Visualizzazione post con etichetta Democrazia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Democrazia. Mostra tutti i post

sabato 11 ottobre 2014

Orit Gat: Unbound: The Politics of Scannig @ Rhizome, 9Oct2014


Ori Gat: Unbound: The Politics of Scannig @ Rhizome, 9Oct2014
There's a great scene in the first episode of House of Cards where the ambitious young journalist Zoe Barnes is sitting on the floor of her rented apartment's living room scanning the half-shredded documents of an education bill that was forwarded to her by her source/lover Frank Underwood, the Majority Whip. She's drinking wine, taking notes on her laptop, and scanning on her small all-in-one desktop printer/scanner. The next day she shows up at the office of the newspaper where she works with a 3000-word text and the 300-page document scanned, prompting her editors that "We should get this online right away."
Barnes's character is young and ambitious. Later in the season she moves on to work for a site called "Slugline," an early-Politico-like newswire, where "journalists post news directly from their phones." Her obsession with technology is used as a narrative device in the series to set her apart from her older, more conservative editors at the newspaper. And her ambition to upload information to the newspaper's site as soon as possible, to give the public the raw data before it can be filtered or analyzed, stands for her idealism.
The romanticized image of the scanner is based on the assumption that by scanning and uploading we make information available, and that that is somehow an invariably democratic act. Scanning has become synonymous with transparency and access. But does the document dump generate meaningful analysis, or make it seem insignificant? Does the internet enable widespread distribution, or does it more commonly facilitate centralized access? And does the scanner make things transparent, or does it transform them? The contemporary political imaginary links the scanner with democracy, and so we should explore further the political possibilities, values, and limitations associated with the process of scanning documents to be uploaded to the internet.
What are the political possibilities of making information available? A thing that is scanned was already downloaded, in a sense. It circulated on paper, as widely as newspapers or as little as classified documents. And interfering with its further circulation is a time-honored method of keeping a population in check. Documents are kept private; printing presses shut down. Scanning printed material for internet circulation has the potential to circumvent some of these issues. Scanning means turning the document into an image, one that is marked by glitches and bearing the traces of editorial choices on the part of the scanner. Although certain services remain centralized and vulnerable to political manipulation, such as the DNS addressing system, and government monitoring of online behavior is commonplace, there is still political possibility in the aggregate, geographically dispersed nature of the internet. If the same document is scanned, uploaded, and then shared across a number of different hosts, it becomes much more difficult to suppress. And it gains traction by circulation.


domenica 5 ottobre 2014

Martino Mazzonis: Stati Uniti, il midterm e l'ossessione per i soldi @ Pagina99.it

Martino Mazzonis: 
Stati Uniti, il midterm e l'ossessione per i soldi 
@ Pagina99.it (qui l'articolo)

Le mailboxes dei simpatizzanti dei partiti americani vengono inondate di richieste di denaro dai partiti, che stanno spendendo come non mai per aggiudicarsi la maggioranza in Senato nel voto del 4 novembre prossimo. Quanto spendono, per cosa e che tecniche usano per convincere gli elettori a donare?

Mancano quattro settimane alle elezioni di mezzo termine (si vota il 4 novembre) e nessuno negli States sembra particolarmente eccitato all'idea di andare a votare. In queste elezioni che eleggono la Camera e un terzo del Senato, i tassi di partecipazione sono sempre molto più bassi di quelli delle presidenziali. Eppure da qui escono maggioranze e possibilità o meno per il presidente in carica di riuscire a portare vanti la propria agenda. Dopo il disastro provocato dal Tea Party nel 2010, Obama ha avuto una vita difficile.

Se gli elettori non sembrano entusiasti, i partiti, che invece dipendono da quel voto, anche se alle urne si recasse il 5% dell'elettorato, sono in campagna elettorale full steam. O per meglio dire sono attivissimi sul fronte della raccolta fondi. Del resto, i soldi spesi da gennaio a oggi per le campagne elettorali (ovvero comprare spot Tv, organizzare i volontari sul campo, analizzare i dati delle precedenti elezioni, pagare consulenti e spin doctors) sono 233 milioni di dollari. Una valanga, specie se si considera che il grosso è diretto a poche contese al Senato. Il nodo della tenuta dei democratici nella camera alta è infatti la grande incognita del voto e, di conseguenza, le risorse vengono tutte dirottate a sostenere 10 corse in Iowa, Colorado, Georgia, Arkansas, Virginia, etc. La tabella qui sotto riporta i numeri delle corse nelle quali fino ad oggi si è speso di più. In alcuni casi sono le campagne a fare la parte del gigante - evidentemente i candidati sono forti e hanno loro rete di finanziatori), in altri è quello che nella tabella del Centre for responsive politics è classificato come outside spending, ovvero i soldi investiti da gruppi privati e SuperPac su un candidato. I casi in cui i soldi esterni, spesso anche provenienti dal di fuori dello stato, sono più di quelli della campagna del candidato, sono quelli sui quali i partiti nazionali hanno più preoccupazioni o speranze e,  per provare a vincere, investono forte.


Ad avere le casse più piene sono ancora una volta le organizzazioni estranee ai partiti, i SuperPac autorizzati dalla Corte Suprema a raccogliere soldi anonimi e spenderli. Una decisione controversa, molto criticata che ha reso le campagne elettorali ancora più ricche (o costose) di quanto non avvenisse in passato, quando qualche limite alla spesa c'era e tutte le donazioni dovevano essere pubbliche. Come segnala questa analisi del Wesley Media Project, la maggior parte dei soldi spesi va in spot e la maggior parte degli spot sono negativi, attaccano l'avversario, non cercano di convincere della bontà del candidato. Un fenomeno anche questo in crescita: dal 2010 in poi si tende a demolire, non a costruire (un esempio non particolarmente aggressivo, sotto la tabella). Una tendenza che resta alta tra un ciclo elettorale e l'altro (anche se fino ad oggi i dati 2014 sono leggermente più bassi di quelli 2012, ma c'è ancora un mese).


Che i partiti siano impegnati in una corsa ossessiva verso i quattrini necessari a rendere competitive le varie corse per i seggi al Senato (o per il governatore della Florida, stato cruciale, chi non ricorda la notte i giorni del recount nel 2000?) lo testimoniano le mailbox degli sciagurati che hanno lasciato il loro indirizzo di email a qualche organizzazione di un partito o dell'altro. E che sono diventati parte dei Big Data nelle mani dei partiti (o dei SuperPac). Un buon esempio? Il sottoscritto è abbonato o ha lasciato l'indirizzo a molte organizzazioni, campagne, mailing list di singoli di entrambi i partiti. E oggi, solo oggi, ho ricevuto 26 messaggi che chiedono soldi. Si va dai candidati locali alle loro mogli, dai capi delle organizzazioni a testimonial di eccellenza (il  capo dell'organizzazione repubblicana Priebus o il cervello di Bush Karl Rove), dalla paladina dei liberal Elizabeth Warren, che spedisce un messaggio al paese via MoveOn, organizzazione di mobilitazione politica ed enorme rete online di raccolta fondi.   Il tono dei messaggi spediti è di grande interesse perché ci dice qual'è la carta che i partiti, i loro strateghi e analisti di Big Data, ritengono sia la migliore da giocare per motivare l'elettore. Meglio spaventarlo o farlo sentire parte di una battaglia vincente. Dipende da molte cose. Normalmente, così almeno scriveva Sasha Issenberg nel suo The Victory Lab, volume definitivo sulle tecniche di campagna elettorale nell'era dei Big Data, per convincere l'elettore ad andare ai seggi, il messaggio deve essere positivo: "Fai la storia", "Partecipa a questa grande cosa", "Rendi migliore il Colorado". Ma questa è la tecnica da ultimo momento, quella del door to door, del volontario che ti parla davanti alla porta di casa. Per chiedere soldi sembra invece di capire dai subject delle mail ricevute, che l'allarme sia la strada giusta. In questo ciclo elettorale i democratici stanno raggranellando più dei repubblicani con oggetti come "E' finita, ci hanno ripreso" o "Disastro democratico". Il partito di Obama punta insomma ad allarmare il proprio elettorato più fedele, racconta che la catastrofe è a un millimetro e che i dollari donati possono fare la differenza. Da parte repubblicana c'è invece la narrazione opposta: "F-A-N-T-A-S-T-I-C-O!" è l'oggetto di una mail di Reince Priebus che spiega quanti soldi stiano arrivando in cassa; "Siamo pari!" è il messaggio di Scott Brown, candidato che in teoria dovrebbe uscire sconfitto ma ha carte da giocare; "Per il prezzo di un panino puoi cambiare il paese" è quello di un messaggio che chiede di donare 5 dollari. Infine c'è l'attacco a Obama che in generale serve a mobilitare gli elettori più arrabbiati, la destra del partito.    I soldi servono eccome. Non solo a pagare spot. Le elezioni si vincono portando gente alle urne: la partecipazione al voto è bassa e il porta a porta accompagnato dai Big data è cruciale. Gli elettori repubblicani, più vecchi e più costanti, vanno alle urne più spesso, i democratici, più giovani e appartenenti a minoranze, ci vanno di meno, vanno convinti in qualche modo speciale. Che sia un candidato giovane capace di mobilitare le masse come Obama, un referendum sui diritti o la paura di quel che può succedere. Per questo i democratici spendono tanto e cercano un'idea forte da proporre. Alcuni prendendo le distanze dal presidente, altri usando Bill Clinton (nel suo Arkansas, seggio cruciale) e altri ancora rivendicando l'importanza della riforma sanitaria. Al momento i repubblicani sembrano avere buone chance di prendersi anche il Senato. Molto dipenderà dal messaggio di Obama in questi giorni, dalla capacità organizzativa delle campagne e da come verranno spesi i milioni raccolti.   

martedì 30 settembre 2014

Antonio Gnoli: «Sono uno sconfitto, non un vinto». Intervista a Mario Tronti @ La Repubblica, 20.09.2014

«Sono uno sconfitto, non un vinto». Intervista a Mario Tronti


È stato comunista teorico dell'operaismo, critico del Sessantotto e ora teologo della politica deluso dalla Storia I ricordi, le battaglie e i rimpianti del filosofo

«La Repubblica», 29/09/2014, intervista di Antonio Gnoli Read more


Sotto la suola delle sue scarpe è ancora riconoscibile il fango della storia. “È tutto ciò che resta. Miscuglio di paglia e sterco con cui ci siamo illusi di erigere cattedrali al sogno operaio “. Ecco un uomo, mi dico, intriso di una coerenza che sfonda in una malinconia senza sbavature. È Mario Tronti, il più illustre tra i teorici dell’operaismo. Ha da poco finito di scrivere un libro su ciò che è stato il suo pensiero, come si è trasformato e ciò che è oggi. Non so chi lo pubblicherà (mi auguro un buon editore). Vi leggo una profonda disperazione. Come un diario di sconfitte scandito sulla lunga agonia del passato che non passa mai del tutto, che non muore definitivamente. Ma che non serve più. 
“Sono gli altri che ti tengono in vita”, dice ironico. Quando la vita, magari, richiede altre prove, altre scelte. Forse è per questo, si lascia sfuggire, che ha cercato un diversivo nella pratica del Tai Chi: “I gesti di quella tecnica orientale rivelano, nella loro lentezza, un’armonia segreta. Tutto si concentra nel respiro. L’ho praticato per un po’. Con curiosità e attenzione. Ma alla fine mi sentivo inadatto. Fuori posto. L’Oriente esige una mente capace di creare il vuoto. La mia vive di tutto il pieno che ho accumulato nel tempo”.
Come è nata la curiosità per il Tai Chi?“Grazie a mia figlia che ama e pratica la cultura orientale. Avrebbe voluto farsi monaca, poi ha scelto con la stessa profonda coerenza quel mondo che io ho solo sfiorato”.
E come ha vissuto quella decisione familiare?“Con il rispetto che occorre in tutte le cose che ci riguardano e ci toccano da vicino”.
C’è un elemento di imprevedibilità nei figli?“C’è sempre: negli individui, come nella storia”.
Si aspettava che la storia  –  la sua intendo  –  sarebbe finita così?“Ci si aspetta sempre il meglio. Poi giungono le verifiche. Sbattere contro i fatti senza l’airbag può far male. Sono stato comunista, marxista, operaista. Qualcosa è caduto. Qualcosa è rimasto. Ho capito e applicato la lezione del realismo politico: non si può prescindere dai fatti”.
E i fatti parlano oggi di una grande crisi.“Grande e lunga. Ci riguarda, a livelli diversi, un po’ tutti. Dura da almeno sette anni e non c’è nessuno in grado di dire come se ne uscirà. Viviamo un tempo senza epoca”.
Cosa vuol dire?“C’è il nostro tempo, manca però l’epoca: quella fase che si solleva e rimane per il futuro. La storia è diventata piccola, prevale la cronaca quotidiana: il chiacchiericcio, il lamento, le banalità”.
L’epoca è il tempo accelerato con il pensiero.“Non solo. È il tempo che fa passi da gigante. Si verifica quando accadono cose che trasformano visibilmente i nostri mondi vitali”.
Nostalgia delle rivoluzioni?“No, semmai del Novecento che fu anche il secolo delle rivoluzioni. Ma non solo. Dove sono il grande pensiero, la grande letteratura, la grande politica, la grande arte? Non vedo più nulla di ciò che la prima parte del Novecento ha prodotto”.
Quando termina l’esplosione di creatività?“Negli anni Sessanta”.
I suoi anni d’oro.“Ironie della storia. C’è stato un grande Novecento e un piccolo Novecento fatto di una coscienza che non è più in grado di riflettere su di sé”.
È un addio all’idea di progresso?“Il progressismo è oggi la cosa più lontana da me. Respingo l’idea che quanto avviene di nuovo è sempre meglio e più avanzato di ciò che c’era prima”.
Fu una delle fedi incrollabili del marxismo.“Fu la falsa sicurezza di pensare che la sconfitta fosse solo un episodio. Perché intanto, si pensava, la storia è dalla nostra parte”.
E invece?“Si è visto come è andata, no?”.
Si sente sconfitto o fallito?“Sono uno sconfitto, non un vinto. Le vittorie non sono mai definitive. Però abbiamo perso non una battaglia ma la guerra del ‘900″.
E chi ha prevalso?“Il capitalismo. Ma senza più lotta di classe, senza avversario, ha smarrito la vitalità. È diventato qualcosa di mostruoso”.
Si riconosce una certa dose di superbia intellettuale?“La riconosco, ma non è poi una così brutta cosa. La superbia offre lucidità, distacco, forza di intervento sulle cose. Meglio comunque della rinuncia a capire. In tutto questo gran casino vorrei salvare il punto di vista “.
Il punto di vista?“Sì, non riesco a mettermi sul piano dell’interesse generale. Sono stato e resto un pensatore di parte”.
Quando ha scoperto la sua parte?“Ero giovanissimo. Alcuni l’attribuiscono al mio operaismo degli anni Sessanta. Vedo in giro anche degli studi che descrivono il mio percorso”.
In un libro di Franco Milanesi su di lei  –  non a caso intitolato Nel Novecento ( ed. Mimesis)  –  si descrive il suo pensiero. Quando nasce?“Ancor prima dell’operaismo sono stato comunista. Un padre stalinista, una famiglia allargata, il mondo della buona periferia urbana. Sono le mie radici”.
In quale quartiere di Roma è nato?“Ostiense che era un po’ Testaccio. Ricordo i mercati generali. I cassisti che vi lavoravano. Non era classe operaia, ma popolo. Sono dentro quella storia lì. Poi è arrivata la riflessione intellettuale”.
Chi sono stati i referenti? Chi le ha aperto, come si dice, gli occhi?“Dico spesso: noi siamo una generazione senza maestri “.
Lei è stato, a suo modo, un maestro.“Trova?”.
operaiecapitale COPOperai e capitale , il suo libro più noto, ha avuto un’influenza molto grande. Lo pubblicò Einaudi. Cosa ricorda?“Fu un caso fortunoso. Non avevo rapporti con la casa editrice torinese. Mi venne in mente di inviare il manoscritto senza immaginare nessuna accoglienza positiva. So che ci fu una grossa discussione e molti dissensi tra cui, fortissimo, quello di Bobbio”.
Era prevedibile.“Assolutamente, viste le posizioni. A quel punto scrissi direttamente a Giulio Einaudi spiegando quale fosse il senso del mio libro”.
E lui?“Lo comprese pienamente. Contro il parere di quasi tutta la redazione si impuntò e il libro venne pubblicato. L’edizione andò rapidamente esaurita. Era il 1966. Avevo 35 anni. Quel testo, poi rivisto con l’aggiunta di un poscritto, ancora oggi gira per il mondo”.
Ne è soddisfatto?“È un libro nel quale sono tutt’ora rimasto intrappolato. Per la gente rimango ancora quella roba lì. È difficile far capire che, nel frattempo, sono cambiato. Pensano che sia restato l’operaista di una volta”.
Non è così?“L’operaismo per me ricoprì una stagione brevissima. Poi è iniziata quella, maledetta da tutti, dell’autonomia del politico”.
Maledetta perché?“Mi resi ostile anche alle generazioni post-operaiste “.
Allude al Sessantotto?“Lì ha inizio il piccolo Novecento. Dove è cominciata la deriva”.
Fu un grande equivoco?“Ammettiamolo: fu un fatto generazionale, antipatriarcale e libertario. Non sono mai stato un libertario”.
Dove ha fallito il ’68?“C’è stata una doppia strada, entrambe sbagliate. Da un lato si è radicalizzato in modo inutile e perdente giungendo al terrorismo. Per me che sono appassionato del tragico nella storia lì ho visto l’inutilità e l’insensatezza della tragedia”.
E dall’altro?“Alla fine il ’68 fu il grande ricambio della classe dirigente. La corsa a imbucarsi nell’establishment”.
Niente male come ironia della storia.“Sono i suoi paradossi e le sue imprevedibilità”.
E il mito della classe operaia? La “rude razza pagana” come disse e scrisse.“Non era certo quella che noi pensavamo. Gli operai volevano l’aumento salariale, mica la rivoluzione. Fu una delle ragioni che mi spinsero a scoprire le virtù del realismo politico”.
Fu un addio alle illusioni?“Vedevamo rosso. Ma non era il rosso dell’alba, bensì quello del tramonto”.
Dove si colloca lo “sconfitto” Mario Tronti?“Sono un uomo fuori da questo tempo. Ho sempre condiviso la tesi del vecchio Hegel che un uomo somiglia più al proprio tempo che al proprio padre. Il mio tempo è stato il mondo di ieri: il Novecento. Che comunque non sarà mai la casa di riposo per anime belle “.
Con quale riverbero affettivo lo ricorda?“La mia tonalità è oggi quella di una serena disperazione. Forse per questo motivo non vado quasi mai a incontri pubblici. È troppo patetico andare in giro per parlare di quel mondo. E poi, dico la verità, la sua fine non è all’altezza della sua storia. Non c’è niente di tragico “.
Lei è passato dall’operaismo a Machiavelli e Hobbes e ora alla teologia politica, ai profeti, alla figura di Paolo.“Se me lo avessero pronosticato trent’anni fa non ci avrei creduto. Però, vede, Paolo è stato il grande politico del cristianesimo. Nelle sue Lettere c’è il Che fare? di Lenin. Guardo molto alla dimensione cattolica, al suo aspetto istituzionale. C’è forza e lunga durata”.
L’accusano di flirtare un po’ troppo con il pensiero reazionario.“Dal punto di vista intellettuale trovo molto stimolante l’orizzonte che comprende figure come Taubes, Warburg, Benjamin, Kojève, Rosenzweig. Una costellazione anomala e irriferibile alla tradizione ortodossa. Uomini postumi”.
Lo chiamerebbe eclettismo?“Non lo è. Prendo quello che mi serve. La mia bussola mentale è molto spregiudicata. Mi chiedeva del pensiero reazionario. Ebbene, non rinuncio ai filosofi della restaurazione se mi fanno capire la rivoluzione francese molto più degli illuministi”.
Si sente ancora un uomo di sinistra?“È una bella contraddizione, me ne rendo conto. Ma come potrei essere di sinistra con il pessimismo antropologico che ricavo dal mio realismo? Dichiararsi illuministi, storicisti, positivisti  –  come fa in qualche modo la sinistra  –  è illudersi che i problemi che abbiamo di fronte siano semplici”.
Dove si collocherebbe oggi?“Dalla parte sconfitta. In un senso benjaminiano. Ha presente la figura dell’Angelo? Egli guarda indietro con le ali che si impigliano nella tempesta”.
È una bella immagine. Fa pensare al Dio terribile e inclemente della Bibbia. Lei in cosa crede o ha creduto?“A chi divide il mondo fra credenti e non, rispondo che non sono né l’una cosa né l’altra. Sto, per così dire, su di una specie di confine che ha ben descritto Simone Weil: non attraversare, ma non tornare neppure indietro. Al tempo stesso, penso che il “legno storto” dell’umano per sopravvivere abbia bisogno di qualche forma di fede”.
E lei l’ha incontrata?“In un certo senso sono stato credente anch’io. Ho creduto che si poteva abbattere il capitalismo, fare il socialismo e poi il comunismo. Niente di tutto questo aveva la benché minima parvenza scientifica”.
Non è rimasto niente di quella fede?“Sono più cauto. Avverto molto chiaramente il nesso tra realismo e passione. Il realismo da solo è opportunismo, puro adattamento alla realtà. Per correggere questa visione occorre una forma di passione.
Viviamo il tempo delle passioni tristi e spente.“Tristi, certamente. Ma non spente del tutto. Il guaio è che oggi la storia non si controlla”.
Ossia?“La fase è molto confusa. Ogni cosa va per conto proprio. Agli inizi del ‘900 si parlava della grande crisi della modernità. Poi questa è arrivata. E ora che ci siamo dentro fino al collo non sappiamo in che direzione andare. È lo stallo. Si guarda senza vedere realmente”.
Le sue preoccupazioni sembrano quelle di un uomo superato.“In un certo senso è così. Ma non mi preoccupo. Perché dovrei? Ricordo certi vecchi che in prossimità della morte dicevano: purtroppo me ne devo andare. Mio padre credeva in un mondo migliore. Avrebbe voluto vederlo. Beato lui. Io dico ai giovani: meno male che non ho la vostra età. E sono contento che tra un po’ non vedrò più questo mondo. Questo dico”.
Non si aspetta altro?“Il futuro è tutto catturato nel presente. Non è possibile immaginare niente che non sia la continuazione del nostro oggi. Questo è l’eterno presente di cui si parla. E allora ben lieto di essere superato. Mi consola sapere che chi corre non pensa. Pensa solo chi cammina”.

domenica 28 settembre 2014

Alberto Toscano's Interview @ The Editors’ Newspaper (February 2014)


Below the original English transcript of an interview published yesterday in the Greek daily Εφημερίδα των Συντακτών/Εfimerida ton Syntakton (The Editors’ Newspaper) with its political editor Tassos Tsakiroglou.
TT: In Europe we face the revival of some irrational or even real fanatical movements of the extreme right and the Neonazis. In Greece we have the Golden Dawn party, which attacks and kills immigrants and Greek antifascists. What does it mean according to your analysis of fanaticism? How can we confront this setback to forms of irrationality and fanaticism?
AT: Analyses of, and political responses to, fascism have often oscillated, since the interwar period, between focussing on its irrationality – its open scorn for dialogue and criticism, its infatuations with occultism, its cult of thoughtless violence and virility – and revealing its profoundly instrumental, and in its own way rational operations – for instance as a tool of class struggle from above. The Nazi extermination of European Jews (alongside Roma, the disabled, and political opponents) is in a way the emblem and culmination of this: at one and the same time the greatest affront to ‘Reason’ and the inhuman apex of bureaucratic rationality. The Nazis were fond of praising their own ‘fanaticism’ but were also capable of operating with matchless calculated cynicism. In this sense, despite what a certain liberal common sense may suggest, irrationalism or fanaticism are neither sufficient nor even necessary conditions for fascist politics. Besides the urgent demands of anti-fascist organising, and the ever necessary work of education and critique, I think the Left should be wary of only confronting the phenomena of extreme-rightist irrationality and violence, and truly attend to the sources of the strength of the far right – especially its ability to rally downwardly mobile strata of the population that much of the institutional Left has often ignored. Here I think it is not irrationalism or fanaticism which are the key question, but racism as the defining way in which the right has been able to obscure or distort crisis, unemployment or exploitation, using the ancient but also hideously modern technique of turning ‘others’ into scapegoats, displacing responsibility from capitalists to immigrants, and promoting the grim fantasy that without ‘them’, ‘we’ would live in some kind of autochtonous idyll.
TT: We see in different parts of the world the use of religion as a political force. What’s its real role and impact in nowdays societies and how does it shape the notion that West has for Otherness, especially for Islam?
AT: Religion is a notoriously slippery idea: in the present moment we can witness both apparent resurgences of religious forms of politics and ongoing processes of ‘secularisation’. Though it would be mistaken to ignore the relative autonomy that religious phenomena have, I think for the most part religion has functioned as a lure or a screen that has blinded much Western opinion to the political dynamics of the so-called Muslim world – namely those giving rise to the ongoing movements and uprisings in North Africa and the Middle East. One thing the latter have shown is that ‘political Islam’, through its various rises and falls, is a very unstable, contested entity, and though religion is a potent vehicle for mobilisation (especially in civil wars) it is very contradictory when it comes to the government of subordinate capitalist societies. Though religion – and today perhaps Islam in particular – can provide very powerful images of justice and vocabularies of vindication, I think we cannot treat it as a political force in its own right, as though class and group conflicts were themselves ultimately understandable as clashes of civilisations or theologies. They are not.
TT: West has often used the term “fanaticism” in order to demonize, stigmatize and psychologize any non-liberal politics or anticapitalist movements. What’s your point of view?
AT: In my own work, I’ve tried to trace, from a rather philosophical perspective, the trajectory of this demonizing tradition of anti-radical thought and practice in the West – from Luther, through to Orientalist images of a fanatical Islam, on to radical abolitionist movements against slavery and the Cold War campaign against communism as a political religion and Third World movements of national liberation. In brief, the mainstream liberal idea whereby fanaticism – understood as a drastic refusal of compromise (whether on the basis of abstract principles or particularist attachments) – is the chief cause of today’s violence is a deeply flawed one, ignoring both the structural violence of capitalist accumulation and the carnage and cruelty generated by soi-disant ‘moderate’, ‘liberal’ or ‘democratic’ political actors. Some of the salient aspects of ‘fanaticism’ as it has historically been defined – unwavering conviction, attachment to principles, partisanship – are also crucial moments in any politics of emancipation.
TT: Greek government has unleashed an unprecedented attack on the public university, promoting the private interests in Education. What’ s the consequences of such a policy for the country and its future?
AT: The privatization and marketization of education worldwide has had entirely predictable (and, as far as its promoters go, desired) consequences: a widening of class and income disparities; a devaluation or outright exclusion of scholarship deemed unprofitable; an intensification in forms of punitive labour management; an impoverishment of public culture; the hegemony of debt over everyday life. As this has been the case in economies that were, at least by neoliberal metrics, growing, we can only imagine – or, alas, we can already see – what it does to countries experiencing brutal waves of what David Harvey has termed ‘accumulation by dispossession’. The brutal naturalization of class privilege and the disparaging of any meaningful conception of culture or education are writ large. Which is another way of saying that the extreme application of a certain definition of rationality – market rationality – can be the handmaiden of the most pervasive irrationalism and anti-intellectualism.
TT: What we see under a regime of neoliberalism is that “the much-vaunted shrinking of the state has meant a hypertrophy of its repressive apparatus, a low-intensity war of the state against society on behalf of the markets”. Is the Left capable of elaborating a new political program and an inspiring utopia against this regime?
AT: While in much of Europe and beyond the so-called Left has certainly been short of inspiration (though in this Greece does seem to differ considerably, for instance from my home country Italy, where the political panorama is breathtakingly bleak), I am not entirely sure that its due to a deficit of a newprogramme or indeed of a utopia. We’re in the peculiar predicament that what some years ago may have appeared as reformist to a radical Left now looks like a unfeasibly utopian demand (public education, welfare provision, mildly redistributive taxation regimes, etc.). Part of the reason for that is quite concrete: notwithstanding its plunderous excesses, even if these were duly reined in, it’s not at all obvious that contemporary capitalism couldprovide the livelihoods we associate – depending on our nostalgias – with the postwar ‘welfare state’ or with the (debt-fueled) ‘growth’ of the nineties. But the Left today – beyond making the struggle against fascisms and racisms and sexisms crucial to its outlook – needs to root itself precisely in these question of social reproduction and everyday life. It may be impossible (from the vantage of market rationality, credit agencies, the troika…) to have a publicly funded health system, but it’s also necessary… Any programme needs to start from these basic battles, and the Left needs to prove that its organisations canboth make gains in the present, which means defending interests and responding to needs and have a truly anti-systemic prospect in mind, at one and the same time. This will also involve humility – namely, recognising the movements and forms of resistance (against evictions, privatisations, racism) that already exist and showing how a broader organisation of the Left can make them more powerful, rather than vice versa. In this respect, new ideasare perhaps not the priority.

giovedì 1 maggio 2014

Vintage Years: The Californian Ideology by Hypermedia Research Centre (Richard Barbrook and Andy Cameron) @ Mute Magazine, n. 3, Autumn 1995


THE CALIFORNIAN IDEOLOGY
MUTE MIX
"Not to lie about the future is impossible and one can lie about it at will" - Naum Gabo
This version was published in Mute, Issue 3, Autumn 1995 introduction

Side 1

HIPPIE CAPITALISTS
Track 1
The California Ideology is a mix of cybernetics, free market economics, and counter-culture libertarianism and is promulgated by magazines such as Wired and Mondo 2000 as well as the books of Stewart Brand, Douglas Rushkoff, Kevin Kelly and many others. The new faith has been embraced by computer nerds, slacker students, thirty-something capitalists, hip academics, futurist bureaucrats and even the President of the USA himself. As usual, Europeans have not been slow to copy the latest fashion from America. While a recent EU report recommended adopting the Californian free enterprise model to build the 'infobahn', cutting-edge artists and academics have been championing the 'post-human' philosophy developed by the West Coast's Extropian cult. With no obvious opponents, the global dominance of the Californian Ideology appears to be complete.
On superficial reading, the writings of the Californian ideologists are an amusing cocktail of Bay Area cultural wackiness and in-depth analysis of the latest developments in the hi-tech arts, entertainment and media industries. Their politics appear to be impeccably libertarian - they want information technologies to be used to create a new 'Jeffersonian democracy' in cyberspace where every individual would be able to express themselves freely. Implacable in its certainties, the Californian Ideology offers a fatalistic vision of the natural and inevitable triumph of the hi-tech free market - a vision which is blind to racism, poverty and environmental degradation and which has no time to debate alternatives.

SAINT MCLUHAN
Track 2
Back in the '60s, Marshall McLuhan preached that the power of big business and big government would be overthrown by the intrinsically empowering effects of new technology on individuals. Many hippies were influenced by the theories of McLuhan and believed that technological progress would automatically turn their non- conformist libertarian principles into political fact. The convergence of media, computing and telecommunications, they trusted, would inevitably result in electronic direct democracy - the electronic agora - in which everyone would be able to express their opinions without fear of censorship.
Encouraged by McLuhan's predictions, West Coast radicals became involved in developing new information technologies for the alternative press, community radio stations, home-brew computer clubs and video collectives. During the '70s and '80s, many of the fundamental advances in personal computing and networking were made by people influenced by the technological optimism of the new left and the counter-culture. By the '90s, some of these ex-hippies had even become owners and managers of high-tech corporations in their own right and the pioneering work of the community media activists has been largely recuperated by the hi-tech and media industries.

THE RISE OF THE VIRTUAL CLASS
Track 3
Although companies in these sectors can mechanise and sub-contract much of their labour needs, they remain dependent on key people who can research and create original products, from software programs and computer chips to books and tv programmes. These skilled workers and entrepreneurs form the so-called 'virtual class': '...the techno-intelligentsia of cognitive scientists, engineers, computer scientists, video-game developers, and all the other communications specialists...' (Kroker and Weinstein) Unable to subject them to the discipline of the assembly-line or replace them by machines, managers have organised such intellectual workers through fixed-term contracts.
Like the 'labour aristocracy' of the last century, core personnel in the media, computing and telecoms industries experience the rewards and insecurities of the marketplace. On the one hand, these hi-tech artisans not only tend to be well-paid, but also have considerable autonomy over their pace of work and place of employment. As a result, the cultural divide between the hippie and the organisation man has now become rather fuzzy. Yet, on the other hand, these workers are tied by the terms of their contracts and have no guarantee of continued employment. Lacking the free time of the hippies, work itself has become the main route to self-fulfillment for much of the 'virtual class'. Because these core workers are both a privileged part of the labour force and heirs of the radical ideas of the community media activists, the Californian Ideology, therefore, simultaneously reflects the disciplines of market economics and the freedoms of hippie artisanship.
This bizarre hybrid is only made possible through a nearly universal belief in technological determinism. Ever since the '60s, liberals - in the social sense of the word - have hoped that the new information technologies would realise their ideals. Responding to the challenge of the New Left, the New Right has resurrected an older form of liberalism: economic liberalism. In place of the collective freedom sought by the hippie radicals, they have championed the liberty of individuals within the marketplace. From the '70s onwards, Toffler, de Sola Pool and other gurus attempted to prove that the advent of hypermedia would paradoxically involve a return to the economic liberalism of the past. This retro-utopia echoed the predictions of Asimov, Heinlein and other macho sci-fi novelists whose future worlds were always filled with space traders, superslick salesmen, genius scientists, pirate captains and other rugged individualists. The path of technological progress didn't always lead to 'ecotopia' - it could instead lead back to the America of the Founding Fathers.

AGORA OR EXCHANGE - DIRECT DEMOCRACY OR FREE TRADE?
Track 4
With McLuhan as its patron saint, the Californian Ideology has emerged from an unexpected collision of right-wing neo-liberalism, counter-culture radicalism and technological determinism - a hybrid ideology with all its ambiguities and contradictions intact. These contradictions are most pronounced in the opposing visions of the future which it holds simultaneously. On the one side, the anti-corporate purity of the New Left has been preserved by the advocates of the 'virtual community'. According to their guru, Howard Rheingold, the values of the counter-culture baby boomers will continue to shape the development of new information technologies. Community activists will increasingly use hypermedia to replace corporate capitalism and big government with a hi-tech 'gift economy' in which information is freely exchanged between participants. In Rheingold's view, the 'virtual class' is still in the forefront of the battle for social change. Despite the frenzied commercial and political involvement in building the 'information superhighway', direct democracy within the electronic agora will inevitably triumph over its corporate and bureaucratic enemies.
On the other hand, other West Coast ideologues have embraced the laissez-faire ideology of their erstwhile conservative enemy. For example, Wired - the monthly bible of the 'virtual class' - has uncritically reproduced the views of Newt Gingrich, the extreme-right Republican leader of the House of Representatives and the Tofflers, who are his close advisors. Ignoring their policies for welfare cutbacks, the magazine is instead mesmerised by their enthusiasm for the libertarian possibilities offered by the new information technologies. Gingrich and the Tofflers claim that the convergence of media, computing and telecommunications will not create an electronic agora, but will instead lead to the apotheosis of the market - an electronic exchange within which everybody can become a free trader.
In this version of the Californian Ideology, each member of the 'virtual class' is promised the opportunity to become a successful hi-tech entrepreneur. Information technologies, so the argument goes, empower the individual, enhance personal freedom, and radically reduce the power of the nation-state. Existing social, political and legal power structures will wither away to be replaced by unfettered interactions between autonomous individuals and their software. Indeed, attempts to interfere with these elemental technological and economic forces, particularly by the government, merely rebound on those who are foolish enough to defy the primary laws of nature. The restyled McLuhanites vigorously argue that big government should stay off the backs of resourceful entrepreneurs who are the only people cool and courageous enough to take risks. Indeed, attempts to interfere with the emergent properties of technological and economic forces, particularly by the government, merely rebound on those who are foolish enough to defy the primary laws of nature. The free market is the sole mechanism capable of building the future and ensuring a full flowering of liberty within the electronic circuits of Jeffersonian cyberspace. As in Heinlein's and Asimov's sci-fi novels, the path forwards to the future seems to lie backwards to the past.


THE MYTH OF THE FREE MARKET
Track 5
Yet, almost every major technological advance of the last two hundred years has taken place with the aid of large amounts of public money and under a good deal of government influence. The technologies of both the computer and the Net were invented with the aid of massive state subsidies. For example, the first Difference Engine project received a British Government grant of £17,470 - a small fortune in 1834. From Colossus to EDVAC, from flight simulators to virtual reality, the development of computing has depended at key moments on public research handouts or fat contracts with public agencies. The IBM corporation built the first programmable digital computer only after it was requested to do so by the US Defense Department during the Korean War. The result of a lack of state intervention meant that Nazi Germany lost the opportunity to build the first electronic computer in the late '30s when the Wehrmacht refused to fund Konrad Zuze, who had pioneered the use of binary code, stored programs and electronic logic gates.
One of the weirdest things about the Californian Ideology is that the West Coast itself is a creation of massive state intervention. Government dollars were used to build the irrigation systems, highways, schools, universities and other infrastructural projects which make the good life possible. On top of these public subsidies, the West Coast hi-tech industrial complex has been feasting off the fattest pork barrel in history for decades. The US government has poured billions of tax dollars into buying planes, missiles, electronics and nuclear bombs from Californian companies. Americans have always had state planning, but they prefer to call it the defence budget. All of this public funding has had an enormously beneficial - albeit unacknowledged and uncosted - effect on the subsequent development of Silicon Valley and other hi-tech industries. Entrepreneurs often have an inflated sense of their own 'creative act of will' in developing new ideas and give little recognition to the contributions made by either the state or their own labour force. However, all technological progress is cumulative - it depends on the results of a collective historical process and must be counted, at least in part, as a collective achievement. Hence, as in every other industrialised country, American entrepreneurs have in fact relied on public money and state intervention to nurture and develop their industries. When Japanese companies threatened to take over the American microchip market, the libertarian computer capitalists of California had no ideological qualms about joining a state-sponsored cartel organised by the state to fight off the invaders from the East!

EUROPEAN ALTERNATIVES



Side 2

MASTERS AND SLAVES
Track 1
Despite the central role played by public intervention in developing hypermedia, the Californian Ideology is a profoundly anti-statist dogma. The ascendancy of this dogma is a result of the failure of renewal in the USA during the late '60s and early '70s. Although the ideologues of California celebrate the libertarian individualism of the hippies, they never discuss the political or social demands of the counter-culture. Individual freedom is no longer to be achieved by rebelling against the system, but through submission to the natural laws of technological progress and the free market. In many cyberpunk novels and films, this asocial libertarianism is expressed by the central character of the lone individual fighting for survival within the virtual world of information.
In American folklore, the nation was built out of a wilderness by free-booting individuals - the trappers, cowboys, preachers, and settlers of the frontier. The American revolution itself was fought to protect the property of the colonists against unjust taxes levied by a foreign parliament. Yet this primary myth of the USA ignores the contradiction at the centre of the American dream: some individuals can prosper only through the suffering of others. The life of Thomas Jefferson - one of the icons of the Californian ideologists - clearly demonstrates the double nature of liberal individualism. The man who wrote the inspiring and poetic call for democracy and liberty in the American declaration of independence was at the same time one of the largest slave-owners in the country.
Despite the eventual emancipation of the slaves and the victories of the civil rights movement, racial segregation still lies at the centre of American politics - especially in California. Behind the neo-liberal rhetoric of individual freedom lies the master's fear of the rebellious slave. In the recent elections for governor in California, the Republican candidate won through a vicious anti-immigrant campaign. Nationally, the triumph of Gingrich's neo-liberals in the legislative elections was based on the mobilisation of 'angry white males' against the supposed threat from black welfare scroungers, immigrants from Mexico and other uppity minorities.
The hi-tech industries are an integral part of this racist Republican coalition. However, the exclusively private and corporate construction of cyberspace can only promote the fragmentation of American society into antagonistic, racially-determined classes. Already 'red-lined' by profit-hungry telcos, the inhabitants of poor inner city areas can be shut out of the new on-line services through lack of money. In contrast, yuppies and their children can play at being cyberpunks in a virtual world without having to meet any of their impoverished neighbours. Alongside the ever-widening social divisions, another apartheid between the 'information-rich' and the 'information-poor' is being created. Yet calls for the telcos to be forced to provide universal access to the information superstructure for all citizens are denounced in Wired magazine as being inimical to progress. Whose progress?

THE 'DUMB WAITER'
Track 2
As Hegel pointed out, the tragedy of the masters is that they cannot escape from dependence on their slaves. Rich white Californians need their darker-skinned fellow humans to work in their factories, pick their crops, look after their children and tend their gardens. Unable to surrender wealth and power, the white people of California can instead find spiritual solace in their worship of technology. If human slaves are ultimately unreliable, then mechanical ones will have to be invented. The search for the holy grail of Artificial Intelligence reveals this desire for the Golem - a strong and loyal slave whose skin is the colour of the earth and whose innards are made of sand. The techno-utopians imagine that it is possible to obtain slave-like labour from inanimate machines. Yet, although technology can store or amplify labour, it can never remove the necessity for humans to invent, build and maintain the machines in the first place. Slave labour cannot be obtained without somebody being enslaved. At his estate at Monticello, Jefferson invented many ingenious gadgets - including a 'dumb waiter' to mediate contact with his slaves. In the late twentieth century, it is not surprising that this liberal slave-owner is the hero of those who proclaim freedom while denying their brown-skinned fellow citizens those democratic rights said to be inalienable.

FORECLOSING THE FUTURE
Track 3
The prophets of the Californian Ideology argue that only the cybernetic flows and chaotic eddies of free markets and global communications will determine the future. Political debate therefore, is a waste of breath. As neo-liberals, they assert that the will of the people, mediated by democratic government through the political process, is a dangerous heresy which interferes with the natural and efficient freedom to accumulate property. As technological determinists, they believe that human social and emotional ties obstruct the efficient evolution of the machine. Abandoning democracy and social solidarity, the Californian Ideology dreams of a digital nirvana inhabited solely by liberal psychopaths.

THERE ARE ALTERNATIVES
Track 4
Despite its claims to universality, the Californian Ideology was developed by a group of people living within one specific country following a particular choice of socio-economic and technological development. Their eclectic blend of conservative economics and hippie libertarianism reflects the history of the West Coast - and not the inevitable future of the rest of the world. The hi- tech neo-liberals proclaim that there is only one road forward. Yet, in reality, debate has never been more possible or more necessary. The Californian model is only one among many.
Within the European Union, the recent history of France provides practical proof that it is possible to use state intervention alongside market competition to nurture new technologies and to ensure their benefits are diffused among the population as a whole.
Following the victory of the Jacobins over their liberal opponents in 1792, the democratic republic in France became the embodiment of the 'general will'. As such, the state had to represent the interests of all citizens, rather than just protect the rights of individual property-owners. The French revolution went beyond liberalism to democracy. Emboldened by this popular legitimacy, the government is able to influence industrial development.
For instance, the MINITEL network built up its critical mass of users through the nationalised telco giving away free terminals. Once the market had been created, commercial and community providers were then able to find enough customers to thrive. Learning from the French experience, it would seem obvious that European and national bodies should exercise more precisely targeted regulatory control and state direction over the development of hypermedia, rather than less.
The lesson of MINITEL is that hypermedia within Europe should be developed as a hybrid of state intervention, capitalist entrepreneurship and d.i.y. culture. No doubt the 'infobahn' will create a mass market for private companies to sell existing information commodities - films, tv programmes, music and books - across the Net. Once people can distribute as well as receive hypermedia, a flourishing of community media, niche markets and special interest groups will emerge. However, for all this to happen the state must play an active part. In order to realise the interests of all citizens, the 'general will' must be realised at least partially through public institutions.

THE REBIRTH OF THE MODERN
Track 5
The Californian Ideology rejects notions of community and of social progress and seeks to chain humanity to the rocks of economic and technological fatalism. Once upon a time, West Coast hippies played a key role in creating our contemporary vision of social liberation. As a consequence, feminism, drug culture, gay liberation and ethnic identity have, since the 1960s, ceased to be marginal issues. Ironically, it is now California which has become the centre of the ideology which denies the relevance of these new social subjects.
It is now necessary for us to assert our own future - if not in circumstances of our own choosing. After twenty years, we need to reject once and forever the loss of nerve expressed by post-modernism. We can do more than 'play with the pieces' created by the avant-gardes of the past.
We need to debate what kind of hypermedia suits our vision of society - how do we create the interactive products and on-line services we want to use, the kind of computers we like and the software we find most useful. We need to find ways to think socially and politically about the machines we develop. While learning from the can-do attitude of the Californian individualists, we also must recognise the potentiality of hypermedia can never be solely realised through market forces. We need an economy which can unleash the creative powers of hi-tech artisans. Only then can we fully grasp the Promethean opportunities as humanity moves into the next stage of modernity.