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martedì 30 settembre 2014

Antonio Gnoli: «Sono uno sconfitto, non un vinto». Intervista a Mario Tronti @ La Repubblica, 20.09.2014

«Sono uno sconfitto, non un vinto». Intervista a Mario Tronti


È stato comunista teorico dell'operaismo, critico del Sessantotto e ora teologo della politica deluso dalla Storia I ricordi, le battaglie e i rimpianti del filosofo

«La Repubblica», 29/09/2014, intervista di Antonio Gnoli Read more


Sotto la suola delle sue scarpe è ancora riconoscibile il fango della storia. “È tutto ciò che resta. Miscuglio di paglia e sterco con cui ci siamo illusi di erigere cattedrali al sogno operaio “. Ecco un uomo, mi dico, intriso di una coerenza che sfonda in una malinconia senza sbavature. È Mario Tronti, il più illustre tra i teorici dell’operaismo. Ha da poco finito di scrivere un libro su ciò che è stato il suo pensiero, come si è trasformato e ciò che è oggi. Non so chi lo pubblicherà (mi auguro un buon editore). Vi leggo una profonda disperazione. Come un diario di sconfitte scandito sulla lunga agonia del passato che non passa mai del tutto, che non muore definitivamente. Ma che non serve più. 
“Sono gli altri che ti tengono in vita”, dice ironico. Quando la vita, magari, richiede altre prove, altre scelte. Forse è per questo, si lascia sfuggire, che ha cercato un diversivo nella pratica del Tai Chi: “I gesti di quella tecnica orientale rivelano, nella loro lentezza, un’armonia segreta. Tutto si concentra nel respiro. L’ho praticato per un po’. Con curiosità e attenzione. Ma alla fine mi sentivo inadatto. Fuori posto. L’Oriente esige una mente capace di creare il vuoto. La mia vive di tutto il pieno che ho accumulato nel tempo”.
Come è nata la curiosità per il Tai Chi?“Grazie a mia figlia che ama e pratica la cultura orientale. Avrebbe voluto farsi monaca, poi ha scelto con la stessa profonda coerenza quel mondo che io ho solo sfiorato”.
E come ha vissuto quella decisione familiare?“Con il rispetto che occorre in tutte le cose che ci riguardano e ci toccano da vicino”.
C’è un elemento di imprevedibilità nei figli?“C’è sempre: negli individui, come nella storia”.
Si aspettava che la storia  –  la sua intendo  –  sarebbe finita così?“Ci si aspetta sempre il meglio. Poi giungono le verifiche. Sbattere contro i fatti senza l’airbag può far male. Sono stato comunista, marxista, operaista. Qualcosa è caduto. Qualcosa è rimasto. Ho capito e applicato la lezione del realismo politico: non si può prescindere dai fatti”.
E i fatti parlano oggi di una grande crisi.“Grande e lunga. Ci riguarda, a livelli diversi, un po’ tutti. Dura da almeno sette anni e non c’è nessuno in grado di dire come se ne uscirà. Viviamo un tempo senza epoca”.
Cosa vuol dire?“C’è il nostro tempo, manca però l’epoca: quella fase che si solleva e rimane per il futuro. La storia è diventata piccola, prevale la cronaca quotidiana: il chiacchiericcio, il lamento, le banalità”.
L’epoca è il tempo accelerato con il pensiero.“Non solo. È il tempo che fa passi da gigante. Si verifica quando accadono cose che trasformano visibilmente i nostri mondi vitali”.
Nostalgia delle rivoluzioni?“No, semmai del Novecento che fu anche il secolo delle rivoluzioni. Ma non solo. Dove sono il grande pensiero, la grande letteratura, la grande politica, la grande arte? Non vedo più nulla di ciò che la prima parte del Novecento ha prodotto”.
Quando termina l’esplosione di creatività?“Negli anni Sessanta”.
I suoi anni d’oro.“Ironie della storia. C’è stato un grande Novecento e un piccolo Novecento fatto di una coscienza che non è più in grado di riflettere su di sé”.
È un addio all’idea di progresso?“Il progressismo è oggi la cosa più lontana da me. Respingo l’idea che quanto avviene di nuovo è sempre meglio e più avanzato di ciò che c’era prima”.
Fu una delle fedi incrollabili del marxismo.“Fu la falsa sicurezza di pensare che la sconfitta fosse solo un episodio. Perché intanto, si pensava, la storia è dalla nostra parte”.
E invece?“Si è visto come è andata, no?”.
Si sente sconfitto o fallito?“Sono uno sconfitto, non un vinto. Le vittorie non sono mai definitive. Però abbiamo perso non una battaglia ma la guerra del ‘900″.
E chi ha prevalso?“Il capitalismo. Ma senza più lotta di classe, senza avversario, ha smarrito la vitalità. È diventato qualcosa di mostruoso”.
Si riconosce una certa dose di superbia intellettuale?“La riconosco, ma non è poi una così brutta cosa. La superbia offre lucidità, distacco, forza di intervento sulle cose. Meglio comunque della rinuncia a capire. In tutto questo gran casino vorrei salvare il punto di vista “.
Il punto di vista?“Sì, non riesco a mettermi sul piano dell’interesse generale. Sono stato e resto un pensatore di parte”.
Quando ha scoperto la sua parte?“Ero giovanissimo. Alcuni l’attribuiscono al mio operaismo degli anni Sessanta. Vedo in giro anche degli studi che descrivono il mio percorso”.
In un libro di Franco Milanesi su di lei  –  non a caso intitolato Nel Novecento ( ed. Mimesis)  –  si descrive il suo pensiero. Quando nasce?“Ancor prima dell’operaismo sono stato comunista. Un padre stalinista, una famiglia allargata, il mondo della buona periferia urbana. Sono le mie radici”.
In quale quartiere di Roma è nato?“Ostiense che era un po’ Testaccio. Ricordo i mercati generali. I cassisti che vi lavoravano. Non era classe operaia, ma popolo. Sono dentro quella storia lì. Poi è arrivata la riflessione intellettuale”.
Chi sono stati i referenti? Chi le ha aperto, come si dice, gli occhi?“Dico spesso: noi siamo una generazione senza maestri “.
Lei è stato, a suo modo, un maestro.“Trova?”.
operaiecapitale COPOperai e capitale , il suo libro più noto, ha avuto un’influenza molto grande. Lo pubblicò Einaudi. Cosa ricorda?“Fu un caso fortunoso. Non avevo rapporti con la casa editrice torinese. Mi venne in mente di inviare il manoscritto senza immaginare nessuna accoglienza positiva. So che ci fu una grossa discussione e molti dissensi tra cui, fortissimo, quello di Bobbio”.
Era prevedibile.“Assolutamente, viste le posizioni. A quel punto scrissi direttamente a Giulio Einaudi spiegando quale fosse il senso del mio libro”.
E lui?“Lo comprese pienamente. Contro il parere di quasi tutta la redazione si impuntò e il libro venne pubblicato. L’edizione andò rapidamente esaurita. Era il 1966. Avevo 35 anni. Quel testo, poi rivisto con l’aggiunta di un poscritto, ancora oggi gira per il mondo”.
Ne è soddisfatto?“È un libro nel quale sono tutt’ora rimasto intrappolato. Per la gente rimango ancora quella roba lì. È difficile far capire che, nel frattempo, sono cambiato. Pensano che sia restato l’operaista di una volta”.
Non è così?“L’operaismo per me ricoprì una stagione brevissima. Poi è iniziata quella, maledetta da tutti, dell’autonomia del politico”.
Maledetta perché?“Mi resi ostile anche alle generazioni post-operaiste “.
Allude al Sessantotto?“Lì ha inizio il piccolo Novecento. Dove è cominciata la deriva”.
Fu un grande equivoco?“Ammettiamolo: fu un fatto generazionale, antipatriarcale e libertario. Non sono mai stato un libertario”.
Dove ha fallito il ’68?“C’è stata una doppia strada, entrambe sbagliate. Da un lato si è radicalizzato in modo inutile e perdente giungendo al terrorismo. Per me che sono appassionato del tragico nella storia lì ho visto l’inutilità e l’insensatezza della tragedia”.
E dall’altro?“Alla fine il ’68 fu il grande ricambio della classe dirigente. La corsa a imbucarsi nell’establishment”.
Niente male come ironia della storia.“Sono i suoi paradossi e le sue imprevedibilità”.
E il mito della classe operaia? La “rude razza pagana” come disse e scrisse.“Non era certo quella che noi pensavamo. Gli operai volevano l’aumento salariale, mica la rivoluzione. Fu una delle ragioni che mi spinsero a scoprire le virtù del realismo politico”.
Fu un addio alle illusioni?“Vedevamo rosso. Ma non era il rosso dell’alba, bensì quello del tramonto”.
Dove si colloca lo “sconfitto” Mario Tronti?“Sono un uomo fuori da questo tempo. Ho sempre condiviso la tesi del vecchio Hegel che un uomo somiglia più al proprio tempo che al proprio padre. Il mio tempo è stato il mondo di ieri: il Novecento. Che comunque non sarà mai la casa di riposo per anime belle “.
Con quale riverbero affettivo lo ricorda?“La mia tonalità è oggi quella di una serena disperazione. Forse per questo motivo non vado quasi mai a incontri pubblici. È troppo patetico andare in giro per parlare di quel mondo. E poi, dico la verità, la sua fine non è all’altezza della sua storia. Non c’è niente di tragico “.
Lei è passato dall’operaismo a Machiavelli e Hobbes e ora alla teologia politica, ai profeti, alla figura di Paolo.“Se me lo avessero pronosticato trent’anni fa non ci avrei creduto. Però, vede, Paolo è stato il grande politico del cristianesimo. Nelle sue Lettere c’è il Che fare? di Lenin. Guardo molto alla dimensione cattolica, al suo aspetto istituzionale. C’è forza e lunga durata”.
L’accusano di flirtare un po’ troppo con il pensiero reazionario.“Dal punto di vista intellettuale trovo molto stimolante l’orizzonte che comprende figure come Taubes, Warburg, Benjamin, Kojève, Rosenzweig. Una costellazione anomala e irriferibile alla tradizione ortodossa. Uomini postumi”.
Lo chiamerebbe eclettismo?“Non lo è. Prendo quello che mi serve. La mia bussola mentale è molto spregiudicata. Mi chiedeva del pensiero reazionario. Ebbene, non rinuncio ai filosofi della restaurazione se mi fanno capire la rivoluzione francese molto più degli illuministi”.
Si sente ancora un uomo di sinistra?“È una bella contraddizione, me ne rendo conto. Ma come potrei essere di sinistra con il pessimismo antropologico che ricavo dal mio realismo? Dichiararsi illuministi, storicisti, positivisti  –  come fa in qualche modo la sinistra  –  è illudersi che i problemi che abbiamo di fronte siano semplici”.
Dove si collocherebbe oggi?“Dalla parte sconfitta. In un senso benjaminiano. Ha presente la figura dell’Angelo? Egli guarda indietro con le ali che si impigliano nella tempesta”.
È una bella immagine. Fa pensare al Dio terribile e inclemente della Bibbia. Lei in cosa crede o ha creduto?“A chi divide il mondo fra credenti e non, rispondo che non sono né l’una cosa né l’altra. Sto, per così dire, su di una specie di confine che ha ben descritto Simone Weil: non attraversare, ma non tornare neppure indietro. Al tempo stesso, penso che il “legno storto” dell’umano per sopravvivere abbia bisogno di qualche forma di fede”.
E lei l’ha incontrata?“In un certo senso sono stato credente anch’io. Ho creduto che si poteva abbattere il capitalismo, fare il socialismo e poi il comunismo. Niente di tutto questo aveva la benché minima parvenza scientifica”.
Non è rimasto niente di quella fede?“Sono più cauto. Avverto molto chiaramente il nesso tra realismo e passione. Il realismo da solo è opportunismo, puro adattamento alla realtà. Per correggere questa visione occorre una forma di passione.
Viviamo il tempo delle passioni tristi e spente.“Tristi, certamente. Ma non spente del tutto. Il guaio è che oggi la storia non si controlla”.
Ossia?“La fase è molto confusa. Ogni cosa va per conto proprio. Agli inizi del ‘900 si parlava della grande crisi della modernità. Poi questa è arrivata. E ora che ci siamo dentro fino al collo non sappiamo in che direzione andare. È lo stallo. Si guarda senza vedere realmente”.
Le sue preoccupazioni sembrano quelle di un uomo superato.“In un certo senso è così. Ma non mi preoccupo. Perché dovrei? Ricordo certi vecchi che in prossimità della morte dicevano: purtroppo me ne devo andare. Mio padre credeva in un mondo migliore. Avrebbe voluto vederlo. Beato lui. Io dico ai giovani: meno male che non ho la vostra età. E sono contento che tra un po’ non vedrò più questo mondo. Questo dico”.
Non si aspetta altro?“Il futuro è tutto catturato nel presente. Non è possibile immaginare niente che non sia la continuazione del nostro oggi. Questo è l’eterno presente di cui si parla. E allora ben lieto di essere superato. Mi consola sapere che chi corre non pensa. Pensa solo chi cammina”.

giovedì 26 settembre 2013

Mario Tronti: La sinistra e il leader @ Unità, 11 settembre 2013



Mario Tronti: La sinistra e il leader 
@ Unità, 11 settembre 2013

Come si esce dal ventennio berlusconiano? La domanda corretta è: come si «deve» uscirne? Va presentata una proposta di percorso, che si  proponga di eliminare la causa e però anche le conseguenze di una lunga fase di crisi della politica.
Non basta abbattere la statua del profanatore, perché tutto ritorni a posto. Il berlusconismo è la veste antropologica di tutto quanto è stato definito seconda Repubblica, nell’età neoliberista: populismo privatistico, individualismo possessivo e quel grido «maledetto sia il pubblico», che è risuonato dall’alto e si è diffuso in basso. Le formule le conosciamo: «ci penso io», di un uomo solo al comando; e la risposta corrispondente della folla solitaria: «mi salvo da solo» e tutti i mezzi sono leciti. Come dice il poeta, attenzione, il ventre che ha generato tutto questo è ancora fecondo. Stia in guardia il campo antiberlusconiano a non produrne una variante progressista.
Quando si tratta di voltare pagina, vengono sempre avanti i più realisti del re: così va il mondo, non c’è che adattarsi, i segni dei tempi vanno ubbiditi, non contrastati. La «gente» vuole un capo che parli direttamente al popolo, senza di mezzo il disturbo di un partito. Che cos’è infatti un partito? Una fastidiosa sede di mediazioni politiche, con il peso di una memoria, di una storia, di una tradizione, di una cultura, o anche di più culture, tutte vecchie cose da rottamare. Vogliamo dirlo, vogliamo farlo capire, che anche questo è frutto di berlusconismo? C’è un punto da prendere in considerazione seria, da assumere come problema, che vuole una soluzione. La domanda politica che sale dal Paese è confusa. L’instabilità di governo, e delle istituzioni in genere, è il riflesso di un’instabilità dell’opinione, in gran parte subalterna a ondate mediatiche, niente affatto spontanee, anzi ben dirette. Un’opinione deviata da due decenni di lotta politica personalizzata, che riproduce personalizzazione allargata, a sempre più alto livello demagogico. Questa volatilità di massa, qualunque sia l’occasione elettorale, non da una posizione all’altra, ma da un personaggio all’altro, è un tema critico da porre a tutte le forze politiche. Si sconta qui oggi il devastante azzeramento di riferimenti forti, sociali, culturali, ideali. A chi giova questo, se non a chi se ne sta tranquillo in questo modo nelle più tradizionali posizioni di vero potere?
Quello che voglio dire è che, a questo punto, la cosa importante, non è certo quella di correre dietro a una domanda confusa, piuttosto quella di presentare un’offerta chiara. Va riordinata, ricostruita, rimotivata l’offerta politica. Ecco il tema vero del congresso di un partito di popolo. Certo che ci vuole la figura del leader. E bene ha posto la questione su queste colonne Ciliberto. Nessuno vuole negare la necessità della figura che fa sintesi di un gruppo dirigente e identifica, anche a livello di opinione, l’immagine di un soggetto politico. Ma qual è il leader necessario? Quello che mostra di saper rappresentare una storia, di saper guidare una comunità, di saper tenere in pugno la complessità dei problemi, di saper progettare l’agire di migliaia di militanti, e questo per qualità, per competenza, per esperienza? O è quello che i sondaggi dicono che potrà vincere alle prossime elezioni? Un grande discorso strategico, costruttivo, mobilitante, sarebbe una critica di queste democrazie contemporanee, ridotte a puro rito elettorale. È proprio impossibile introdurre democrazia, cioè cura dell’interesse pubblico e gestione comune dei beni, che sia attraente, e coinvolgente e conveniente, nella vita quotidiana dei rapporti sociali, dei rapporti civili, dei rapporti di lavoro, delle relazioni di genere, delle relazioni con la natura? Non può diventare questa l’identificazione della sinistra da parte del suo popolo, invece di questa ricerca ossessiva di quello lì con cui «si vince», personaggio contro personaggio? Questo è un tempo in cui è saltata la differenza tra la chiacchiera e il pensiero. Non solo politica-spettacolo, ma cultura-spettacolo. Si spendono risorse per festival di piazza su qualunque cosa, per soddisfare la domanda di ceto medio riflessivo, e non c’è un euro per far vivere centri studi e di ricerca per la formazione di una nuova generazione di intellettuali politici, investimento per la produzione di vere, serie preparate classi dirigenti. Non c’è consapevolezza che l’uscita dalla crisi politica è altrettanto drammaticamente urgente dell’uscita dalla crisi economica. Non sono da sottovalutare le ragioni del consenso. Ma si vorrebbe un consenso, e la richiesta di consenso, su motivazioni di ragioni collegiali e non di emozioni individuali. Queste vanno e vengono e, ripeto, sono pericolosamente esposte alla manipolazione interessata di chi ha la proprietà che oggi più conta, in questo campo, quella dei grandi mezzi di comunicazione. Una distorsione emotiva, basata su messaggi demagogico-plebiscitari, avveniva di solito nelle competizioni generali, nella moda del direttismo democratico. Si sta introducendo, a forza, nella competizione di parte, di partito. Perché ora l’ultima ridotta da conquistare è l’ultimo partito politico rimasto. E per come era cominciata la narrazione del dopo ’89, sembra proprio che si sia trovato il lieto fine.

giovedì 19 settembre 2013

Mario Tronti - Per la critica del presente @ Ediesse, Ita, Settembre 2013



Mario Tronti
Per la critica del presente
Ediesse Edizioni
Settembre 2013

Popolo, Stato, Partito, Lavoro, Crisi. Parole antiche, cariche di storia, e tuttavia ancora presenti. Nella politica di oggi stravolte, malintese, contestate, sofferte. Ripensarle in fila, una dietro l’altra, può essere utile per capire e per agire. Di questo si parla, in questo libro. E poi sinistra: parola, anch’essa, antica, ma non tanto, non troppo, rispetto alle altre. E forse per questo più consumata. Su di essa precipita oggi tutto il discorso politico. Sinistra, da rivisitare, da rideclinare, insomma da mettere a punto: soprattutto da porre a confronto con le grandi trasformazioni recenti: economico-finanziarie, sociali, politiche, antropologiche. Resiste il nome all’urto? Per la critica del presente, la sinistra è necessaria. Ma è sufficiente? Ecco il problema.

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Mario Tronti (1931) negli anni Cinquanta aderisce al PCI. Cofondatore con Raniero Panzieri della rivista «Quaderni Rossi», dirige – a partire dal 1963 – la rivista «Classe operaia»; partecipa a «Contropiano»; e fonda, nel 1981, la rivista «Laboratorio politico». Ha insegnato Filosofia politica presso l'Università di Siena e per una legislatura (dal 1992 al 1994) è stato Senatore, eletto fra le fila del Partito Democratico della Sinistra. Attualmente presiede la Fondazione CRS (Centro per la Riforma dello Stato), un luogo di studi e iniziative fondato da Umberto Terracini e a lungo presieduto da Pietro Ingrao. È uno dei principali fondatori dell’operaismo italiano. Il suo libro Operai e capitale – pubblicato da Einaudi nel 1966 e ripubblicato, a quarant’anni di distanza, nel 2006 da DeriveApprodi – è unanimente riconosciuto il testo fondamentale di questa originale e radicale componente del marxismo teorico europeo, la cui diffusione, negli anni Sessanta, ha determinato la formazione di una mentalità e di un lessico fortemente innovativi, diventando un libro culto per le giovani generazioni del Sessantotto. Tra i suoi ultimi libri: Con le spalle al futuro (Editori Riuniti, 1992), La politica al tramonto (Einaudi, 1998), Teologia e politica al crocevia della storia (con Massimo Cacciari, AlboVersorio, 2007), Passaggio Obama. L’America, l’Europa, la Sinistra (Ediesse, 2009), Non si può accettare (Ediesse, 2009), Noi operaisti (DeriveApprodi, 2009), Dall’estremo possibile (Ediesse, 2011).

giovedì 5 settembre 2013

MICHELE SMARGIASSI - Intervista a Mario Tronti: "La lotta di classe c'è ancora" @ La Repubblica, 5 settembre 2013





Intervista a Mario Tronti:
"La lotta di classe c'è ancora"


"Non facciamoci distrarre". Parla il fondatore dei "Quaderni Rossi" e dell'operaismo teorico che oggi si definisce "intellettuale comunista senza un partito comunista"







@ La Repubblica,  di MICHELE SMARGIASSI











ROMA - Dalla finestra dello studio del senatore Mario Tronti si sbircia il Borromini: la sua cupola di Sant'Ivo, tutta una controcurva, è un'antinomia barocca, una stravaganza, eppure sta in piedi. Un po' come la sinistra. "Strana e affascinante", la osserva appoggiato al davanzale il filosofo, teorico dell'operaismo, che a 82 anni è la personificazione del pensiero critico della sinistra italiana. Di sé ha scritto, autoironico: "Sono anch'io un'antichità del moderno", non si vergogna della sua nostalgia per il "magnifico Novecento", ma osserva le controcurve del nuovo millennio.

Ha mai detto di se stesso "sono un uomo di sinistra"? Qualcosa mi fa supporre di no...
"Ha indovinato. Non lo direi mai, mi sembra banale. Penso che "sinistra" sia qualcosa di cui c'è necessità forse più che in passato, per quel che ha significato e può significare ancora. Ma vede, io sono un teorico della forza e non posso non vedere la debolezza della parola".

È sopravvissuta a parole che sembravano eterne, una sua forza l'avrà pure...
"Sì, quella che dovrebbe avere. Metodologicamente sono contrario ad abbandonare una definizione vecchia prima di trovarne una nuova che la sostituisca. Mantengo questa, allora, consapevole dei limiti, perché per adesso non ne ho un'altra. La vado cercando".

Ipotesi?
"In autunno uscirà un mio libro il cui saggio finale, inedito, si intitola La sinistra è l'oltre. Ecco, la sinistra dovrebbe coltivare qualcosa che va al di là del presente, ricostruire una narrazione, ma io preferisco dire visione, di quel che può esistere dopo la forma sociale e politica del mondo che abbiamo".

Non è sempre stata questo? Un movimento che "abolisce lo stato di cose presente"?
"A questo si erano dati nomi più forti, socialismo, comunismo, e più efficaci, perché dicevano immediatamente anche all'uomo più semplice che si andava verso qualcosa al di là dell'orizzonte".

Mentre sinistra è uno "stato in luogo"?
"Di certo non ha la stessa capacità di evocazione, serve magari a criticare il presente ma non contiene il futuro. È rimasta in campo, ma non è riuscita a creare quella grande appartenenza umana, antropologica, che le vecchie parole suggerivano. Forse "sinistra" riflette proprio questo passaggio dalla prospettiva all'autodifesa, dal movimento alla trincea".

Ma si diventa di sinistra? O ci si nasce?
"Ognuno ha la propria risposta. Non amo parlare di me, ma posso dirle che nel mio caso è stato quasi un fatto naturale, da giovanissimo, diventare comunista. Perché quella è stata la mia parola, subito. Ha contato molto l'estrazione popolare della mia famiglia, mio padre comunista col quadro di Stalin sopra il letto, mi sono immesso in quell'orizzonte in modo naturale, ovviamente da lì è partito un percorso lungo e critico...".

Fino alla dramma del crollo. Lei ha scritto: fu uno strabismo, credevamo fosse il rosso dell'alba, era quello del tramonto...
"Ma prima di questo avevamo già declinato la categoria del disincanto. Quando sono caduti nome e forma del partito, ricordo bene che in quel travaglio mi sono affidato a una scelta: rimarrò un intellettuale comunista in qualunque partito mi troverò a militare. E così ho fatto. Resto in quest'area, con la mia identità".

Una volta non era concepibile essere comunisti senza il partito.

"È diventata una scelta libera dalle strutture. Io mi sono iscritto presto nel filone del realismo politico, lungo la linea anti-ideologica Machiavelli Hobbes Marx Weber Schmitt... Essere comunista in questa linea non è facile, ma le grandi idee vanno portate dentro la storia in atto. Tra la visione e la politica c'è la mediazione della pratica, io devo tener conto di quel che c'è, e di come c'è".

Lei ha scritto anche: basta con gli aggettivi, torniamo ai sostantivi. Cosa voleva dire?
"La parola sinistra è stata aggettivata tantissimo. Questo capita alle parole deboli. La differenza tra socialismo e comunismo è che il primo a un certo punto sentì il bisogno di aggiungere "democratico". Il comunismo non lo fece mai. Non so se sia stato un bene o un male, forse è stata una delle cause del suo fallimento". 

Ma quale strada porta all'oltre? Fare qualcosa di sinistra oggi sembra ridursi a una deontologia civica di onestà, rispetto...
"Da un po' di tempo dico che si è aperta nel mondo contemporaneo una grande questione antropologica: il senso dell'essere qui, in un mondo allargato e transitorio, in questo disagio di civiltà che non è solo politico e sociale o economico. Come essere donne e uomini in questo mondo? La domanda vera è questa. Rispondo così: è importante avere un punto di vista, partire da una posizione. Che può essere soltanto parziale. In una società profondamente divisa non è possibile essere d'accordo con tutti. Certo una volta era più semplice, le parti erano chiare e distinte, erano le classi. La parte ora te la devi andare a cercare".

E come si riconosce?
"Per essere riconoscibile come parte, la sinistra dovrebbe dire una cosa semplicissima: siamo gli eredi della lunga storia del movimento operaio. Lunga storia, ho detto. Abusivamente ridotta a pochi decenni, quelli del socialismo realizzato, mentre viene dalla rivoluzione industriale, si diversifica nell'Ottocento grande laboratorio, affronta nel Novecento la sfida della rivoluzione...".

La perde...
"Quella storia del movimento operaio ovviamente si è conclusa, ma la storia resta storia. La Spd non è il mio orizzonte politico preferito, ma ha appena celebrato senza imbarazzi i suoi 150 anni di vita. Ecco, quello è un partito! Non può essere partito quello che azzera tutto ogni volta che viene convinto a farlo dalla contingenza politica". 

Cosa resta di quella storia?
"Una parzialità. La parte del popolo attorno a un concetto che non è sparito con la fine del movimento operaio: il lavoro. Una sinistra del futuro non può che essere la sinistra del lavoro come è oggi, complicato frantumato in figure anche contraddittorie, il dipendente l'autonomo il precario, il lavoro di conoscenza, quello immateriale... La sinistra dovrebbe unificare questo multiverso in un'opzione politica. Ma essendo anche un teorico del pessimismo antropologico, la vedo difficile".

La politica al tramonto. È il titolo di un suo libro recente.
"Io teorizzo pessimisticamente il tempo della fine. Viviamo in un tempo della fine, lo dico senza emozioni apocalittiche che non mi appartengono. Ma è forse anche la fine del grande capitalismo e delle sue ideologie. Vede, la maledizione della sinistra dopo il Pci è stata non avere avversari di rango. Per essere grandi ci vogliono avversari grandi. Altrimenti, per tornare alla sua domanda sulla deontologia civica, si cade nella deriva eticista".

Può spiegare meglio? 
"La cosiddetta sinistra dei diritti, maggioritaria oggi. Quella che si limita a difendere un certo elenco di diritti civili, presentandoli come valori generali. Finisce per essere un intellettualismo di massa, un consolatorio scambio al ribasso. Basta qualche battaglia contro l'immoralità e ti senti a posto dentro questa società".

La rivolta contro la "casta" sembra verbalmente forte e gratificante.
"La famosa antipolitica... La sinistra non ha messo a fuoco il pericolo vero, la sua violenza, il suo obiettivo vero, che è deviare lo scontento popolare su una base che per il potere è sicura perché non minaccia davvero le basi della diseguaglianza. Se non trovi lavoro è perché i ministri hanno le auto blu?". 

Un'arma di distrazione di massa?
"Un disorientamento politico di massa. Le grandi classi non ci sono più, il conflitto frontale non c'è più, i grandi partiti neppure, ma la lotta di classe c'è ancora. Di questo mi permetto di essere ancora sicuro". 

giovedì 4 luglio 2013

Mario Tronti - Si può dire sì al governo e stare in piazza con Landini @ Unità, 19 maggio 2013




Mario Tronti - Si può dire sì al governo e stare in piazza con Landini 
@ Unità, 19 maggio 2013 Read more @ Unità

Solo a guardarli questi operai, facce, corpi, pugni, voci, riprendi forza, per continuare a combattere. Mi dico: qui sei a casa. Con i tuoi. Pensare, studiare, scrivere, parlare, stare perfino in Senato: acquista un senso: che, senza di loro, non ci sarebbe. E mi viene in mente che qui non c'è quello che si vede nelle piazze coccolate dalla disinformazione mediatica: la rabbia, il rancore, la violenza delle parole. Qui c'è passione serena, forza tranquilla, volontà di lotta, e quella sottile ironia, che solo le persone del popolo sanno avere. Nessuno grida: in galera! Nessuno fa il segno delle manette. Il lavoro educato dall'organizzazione è una potenza civile espressa dalla modernità, che non ha bisogno di grida scomposte e di atti eclatanti e di demagoghi urlanti per farsi sentire. Qualcuno dice, molti dicono: è il mondo di ieri. Sono pochi, maledetti e nemmeno utilizzabili subito. Ho letto qualche giorno fa sull'Unità un bellissimo articolo di Carla Cantone. Ma è dunque possibile - diceva - che essere pensionato, e addirittura pensionato iscritto allo Spi, sia quasi una colpa? È possibile che il voto a sinistra di una parte consistente della generazione più anziana sia visto come un bel guaio? A nessuno viene in mente di dire, aggiungo io, che quella generazione vissuta nel Novecento si è conquistata forse una coscienza politica superiore a tanti postmoderni nativi digitali. Ai quali bisognerebbe consigliare, non avendo avuto quel privilegio di vita, di andarsela a recuperare, con la fatica e con la bellezza della memoria. Ma non è vero che è il mondo di ieri. È un pezzo del mondo di oggi, sottaciuto, occultato, emarginato, perché avendo fatto tanta paura nel passato a chi comanda, viene nel presente accuratamente tenuto nascosto alla vista. Ben venga allora quella forma di sindacato che lo fa riemergere, gli dà la parola, ne fa immagine eloquente, come accade in questa manifestazione, di un dramma sociale generale, che altrimenti rischia di risolversi nel piantarello ipocrita sulle singole tragedie quotidiane. La Fiom cerca l'unità e non la trova, la Cgil cerca l'unità e non la trova. E questo è un dramma nel dramma che bisognerebbe affrontare insieme e contemporaneamente alla ricerca, governativa, di tutte le misure possibili per alleviare la sofferenza di chi lavora, di chi perde il lavoro, di chi non ha lavoro, di chi ha un lavoro precario, di chi il lavoro non lo cerca nemmeno più, di chi non ha né stipendio né pensione, in una delle vicende più incredibili, che solo un governo dei tecnici poteva partorire. Landini chiedeva al Pd meno imbarazzi in occasione di un'iniziativa come questa. Imbarazzante, in effetti, è che si debba partecipare a titolo personale alla manifestazione di un grande sindacato di lavoratori. C'è da sperare che si metta all'ordine del giorno per il futuro il superamento di questa ambiguità. È un bel tema congressuale. Vorrei piuttosto capire una cosa, che sembra marginale, ma non lo è. Mi piacerebbe calcolare quanti di questi ragazzi e ragazze del cosiddetto Occupy Pd si siano immersi in questo mare operaio. Mi permetterei di dire loro: guardate che più di centouno sono loro, prima che voi. E se non passate di lì, attraverso la lotta contro il capitale prima di quella contro il caimano, non crescerete bene. E bisogna crescere bene, perché ci sarà bisogno di voi, quando questi vecchi operai non ci saranno più. E senza quello che hanno fatto loro, non farete niente. Vanno ristabilite delle gerarchie dei problemi. Al primo posto non c'è il conflitto di interessi di Berlusconi, ma il conflitto di interessi tra i lavoratori tutti e questa forma attuale di capitalismo finanziario. Di cui, certo, Berlusconi è anch'esso una figura. Ma allora bisogna attaccarlo su questo. Così si fa chiarezza. E si ristabilisce la differenza tra destra e sinistra, senza bisogno che ce lo dicano i processi in tribunale. Problema. Si può oggi dare la fiducia al governo Letta e andare in piazza con la Fiom? Certo che si può. Io direi: si deve. Questo è il vero compromesso, non l'inciucio con il Pdl. Sarebbe un errore fare una cosa senza l'altra, errore più grave mettere l'una contro l'altra. Sbaglia il Pd a non mescolare le sue bandiere politiche con le bandiere del sindacato. Sbaglia la Fiom a chiamare sul palco solo i nomi che risultano alternativi alla difficile esperienza di governo. Come ogni serio compromesso, va sostenuto e realizzato con la politica. Ma se non si capisce che la politica, nella sua autonomia, serve a questo, non si fa un passo indietro per farne due avanti, come diceva quel tale. Si sta fermi. E stare fermi, specialmente su una gamba sola, si finisce col sedere per terra. Quanto, di recente, esattamente accaduto.

martedì 28 maggio 2013

Mario Tronti - Commemorazione di Antonio Maccanico @ Senato della Repubblica, 8 maggio 2013 - XVII Legislatura, 20^ seduta



MARIO TRONTI (PD). 
Signor Presidente, onorevoli colleghi, familiari, é per me un onore parlare della personalità di Antonio Maccanico, anche perché ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente proprio qui, in quest’Aula, nella XI legislatura, e di averlo collega nei lavori, richiamati, della Commissione bicamerale De Mita-Iotti. Fu una legislatura breve, quindi l’incontro fu abbastanza fugace, però fu quanto mi bastò per cogliere ed apprezzare il garbo della persona e lo spessore della figura.
Maccanico aveva qui un ruolo molto particolare, e voglio riportarvi un ricordo preciso di quelle giornate passate con lui. In quella legislatura c’erano in quest’Aula due grandi personalità della cultura politica e giuridica, Norberto Bobbio, senatore a vita, e Gianfranco Miglio, personalità discussa, discutibile, intelligenza contraddittoria, ma grande intelligenza, e ricordo molto vivamente, avendo avuto la fortuna di essere presente, i dialoghi sui massimi sistemi che nelle pause dei lavori di Assemblea si svolgevano tra queste grandi personalità. Il ruolo di Maccanico era quello di mediatore quando si verificavano – e vi assicuro si verificavano spesso – questi «scontri di continenti» tra Bobbio e Miglio. Ed era un grande piacere politico e culturale assistere e partecipare a questi dialoghi.
Maccanico non era un totus politicus; come è stato qui ricordato, era un uomo delle istituzioni, prestato alla politica sempre in contingenze critiche e molto peculiari. Quando i problemi si fanno acuti e mancano le soluzioni si fa in genere ricorso a questi uomini, e Maccanico era una di queste riserve della politica e anche dell’intellettualità politica e giuridica italiana.
Il senatore Compagna ha ricordato come Maccanico non aveva grilli di democrazia diretta: amava il Parlamento ed era un uomo del Parlamento, che si è formato dentro il Parlamento e ha praticato questa sua presenza in modo costante.
Si è detto: grand commis. Non userei questa formula, anche perché qui da noi devo riconoscere l’impraticabilità di questo modello francese che vedo di nuovo comparire tra le tentazioni di riforma istituzionale. I nostri politici non hanno dietro una formazione di scuola come l’Ecole Nationale d’Administration (ENA) o come il Polytechnique parigini. Qui da noi carriera da tecnico e carriera da politico sono separate e le personalità che contano, per alternanza, giuocano l’uno e l’altro ruolo in mo- menti diversi.
Maccanico ha fatto questo in modo egregio. Ha lavorato da tecnico vicino alla Presidenza della Repubblica e alla Presidenza della Camera. E` stato ricordato come abbia lasciato la sua impronta sulla Nota aggiuntiva di La Malfa, fondamentale nella storia del nostro Paese. Vorrei altresì ricordare la riforma del 1971 dei Regolamenti parlamentari della Camera, di cui Maccanico è stato grande protagonista.
Maccanico sta poi da politico in Parlamento e sta da politico nel Governo, fino al ricordato tentativo fallito del 1996. Ed è simbolica la sua scomparsa proprio nel momento in cui questo tentativo, in forme tanto peculiari e diverse, in qualche misura si ripropone.
Abbiamo detto grand commis no, ma servitore dello Stato senza dubbio sì. Dovremmo rivalutare questa figura del servitore dello Stato: è una figura un po’ obsoleta, oggi dì sconosciuta, con una patina simpaticamente ottocentesca di impronta liberale e di formazione crociana, fatta di sobrietà, serietà, competenza, volutamente nascosta nelle pieghe delle istituzioni, che è e non appare mai. Una figura da rivalutare proprio oggi, quando siamo abituati ad avere tutto e sempre sulla scena e, poi, vediamo e constatiamo che dietro la scena di molti personaggi, come sotto il vestito, vi è niente.
Le istituzioni sono un corpo molto delicato; vanno maneggiate e accudite con molta cura, altrimenti rischiano di rovinarsi. In questi vent’anni, a furia di riforme istituzionali a pezzettini, a furia di interventi selvaggi sulle leggi elettorali, questo campo istituzionale si é devastato.
Vorrei ricordare uno scritto di Maccanico intitolato «Riforme istituzionali: problemi e prospettive»: è una lectio del 1989-1990 che egli fece ai seminari di studio per funzionari aspiranti al lavoro parlamentare, in cui tirò un po' le somme dell’esperienza del Governo De Mita, giudicandolo come il primo Governo di programma. Uno dei punti programmatici fondamentali erano proprio le riforme istituzionali e il rapporto Governo-Parlamento. E lì lui diceva che in Italia c’è stata una stabilità politica e una instabilità governativa. Quello che abbiamo visto dopo è, invece, una instabilità governativa che si accompagna ad una instabilità politica. E questa è la ragione profonda anche della crisi di oggi.
Maccanico raccomandava, in quella sua lectio, di impiantare il problema delle riforme istituzionali in senso gradualistico, a piccoli passi: questa è una lezione che dovremmo tenere oggi molto presente.
Dicevamo che le istituzioni vanno accuratamente seguite e curate. Maccanico era in fondo un manutentore della macchina statale, un grande manutentore, quelli che conoscono benissimo questa macchina, alla perfezione: sanno come funziona, sanno dove si può trovare un guasto e soprattutto sanno dove mettere le mani nel momento in cui questo guasto va riparato. Ecco, di queste figure oggi avremmo molto bisogno, proprio perché  questo Stato-macchina è qualcosa che va alleggerito nella sua costruzione e nella sua struttura e quindi riformato, come oggi abbiamo appunto intenzione di fare.
Le istituzioni sono questo tramite intermedio tra cittadini e Stato, tra popolo e Governo; indispensabili quindi, perché attraverso di loro passano e devono passare la decisione e la mediazione; sono come un filtro da tenere pulito. Ecco, Maccanico era quello che teneva sempre pulito questo filtro e quindi faceva passare, o almeno aveva l’intenzione di far passare lì dentro, decisione e mediazione. Ma lì dentro passa anche la politica. Quando le istituzioni perdono questa funzione, viene a mancare il loro prestigio e, quando viene a mancare il loro prestigio, si innesca quel distacco che sta all’origine di questa non più sopportabile – credetemi – crisi dell’idea stessa e della pratica stessa della politica. Non la dovremmo più sopportare! (Applausi).
Maccanico era certo un membro della élite. Ma, ecco, le élite sono necessarie, come sono necessarie le masse. E il rapporto tra élite e masse va ricostruito per i tempi nuovi, non va azzerato. Questo è il senso e, nello stesso tempo, il compito della riforma che bisogna attuare. Come si seleziona il ceto politico? Non la sua soppressione, ma la sua selezione è il problema. Come si formano i gruppi dirigenti, le classi dirigenti? C’è bisogno di direzione dei processi altrettanto di come c’è bisogno di partecipazione ai processi di decisione. L’alto e il basso devono ricongiungersi, non devono contrapporsi. C’è da praticare un percorso di ricostruzione difficile, faticoso, ma necessario, una trama mediatrice tra noi che siamo qui e tutto quanto confusamente preme e spinge fuori da qui.
Mi avvio a concludere. La critica sacrosanta di quanto accaduto in questi anni di corruzione, di separazione, di auto-referenzialità e anche di immeritati privilegi del ceto politico va accompagnata ad un riallaccio di continuità tra quanto c’é stato l’altro ieri e quanto può esserci domani. Ecco, questa è la cura, il ponte che dobbiamo approntare, perché dalla saldezza delle istituzioni, malgrado i guasti della politica (le istituzioni tengono oggi, per fortuna, più e meglio della politica), solo da questa saldezza può venire il vero cambiamento.
Bisogna dire che l’interruzione traumatica, la rottamazione del passato, è un fatto regressivo, un fatto conservativo: non cambia, ma conserva e ripete. Da lì, da questi strappi, nella trama della storia non sono mai venute nuove soluzioni: sono sempre venuti vecchi ritorni.
Mi scuso per questo appunto che può sembrare fastidiosamente paternalistico, ma non lo è e non vuole esserlo: approfitto però di questa occasione per farlo. Vorrei dunque dire alle nuove energie che sono entrate nelle istituzioni, anche in questo ramo del Parlamento: ecco, approfittate della permanenza qui, di questa esperienza, per scoprire e apprezzare figure come quella che stiamo commemorando, perché c’è tutto da imparare. Attrezzarsi di una cultura istituzionale è essenziale, è indispensabile per un buon agire pubblico, altrimenti – guardate – si gira come pale al vento, a seconda di come il vento gira: questo è quanto non possiamo permetterci in questo purgatorio antipolitico.
Un’ultima osservazione, signor Presidente: sono in preparazione, da quanto so, per la casa editrice «Il Mulino», due preziosi volumi di diari inediti di Antonio Maccanico riguardanti la sua collaborazione alla Presidenza Pertini. Quando appariranno pubblicamente facciamo in modo di presentarli qui, con gli ottimi funzionari della Biblioteca del Senato, approfittando di quell’evento per riprendere il discorso su Maccanico in modo meno celebrativo, ma entrando più nel merito e nei contenuti della sua persona, perché ne abbiamo bisogno tutti, ne ha bisogno il Paese, ne ha bisogno l’Italia. 
(Applausi. Molte congratulazioni). 


PRESIDENTE. Senatore Tronti, certamente auspichiamo di poter ospitare un evento legato alla pubblicazione dei volumi che ci ha preannunciato. 


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martedì 7 maggio 2013

Mario Tronti: Bersani resti fino al congresso. Non torniamo alle due sinistre @ Unità, 7 maggio 2013


Mario Tronti: Bersani resti fino al congresso. Non torniamo alle due sinistre

Governo dell'emergenza sociale e riforma della politca sono le bussole per il Pd. L'esecutivo guidato da Letta può essere un'opportunità

Intervento - l'Unità, 7 maggio 2013 Read more 
Se è vero - ed è tutto vero - quello che Bersani ha detto a l`Unità, allora per conseguenza logica tocca a lui portare il partito al congresso. Saggezza consiglia che l`Assemblea nazionale chieda a Pier Luigi lo stesso tipo di sacrificio che forze politiche e forze sociali insieme hanno chiesto a Giorgio Napolitano. La situazione del Pd non è meno grave della situazione del Paese. Ma qui l`impegno è più breve, il mandato ha un termine già fissato. E il problema è che occorre una guida nel passaggio. Inopportuna è stata la dichiarazione di questa vacatio imperii. Azzeramento in un sol colpo di presidente, segretario, segreteria, una vistosa realizzazione di quel «tutti a casa», che viene da inascoltabili tribune: consegnando all`opinione pubblica e ai titoli di giornali l`immagine di un partito acefalo, allo sbando, senza bussola. Non si fa così. Nella tempesta, la nave chiede per il timone più salde mani. C`è un congresso. Il percorso per arrivarci è decisivo. Punto primo all`ordine del giorno: quale il migliore percorso. Forse c`è bisogno di una consultazione precongressuale, sganciata da decisioni immediate di leadership: una consultazione di massa, che coinvolga iscritti, elettori, cittadini. Questa, sì, al massimo aperta. Una sorta di primarie sulle idee, prima che sui nomi, sulle cose da fare prima che sulle persone da investire. Si può uscire dalla cattiva abitudine di questa politica in crisi di risolvere tutto togliendo uno e mettendo un altro al suo posto? Si può cominciare ad offrire un modello diverso, fatto di domande di questo tipo a militanti e simpatizzanti: che partito volete, di quale forza politica ha bisogno questo Paese, con quali programmi immediati, con quale visione del mondo e della vita, con quale forma organizzata? Certo che poi il congresso deve scegliere un leader, e insieme al leader un gruppo dirigente. Insisterei su questo: un gruppo dirigente, per dire con chiarezza che un partito personale è per principio escluso dalla identità del Pd. Bersani ha detto una cosa sacrosanta, purtroppo inscritta nel limite dell`umano: si vince insieme e si perde da solo. Da solo si sbaglia anche di più. Il gruppo dirigente di un partito plurale, che comprenda varie sensibilità, che tenga insieme rinnovamento generazionale ed esperienze consolidate, legittimato, tutto insieme, dal consenso, è più facile che prenda decisioni almeno con il minimo tasso di errore. E qui c`è il problema strategico della formazione e della selezione: anche questo da sottoporre a consultazione, soprattutto in base a quanto di recente avvenuto. Bastano le parlamentarie per avere un buon gruppo parlamentare, basteranno le primarie per avere il giusto leader? E poi, c`è un tema da introdurre nel dibattito precongressuale, per fare chiarezza su un punto delicato. Ha avuto il merito di esplicitarlo con lucidità Emanuele Macaluso su queste colonne. Ma, insomma, l`identità del Pd si può ridurre a questa centralità dell`antiberlusconismo? O ci sono altre centralità? Abbiamo detto il lavoro, diciamo il disagio sociale drammatico, l`uscita dalla crisi economica e dalla crisi politica e istituzionale, il destino del Paese Italia, in rapporto all`Europa e al mondo, a cui ci richiama sempre Alfredo Reichlin, un progetto credibile e appassionante di futuro. Qui c`è un chiarimento da portare alla base, in dialogo con il popolo di centrosinistra. Se si continua a mettere il piede in questa trappola, Berlusconi sì Berlusconi no, si rimane incagliati. La contrastata vicenda dell`elezione del presidente della Repubblica è stata inquinata da questo problema. E da questo problema viene distorta, e risulta incompresa, l`attuale scelta di governo. Non conviene metterla in uno stato di necessità, come mancanza di alternative. Va praticata come un`opportunità, per preparare, di qui, una nuova stagione politica. Già si mostra come un cammino aspro, quotidianamente difficile. Nervi saldi e infinita pazienza. Ma c`è una richiesta dal basso, un bisogno, popolare, di governo, dettato dalle condizioni di esistenza delle persone, molto più forte delle discriminanti immediate tra gli schieramenti. Un partito che non sapesse cogliere questi segnali, finirebbe per rinunciare alla sua funzione nazionale. Adesso il pericolo è di chiudersi in una resa di conti interna. E invece il passaggio, anche di crisi, va risolto in una immersione nei problemi della vita reale. Governo e riforme sono la bussola per il partito. Lo tirano fuori da se stesso. Governo dell`emergenza economica e sociale, riforma della politica e delle istituzioni: le due gambe su cui camminare. Dare dimostrazione che si può fare quanto finora non è stato fatto: mettendo in ombra che è quella coalizione, quella più o meno grande intesa, a farlo. C`è un vento che spinge all`indietro. Va contrastato. Non possiamo permetterci un ritorno delle due sinistre, dopo aver intravisto la praticabilità di un loro superamento. C`è la tentazione di una soluzione demagogico-populista, personalizzata, per uscire dalle difficoltà incontrate. Non è questa la strada. E non è un reggente o un segretario del Pd che risolve. È una forza politica, ancora con la schiena dritta, le idee chiare, e una volontà, non dimessa, di cambiamento. 

Mario Tronti è nato e vissuto a Roma. Docente di Filosofia morale e di Filosofia politica all'Università di Siena, dal 1970 al 2001. Nel Pci fino ala sua estinzione. Senatore per il Pds nell'XI Legislatura. Le sue opere vanno da "Operai e capitale", Einaudi 1966 a "La politica al tramonto", Einaudi 1998. Altri testi nell'ultimo decennio. Attualmente Presidente del Centro per la riforma dello Stato.

mercoledì 1 maggio 2013

Mario Tronti - La politica come problema @ Italianieuropei, It, 12 febbraio 2013


La politica come problema
di Mario Tronti
@ Italianieuropei (Read more on IE website)
Da tempo governo e opposizioni sono alla ricerca di possibili soluzioni per arginare e superare la crisi economica; tuttavia, non sembrano cogliere l’occasione di cambiamento che essa porta con sé. È una crisi anzitutto strutturale, che impone di guardare oltre l’emergenza e tornare a fare politica.

Una questione si fa problema quando cerca una soluzione e non la trova. È questa la condizione attuale della politica. C’è una questione politica, sovrastante tutto il resto. È in campo da decenni. Ma il passaggio di crisi economico-finanziaria l’ha messa a nudo. Adesso la possiamo vedere senza occhiali ideologici. Non c’è chi comanda. E la politica è comando sui processi. Quando i processi si autogovernano è come quando si autogovernano i cittadini: ogni cosa va per suo conto. E quando ogni cosa va per suo conto, tutto va allo sbaraglio. Nessuno controlla più niente. A un certo punto i meccanismi si inceppano. E tutti a chiedersi: «Ma come è potuto succedere?». E ognuno a rimandare all’altro l’accusa di non avere previsto. E – questa è poi la cosa più impressionante – nessuno sa come uscirne. Se vogliamo smitizzare il momento, e renderci autonomi dalla narrazione corrente, è necessario fare emergere il punto di verità: all’origine della crisi strutturale dei meccanismi di sistema c’è, irrisolta, la questione politica.
Parliamo tutti in prosa senza saperlo. È la prosa delle leggi economiche. Altro che politichese! Si può introdurre il neologismo “economichese”? Siamo tutti lì, appesi, ricchi borghesi benestanti e precariato intellettuale sottoproletario, all’altalena quotidiana delle borse, al divario crescente dello spread, alle cifre di entrate e uscite, di costi e ricavi, di uscita dal debito ed entrata nella crescita. A pensare ereticamente si esce dal coro, ma forse si indovina la musica giusta. Comincio a pensare che sia stato un errore strategico quello del movimento operaio di intrappolarsi, con il Vulgärmarxismus, dentro la “critica dell’economia politica”. Non se ne esce. Non se ne è usciti. Né per mettere efficacemente sotto critica l’ordine del mondo. Né, tanto meno, per costruire un ordine nuovo. Ci si è messi piuttosto, in un modo risultato alla fine subalterno, dentro l’immane processo storico di economicizzazione dei mondi vitali e di spoliticizzazione dell’esistenza umana. Questo non è il “moderno”, come molte pulsioni antimoderne hanno voluto sottolineare. Questo è il capitalismo moderno. È l’occupazione, militare, della modernità da parte dell’economia capitalistica. Alla fine della storia, il Leviatano è venuto avanti non come Stato politico, ma come meccanismo sistemico di produzione, circolazione, scambio, consumo e in conclusione come dittatura del denaro, democraticamente accettata. Si dice che le crisi sono occasioni per far ripartire la macchina. Giusto. E se fossero anche occasioni per far ripartire un discorso, di fondo, sulla macchina?
Per almeno tre decenni abbiamo vissuto sotto l’egemonia di questo schema di ragionamento: da un lato, un modello economico trionfante, perché finalmente libero dai lacci e lacciuoli della politica, in grado di provvedere da solo ai suoi bisogni di sviluppo indeterminato; dall’altro lato, di conseguenza, l’inutilità e l’impraticabilità di qualsiasi altro modello: quello esterno, socialista, essendo fallito; quello interno, di sinistra, essendosi estinto. Per quanti anni abbiamo guardato al di là dell’Atlantico come all’economia che senza politica prosperava, a differenza dell’Europa che con la politica decadeva? Le guerre di Bush venivano lette come un incidente di percorso, estraneo alla logica di sistema, mentre erano la dimostrazione più realistica di quella logica, dove la politica, come guerra, è la continuazione dell’economia. Tanto è vero che non vengono affatto dismesse dalla presidenza democratica, semmai solo umanitariamente offerte alle primavere dei popoli. Si dice di poteri assoluti che non sono sottoposti al consenso e al controllo popolari. L’economia, e oggi l’economia a centralità finanziaria, è il potere dei poteri. Le sue istituzioni, sovranazionali, svolgono le funzioni di monarchie pre- e postcostituzionali. Le borse decidono se i governi devono cadere o rimanere in carica. Potentati particolari, agenzie di rating, private, danno i voti all’agire pubblico degli Stati-nazione. E tutto questo viene percepito come “normale”. L’eccezionalismo è nella politica. È causa di tutti i mali perché costa troppo. Ma non sarà che è causa di tutti i mali perché non conta niente? Insomma, bisognerebbe dire che se non si passa a risanare la voragine del deficit di politica, le cose non si aggiusteranno, per quel poco che si possono aggiustare in un siffatto mondo squilibrato. L’Europa: un esempio di prova a posteriori della sua non-esistenza. Anche qui la crisi viene da lontano. E il buco di bilancio politico risulta ormai di dimensioni allarmanti. Si è voluto partire dalla messa in comune dei beni, anzi del controllo sui beni comuni. Si è partiti dal carbone e dall’acciaio. Poi è venuto il mercato comune – l’Unione economica, con tanto di moneta unica – nell’illusione che tutto questo avrebbe automaticamente trascinato l’unità politica. Un progetto da cattivo materialismo storico. Prima la struttura, quindi la sovrastruttura, come l’intendenza, seguirà. Non è affatto vero. Non funzionano così i grandi processi storici. Forse così funzionano i piccoli aggiustamenti. Le nazioni, per sorgere, si sono fatte Stato. Certo che hanno unificato il mercato interno, hanno battuto moneta, con tanto di Banca centrale, ma con un’operazione politica. I popoli moderni non esistono prima degli Stati moderni. Le popolazioni antiche, tra miti, tradizioni, etnie, appartenenze religiose, non hanno nulla a che fare con il concetto politico di popolo, che la modernità ci ha consegnato. Esisteva un popolo italiano prima dell’Unità d’Italia? Politicamente, no. Rischia di non sopravvivere se non si conserva gelosamente la forma dello Stato unitario. Con le riforme dovute: ma il federalismo, se vuole essere una cosa seria, deve essere, come è nelle grandi nazioni, una organizzazione più efficace e più efficiente della macchina statale.
Bisognava fondare un popolo europeo. Processo storico, anche questo. Preso da lontano, condotto con forza, abilità e perseveranza. Dopo la carneficina delle guerre civili europee, i grandi politici europeisti l’avevano capito. Non hanno avuto eredi. È vero che il livello della storia si è subito abbassato dagli anni Cinquanta in poi e la guerra fredda ha spezzato le ali al volo europeo. È vero soprattutto che la costruzione dell’Europa è stata stravolta poi dalla coincidenza con gli ultimi “trent’anni ingloriosi” di privatizzazione neoliberista e di globalizzazione selvaggia. Ma si sarebbe potuto fare di più, se solo l’Europa avesse continuato a produrre le sue tradizionali élite politiche. Questo non è stato. E siamo ancora lì a chiederci perché. Sono mancate classi dirigenti all’altezza del compito. È incredibile questa produzione recente di personale puramente amministrativo, gestori della moneta, funzionari dei mercati, personalità “flessibili”, riciclabili con facilità dal government alle corporations. Non solo non si va lontano; come stiamo vedendo non ci si muove affatto. Senza élite politiche i processi storici non camminano. Spettava alla sinistra europea, erede del movimento operaio, darsi la missione di raccogliere le bandiere, lasciate cadere, dell’Europa politica. Di missione si tratta, o se volete di mito politico, perché Stato e popolo europei sono una blochiana utopia concreta. Ben conosciamo le oscure corpose opacità che una storia di lunga durata ha depositato sul terreno dei singoli Stati e dei singoli popoli. Rimuoverle è un lavoro da giganti. Ma impegnarsi in quell’opera farebbe finalmente emergere un “soggetto”, quel grande individuo collettivo, libero e autonomo, di cui si sente un lancinante bisogno nelle sempre più mediocri contingenze quotidiane.
Sulla vicenda italiana, viene la tentazione di rovesciare il motto di Spinoza: non c’è da comprendere, c’è solo o da ridere o da piangere. C’è un mutamento in atto, di quadro politico e di prospettive operative, anche di governo. Ma il problema rimane. Come si sia arrivati a questo degrado è abbastanza chiaro. Quasi tutto è stato detto, su questa malattia, apparentemente inguaribile e con conseguente epidemia antipolitica, che è stata ed è la cosiddetta seconda Repubblica. Le colpe, con gradi molto diversi di responsabilità, sono comunque da distribuire. Con quale forma, e quale riforma, anche di sistema, mettere fine a questa stagione è il tema all’ordine del giorno, su cui occorrerebbe chiamare a raccolta, non per chiacchierare ma per decidere, le migliori energie del paese. Il problema non è che manca la coesione sociale. Il problema è che manca l’alternativa politica. Se è vero, come è vero, che c’è stato un crollo di credibilità internazionale del paese-Italia, più o meno recuperato, allora va unificato il discorso sul passaggio di crisi economico-finanziaria e sull’intera transizione politica, che lo ha provocato. Si farebbe un decisivo passo avanti se comparissero, netti ed evidenti, in un corretto schema bipolare, due complessive letture della fase e due possibili vie di uscita. Se si rimane dentro l’immediata emergenza dei conti pubblici che non tornano, le ricette tendono necessariamente a somigliarsi. E non si fa chiarezza. Perché non si fa politica. Il governo e la coalizione di centrodestra hanno fatto malissimo sulla manovra, anzi sulle manovre. Dubito che un governo e una coalizione di centrosinistra avrebbero fatto, in queste condizioni, benissimo. E i governi tecnici è vero che, essendo politicamente irresponsabili, possono diventare socialmente punitivi. L’hanno dimostrato nell’approntare e nel realizzare i dettati della loro Agenda. È l’intera filosofia di gestione della cosa pubblica, è il complessivo funzionamento degli assetti istituzionali, è l’attuale forma di raccolta del consenso, è la presente selezione, inquinata, delle classi dirigenti, insomma è un progetto di riabilitazione della politica, che va affrontato, accanto al risanamento di bilancio. Solo così si può provocare e non semplicemente evocare, una mobilitazione attiva, dal basso, a favore di un comune sforzo per uscire dalla stessa immediata emergenza.
Ecco: a che punto sono la protesta, la contestazione, la rivolta, qualcuno dice, il tumulto? Il disagio c’è, forte, diffuso, è un disagio in prima istanza sociale. Si inscrive sull’intero campo di quello che si chiama il mondo del lavoro, da quello dipendente a quello autonomo, dagli operai ai ceti medi, dai manovali agli intellettuali. C’è una generazione (anzi ormai più di una generazione, dai ventenni ai quarantenni) espulsa dal contesto produttivo: uno spreco di risorse umane che impoverisce il paese. C’è una forma nuova di emarginazione, non caratterizzata, come un tempo, dalla miseria solo perché vive sulle spalle delle generazioni precedenti, che si erano conquistate con le lotte redditi e diritti, ma definita piuttosto da una frustrazione mentale, vicina alla nevrosi. Perché non ci si può sentire inutili a trent’anni senza pagare un costo anche psicologico. C’è una figura nuova di sottoproletario che è il lavoratore precario. Non si erano mai visti in giro per il mondo emarginati sociali con tanto di dottorato di ricerca. E la causa di questo non è la crisi di sistema, la causa è la logica di sistema. Oggi siamo accecati dai bagliori della crisi, ma non è che le cose, almeno in questo campo, andassero molto meglio quando si decantava lo sviluppo infinito. La crisi aggrava condizioni già compromesse. E magari fa aprire gli occhi a chi fin qui ha visto poco. Il punto però è questo: che cosa si aspetta, che cos’altro deve accadere, per mettere in campo un processo di unificazione di questo mondo del lavoro sottoposto a questo disagio di civiltà, crescente e galoppante, dallo sviluppo alla crisi? La materia c’è, manca la forma. Manca l’atto di presentazione di un progetto che si proponga di dare figura politica non a un universo che sta insieme da solo, bensì a un “multi verso” che deve essere messo e tenuto insieme e totalmente mobilitato, in una parola, la più eloquente di tutte, “organizzato”. O dobbiamo metterci in coda ai movimenti, scendere in piazza con gli indignati, salire sulle navi dei pirati, e quant’altro ci offrirà la creatività generosa, bisogna dire, delle persone che, colpite, sentono la necessità di rispondere ai colpi. E, lasciate sole, a volte, purtroppo, sbagliano bersaglio.
Coalizione sociale del lavoro/coalizione politica della sinistra: il campo delle alleanze a questo punto si apre, perché emerge una forza e si fa concreta una prospettiva. Abbiamo detto: riabilitazione della politica, come capacità di direzione dei processi e di orientamento delle opinioni. La via passa di qui, soprattutto forse da qui. Far vedere che c’è un’idea e c’è una soggettività che la porta. La contingenza è sempre anche un’occasione. Saperla cogliere identifica appunto quel soggetto, cioè quella forza in campo, al di là della contingenza stessa, per il tempo che viene dopo, radicando la sua presenza, dalla politica, nella storia.