profitto attraverso la rendita finanziaria piuttosto che per mezzo della produzione e dall'altro al consumo Sempre più rapido di nuove merci: «l'ossessionata ricerca di fini utili è divenuta, piuttosto, un unico moto continuo che non ha più scopi né fine. Non conta soddisfare i bisogni, né tentare di dilazionarne il soddisfacimento, in vista di un maggiore profitto, ma alimentare una forma estrema di godimento e di consumo, che non si contenti d'altro che di sé. Una consumazione improduttiva come senso ultimo della produzione introduce sul mercato oggetti che, anziché soddisfare i desideri, hanno il potere di fomentare compulsivamente la domanda». Ma se l'analisi di Benjamin rimane quanto mai attuale, il contesto storico-economico in cui fu elaborata - quello dei drammatici anni trenta del secolo scorso - appare profondamente cambiato. Oggi la fantasmagoria della merce si manifesta nei passages immateriali del web o in quelli dei grandi centri commerciali: «Le condizioni in cui Benjamin ha sviluppato la sua analisi, oggi, non sono più le stesse. La rete informatica è divenuta la dimora virtuale e privilegiata dell'esposizione universale delle merci. L’analisi benjaminiana, - continua Elettra Stimilli- pur mantenendo alcuni caratteri di opacità, non ha tuttavia perso in efficacia anche per un'analisi del presente. I passages come luoghi fisici dell’autorappresentazione feticistica, sopravvivono nella forma di nuovi centri commerciali. L’azione volta all'acquisto o alla vendita, al fine di soddisfare una richiesta mirata, ha ormai perso ogni priorità. Esponenzialmente aumentato, è il potere delle merci di alimentare la domanda in maniera compulsiva; e definitivamente emersa è la forma di un desiderio fine a se stesso e artificialmente prodotto dall'anonima ripetizione di un godimento sempre uguale. come i passages parigini del XX secolo, anche questi nuovi centri del commercio universale sono luoghi infernali». Ma se il capitalismo, seguendo le indicazioni benjaminiane, nella modernità si sostituisce a Dio diventando al suo posto oggetto di culto, il popolo dei suoi fedeli, nati nella colpa e pertanto suoi debitori (e fondamentale - come è stato più volte di recente richiamato nella polemica contro la politica di austerity imposta dalla Germania ai paesi pigs" - è la coincidenza semantico-concettuale nella lingua tedesca di colpa-peccato e debito nel vocabolo tedesco "Shuld", da cui "schuldenmachen" = indebitarsi) risulta essere in balìa non del potere divino ma di quello del capitale finanziario. All'uomo "essere-in-debito" perenne nei confronti del suo Creatore si sostituisce oggi l'uomo consumatore compulsivo perennemente indebitato verso il potere economico, meccanismo che si riproduce su scala mondiale con l'indebitamento irreversibile di interi stati (e pensiamo ad esempio a quelli africani) nei confronti sia delle multinazionali che del Fondo Monetario lnternazionale.

ll cambiamento radicale delle metodiche di comportamento e degli stili di vita a cui assistiamo almeno a partire dagli anni sessanta del secolo scorso sono funzionali al capitale finanziario, a questa teologia economica secolarizzata ed è assai difficile che nuovi movimenti pauperistici, anche se appoggiati da nuovi orientamenti evangelici della chiesa cattolica che invocano un ritorno all'ascesi francescana o da pratiche di solidarietà sociale legate alla sharia islamica, possano riuscire a invertire questo complesso meccanismo che si manifesta ormai su scala globale.
È un problema oggi nodale che Elettra Stimilli individua con grande lucidità: «La tesi di Benjamin, secondo cui il capitalismo è la religione del nostro tempo, appare, così, in qualche modo realizzata. Pensare al capitalismo come all'ultima forma di religione può forse aiutare a comprendere anche il dirompente ritorno del religioso, a cui si è assistito negli ultimi anni. Nuove istanze religiose sono emerse, sia all'esterno che all'interno del mondo cosiddetto "moderno", coinvolgendo direttamente gli assetti politici internazionali e attirando prepotentemente l'attenzione dell'opinione pubblica. Ma una risposta convincente al problema del rinnovato dominio dell'ambito religioso sul piano pubblico della politica non è stata veramente data. Che tale ritorno sia connesso al perpetuarsi di una guerra, che invece di essere originata da un conflitto tra civiltà, sia, in realtà, piuttosto alimentata da un vero e proprio scontro planetario, sembra solo una conferma della profetica intuizione di Benjamin. Una prospettiva che voglia confrontarsi in maniera radicale con tale questione non può lasciare nell'ombra quanto il paradigma della secolarizzazione, di fatto, si sia rivelato sempre più inadeguato per una lettura del presente e come sia apparso del tutto riduttivo nei confronti di un fenomeno prepotentemente emergente come quello religioso.
L’affermarsi di nuove istanze religiose sul piano globale forse non è allora altro che una risposta all'imperante religione del nostro tempo che ancora si chiama "capitalismo".


domenica 23 dicembre 2012

Elettra Stimilli - Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo - Quodlibet, It, 2011




Il debito del vivente
Ascesi e capitalismo

Questo libro si propone di indagare le radici di un fenomeno che investe l’esistenza di ciascuno tanto dal punto di vista individuale che da quello collettivo: l’essere in difetto, in colpa, in debito senza che dipenda da noi, quasi si trattasse di uno stato preliminare che nessun tipo di scelta consapevole è in grado di emendare. Si ha l’impressione che ogni forma di vita si configuri come una risposta a tale condizione, sia quella che si dedica incondizionatamente al godimento e al consumo, sia quella che sceglie i percorsi del rigore ascetico.
Che l’economia (mercati, investitori, forze produttive ecc.) sottragga ai singoli e alle comunità il controllo del proprio destino, deriva probabilmente da una malattia radicale dell’umano le cui origini di ordine materiale non possono che essere al tempo stesso declinate sul piano culturale, ovvero filosofico e religioso. Riconoscere queste origini sotto le varie maschere che hanno indossato nel corso della storia occidentale è la sfida che qui si tenta di affrontare, con la speranza di individuare almeno qualche spunto di guarigione.

Indice: Introduzione. i. Il fine in sé dell’impresa economica. ii.Oikonomía e ascetismo. iii. La costruzione teologica del governo del mondo. iv. Povertà volontaria al mercato. v. Il capitalismo come religione. vi. Per una critica filosofica dell’ascetismo. vii. «Spirito» del capitalismo e forme di vita. Bibliografia. Indice dei nomi.

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Ascolta podcast Radio3Rai con intervista a Elettra Stimilli di Felice Cimatti