Visualizzazione post con etichetta Walter Benjamin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Walter Benjamin. Mostra tutti i post

mercoledì 18 marzo 2015

Critica del presente tra letteratura e filosofia: Benjamin, Il culto del capitale @ Siena, Università degli studi, 18 marzo 2015


Università degli Studi di Siena 1240
Dottorato di Ricerca in Filologia e Critica

Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature Antiche e Moderne
Siena, Aula "Refugio" (via Refugio, 4 - p.t.)

mercoledì 18 marzo 2015

ore 14.30 - Critica della letteratura e critica sociale
Daniele Giglioli (Università di Bergamo)
Guido Mazzoni (Università di Siena)

ore 17.00 - Benjamin, Il culto del capitale
Elettra Stimilli (Scuola Normale di Pisa)
Paolo Godani (Università di Macerata)
Clemens-Carl Härle (Università di Siena)

Il culto del capitale Walter Benjamin: capitalismo e religione. A cura di Dario Gentili, Mauro Ponzi e Elettra Stimilli (Quodlibet, 2015) + Paolo Godani: recensione del libro "Il culto del capitale"


Il culto del capitaleWalter Benjamin: capitalismo e religione A cura di Dario Gentili, Mauro Ponzi e Elettra Stimilli


Il lavoro seminariale raccolto in questo volume prende spunto dal frammento Capitalismo come religione, composto da Benjamin nel 1921. Qui, in poche pagine dalla densità quasi visionaria, il capitalismo è presentato come una religione puramente cultuale, che tende a reiterare all’infinito un meccanismo di indebitamento e di colpevolizzazione da cui non può esserci scampo. A distanza di quasi un secolo, l’intuizione di Benjamin risulta confermata in maniera plateale dalla crisi dei nostri giorni, e non c’è da stupirsi se il frammento è diventato ormai un riferimento costante nei dibattiti recenti sulla natura e sul destino del capitalismo.

Per queste ragioni l’Associazione Italiana Walter Benjamin (AWB) ha scelto questo breve testo per inaugurare le pubblicazioni del suo Seminario permanente, affiancando a una nuova traduzione del frammento i contributi dei diversi autori che hanno preso parte al primo ciclo di incontri. Questo lavoro vorrebbe contribuire ad avviare una fase nella ricezione dell’opera di Benjamin interessata soprattutto a farne emergere lo straordinario valore per una comprensione critica dell’attualità.

Contributi di Alessandra Campo, Roberto Ciccarelli, Massimo De Carolis, Dario Gentili, Gabriele Guerra, Clemens-Carl Härle, Giuseppe Massara, Bruno Moroncini, Paolo Napoli, Massimo Palma, Mauro Ponzi, Sarah Scheibenberger, Elettra Stimilli, Tamara Tagliacozzo, Massimiliano Tomba, Luca Viglialoro.

                                                                        §§§§§

Il culto del capitalePaolo Godani «Alfabeta2» 06-12-2014

Il culto del capitale, che comprende una nuova traduzione del testo di Benjamin Kapitalismus als Religion e una quindicina di saggi dedicati a temi connessi, è il risultato di un lavoro comune svolto nel Seminario permanente di Studi benjaminiani (istituito dall’Associazione Walter Benjamin). Soprattutto la prima parte del testo (che oltre ai contributi dei curatori vede quelli di Massimiliano Tomba, Bruno Moroncini e Clemens-Carl Härle) è legata all’analisi del frammento benjaminiano e alla ricostruzione dei contesti storici e teorici nei quali esso si inserisce. Nella seconda parte del lavoro sono presentati testi (di Paolo Napoli, Massimo De Carolis, Roberto Ciccarelli e Alessandra Campo) che elaborano in maniera più autonoma alcune delle tematiche suggerite nello scritto di Benjamin, facendo emergere soprattutto la loro centralità per una comprensione critica del mondo attuale. Infine, la terza parte del libro (con testi di Luca Viglialoro, Sarah Scheinbenberger, Gabriele Guerra, Tamara Tagliacozzo, Massimo Palma, Giuseppe Massara) è dedicata all’analisi di incontri (reali o possibili) tra Benjamin e altri pensatori o poeti per lo più novecenteschi (ad esempio: Sorel, Bataille, Eliot, Pasolini).

Alcune delle linee direttrici che segue Il culto del capitale erano state anticipate dal libro di Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo (Quodlibet 2011), senza che ciò diminuisca l’interesse di questo studio collettivo ricco e approfondito. Nell’impossibilità di rendere conto in maniera dettagliata dei diversi contributi, ci limiteremo a segnalare alcune delle tematiche a nostro avviso più interessanti.

Innanzitutto, il confronto tra la prospettiva di Benjamin e quella di Max Weber e di Carl Schmitt. Con il primo, da cui evidentemente Kapitalismus und Religion trae (seppure in maniera critica) il suo spunto centrale, Benjamin condivide l’idea che all’origine del potere religioso dell’economia capitalistica non vi sia la teologia, ma la pratica dell’ascetismo cristiano. Con il secondo, Benjamin ha in comune, fra l’altro, la considerazione della colpa come nozione-limite del diritto, in questo assimilabile al forza con la quale la legge si impone. Per Benjamin la colpa (Schuld), esterna o liminare rispetto al potere politico, è tuttavia interna, nella forma del debito (Schulden), ad un potere economico che si presenta dunque come una modalità di dominio distinta dal potere statuale, ma forse addirittura più violenta (in quanto più sottilmente pervasiva) di quest’ultimo.

Uno dei punti più rilevanti è che il “portatore” della colpa, dunque l’indebitato nel quale si incarna la forma generatrice dal capitalismo, non è il vivente umano in generale, ma l’individuo vivente. Il potere religioso del capitale non si applica all’uomo generico o alla massa degli uomini, bensì a ogni singolo essere umano come tale. Il culto colpevolizzante e indebitante del capitale è anche, inseparabilmente, un culto individualizzante, il cui sintomo Benjamin identifica, con grande raffinatezza psicologica, in quella “malattia dello spirito proprio dell’epoca capitalistica” che sono le “preoccupazioni”. Queste ultime sono sintomo dell’individualizzazione perché “sorgono dall’angoscia per l’assenza di una via d’uscita che sia comunitaria e non individuale-materiale” (p. 11). Se questo è vero, la via d’uscita (dalle preoccupazioni e dal capitalismo) dovrà procedere – come spiega Gentili – “in senso inverso rispetto all’individualizzazione, alla frantumazione dell’inter-esse in interesse individuali”. In altre parole, “Benjamin non sta sostenendo soltanto la condivisibilità del debito. Egli sostiene soprattutto che, in sé, la vita in-comune è priva di colpa” (p. 67).

Questa necessaria inversione di rotta, questa Umkehr, viene messa da Benjamin in opposizione esplicita al potenziamento (Steigerung) che si suppone caratteristico dell’oltreuomo nietzschiano. La via d’uscita dal capitalismo non sta nel potenziamento dell’umano, ma, giusto all’opposto, nella politica come “adempimento dell’umanità non potenziata (ungesteigerten)” (p. 68). La nozione di Umkehr, come viene suggerito da Härle nel suo testo, torna sotto la penna di Benjamin nel saggio su Kafka, dove si afferma che essa consiste nella “direzione dello studio che trasforma la vita in scrittura”, dove lo studio, “poiché non si oggettiva in alcuna cosa né in alcun prodotto – commenta Härle – si riassume nella semplice intensità del suo gesto” (p. 103).

Il nesso tra l’inversione di rotta rispetto all’individualizzazione e il culto capitalistico che fa pesare sull’individuo il destino di una colpa inespiabile, di un debito infinito, spiega forse l’accenno di Benjamin al fatto che “la teoria freudiana appartiene al dominio sacerdotale di questo culto” (p. 10). Il culto del capitale sorvola discretamente questo punto, che sarebbe stato utile mettere in relazione con la considerazione benjaminiana di una nozione di carattere opposta all’idea di destino.

Varrebbe la pena approfondire l’idea che una via d’uscita dalla colpa costitutiva del destino individuale non si trovi nell’immagine di un rimosso come “capitale che grava di interessi l’inferno dell’inconscio” (immagine che, semmai, ribadisce la costituzione di un’individualità colpevole), non, dunque, nella psicanalisi, ma piuttosto in quella “sublimità della commedia di carattere” che risiede nell’affermazione di una certa “anonimità dell’uomo e della sua moralità, pur mentre l’individuo si dispiega al massimo nell’unicità del suo tratto caratteristico” (Destino e carattere).

Il culto del capitale mostra nella maniera più chiara sino a che punto, per invertire la rotta del capitalismo attuale, le pratiche volte a rimuovere il peso economico del debito non possano non affrontare il problema dell’eliminazione del fardello antropologico della colpa.



lunedì 8 aprile 2013

Giorgio Agamben: Se la feroce religione del denaro divora il futuro @ LA REPUBBLICA 16 FEBBRAIO 2012

Giorgio Agamben: Se la feroce religione del denaro divora il futuro


Per capire che cosa significa la parola "futuro", bisogna prima capire che cosa significa un´altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola "fede". Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c´è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos´è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni – esiste anche una disciplina con questo strano nome – stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per "fede". Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco "banco di credito". Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, " fede" è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che "la fede è sostanza di cose sperate": essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze.Ma la nostra, si sa, è un´epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un´epoca senza futuro e senza speranze - o di futuri vuoti e di false speranze. 

Ma, in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro? 
Perché, a ben guardare, c´è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca - la trapeza tes pisteos - è il suo tempio. Il denaro non è che un credito e su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non - chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci - sull´euro), c´è ancora scritto che la banca centrale promette di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta "crisi" che stiamo attraversando - ma ciò che si chiama "crisi", questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo - è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario - e le banche che ne sono l´organo principale - funziona giocando sul credito - cioè sulla fede - degli uomini. 


Ma ciò significa, anche, che l´ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca - coi suoi grigi funzionari ed esperti - ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede - la scarsa, incerta fiducia - che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.


Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L´archeologia - non la futurologia - è la sola via di accesso al presente.


Read more on Repubblica website


Il testo qui presentato - e pubblicato il 16 febbraio da Repubblica - è la trasposizione dell'intervento di Giorgio Agamben del 25 gennaio 2012 su Raitre, ospite del programma Il Chiodo Fisso. Per chi volesse ascoltare l'audio, clicca qui

domenica 7 aprile 2013

Walter Benjamin - Capitalismo come religione - Il Melangolo, It, 2013


Nel capitalismo va scorta una religione, vale a dire, il capitalismo serve essenzialmente all’appagamento delle stesse ansie, pene e inquietudini alle quali un tempo davano risposta le cosiddette religioni.
L’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo implica perseveranza fino alla fine, fino all’ultima e completa colpevolizzazione/indebitamento di Dio.

L'Autore
Walter Benjamin (Berlino 1892 - Port Bou 1940) è considerato uno dei massimi filosofi del Novecento. Tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo: Angelus Novus (Einaudi, 1962),L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica(Einaudi, 1971), Il dramma barocco tedesco (Einaudi, 1971),Opere complete (voll. I, II, III, IV, V, VI, VII, IX, Einaudi, 2001-), la raccolta Aura e choc. Saggi sulla teoria dei media(Einaudi 2012), Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato (Neri Pozza, 2012).

domenica 10 febbraio 2013

Antonio Gnoli intervista Giorgio Agamben: Walter Benjamin. "GLI INEDITI DEL FILOSOFO CHE EINAUDI NON VOLLE" @ Repubblica 12 dicembre 2012

Agamben: ecco il Benjamin segreto che Einaudi rifiutò

di Antonio Gnoli
@Repubblica 12 dicembre 2012

Terribili dovettero essere gli ultimi anni di vita di Walter Benjamin. In una sequenza di eventi negativi, tra il 1938 e il 1940, egli abitò a Parigi nell´isolamento e nell´estrema povertà. Le sue giornate trascorrevano alla Bibliothèque nationale, il solo luogo che gli garantiva la necessaria concentrazione per portare avanti il suo progetto. Lavorava alla stesura di un grande libro, tra le carte e i foglietti che maniacalmente appuntava. Poi la situazione precipitò. E fu come cadere rovinosamente da un precipizio. Nel giro di pochi mesi l´ebreo Benjamin intraprese una fuga che si concluse, come è noto, con il suicidio a Port-Bou, nel settembre del 1940, sul confine spagnolo. Si favoleggiò che insieme alle poche cose necessarie alla sopravvivenza Benjamin si trascinasse una valigia con il manoscritto al quale aveva febbrilmente lavorato. È molto probabile che quella valigia, che si disse fosse andata perduta, sia solo una leggenda. E che la verità sia un´altra. A raccontarcela è Giorgio Agamben che scoprì quelle carte, oggi finalmente pubblicate da Neri Pozza.
Come arrivò a quella scoperta?
«Casualmente. In quel periodo, la fine degli anni Settanta, stavo lavorando al ritrovamento delle ultime carte di Benjamin, compreso il famoso manoscritto dei Pariser Passagen che si riteneva fosse andato perduto. Quando un giorno, sfogliando delle lettere di Georges Bataille ne trovai una in cui Bataille, scrivendo a un amico conservatore alla Bibliothèque nationale, citava alcune buste contenenti dei manoscritti di Benjamin. In margine alla lettera c´era un´annotazione del conservatore che indicava la Bibliothèque nationale come il luogo in cui quei manoscritti si trovavano».
Cominciò così la caccia al tesoro?
«Fu una ricerca elettrizzante. Alla fine trovai i manoscritti in un armadio. Li aveva lasciati in deposito la vedova di Bataille. Da notare che la Bibliothèque non catalogava i lavori in deposito, per cui sarebbero potuti rimanere sepolti lì ancora per decenni».
Cosa esattamente ha trovato?
«Tutto quello che poi è diventato questo libro che sarebbe dovuto uscire nel 1996. Ma tormentate vicende editoriali ne impedirono la pubblicazione».
A cosa allude?
«Alla decisione allora della casa editrice Einaudi di non pubblicarlo. Mi chiesero delle cose assurde, per esempio di tagliare il libro perché l´edizione intera avrebbe danneggiato il volume sui Passagen. Sarebbe stato come chiedere a un dantista che scopre un nuovo manoscritto della Commedia di non pubblicarlo perché altrimenti avrebbe danneggiato le precedenti edizioni».
Passano quasi vent´anni. Nel frattempo scadono i diritti sulle opere di Benjamin e il libro finalmente vede la luce con il titolo Baudelaire, un poeta lirico nell´età del capitalismo avanzato. Perché è così importante e cosa lo differenzia dai Passagen che Einaudi ha pubblicato con il titolo Parigi, capitale del XIX?
«Benjamin, negli ultimi anni della sua vita, stava lavorando a un´opera fondamentale. E in un primo momento quest´opera sono i Passagen di Parigi che contengono un capitolo dedicato a Baudelaire. Man mano che va avanti, il capitolo cresce al punto da soppiantare il lavoro precedente. Per cui il "Baudelaire" da modello in miniatura diventa l´opera completa».
Ma allora il libro dei Passagen pubblicato da Einaudi che cosa è?
«È semplicemente il grande schedario organizzato da Benjamin. Tanto è vero che il curatore delle opere di Benjamin, R. Tiedemann, messo da me al corrente di questa scoperta, appose una nota nell´ultimo volume in cui dice che se avesse conosciuto prima questi materiali si sarebbe potuta fare un´edizione storico critica del libro su Baudelaire che avrebbe cambiato molte cose. Quindi questa che ho curato è la prima edizione mondiale. So che anche i tedeschi, sulla base del ritrovamento, ne faranno una».
Ma alla fine cosa aggiunge di sostanziale?
«Intanto, si entra con chiarezza nell´officina di Benjamin, nel suo modo di lavorare. Che non è affatto neutro. Quando decide di spostare l´attenzione su Baudelaire prende l´enorme schedario dei Passagen e lo riordina, lo mette per così dire in movimento. È come se il materiale fin lì raccolto venisse chiamato a nuova vita».
Si passa, lei scrive, dalla documentazione alla costruzione del testo.
«Che non è un passaggio inerte, passivo, esoterico. Ma un modo per tessere la connessione tra i suoi concetti fondamentali: "aura", "allegoria", "merce", "prostituzione", eccetera. Fino a ieri si pensava che le Tesi sul concetto della storia fossero l´ultimo lavoro di Benjamin. In realtà, quelle "Tesi" – come lui ci mostra – sono soltanto l´apparato teorico di una sezione del libro su Baudelaire. È chiaro che cambia la prospettiva. In un frammento annota: bisogna costruire l´oggetto come monade».
Un´affermazione enigmatica.
«Si riferisce alle monadi di Leibniz. Le quali è vero che non hanno finestre, ma non ce l´hanno in quanto esse stesse rappresentano l´universo. Lo contengono. Quindi, gli oggetti cui si riferisce Benjamin sono quelli dove già è riflessa la costruzione dell´intero».
Lavorare sul piccolo, sul trascurabile, per scoprire il grande. Era questo il suo principio micrologico?
«Sì. Lei dice "trascurabile" e questa parola rimanda all´altro principio che lo orienta: lavorare sugli stracci, sui rifiuti, sulle categorie secondarie e spesso nascoste. Non a caso sceglie i passages parigini che a quell´epoca, dal punto di vista architettonico, erano considerati un oggetto assurdo che non interessava a nessuno, salvo ai surrealisti che li riscoprivano come oggetto strano».
Benjamin insomma scende in un sottosuolo che quasi nessuno conosce.
«A un certo punto, per definire il proprio lavoro, Freud dice che se non potrà muovere gli dei muoverà l´acheronte, ossia l´inferno. Anche quello di Benjamin è un principio acherontico. Egli non indaga le grandi categorie, i grandi concetti su cui si sono soffermati gli storici della cultura, smuove gli inferi della Parigi del XIX secolo. Legge la storia a contropelo».
E Baudelaire è il "Virgilio" che lo condurrà nel suo inferno?
«Assolutamente. Per lui Baudelaire è il poeta che di colpo si accorge che tutto è cambiato, che ogni cosa ha a che fare con il mercato e la merce. È il teorico del moderno, ma il moderno è anche l´arcaico».
Sembra un modo di lavorare di altri tempi quello di Benjamin di annotare tutto su dei foglietti.
«Era una necessità. In quegli anni era talmente povero da non potersi neppure permettere di comprare la carta. Utilizzava qualunque foglio: dal rovescio delle lettere che gli spedivano ai blocchetti di carta della San Pellegrino che prendeva nei bar».
Come si manteneva?
«Con i pochi soldi che gli spedivano Adorno e l´Institut für Sozialforschung. Si angosciò quando seppe che glieli avrebbero ridotti».
Quanto furono fondamentali i rapporti con Adorno e Horkheimer?
«Meno di quanto si pensi. C´è un episodio rivelatore. Qualche anno fa uscì dagli archivi dell´università, a cui Benjamin si era rivolto per ottenere l´abilitazione, la scheda che motivava il rifiuto. Benjamin aveva presentato come lavoro Le origini del dramma barocco. Il professore che esaminò il testo confessò di non averci capito nulla, perciò chiese il parere del suo giovane assistente, che era Max Horkheimer, il quale redasse una nota – firmata – in cui bocciava Benjamin. Quell´atto cambiò radicalmente la sua vita. Non so se in bene o in male. Ma gliela rese durissima».

sabato 9 febbraio 2013

Pil and Galia Kollectiv: Capitalism as Cult @ London: Pump House Gallery, 2008


Capitalism as Cult

by Pil and Galia Kollectiv

Read more @ kollectiv website

In one of his unfinished fragments, Walter Benjamin comes up with a simple and brilliant response to Weber’s The Protestant Ethic and the Spirit Of Capitalism. For Weber, the “Spirit of Capitalism” draws from Protestantism a teleological postponement of materiality through the ethics of work. Rejecting Weber’s division between the ‘spirit’ and structure of Capitalism, Benjamin determines that it is instead “an essentially religious phenomenon”: “Capitalism has developed as a parasite of Christianity in the West…”, but now it reaches “the point where Christianity’s history is essentially that of its parasite”.[1] More interestingly, though, Benjamin concludes that rather than a dogmatic religion, “Capitalism is a purely cultic religion, perhaps the most extreme that ever existed”. Capitalism refuses the religious structure of the eternal deferral of salvation and the permanent futurity of the fulfilment of the Weberian ‘calling’ and exchanges it with an immediate and actual potential for salvation in the here and now. Under Capitalism “there are no weekdays”, writes Benjamin, “there is no day that is not a feast day, in the terrible sense that all its sacred pomp is unfolded before us”. This rejection of dogma, of the supposition of a higher and external truth that ethically guides the individual in a pursuit of unattainable perfection, historically served as the axiom for most eschatological heresies and cults. But these groups always existed as subcultures whose interpretation remained subversive in relation to the official dogma. In the cult of Capitalism, though, this idea is no longer oppositional and is extended to society as a whole: if salvation is present and contingent then so is the apocalyptic moment already contained in the present. Like in a host of Sci-fi and horror films of the last decade, Constantine, The Matrix, Vanilla Sky, The Others, to name just a few, the apocalypse had already occurred, the world is already dead and gripped by entropy and the only thing that holds together the semblance of life is an epistemological refusal to adhere to this truth.
If in Capitalism transcendence is replaced with immanence, Benjamin continues, salvation is replaced by guilt. If the potential to achieve absolution exists in the actuality, if one can be saved in the here and now, then any failure to do so, any disappointment or unhappiness in the present immediately manifests itself as guilt: “Capitalism is probably the first instance of a cult that creates guilt, not atonement”.[2] In this formulation, the substitution of salvation for guilt correlates to the fulfilment of desire and the production of guilt in Freudian psychoanalysis, as well as to the consumerist cycle that ties self-actualisation to debt. As a consequence, “Capitalism… is a religion which offers not the reform of existence but its complete destruction”: the fulfilment of its prophecies can only come true in a complete eradication of its most basic assertions.[3] This is why the counter-cultural absolute rejection of reformist and participatory politics and its flipside, the ethos of uncompromising political purity against a more benign realpolitik are essentially the greatest expressions of belief in the system laid out by Capitalism, a system in which one is forever complicit in one’s own passive collaboration. “God”, writes Benjamin “may be addressed only when [man’s] guilt is at its zenith”.[4]
But the implications of Benjamin’s hypothesis, that Capitalism isn’t merely a counterpart to protestant values but actually forms its own religion, go beyond an individual subject constituted by this creed. According to Emile Durkheim, a religious practice (whether organised or cultish) is defined by its social nature and its function in defining and organising societies: “A religion is a unified system of beliefs and practices relative to sacred things […] beliefs and practices which unite into one single moral community called a Church, all those who adhere to them.”[5] Religious rituals, far from being secondary expressions of faith, are where society creates and recreates its own ideal every time it repeats them communally:
Thus is explained the preponderating role of the cult in all religions […] This is because society cannot make its influence felt unless it is in action, and it is not in action unless the individuals who compose it are assembled together and act in common […] A society can neither create itself nor recreate itself without at the same time creating an ideal. This creation is not a sort of work of supererogation for it, by which it would complete itself, being already formed; it is the act by which it periodically made and remade.[6]
In this definition, Durkheim makes a clear distinction between religious practices, which are for him always collective, and magic, in which “the magician has no need of uniting himself to his fellows to practise his art”. Furthermore, even if such a community of magicians exists, it extends only to those practising magic and not necessarily to anyone believing in it: “A church… is a community formed by all believers in a single faith, laymen as well as priests. But magic lacks any such community”.[7]


Up the Organization - Collage - 2008
Images courtesy of Rutherford Appleton Laboratory and the Science and Technology Facilities Council (STFC)

In light of this, the implication of Benjamin’s assertion that Capitalism is the dominant religion of our time is that the guilt at its centre (which is also debt, as neatly encapsulated in the German Schuld) is also the thing that bonds the community together. Not only are we a community because we are all indebted to each other, in an ironic fulfilment of the solidarity whose absence Marcel Mauss bemoaned in early Capitalism, but even those who choose not to practise Capitalism, the laymen in Durkheim’s account, still belong to the church.[8] Benjamin writes: “religion… regarded individual who were irreligious or had other beliefs as members of its community, in the same way that the modern bourgeoisie now regards those of its members who are not gainfully employed”.[9] As we can see, Benjamin does not leave any space outside the community encircled by Capitalism and his description acknowledges the incredible flexibility and elasticity of the practise of Capitalism, redefining itself again and again to include all under the auspices of guilt and debt. This is why art practices which seek to reject the ethos of work and to withdraw completely from the cycle of consumption and production (from the art strikes of Gustav Metzger and Stuart Home to Michael Landy’s Breakdown) are tolerated or even encouraged by the art market, declining to participate does not deny you of membership.
Miller: Well, I don't see it like that. I mean, I feel like that -- as long as there's life, there's hope. That's my faith.
Jones: Well -- someday everybody dies. Some place that hope runs out, because everybody dies. I haven't seen anybody yet didn't die. And I'd like to choose my own kind of death for a change. I'm tired of being tormented to hell, that's what I'm tired of. (Pause) Tired of it. Crowd: Applause
Jonestown Audiotape Primary Project, The Jonestown Institute.[10]
The ultimate act of ‘dropping out’, of exodus from the Capitalist church is the suicide cult. It is also, paradoxically, the ultimate expression of the logic of Capitalism, and in it the accumulation of the guilt produced by Capitalism is finally given a generative act of resistance, of selfhood. This is the cultic potlatch, the destruction of the thing one holds dearest, of the very life of the community, as a ritualistic gift to the world. In Benjamin’s words: “it is the expansion of despair, until despair becomes a religious state of the world in the hope that this will lead to salvation”.[11] The mass suicide of the Jim Jones’ ‘Communists’ as he called them should have been the last and final move in the dialectical relationship between religion and Capitalism. The birth of the new Capitalist subject is announced by Jones in the last sentence before sipping the cyanide-laced grape flavoured ‘Flavor Aid’: “We didn't commit suicide, we committed an act of revolutionary suicide protesting the conditions of an inhumane world".[12] This is a very short distance from the Black Panthers’ transformation of the ‘slow suicide of the ghetto’ into a triumphant death (the elevation of economic despair into action) and a firm step in the direction of suicide bombers, edging on the territory of ‘bare life’ that Giorgio Agamben borrows from Benjamin, the sacrifice of life as a gesture caught in the cogs of the dialectics of political action.[13]
Durkheim defines sacrifice as the linking together of two religious elements – the communion with the gods and the offering or oblation, “a gift and an act of renouncement”.[14] Why else would the gods require food from the believers? He explains this interdependence as a consequence of the idea that without the faith of the community, the gods would literally die. In other words, the sacrificial rite is both a union of a society with its gods in a joint act of biological constitution (you are what you eat – if men and gods share food they become the same, and by extension, so does the entire community) and an offering to the gods who, according to Durkheim, depend on men as much as men depend on them. Hence, the sacrifice of the self in the suicide cult is twofold: it is a symbolic act of unification which implicates all under Capitalism. If in Capitalist society consumer relations dominate, this is an act of supreme consumption, in which modern man cannibalises and deifies himself at once. We all drink from the fountain of Flavour Aid.
Yet, if we continue Benjamin’s dialectical model in which Capitalism grew on religion as a parasite to the point where it has supplanted the host, the new religious movements that keep emerging from within Capitalism as mutations in the body politic could well surpass it as a historical moment. This is certainly the explicit aspiration of Scientology, which is fast growing into a bizarre synthesis of religion and Capitalist enterprise that could replace both. Unlike the hippie cults of the 1960s and ‘70s was established by L. Ron Hubbard in concomitance with contemporary power, rather than as a radical break with it: “We seek no revolution. We seek only evolution to higher states of being for the individual and for society”.[15] From the outset, scientology organised itself as a cross between a self-help seminary, designed to help middle managers achieve maximum success in their careers and a dualistic eastern philosophy. Set up as a religion (initially off shore) for tax evasion purposes, it was also registered as a business, to protect trade secrets, and continues to mix dry yet enthusiastic Californian corporate sloganeering with a stern authoritative moral tone. “We welcome you to Scientology. We only expect of you your help in achieving our aims and helping others. We expect you to be helped”.[16]
For Weber, the Protestant idea that one was either saved or damned at birth led to a need to verify this status. In the absence of a higher authority like the Catholic priest, worldly accumulation became the measure of salvation: one knew one had been chosen because one had been successful and prosperous, and therefore work became a means of glorifying God.[17] In accordance with Benjamin’s ideas of a Capitalist cult and as a logical conclusion of the Protestant ethic as identified by Weber, Scientology does not externalise salvation as unattainable by the practicing individual but locates it in the process of auditing, the cleansing ritual itself becoming equated with spiritual fulfilment:
Salvation in the Scientology religion is much different and much more immediate. In the tradition of certain Eastern religions, Scientology teaches that salvation is attained through increasing one’s spiritual awareness. The complete salvation of the thetan, called ‘Total Freedom’ in Scientology, is attainable through the practice of Scientology religious services.[18]
Employment Contracts and Why - Collage - 2008

This ‘total freedom’ is achieved by “a precise and practical route […] through personal revelation”, gives birth to a renewed ‘native personality’, or ‘clear’, who through auditing manages to erase the residual traumas stored in the ‘reactive mind’. It is immanent, and can be located in practice, dispensing with the Christian emphasis on faith. Salvation comes from the organisation of life itself.
This process, while staged in the group setting of the ‘org’ or organisation, is highly solipsistic. A central principle of the religion is the division of the urge to survive into eight dynamics, beginning with the self and leading in concentric circles to the sex or family; group, nation or race; mankind or species; life forms, or animals and plants, universe (MEST or matter, energy, space, time); theta or spirits; and supreme being or infinity.[19] This emphasis on self-improvement, central to most new religious movements, is at the core of the ascension to various stages of enlightenment, towards "the study and handling of the spirit in relationship to itself, others and all of life”.[20] Scientology aims to teach its adherence ‘self-determinism’, opposed in its tenets to ‘other-determinism’, literally seeking to abolish politics as the interplay of power between people. Recruits have to learn not just a higher awareness and control of their own emotional responses and decision-making processes but also to project these onto others. According to the Fishman Affidavit, which made confidential documents from training sessions widely available, exercises include the following at level Operating Thetan VII:
OT7-30 Locate a person from whom you are separate.
Locate a person who is separate from you.

OT7-31 Point out a difference between that person's body and yours.
[…]

OT7-35 Think a thought in (on) that person
or
Do you see that person?
Think a thought in (on) him/ her?
Did the thought appear where it is?

OT7-36 From that person make a choice between (indicated positions or objects).
OT7-37 Putting the decision on (in) that person, make a decision about him/her.[21]
Thus, the social body is understood only as an extension of the self, to be manipulated and controlled in order to ensure maximum self-expression (creativity being the province of the thetan). Interestingly, this essentially liberal notion mirrors the avant-garde premise that private artistic expression ultimately leads or equates to a universal fulfilment of freedom for all.
Chapter three of the Creed of the Church of Scientology teaches us that “increased spiritual awareness brings about greater responsibility and participation as regards one’s family, one’s group and all the other dynamics, including the Supreme Being”.[22] We see here that instead of the rejection of bourgeois morality and the fundamental structures of modern society that typified the cults of the 1960s, Scientology adopts these values and extends Capitalism’s historical moment into the eternity described by Guy Debord as pseudo-cyclical time.[23] At the same time, social responsibility is expressed in self-determinism, the aim being total control over ones circumstances rather than negotiation of these with others. If before the demand was to externalise guilt as revolt, thereby accepting its domination, Scientology unites the suffering subject with the causes of his torment: in the corporate neo-speak of Scientology, auditing is when one finally ‘banks’ on the “the accumulation of his pains and misfortunes, confusions and his own moral transgressions”. [24]
If Salvation and spiritual awareness does not mean ‘dropping out’ anymore but a renewed faith in the foundations of the Capitalist religion, Scientology is possibly the first religion to acknowledge the fact that social responsibility and a shared communal project of well being under Capitalism are simply systems of distributing guilt (the tenets of the religion being to an extent secret, one has to incur debt in order to access them, becoming one with Capitalism in the most concrete fashion – spiritual salvation as a return on investment). In Scientology, this rationalisation and compartmentalisation of guilt, the imprint of violence on the psyche that latches on to the originally pure but corrupted ‘thetan’ through several life cycles, is linked to a project of survival. Infinite survival is defined as “the primary goal of all life forms” and forms “the dynamic principle of existence”.[25] The Church thus takes on the role of the state as a bureaucratic organisation whose sole purpose is to ensure the existence of bare life, the body’s basic right to survive.
To return to the question posited by our mapping of Durkheim’s understanding of religion onto Benjamin’s conflation of religion and Capitalism: what becomes of a society forged in the rituals of free enterprise? An uncorroborated wikipedia entry suggests that at OTVII it is revealed that the “physical body is not just covered with Body Thetans, but is literally composed of them".[26] Regardless of whether or not this is true, this final dispersal of the body, like a minion of Satan in John Carpenter’s Prince of Darkness whose insect body is revealed to have no core, is a perfect metaphor for what becomes of the body politic when the ideal of society is constituted by the religion of Capitalism. Despite being increasingly networked, we remain atomised within a boundless social body: all that is solid melts into air.




[1] Benjamin, Walter “Capitalism as Religion” in: Walter Benjamin: Selected Writings Vol. 1 1913 – 1926 (Jennings, Michael W. ed), Harvard University Press, Cambridge, Mass., 2004 p. 288.
[2] Benjamin, W. “Capitalism as Religion”, p. 288.
[3] Benjamin, W. “Capitalism as Religion”, p. 289.
[4] Benjamin, W. “Capitalism as Religion”, p. 289.
[5] Durkheim, EmileThe Elementary Forms of the Religious Life, George Allem & Unwin, London, 1976, p. 47.
[6] Durkheim, Emile, The Elementary Forms of the Religious Life, pp. 218 - 222.
[7] Durkheim, Emile, The Elementary Forms of the Religious Life, p. 45.
[8] Although Mauss’ The Gift is an anthropological study of gift based economies, its explicit purpose was to understand the relationship of the obligations they set up to the those of the modern money based model. Mauss ends with a complaint that the use of money in modern western society evacuated the social bonds formed by the elaborate rituals of exchange he found in Papua New Guinea and among the Inuits. Mauss, MarcelThe Gift: The Form and Reason for Exchange in Archaic Societies, Routledge: London, 1990. Bataille and later the Situationists took up his description of the potlatch, an escalating gift exchange that ends in self-annihilation, as a template for overloading the system of infinite desire posited by Capitalism. Marcus, Greil, Lipstick Traces: A Secret History of the Twentieth Century, Cambridge, MA: Harvard University Press, 1990.
[9] Benjamin, W. “Capitalism as Religion”, p. 290.
[10] Jonestown Audiotape Primary Project: Transcripts, Transcript prepared by Fielding M. McGehee, III, The Jonestown Institute, Tape Number Q 042, at:http://jonestown.sdsu.edu/AboutJonestown/Tapes/Tapes/DeathTape/Q042.html [accessed 12.3.08].
[11] Benjamin, W. “Capitalism as Religion”, p. 289.
[12] Jonestown Audiotape Primary Project: Transcripts
[13] Benjamin developed the idea of bare life, which Agamben draws on heavily in Homo Sacer, in the same year he researched Capitalism as a religion. In “Critique of Violence”, he rejects the notion of the sacredness of life as mere, or bare life, and claims that it serves as justification for the mythical violence which constitutes the power of the state. In order to bestow rights on its citizens, the state has to exclude a prior form of naked life that has no rights. Benjamin, W., “Critique of Violence”, in: Walter Benjamin: Selected Writings Vol. 1 1913 – 1926 (Jennings, Michael W. ed), Harvard University Press, Cambridge, Mass., 2004 p. 236-52.
[14] Durkheim, Emile, The Elementary Forms of the Religious Life, p. 342.
[15] Hubbard, L. Ron, The Aims of Scientology, 1954, at: http://www.bonafidescientology.org/Append/01/page00.htm
[16] Hubbard, L. Ron, The Aims of Scientology, 1954
[17] Weber, Max, The Protestant Ethic and the Spirit of Capitalism, Routledge: London, 2001.
[18] “The Creed of the Church of Scientology”, chapter 2, p. 9 http://www.bonafidescientology.org/Chapter/02/page09.htm [accessed 12.3.08].
[19] “The Creed of the Church of Scientology”, chapter 2, pp. 10-18 http://www.bonafidescientology.org/Chapter/02/page10.htm [accessed 12.3.08].
[20] “Introduction to Scientology” at:http://www.scientology.org/religion/presentation/pg006.html [accessed 12.3.08].
[21] The Fishman Affidavit is the case file for Church of Scientology International v. Fishman and Geertz, in which the Church sues ex-Scientologist Steven Fishman after he revealed some of its secrets, available at: http://www.xs4all.nl/~kspaink/fishman/ot7.html [accessed 12.3.08].
[22] “The Creed of the Church of Scientology”, chapter 3, p. 1 http://www.bonafidescientology.org/Chapter/03/page01.htm [accessed 12.3.08].
[23] For Debord, the linear notion of ‘irreversible’ time that came to replace agrarian cyclical time no longer applies to the society of the spectacle. Time as a commodity is disguised as a pseudo-cyclical time made of homogenous and exchangeable units. False cycles of product innovations, vacations and other consumable time blocks serve to differentiate time units that are in reality the same, the only purpose of these distinctions being the creation of new products and services. Debord, GuyThe Society of the Spectacle [Donald Nicholson Smith – tr.], New York: Zone Books, 1997.
[24] “The Creed of the Church of Scientology”, chapter 3, p. 0 http://www.bonafidescientology.org/Chapter/03/page00.htm [accessed 12.3.08].
[25] “The Creed of the Church of Scientology”, chapter 2, p. 10 http://www.bonafidescientology.org/Chapter/02/page10.htm
[26] http://en.wikipedia.org/wiki/Thetan [accessed 12.3.08].