mercoledì 4 novembre 2015

4.4. Nascita della moneta simulacro - Parte XXXIV - Tratto da «Moneta, rivoluzione e filosofia dell'avvenire. Nietzsche e la politica accelerazionista in Deleuze, Foucault, Guattari, Klossowski» (Rizosfera/Obsolete Capitalism Free Press, 2016)


4.4. Nascita della moneta simulacro

Parte XXXIV - IV capitolo

Tratto da «Moneta, rivoluzione e filosofia dell'avvenire. Nietzsche e la politica accelerazionista in Deleuze, Foucault, Guattari, Klossowski» (Rizosfera/Obsolete Capitalism Free Press, 2016)
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L’approccio di Lezioni sulla volontà di sapere del 1971 si allontana molto dall’interpretazione tradizionale della moneta dettata dall’economia classica, alla quale non è sfuggito né il Marx del Capitale né lo stesso Foucault di Le parole e le cose (1966). Se per gli economisti classici del XIX secolo l’utilizzo maturo e «scambista» della moneta avviene con la nascita e lo sviluppo dell’economia di mercato, per il Foucault di Le parole e le cose l’analisi delle ricchezze e la teoria della moneta non sono possibili che a partire dall’età classica, in quel lasso di tempo che l’autore individua tra il Don Chisciotte di Cervantes e la Justine di de Sade. Il Foucault del 1971 tratteggia altrimenti la moneta vista dalla prospettiva ottocentesca dell’economia politica tradizionale: “Origine mercantile, commerciale, internazionale della moneta. Interpretazione mercantilistica della moneta che la delimita dall’origine entro funzioni di rappresentazione e la espone a quel «feticismo» che consiste nel prendere il segno per la cosa stessa, attraverso una sorta di errore filosofico primario e radicale. In effetti questa interpretazione può rendere conto di alcuni usi precoci della moneta, sia in Lidia sia in Fenicia. Ma non è affatto sulla base di questo modello che la moneta è stata adottata e utilizzata in Grecia” (LVS, 149). A suffragio della propria ipotesi, Foucault prende in esame due casi antitetici di utilizzo della moneta nella Grecia del VII secolo a.c.: Corinto e Atene. Ciò che ai nostri effetti qui interessa sono le modalità con le quali le due città e i due protagonisti politici, rispettivamente Cìpselo e Solone, legano le rispettive politiche all’introduzione della moneta. In ambedue i casi, le due differenti opzioni concorreranno a provocare, anticipandole, rilevanti incidenze storiche nelle peripezie governamentali dell’Occidente. Per Corinto, e il tiranno Cìpselo, si è trattato di un’operazione politica nella quale “i ricchi sono stati costretti a un sacrificio economico [ e ] la moneta permette in primo luogo il mantenimento del potere mediante la mediazione del tiranno” (LVS, 175); per Atene, e il legislatore Solone, la scelta politica avviene con segno inverso rispetto a Corinto dato che “i ricchi sono stati costretti a un sacrificio politico, [ e ] l’eumonia permette loro di conservare i privilegi economici” (LVS, 175). Come già si può capire, Foucault indica nella modalità soloniana di gestione del nomos l’indirizzo futuro della democrazie occidentali del XIX secolo e della prima metà del XX secolo: a fronte di richieste sociali sempre più avanzate le classi più abbienti preferiscono concedere sostanziose distribuzioni di potere purché non vengano toccati i privilegi economici. Le raffinate scelte economiche corinzie, a cui corrisponde una brutale scelta tirannica, mostrano un eccellente esempio di decisioni monetarie - la gestione sistemica del nomisma - che verranno adottate per lo più nel corso del secondo ‘900 e in questo scorcio di XXI secolo. La moneta contemporanea, infatti, interviene al cuore di un’operazione istituzionale nella quale si redistribuisce ricchezza ad una minoranza abbiente senza redistribuire il potere alla maggioranza del corpo sociale, dato che la socializzazione dello stesso ha già raggiunto il confine - il limite massimo di agibilità per le oligarchie economiche - entro il quale le classi meno abbienti partecipano alle democrazie liberali. Foucault sembra suggerirci che non v’è momento storico nell’Occidente, a partire dal VII secolo greco, che non veda le nostre società dibattersi tra i due poli di distribuzione, economica e politica, con la moneta che funge da membrana funzionale e manovrabile tra le due polarità. Ma ritorniamo alle città stato greche: qui la moneta diventa moneta simulacro e, allo stesso tempo, moneta-metron, cioè moneta misura. Con essa, i corinzi inventano la moneta come “strumento di un potere che si sta trasferendo (conservandosi) e che assicura, attraverso un gioco di regolazioni nuove, il mantenimento di un dominio di classe. In questo momento la moneta non è più un simbolo che produce effetti ma non è ancora un segno rappresentativo. Bisogna comprenderla come una serie irrigidita di sostituzioni sovrapposte” (LVS, 155). Foucault, infatti vede la moneta corinzia come una serie di sostituzioni: religiose, economiche, politiche, sociali. Il gioco delle sostituzioni e delle sovrapposizioni tra moneta e realtà effettuale crea la fissazione e non la rappresentazione: “mentre il segno rappresenta, il simulacro sostituisce una sostituzione con un’altra. E’ la sua realtà di simulacro che ha permesso alla moneta di restare a lungo non solo uno strumento economico, ma qualcosa che viene dal potere e vi ritorna, attraverso una sorta di carica e di forza interna; un oggetto religiosamente protetto che sarebbe empio e sacrilego adulterare” (LVS, 156). Ma, ancora più profondamente, Foucault asserisce che la moneta “è come simulacro che essa è segno: il suo funzionamento come segno in un’economia di mercato è un episodio nella sua storia reale di simulacro” (LVS, 156). Per la moneta è primario, dunque, il suo essere simulacro regolatore prima di inscriversi nella storia come segno e poi come feticcio. Anzi il segno è solo un momento all’interno della durata della moneta-simulacro: è su questo sottile crinale di strategia, potere e sostituzione che interviene la «moneta vivente» di Klossowski, descrizione enigmatica di quel triangolo che ci domina da millenni: desiderio, valore e simulacro (Foucault, lettera personale inviata a Klossowski, autunno 1970).

martedì 3 novembre 2015

4.3. Lo xeno-dollaro e la moneta come strumento del potere egemone - Parte XXXIII - Tratto da «Moneta, rivoluzione e filosofia dell'avvenire. Nietzsche e la politica accelerazionista in Deleuze, Foucault, Guattari, Klossowski» (Rizosfera/Obsolete Capitalism Free Press, 2016)



4.3. Lo xeno-dollaro e la moneta come strumento del potere egemone

Parte XXXIII - Capitolo IV -

Tratto da «Moneta, rivoluzione e filosofia dell'avvenire. Nietzsche e la politica accelerazionista in Deleuze, Foucault, Guattari, Klossowski» (Rizosfera/Obsolete Capitalism Free Press, 2016)
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Agli inizi degli anni Settanta del ’900 il tema della moneta diviene primario all’interno della rizosfera. Grazie al differenziale-moneta, inteso come strumento principale a cui il sistema democratico liberale si rivolge per aggredire, ricomporre e poi regolarizzare le crisi economiche nazionali e internazionali, la comunità rivoluzionaria nietzscheana francese vuole costituire una nuova griglia analitica che riesca a superare la palude ideologica che ancora avvinghia una parte significativa della sinistra tradizionale e della nuova sinistra antagonista. Klossowski consegna alle stampe, come suo addio alle pubblicazioni e alla scrittura, un breve testo, denso ed enigmatico, La moneta vivente (1970), che presenta ai contemporanei più di un interrogativo critico al mondo industriale mercantile e allo strumento moneta, inteso come simulacro del vivente e agente lenitivo degli impulsi umani. Foucault saluta, in una lettera manoscritta all’autore dell’autunno 1970, il libro di Klossowski come «il più grande libro dei nostri tempi». E’ lo stesso periodo in cui, inizio 1971, Deleuze e Guattari freschi della stesura in itinere dell’Anti-Edipo frequentano le lezioni di Foucault al Collège. Il ruolo della moneta «imperiale» - il dollaro statunitense come valuta egemone - all’interno del sistema economico del mondo occidentale è all’apice della tensione e della polemica politica internazionale, così come il regime di cambi fissi di Bretton Woods. Nel dicembre 1969 l’inflazione negli Usa raggiunge il 6%. Nixon, non appena eletto presidente, è investito dalla predizione del proprio staff economico che la moneta americana ha solo due anni di tempo per salvarsi. Il mondo è pieno di xeno-dollari e le casse Usa non riescono a reggere l’aumento della massa monetaria denominata in dollari con il necessario ammontare d’oro teoricamente richiedibile, poiché il dollaro Usa è legato al cambio fisso con l’oro. Il picco della guerra con il Vietnam è raggiunto di lì a pochi mesi, nel 1971, così come le spese militari e il correlato deficit di bilancio. Gli Stati Uniti sono in recessione dal 1970, con la disoccupazione in crescita al 6%. Il problema posto dalla situazione economica interna è senza precedenti: l’inflazione è alta in una fase economica recessiva, anziché disegnare la classica doppia figura di recessione e deflazione, come nel corso della Grande Depressione del 1929. La situazione è pronta a sfuggire di mano. A fronte di una situazione economica imprevedibile, non corrisponde alcuna teoria accademica avente efficacia pragmaticamente accertata; si naviga a vista. Qualsiasi decisione tecnica può determinare parimenti la salvezza o il collasso della leadership commerciale mondiale, proprio nel momento della sfida più alta portata dal movimento comunista internazionale al capitalismo industriale di matrice anglosassone. Con il tramonto precipitoso del sistema monetario di Bretton Woods potrebbe crollare repentinamente la stessa potenza egemonica statunitense uscita vincitrice dalla seconda guerra mondiale. La potenza può cambiare di segno. Lo staff di Nixon si divide tra monetaristi, l’astro nascente Friedman e la Scuola di Chicago, e regolazionisti ortodossi, Burns e la Fed. Vince Friedman e la fazione favorevole alla libera fluttuazione della moneta statunitense sganciata dal gold standard. Il timing ora è della massima importanza. Nel maggio 1971 la Germania Occidentale lascia il sistema di Bretton Woods, istituito nel 1944 sulle ceneri delle «Potenze dell’Asse», lasciando fluttuare in modo incondizionato il marco tedesco. La situazione precipita e lo staff economico di Nixon si deve affrettare: per la potenza statunitense è giunto il momento di scegliere, poiché l’effetto sorpresa, e la velocità della decisione, rivestono la massima importanza. Nell’agosto 1971 Nixon annuncia improvvisamente alla nazione e al mondo intero che il dollaro statunitense non è più convertibile in oro, lasciando la moneta Usa libera di «ondeggiare» nel mercato dei cambi. Dopo circa 3.000 anni dal suo apparire, la moneta in Occidente perde il proprio ancoraggio ad un valore materiale oggettivo. E’ la prima volta nell’arco della civiltà occidentale, a parte i brevi momenti di sospensione causati dalle guerre e le brevi sperimentazioni, sempre rientrate a causa di fallimenti, avute nel corso della storia europea: la moneta compie così la metamorfosi definitiva, a cui probabilmente è destinata fin dalla sua nascita, diventando in tutta la sua filiera, dal globetto di metallo più o meno pregiato alle banconote, un puro simulacro del valore. Le domande che si pongono gli economisti sono numerose: La moneta orfana saprà reggersi, basandosi unicamente sul proprio essere simulacro? La moneta egemone, il dollaro, potrà camminare sul «vuoto»? La moneta è cresciuta a sufficienza per esprimere una propria maturità? La de-aurificazione monetaria è la situazione transitoria nella quale ci troviamo ancora oggi: un mix di monete sovrane, xeno, headless, post-sovrane che fluttuano in un mondo valutario senza cambi fissi, preda delle speculazioni e degli squilibri dei mercati. Le coordinate monetarie sulle quali muove l’analisi di Foucault non sono però legate alla stretta contingenza, ma sono intrecciate allo studio delle forze e degli effetti di queste forze nel dominio delle formazioni di sovranità collegato alle ricerche e alle analisi che si stanno sviluppando all’interno della Rizosfera. La moneta presa in considerazione da Foucault nelle lezioni che partono dal 10 febbraio 1971 al 10 marzo 1971 è, in modo sorprendente per molti ma non per i rizomatici, la moneta greca del VII e VI secolo a.c.; si tratta di quel periodo storico, sociale, economico e istituzionale in cui la moneta, intesa come misura greca, si trova ad essere il «cuore» di una «gigantesca pratica sociale e poliforme di stima, di quantificazione, di istituzione di equivalenze, di ricerca delle proporzioni e delle distribuzioni adeguate» (LVS, 148). Per Foucault, l’indagine riguarda l’ipotesi che la moneta costituisca uno strumento politico d’ordine atto a creare e garantire nuovi equilibri nel corso di profonde trasformazioni sociali: la moneta, dunque, non garantisce rapporti di sovranità, ma di dominazione. Affascinante il modo in cui Foucault introduce la moneta, al termine della lezione del 17 febbraio 1971, come ridistribuzione dei rapporti tra il discorso di giustizia e il discorso di sapere, e dei rapporti tra il giusto, la misura, l’ordine e il vero: “L’istituzione della moneta non è semplicemente una misura dello scambio, ma è stata istituita essenzialmente come strumento di distribuzione, di ripartizione, di correzione sociale” (LVS, 144).
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lunedì 2 novembre 2015

4.2. L’insurrezione dei saperi assoggettati - Parte XXXII - Tratto da «Moneta, rivoluzione e filosofia dell'avvenire. Nietzsche e la politica accelerazionista in Deleuze, Foucault, Guattari, Klossowski» (Rizosfera/Obsolete Capitalism Free Press, 2016)


4.2. L’insurrezione dei saperi assoggettati


parte XXXII - IV capitolo

Tratto da «Moneta, rivoluzione e filosofia dell'avvenire. Nietzsche e la politica accelerazionista in Deleuze, Foucault, Guattari, Klossowski» (Rizosfera/Obsolete Capitalism Free Press, 2016)


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L’attenzione di Foucault viene diretta, nella lezione del 7 gennaio 1976, verso i ritorni di sapere che derivano da ciò che egli chiama «insurrezione dei saperi assoggettati». Per saperi assoggettati Foucault intende due cose ben precise: 1) i saperi che derivano da contenuti storici che egli ritiene sepolti e quindi passibili di una riscoperta riconducibile ad una ricerca «sontuosa» e, in un qualche modo, legata a una «caratteristica società segreta dell’Occidente» dai tempi dell’Antichità e cresciuta ai tempi del primo cristianesimo: la “grande, tenera e calorosa massoneria dell’erudizione inutile” - con il suo tipico humour sottile Foucault introduce qui il proprio lavoro e quello dei complici rizosferici alla stregua di una variante contemporanea di lotta e insurrezione della gnosi di derivazione alessandrina legata alla salvezza attraverso la conoscenza. La rizosfera francese sarebbe, seguendo questa maliziosa interpretazione anticristica-nietzscheana-accelerazionista foucaultiana, una sorte di neo-gnosi laica e rivoluzionaria che trasmette il proprio sapere e le proprie ricerche di generazione in generazione, nel nobile solco della tradizione ellenica-alessandrina.
2) i saperi che si suppone essere all’opposto dell’erudizione «polverosa e inutile» cioè i saperi squalificati, «bassi» - anche qui, presentati in modo sorprendente. In questa categoria di «saperi ingenui, gerarchicamente inferiori» perché senza i necessari requisiti scientifici e accademici, Foucault inserisce il sapere della gente comune, di strada - da non confondersi con il «senso comune» - quali il criminale, il folle, il malato, lo psichiatrizzato, il detenuto. Il sapere diretto dei marginali intrecciato con i saperi specifici dei lavoratori, degli operatori di settore, quali infermieri, medici, soldati, sarà un sapere senza «senso comune», un “sapere differenziale che non deve la sua forza che alla durezza che l’oppone a tutto ciò che lo circonda” (MP, 167).
A Foucault non sfugge il paradosso di declinare nello stesso schema rizomatico dei saperi assoggettati, «la biblioteca e la strada»: eppure egli trova in questa differenza ben tracciata la forza essenziale della critica operata dai discorsi discontinui. Per Foucault si tratta del «sapere storico delle lotte»: “Nei settori specializzati dell’erudizione come nel sapere squalificato della gente giaceva la memoria degli scontri, quella appunto che fino ad allora era stata tenuta al margine. E si è così delineato quel che si potrebbe chiamare una genealogia, o piuttosto delle ricerche genealogiche molteplici, insieme riscoperta meticolosa delle lotte e memoria bruta degli scontri. E queste genealogie, come accoppiamento di sapere erudito e del sapere della gente, non sono state possibili, e non si è nemmeno potuto tentarle che ad una condizione: che fosse cioè eliminata la tirannia dei discorsi globalizzati colla loro gerarchia e tutti i privilegi dell’avanguardia teorica» (MP, 168). Qui Foucault tenta una prima restituzione del suo progetto d’insieme in cui, generosamente, ingloba e allinea i componenti francesi della rizosfera e, in primis, proprio gli estensori dell’Anti-Edipo, nonostante la descrizione minuziosa dei «ritorni di sapere» si adatti perfettamente al proprio stile di ricerca, intrapreso fin dall’inizio dei corsi del Collége de France (1970) e portato avanti sino al termine del corso 1975-1976, prima dell’anno fatidico, il 1977, anno in cui un Foucault in crisi sospende il proprio corso. Si tratta dell’annus horribilis di Foucault, attaccato da più parti, tra cui ricordiamo il Dimenticare Foucault di Baudrillard, e l’inizio di una profonda riarticolazione di pensiero, analisi e prassi politica che porterà al successivo gelo con Deleuze e in pratica alla liquefazione della complicità sotterranea della comunità rivoluzionaria nietzscheana francese. Ciò che però appare prodigioso è il modo in cui Foucault lega il proprio lavoro di ricerca all’azione di lotta e critica dei compagni rizosferici accreditando la forza essenziale della critica e del «successo» di quegli anni proprio alla discontinuità e alla de-centralizzazione delle pratiche e dei discorsi che Klossowski, Deleuze e Guattari, Blanchot e Lyotard, tra gli altri, ma in prima linea, hanno portato avanti. Per Foucault è possibile, nel 1976, definire questa critica: “Chiamiamo genealogia l’accoppiamento delle conoscenze erudite e delle memorie locali, che permette la costituzione d’un sapere storico delle lotte e l’utilizzazione di questo sapere nelle tattiche attuali” (MP, 168). Durante la stessa lezione, Foucault lega la genealogia alla lotta contro la presunta «scientificità» delle nuove scienze, il marxismo e la psicanalisi, ree di essere portatrici di «ambizioni di potere» nemmeno tanto celate e dunque alla ricerca degli «effetti di potere» che solitamente vengono assegnati dalle istituzioni alle scienze intronizzate. A questo proposito, per Foucault, “la genealogia sarebbe dunque, rispetto e contro i progetti d’una iscrizione dei saperi nella gerarchia dei poteri propri della scienza, una specie di tentativo per liberare dall’assoggettamento i saperi storici, renderli cioè capaci d’opposizione e di lotta contro la coercizione d’un discorso teorico, unitario, formale e scientifico. La riattivazione dei saperi locali - minori, direbbe forse Deleuze - contro la gerarchizzazione scientifica della conoscenza ed i suoi effetti intrinseci di potere: ecco il progetto di queste genealogie in disordine e frammentarie. Per dirla in due parole, l’archeologia sarebbe il metodo proprio dell’analisi delle discorsività locali, e la genealogia la tattica che, a partire dalle discorsività locali così descritte, fa giocare i saperi, liberati dall’assoggettamento, che ne emergono” (MP, 170).

Un percorso a parte nel lavoro di Foucault, all’interno dei rapporti genealogia/archivio prima delineati, viene riservato alla moneta fin dalle prime lezioni del corso inaugurale del 1970-1971, all’indomani del riemergere in Klossowski e Deleuze dei temi nietzscheani di volontà di potenza, formazioni di sovranità, pulsione e valore. Infatti, un primo assaggio della possente e innovativa capacità critica su questa prospettiva che ingloba desiderio/volontà di potenza/economia «rizomatica» universale/inconscio fisico e noologico arriva dal debutto autoriale di Deleuze e Guattari sotto il segno di Klossowski. La synthèse disjonctive è il titolo del primo articolo a firma congiunta: pubblicato nel terzo trimestre del 1970 sul numero monografico, il 43, della rivista L’Arc dedicato a Klossowski, il testo compare già come «estratto di un libro intitolato Capitalismo e schizofrenia». Lo stile di scrittura è già quello fantasioso, trasversale, aggressivo, umoristico e “genealogico” dell’Anti-Edipo. La synthèse disjonctive è un efficace preludio a una deflagrazione annunciata: Foucault ne intuisce immediatamente gli effetti collaterali sullo stile e sui contenuti della propria ricerca.
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domenica 1 novembre 2015

E.1.1. Heart of Darkness or locus classicus of accelerationism? - Pt. I - Excerpt from the essay «Money, Revolution and Acceleration in Deleuze and Guattari's Anti-Oedipus», Obsolete Capitalism Free Press/Rizosphere, 2016

«Heart of Darkness» or locus classics of accelerationism?


(Excerpt from the essay «Money, Revolution and the Philosophy of the future»)


Through a hypertextual reading of the Anti-Oedipus we hereby unveil the deep meaning of the famous passage «The Civilized Capitalist Machine», locus classicus of the contemporary accelerationist movement.


by Obsolete Capitalism



Chapter I 
The Locus classicus of the contemporary accelerationist movement: Anti-Oedipus.

Do you want a name for this universe, a solution for all its enigmas?
(Nietzsche, Posthumous Notes) 


Heart of Darkness or locus classicus of accelerationism?

We continue the exploration of the sources behind the contemporary accelerationist movement, which lie at the end of the paragraph entitled The Civilized Capitalist Machine. (AE 239-240) By «contemporary» we intend the period from the 90’s to today, thus including Nick Land and the Ccru collective’s reflections on the first accelerationist wave. The simultaneous reading of Christian Kerslake's Marxism and Money in Deleuze and Guattari’s Capitalism and Schizofrenia (2015) and Matteo Pasquinelli’s notes in Code Surplus Value and the Augmented Intellect (2014) has highlighted the persistence of a troubled interpretation of one of the most significant and pivotal passages of Deleuze and Guattari’s Anti-Oedipus. Moreover an unfair and blind conventio ad excludendum on Nietzsche from the accelerationist side is remarkably present. In Accelerate#, the constitutive anthology of accelerationism, we immediately detect a noisy silence about Nietzsche. While the opening documents and extracts on accelerationism are pertinent — Marx, Butler, Fedorov and Veblen (#A, 8-11) — nothing is mentioned of a post-Zarathustra Nietzsche: The Will of Power, Beyond Good and Evil or On the Genealogy of Morality. In the chronology (#A, 3) in between Marx’s Fragment on Machines (1858) and Firestone’s The two modes of cultural history (1970), Nietzsche’s accelerationist fragment known as The Strong of the Future (1887) clearly lacks. One of the aim of this essay is to identify the correct allocation of Nietzsche’s thought with reference to the accelerationist movement, to the Anti-Oedipus and to Deleuze and Guattari’s thought. The philosopher from Röcken has been the first to speak correctly about the overall machinery, solidarity of all gears, and about accelerating the process. (NCV 161- 162).
Matteo Pasquinelli properly points out the final part of the The Civilized Capitalist Machine as locus classicus of the contemporary accelerationist movement, thanks to the deep queries Deleuze and Guattari placed. These questions remain however unanswered and therefore still open; they deal with revolutionary strategies, positions of nihilist capitalism and potential escape routes from a political and economic situation that recalls the image of a cul-de-sac.

The text to analyze follows:

It is at the level of flows, the monetary flows included, and not at the level of ideology, that the integration of desire is achieved. So what is the solution? Which is the revolutionary path? Psychoanalysis is of little help, entertaining as it does the most intimate of relations with money, and recording—while refusing to recognize it—an entire system of economic-monetary dependences at the heart of the desire of every subject it treats. Psychoanalysis constitutes for its part a gigantic enterprise of absorption of surplus value. But which is the revolutionary path? Is there one?—To withdraw from the world market, as Samir Amin advises Third World countries to do, in a curious revival of the fascist "economic solution"? Or might it be to go in the opposite direction? To go still further, that is, in the movement of the market, of decoding and deterritorialization? For perhaps the flows are not yet deterritorialized enough, not decoded enough, from the viewpoint of a theory and a practice of a highly schizophrenic character. Not to withdraw from the process, but to go further, to "accelerate the process," as Nietzsche put it: in this matter, the truth is that we haven't seen anything yet. (AO, 238-239)



4.1. Sovvertire l’effetto frenante della totalità - Parte XXXI - Tratto da «Moneta, rivoluzione e filosofia dell'avvenire. Nietzsche e la politica accelerazionista in Deleuze, Foucault, Guattari, Klossowski» (Rizosfera/Obsolete Capitalism Free Press, 2016)



Sovvertire l’effetto frenante della totalità

4.1. - Parte XXXI

Tratto da «Moneta, rivoluzione e filosofia dell'avvenire. Nietzsche e la politica accelerazionista in Deleuze, Foucault, Guattari, Klossowski». (Rizosfera/OCFP, 2016).
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Se esaminiamo le opere principali di Deleuze, Foucault e Klossowski tra il 1968 e il 1972 vediamo che le traiettorie di questi testi hanno oggettivamente le caratteristiche enigmatiche e comuni per essere qualificate come «ricerche frammentarie»; si tratta di indagini che a fatica si riescono a comporre e immaginare se le valutiamo da una prospettiva «rivoluzionaria» per cercare di comprendere su quale terreno comune di lotta e di programma agiscono i tre intellettuali. Si passa con un certo aplomb da saggi dal sapore accademico, lungimiranti e ricchi, quali Differenza e ripetizione o L’archeologia del sapere, alle opere ermeneutiche riguardanti Nietzsche - sia che si tratti di antologie di frammenti quali Nietzsche e il circolo vizioso, che delle prime edizioni delle sue Opere complete presso Gallimard - proseguendo per testi di critica letteraria o di letteratura tout court quali Logica del senso o Le dame romane, per terminare con criptici saggi economici, La moneta vivente o pamphlet aggressivamente politici, L’anti-Edipo; non parliamo poi dei corsi universitari, dove si spazia da Freud a Marx, da Aristotele a Nietzsche, dalla moneta greca all’Inquisizione nel Medioevo o alla storia della sessualità, senza soluzione di continuità. Con una certa ironia, Foucault stesso, nella prima lezione del 7 gennaio 1976 nel corso intitolato Bisogna difendere la società (MP, 163), vuole porre termine ad una serie di ricerche che egli stesso definisce come incoerenti e discontinue. Foucault sente la necessità di concludere e sistematizzare, in un qualche modo, gli innumerevoli percorsi di ricerche, intuizioni e approfondimenti che ha svolto fin dall’inizio delle lezioni al Collége de France (1970). Da un certo punto di vista, Foucault non parla solo delle sue ricerche ma allude anche a un percorso comune della rizosfera francese rivoluzionaria quando, tra le cose importanti o, almeno interessanti, degli ultimi quindici-vent’anni, elenca «l’efficacia di un libro come L’anti-Edipo, che non si riferiva praticamente a nient’altro che alla sua stessa prodigiosa inventività teorica: libro, o piuttosto cosa, avvenimento che è riuscito a rendere rauco, sin nella sua pratica più quotidiana, il mormorio pure così a lungo ininterrotto che è passato dal divano alla poltrona” (MP, 165). Si tratta di una segnalazione importante ai propri studenti dato che l’opera filosofica di Deleuze è sempre stata un riferimento fondamentale per Foucault, in quanto si è costituita come apertamente «alleata» del suo pensiero fin dai primi anni ‘60, perlomeno dall’inizio della «Nietzsche Renaissance» e, dunque, a partire dall’opera Nietzsche e la filosofia (1962) e il convegno di Royaumont (1964). Ciò che stupisce è l’importanza tributata da Foucault al testo anti-edipico poiché la sua analisi prende in esame i «dieci, quindici, al massimo venti ultimi anni», dunque il lasso di tempo che, grosso modo, va dal 1956 al 1976: non solo L’anti-Edipo è l’unico libro citato, ma è il suo posizionamento all’interno del ragionamento svolto da Foucault stesso a stupire. Il libro viene infatti inserito nel merito della “stupefacente efficacia delle critiche discontinue, particolari e locali” e la sua efficacia viene paragonata a quella di interi movimenti quali l’anti-psichiatria, l’analisi esistenziale e gli attacchi contro l’apparato giudiziario e penale. Conclude Foucault: “Quel che emerge è la proliferante criticabilità delle cose, delle istituzioni, delle pratiche, dei discorsi: una specie di friabilità generale dei suoli, anche e forse soprattutto i più familiari, i più solidi ed i più vicini a noi, al nostro corpo, ai nostri gesti di tutti i giorni. Ma insieme a questa friabilità ed a questa stupefacente efficacia delle critiche discontinue, particolari e locali, si scopre in realtà  qualcosa che forse non era previsto all’inizio, quel che si potrebbe chiamare l’effetto inibitore proprio delle teorie totalitarie, globali. Non credo che queste teorie globali non abbiano fornito e non forniscano ancora in modo abbastanza costante degli strumenti utilizzabili localmente: il marxismo e la psicanalisi stanno lì a provarlo. (...) In ogni caso, ogni ripresa nei termini della totalità, ha condotto nei fatti a un effetto frenante” (MP, 165-166). Seguendo lo schema di Foucault, e schematizzando a nostra volta, vengono messi in evidenza due schieramenti contrapposti: da un lato, il fronte «accelerazionista», discontinuo, particolare, locale, dall’altro un fronte «inibitore», «frenante», continuo, globale, totale, se non apertamente totalitario. Il marxismo, la psicanalisi possono essere ancora degli strumenti che, a livello locale, possono essere utili, ma nei fatti, per Foucault, essi hanno svolto un ruolo «frenante» e, dunque, negativo per il fronte insurrezionale. L’Anti-Edipo, secondo Foucault, rientra a pieno titolo nell’insieme delle entità critiche che smottano i «suoli» con efficacia e che possiedono alcune caratteristiche che possono essere riassunte in tal modo: 1) produzione teorica autonoma, non centralizzata 2) ritorni di sapere che discendono dall’insurrezione dei saperi assoggettati.
( SEGUE QUI )