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giovedì 27 giugno 2013

Lapo Berti: La democrazia che verrà (se verrà) @ lib21 blog



La democrazia che verrà (se verrà)
di Lapo Berti @ lib21.org  Read more

Le elezioni sono ormai alle spalle. Abbiamo detto, su questo sito, che, molto probabilmente, si sarebbero rivelate inutili, pleonastiche, per la scarsa capacità dei partiti, anche di quelli più nuovi, di innovare sostanzialmente l'offerta politica, adeguandola al contesto della globalizzazione. La rumorosa irruzione sulla scena politica del M5S sconvolge il quadro politico, ma non muta questa situazione. Muta il modo di fare e di essere della politica. È tempo, dunque, di cominciare a ragionare sullo scenario politico che si sta delineando e, al suo interno, dei destini della democrazia.

La democrazia dei partiti è finita?
È sorprendente che nessuno, o quasi, abbia notato che alle elezioni 2013 il PD era praticamente l'unica rappresentanza politica che ancora assomigliasse alla forma partito che ha dominato la scena politica del "secolo breve". Li ricordiamo bene i partiti di massa del secolo XX. Organizzazioni poderose, strutturate verticalmente e diffuse capillarmente, e capaci, quindi, di tenere insieme, con il cemento dell'ideologia, intere porzioni di una società articolata lungo le linee di faglia prodotte dal conflitto fordista. Organizzazioni cui la condivisione di un'ideologia forte, quasi una religione, forniva un forte potere identitario, la cui presa era accresciuta dalla capacità del partito di occupare, attraverso una serie di organismi collegati, pressoché tutti gli spazi della vita degli individui, da quelli del lavoro a quelli dello svago, a quelli della cultura, a quelli del consumo, costituendo una sorta di mondo chiuso all'interno del quale si viveva una specie di simulazione di quel mondo nuovo che s'intendeva costruire. Era il mondo del noi, i "compagni", gli "amici", contrapposto al mondo di "loro", e questa contrapposizione, il fatto di sentirsi in lotta contro un nemico, non un avversario, era parte costitutiva di un senso di appartenenza che prescindeva, in buona parte, dai contenuti concreti del programma e dell'azione politica, perché era orientato e riempito dal sole dell'avvenire, dalla fiducia in un futuro migliore che sarebbe venuto e che andava costruito.
Tuttavia, anche l'unico partito rimasto della lunga stagione novecentesca, il PD, al di là dei travagli che lo stanno portando all’implosione, non è che un pallido riflesso di quella realtà ideale e organizzativa. Gli manca, innanzitutto, la coesione ideologica, il possesso di una visione, e gli manca il robusto insediamento nella vita quotidiana di milioni di persone, attraverso i mille luoghi che consentivano di partecipare a una vita collettiva.
Il partito è diventato un organo verticistico, in cui si tentano fusioni a freddo fra gruppi dirigenti e culture politiche diverse, fra rappresentanze d'interessi. Qualche brandello di senso di appartenenza sopravvive, appeso a ciò che rimane di un'identità antica e pesante, specialmente nelle generazioni più anziane. Ma ha il carattere più di un'incrostazione che si tratta di rimuovere piuttosto che di una spinta vitale, in contrasto con una nuova modalità di adesione che tende a privilegiare il programma, la tutela degli interessi.
A parte il PD, le altre formazioni che hanno partecipato alla competizione elettorale sono delle strane creature che gravitano intorno a figure più o meno carismatiche, che, in un modo o in un altro, devono la loro notorietà alla sfera dei media e che dello sfruttamento dei media fanno il loro principale strumento di comunicazione, di reclutamento e di produzione di identità. Quello che le accomuna sembra essere l’inclinazione a una drastica semplificazione della realtà, che è, prima di tutto, una reazione istintiva alle alchimie partitiche, a quegli incomprensibili e interminabili giochetti parlamentari che hanno finito per svuotare il processo decisionale pubblico, trasmettendo ai cittadini un senso diffuso di inanità, quando non la rabbia per le risposte che non venivano ai problemi sentiti da tutti.
Ma bisogna anche stare attenti a non fare di tutte le erbe un fascio, perché ci sono anche tratti che distinguono fortemente le diverse formazioni in campo. Da una parte, c'è quella che ha del capo una concezione fideistica, quasi religiosa, e che si nutre anche di una scarsa cultura politica, dell’assenza di senso civico, dell’insofferenza per le regole democratiche, o per le regole tout court, di un atteggiamento che tende a essere più da spettatori che da cittadini attivi. È il ventre molle della società italiana, quella massa non di rado maggioritaria che l’antipolitica ce l’ha nel sangue, perché è intimamente antidemocratica, premoderna. A essa da sempre attingono i populismi, a partire da quello fascista. Non è un caso che sullo sfondo s’intraveda talvolta l’eterno simulacro dell’uomo forte, ritenuto capace di risolvere d’un colpo tutti i problemi, senza indulgere ai defatiganti e talora incomprensibili “riti” della democrazia rappresentativa. Dall'altra, c'è il movimento dei "grillini", il quale fa sì riferimento a un "capo" carismatico, che fa addirittura a meno anche di un simulacro di partito, ma che sarebbe profondamente errato assimilare al capo tipicamente populista del "Popolo delle libertà". Il ruolo, la funzione, il modo di porsi dei due non potrebbero essere più diversi. Grillo ha messo sù, ha "inventato", il movimento dei "grillini", ma lo ha fatto tramite gli strumenti leggeri, "virali", della rete, mentre Berlusconi l'ha fatto mettendo in campo gli strumenti pesanti dell'organizzazione aziendale, delle risorse finanziarie e della
macchina mediatica di cui disponeva. Grillo porta in parlamento persone comuni, che compongono uno spaccato della società che viene avanti dentro la metamorfosi di sistema che è in corso. Berlusconi porta in parlamento persone che devono semplicemente fare da amplificatori della sua comunicazione e, soprattutto, essere a lui fedeli. Non gli importa che rappresentino qualcosa della società. Devono semplicemente essere dei simboli, specialmente le donne, delle icone. Devono solo rappresentare lui. Le pulsioni sociali che anche Berlusconi legge con straordinaria lucidità gli servono solo per alimentare la macchina del consenso alla sua presenza mediatica e alla gestione privatistica della sfera pubblica. Grillo coglie, con grande intuito, rabbie, bisogni, che emergono dalla società e che si nutrono di profonde e talora antiche frustrazioni e insoddisfazioni e le trasforma in una poderosa macchina politica che ancora deve prendere forma, ma già fa sentire la pressione della sua potenza.
Il berlusconismo ha qualcosa di antico, di eternamente uguale, nella cultura politica mai nata del popolo italiano. Il grillismo, invece, appare tremendamente moderno, nella rozza immediatezza del suo modo di fare politica, di rappresentare, senza filtrarle, senza elaborarle, le pulsioni di rivolta più diffuse, nella loro genericità. Ma è anch’esso inquinato da una vena di antipolitica, d’insofferenza per la democrazia, che lo accomuna al berlusconismo. Certo, il grillismo dà voce a un’insofferenza per la politica dei partiti che rappresenta una reazione sana, popolare, all’inconcludenza, alla degenerazione, alla corruzione della classe dirigente politica. Ma non la risolve in iniziativa politica, la disperde nella vana ricerca di un qualcos’altro dalla politica che non sarà certo la rete a fornire, anche se la rete costituisce una formidabile risorsa politica che il grillismo ha capito e sta sfruttando, mentre i partiti zombi non se ne sono ancora accorti.

Democrazia senza partiti
Se, come afferma Revelli nel suo ultimo, lucidissimo libro, "il controllo monopolistico dello spazio pubblico da parte del partito novecentesco è finito" (p. 135), ne consegue necessariamente che fra i cittadini e il luogo principe della rappresentanza, il parlamento, tra i cittadini e il governo, si distende oggi uno spazio apparentemente vuoto, anche se, a guardare meglio, lo si vede pullulare di una miriade di forme di vita associativa che però non riescono, almeno oggi, a innervare un robusto processo di partecipazione alle decisioni collettive. Viene da pensare che questo enorme spazio vuoto che il vitalismo sociale non riesce a colmare finirà con il produrre un ulteriore offuscamento del ruolo dello stato nazionale e del suo governo, favorendo l'emergere e
il consolidarsi di spazi di governo, come quello regionale o, forse ancor più, quello delle macro-regioni, anche trans-frontaliere, dove la distanza fra cittadini e rappresentanti, fra cittadini e governo, è più ridotta e rende più agevole la comunicazione e il controllo. Forse, nella prospettiva di un rilancio della costruzione europea, questo slittamento della vita democratica verso la dimensione regionale potrebbe anche essere colto come una risorsa per dare rinnovata sostanza a un'Unione Europea sorretta da processi reali e non solo da scelte politiche, per lo più prive di legittimazione e partecipazione da parte dei popoli.
I partiti, nella loro forma novecentesca, non risorgeranno a nuova vita. Probabilmente, continueranno a trascinare una vita stentata ancora per molto tempo, in attesa che la società riesca a elaborare un nuovo contesto istituzionale che consenta una trasfigurazione della democrazia. In questa transizione, la cui durata e i cui esiti sono imprevedibili, sarebbe opportuno riuscire a imporre ai partiti che continueranno ad avere un ruolo nel governo degli stati nazionali e di aggregazioni più ampie, come l'Unione Europea, l'attuazione di misure che ridisegnino lo spazio istituzionale, in particolare ridefinendo i confini dei poteri sistemici, ivi compresi quello economico- finanziario e quello mediatico, in modo da aprire nuovi spazi al dispiegamento della democrazia.

Democrazia del pubblico
È bene avvertire che la sfiducia nei partiti, la caduta della lealtà e dell'identificazione dei cittadini nei confronti dei partiti, non sono un fenomeno unicamente italiano anche se alcune peculiarità negative del contesto nazionale contribuiscono a renderlo più marcato, addirittura più virulento. Ed occorre anche tenere bene a mente che non si tratta di un fenomeno nuovo. È da almeno 15-20 anni che gli studiosi ne segnalano la presenza in tutte le maggiori democrazie dell’occidente. Si tratta, dunque, di una deriva lunga, sospinta da forze profonde. I fenomeni cui stiamo assistendo, la crisi verticale dei partiti, l’emergere di movimenti legati a capi carismatici, l’eterna tentazione delle scorciatoie populistiche, non sono che increspature della superficie che segnalano che ci stiamo muovendo alla ricerca di nuove soluzioni, di nuovi scenari.
Sono due gli aspetti che qui vorremmo, intanto, sottolineare. Il primo è la faticosa fuoriuscita dagli schemi imposti dalle fratture sociali imposte, lungo gran parte del secolo scorso, dall’organizzazione fordista della produzione. Quelle fratture, alimentate e irrigidite dalle grandi culture popolari sorte in reazione ai guasti della prima rivoluzione industriale, hanno segnato in profondità la cultura politica del novecento e gettano ancora la loro ombra lunga sulle prospettive politiche del presente, ostacolando il tentativo di delinearle con chiarezza. Oggi non è più il lavoro il discrimine che decide chi sta da una parte e chi sta dall’altra della barricata. Non ci sono più le barricate. Il lavoro resta una grande questione sociale, ma non è più la matrice dei movimenti politici. Sono altri i temi e i problemi che sollecitano l’impegno politico dei cittadini e generano spinte collettive: l’ambiente, la vita urbana, le migrazioni, le disuguaglianze economiche e sociali. E’ da questo contesto che nascono i movimenti che, non a caso, si raccolgono sotto l’insegna del 99%. Nell’ingenua immediatezza di tutti i movimenti allo stato nascente, essi colgono un fatto sostanziale che nessuna delle paludate scienze sociali ha colto, nonostante le sue manifestazioni siano sotto gli occhi di tutti da almeno un trentennio. Sto parlando dell’emergere di un potere semi-occulto e privo di qualsiasi controllo che ha preso la forma di un’oligarchia finanziaria globale che vive nei paradisi fiscali, nel mondo dell’offshore, dello shadow banking system, e da lì controlla e domina lo scenario economico mondiale, dettando la propria agenda ai governi di tutto il pianeta e assoldando la politica di tutti i paesi. È il mondo dell’1%, che, con il suo esistere, pone l’intero resto della società come un indistinto, contrapposto 99%, che cerca faticosamente e confusamente di riappropriarsi di quel potere che la promessa democratica aveva fatto, una volta, balenare davanti agli occhi di milioni di cittadini convinti di aver conquistato una volta per tutte il diritto di decidere su cosa è meglio per la società di cui fanno parte. Il destino delle democrazie è oggi sospeso su questo abisso che si è aperto nella società.
Il secondo aspetto è ancora in gran parte inesplorato, ma c’è il fondato sospetto che possa diventare centrale già a partire dall’indecifrabile esito delle elezioni italiane. La crisi dei partiti novecenteschi, motore della democrazia rappresentativa, ha riportato in superficie la mai sopite pulsioni verso la democrazia diretta ovvero verso il massimo accorciamento possibile della filiera che produce le decisioni politiche. Certo, oggi l’aspirazione alla democrazia diretta può contare sull’ausilio del web e di tecnologie che consentono anche forme sofisticate di consultazione dei cittadini. Una sorta di agorà elettronica potrebbe far rivivere le forme di democrazia diretta che vigevano nell’antica Atene?
La democrazia diretta è un tema attraente, ma insidioso. Appare come la soluzione più semplice e appropriata al problema delle decisioni collettive, ma nasconde in misura molto elevata l'insidia della dittatura della maggioranza, che nessun regime democratico ha pienamente risolto, e il rischio congiunto della fascinazione dei capi popolo.
C’è, infine, un terzo aspetto, che appare come un corollario della crisi dei partiti, ma potrebbe avere radici e valenze più profonde: il ruolo dei “tecnici”, o presunti tali, come supplenti della politica. È stato ricorrente, negli ultimi vent'anni, il ricorso a figure definite "tecniche" per assolvere funzioni di governo che i partiti non erano in grado di adempiere. Più in generale, si può dire che il sistema politico italiano nel suo insieme non è stato in grado di elaborare e, tanto meno, di gestire soluzioni efficaci ai problemi sempre più gravi e incancreniti che l'Italia si trovava di fronte a seguito di una modernizzazione mancata che rappresenta l'atto di nascita del declino cui sembriamo condannati. È nata così una supplenza politica che ha preso le forme di "governi tecnici" la cui principale caratteristica era, ed è, quella di operare sulla base di un conclamato "vincolo europeo" che, ormai da lungo tempo, si è rivelato come l'unico modo per fare o tentare di fare le cose che la realtà del paese richiedeva nell'ottica del l'integrazione europea. Così anche l'ultima parvenza di democrazia rappresentativa e di legittimazione dei partiti è scomparsa dal l'orizzonte politico italiano, rendendo impossibile l'elaborazione di soluzioni endogene e condivise ai problemi sul tappeto. La distanza fra cittadini e istanza politiche ha finito per farsi abissale, dilatando lo spazio per i populismi di ogni genere, i quali hanno il privilegio perverso di saltare tutte le peripezie e le fatiche della rappresentanza per affidarsi al capo carismatico che scioglie, come per incanto, tutte le difficoltà, almeno a parole.
Il ricorso sempre più frequente ai "tecnici" e il bisogno di un "vincolo esterno" da rispettare per legittimarie l'azione sono l'indice e l'espressione di una crisi verticale dei sistemi democratici, che non riescono più a esprimere una "volontà generale" sufficientemente condivisa.


Il primo ciclo della democrazia italiana si è esaurito 
Il primo ciclo della democrazia italiana si è esaurito. Ha prodotto risultati importanti, tenendo a bada le pulsioni populistiche e autoritarie che da sempre si agitano nel fondo oscuro della società italiana, ha stabilmente insediato nel nostro regime sociale il riconoscimento e la tutela formale dei diritti che fanno la democrazia, ha anche creato, almeno in parte, un'opinione pubblica democratica, ma non ha prodotto l'uomo democratico, non ha allevato quel cittadino attivo che ne è il presupposto necessario. Occorre, dunque, procedere oltre la democrazia puramente formale, che oggi nasconde e rende possibili raggruppamenti e comportamenti oligarchici in tutti i gangli decisivi della società, e provare a instaurare una piena sovranità del cittadino che, attraverso una rinnovata rete di istituzioni intermedie, sia in grado di far rappresentare la sua volontà in maniera sostanziale e, soprattutto, attraverso l'esercizio costante e organizzato di una cittadinanza attiva, sia in condizione di controllare ed, eventualmente, di sancire l'esercizio del potere da parte dei suoi rappresentanti. Occorrono forme nuove e strumenti nuovi per l'effetto o esercizio della sovranità popolare. La rete, i Social Network, non sono, come qualcuno pensa, la soluzione finalmente trovata al problema della democrazia diretta, ma costituiscono certamente strumenti formidabili per favorire la comunicazione, la conoscenza, la trasparenza, dell'attività dei governi, locali e centrali, e sono quindi il valido presupposto di una vera cittadinanza attiva, che è l'unica garanzia possibile di un autentico regime democratico ed è quello che finora, almeno nel nostro paese, ma non solo, è mancato. 

domenica 26 maggio 2013

ALEXANDER STILLE - THE CHAOS IN ITALY @ THE NEW YORKER, 7 MAY 2013



THE CHAOS IN ITALY

ALEXANDER STILLE 
THE CHAOS IN ITALY 
@ THE NEW YORKER, 7 MAY 2013

It would be a mistake to give too much weight to the desperate act of Luigi Preiti, the troubled, unemployed man who allegedly shot at and wounded two police officers in front of Palazzo Chigi, the official residence of Italy’s Prime Minister, late last month. And yet it is hard not to see something symbolic in the shooting, which occurred at the same time Italy’s new government was being sworn in. Preiti reportedly told police that he wanted to kill politicians, and anger against Italy’s political class has been the dominant mood in the country recently; politicians are routinely compared to zombies and vampires. In elections held in February, the Five Star Movement, a protest group led by the comedian Beppe Grillo, came out of virtually nowhere—with almost no television coverage or advertising—to win an astonishing twenty-five per cent of the vote on the anti-politician slogan Tutti a casa!” (“Send them all home”). Italians have only grown angrier and more frustrated since then, as they have watched an election with a central message of “change,” written in the biggest possible letters, result in the formation of a government that looks very much like those that came before it.
In some ways, the newly formed government of Enrico Letta, an alliance of left and right that includes both the main center-left party, the Democratic Party, and the former Prime Minister Silvio Berlusconi’s center-right People of Liberty party, seems new: at forty-six, Letta is one of Italy’s youngest Prime Ministers; his cabinet contains more women than any before it, along with the country’s first minister of color. In other aspects, it is eerily familiar. Letta himself began his career as a member of the Christian Democrats, the party that governed Italy from 1946 until 1993, and his uncle, Gianni Letta, is one of Berlusconi’s closest advisers and an old Christian Democrat himself. And the country’s President is still Giorgio Napolitano, an eighty-seven-year-old who’s been in office since 2006. More troubling than the government’s content is the means by which it was formed: the usual bargaining among the big parties, exactly the kind of self-interested insider power politics that Italians have come to hate. Coupled with all of this is the death, on Monday, of seven-time Prime Minister Giulio Andreotti—a pillar of post-Second World War Italy—which makes the old political order, itself no picnic, seem like a golden age of ordinary dysfunction compared to today’s new hyper-dysfunction.
February’s elections may have sent a clear message of change, but they did not produce a government to accomplish it. The left-of-center coalition, headed by the Democratic Party, won the largest share of the vote, with thirty per cent. In theory, this was a victory; in reality, it was a defeat, one that has only been compounded since the vote. By all logic, it was an election the left stood to win handily, thanks to the failures of Berlusconi, who was forced to resign his post in 2011 with the country on the brink of financial collapse, but it managed to prevail by only the narrowest of margins. Even so, leftists still came away with an opportunity to form the first left-wing government in modern Italian history. They failed, in spectacular fashion, to capitalize on it.
The Democratic Party, under the leadership of Pier Luigi Bersani, ran a bland, lackluster campaign that lacked a clear identity. “People didn’t know what we stood for,” Rosy Bindi, a party leader, said in a recent interview with La Repubblica. “Grillo stood for ‘Send them home!’ Berlusconi stood for ‘No property tax!’ But what did we stand for?” As a result, the Democratic Party and its coalition barely out-performed both Berlusconi and Grillo, and found itself in desperate need of a new partner.

The first natural place for the Democratic Party to turn after the elections was Grillo. Many in the party greeted the comedian’s stunning success as a welcome wake-up call, an opportunity to pursue a strong reformist and progressive agenda and regain an identity that had been blurred through compromises made in the course of cobbling together shaky centrist coalitions. Bersani’s strategy was to adopt the more reasonable proposals of the Grillo program—a new electoral law, reducing the number of and salary for members of parliament, a conflict-of-interest law, and a corruption law—and to ask for Grillo’s help in passing important pieces of the Democratic Party’s agenda. The left had successfully done this in Sicily, where the local Democratic Party has, with the Grillo movement’s help, made several positive steps, including, most importantly, the elimination of the area’s provincial governments—a costly and redundant structure on top of the municipal and regional governments that was mainly a source of political patronage and corruption. Bersani tried, quite cleverly, to maneuver Grillo into a similar solution on a national level in the elections for the presidency of the Italian Senate, in which he needed Grillo votes to get his chosen candidate approved. While Berlusconi offered Renato Schifani, a former mafia lawyer, as his candidate, Bersani—to everyone’s surprise—proposed the anti-mafia prosecutor Piero Grasso, thus forcing Grillo’s movement to face a stark choice: A mafia lawyer or someone who has dedicated his life to fighting the mafia? Although Grillo had strictly forbidden his followers in parliament from joining any coalition with other parties, the Grasso choice was too much for some of them, and a handful of defectors used the Senate’s secret voting process to elect Grasso and defeat Schifani. Bersani had hoped that there would be room for coöperation with the substantial group of Grillo’s followers who were prepared to support a reformist agenda. But he had not reckoned with the intransigence of Grillo and the strange, non-traditional nature of his movement. Grillo was furious, and threatened to excommunicate anyone who broke with party discipline. And his response to Bersani’s overtures was to call Bersani “a dead man walking” and repeat his goal: send all the politicians home, win a hundred per cent of the vote in future elections, and replace the party system with some form of direct, Internet-based democracy.
Members of the Democratic Party hoping to establish good relations with the scores of newly elected Five Star Movement deputies found it rough going. When I visited the Italian parliament in late March, many deputies I interviewed said that they had never met or spoken with a Five Star deputy. Grillo’s followers—many in their early twenties and showing up to their new jobs wearing baseball caps and carrying backpacks—resolutely refused to join the daily life of the Italian parliament, where deputies sit around on couches in the elegant long room outside the voting chamber or schmooze at the bar of the Lower House. One leading Five Star deputy even refused to shake hands with the Democratic Party leader Rosy Bindi when Bindi tried to introduce herself. Many of the “Grillini” showed up to work and placed can-openers on their desks to signify that they were going to open up the parliament and expose its corrupt ways. “The Grillini are nowhere around,” one member told me. “They move in groups so that they can keep an eye on each other and avoid individual members talking with us and becoming corrupted.”

The candidates on the Grillo slate were initially selected in online primaries involving an estimated twenty thousand people. Few of them had prior political experience. Many were young: students, unemployed or in the workforce for only a few years. This non-traditional group was precisely what Grillo had promised, but to some critics it seems more like a personality cult than a political movement. Some of the Five Star deputies, left to their own devices, might well have offered their support to Bersani’s proposed alliance, but Grillo, although himself not a member of parliament, was adamantly opposed, and maintained his group’s internal cohesion.
To make matters much more complicated, along with patching together a government, the newly elected parliament needed to vote in a new President of the Republic. Italy found itself in a devilish Catch-22: the President is the only one who can select someone to form a government (or dissolve parliament), but it is the parliament that must elect the President. And with Napolitano’s seven-year term about to end, Italy was rapidly approaching the point of having neither a government nor a President. And so, a parliament without a cohesive majority needed to quickly elect a new President before Napolitano’s original term ran out. Here, Bersani made what may go down in history as a genuinely tragic mistake. He did the one thing he absolutely shouldn’t have done: engage in direct one-on-one negotiations with Berlusconi. These private talks produced a mutually agreeable candidate, Franco Marini, a former labor leader and former president of the Italian Senate. Marini is a man of considerable merit, but he is also eighty years old, and as a candidate chosen through a back-room deal with Berlusconi he represented exactly the old-fashioned politics-as-usual that Bersani had promised to avoid. Quite predictably, the deal blew up in Bersani’s face. He was met with a massive internal rebellion from his party; Marini was voted down. And when Bersani tried to placate his fellow Democrats by proposing the more acceptable figure of Romano Prodi, his own party rejected that solution, too, forcing Bersani to resign as party secretary. It was a stunning sequence of events: in about forty-eight hours, Bersani had gone from being the head of the country’s largest political force to being a humiliated member of a party that had been reduced to a smoking ruin. It was a chilling spectacle—like watching someone commit hara-kiri in public. After that, the Democrats were terrified of being slaughtered in new elections, and were prepared to agree to almost anything. In order to stop the hemorrhaging, Bersani and most of his party quickly agreed to the humiliating solution of getting Napolitano to stay on a little longer. And so a shot-gun marriage with Berlusconi (which they had said they would never agree to) was arranged, and Enrico Letta was chosen to head the new government.

The traditional left in Italy is in deep despair, and Bersani may have signed his own party’s death warrant. Both Berlusconi and Grillo are in good positions to profit from his mistakes whenever the next elections arrive. (Although national elections are technically scheduled to be held five years from now, a vote will be held before then if the government falls, and given the shaky and contentious nature of this coalition it is reasonable to expect exactly that.) All that said, it is not impossible that something decent may come of the present government. Letta is a shrewd man, and everyone in his party understands that if they fail to make at least some real progress toward reform and economic health they will be flayed alive in the next elections. Some of Italy’s better governments of recent years—the governments of Giuliano Amato, in 1992, and Carlo Azeglio Ciampi, in 1993—did some excellent things because the country’s then-major parties were fighting for their lives. Letta, who is a determined supporter of the E.U., is already using his good relations with German Chancellor Angela Merkel to give Italy some room for easing up on austerity measures. He is trying to move ahead with reducing the size and generous pay of the Italian parliament—a symbolic measure, to be sure, but an important symbol. Still, it’s hard to see how he can move on a variety of important issues, like an anti-corruption law, conflict-of-interest legislation, or major economic reforms, on which he is likely to encounter intense resistance from Berlusconi.
The genuine tragedy for Italy is that all of this inside-baseball politics occurs against a truly bleak picture for many of the country’s sixty million residents. Italy’s G.D.P. has grown hardly at all in twenty years. It has the highest level of inequality in Western Europe and the actual standard of living of millions of working Italians has dropped. The country has a bloated government sector but has failed to invest in important things like research and development. Taxes are exorbitantly high for those who are forced to pay them, but millions of self-employed Italians pay a fraction of what they should. Youth unemployment is at forty per cent, and many younger workers live at home well into their thirties because all they can find are temporary, low-paying jobs. Reversing this deeply-entrenched set of related problems would be a tall order for any government, but the task will be even harder for Letta, who must not only grapple with all these issues but somehow find a way to create order out of a government built in chaos.

venerdì 24 maggio 2013

Alberto Toscano - The last stand of Italy's bankrupt political class @ The Guardian, Uk, 30 April 2013 + A reply by Romy Clark Giuliani @ The Guardian, 3 May 2013



The last stand of Italy's bankrupt political class

by Alberto Toscano
@ The Guardian,  30 April 2013

A deal with the devil Berlusconi may shore up this dictatorship of the bourgeoisie. Can it last in a land pulsing with atomised rage?
On Sunday a new government was formed in Italy. Led by Enrico Letta, a moderate member of the Partito Democratico (PD), it is the first "grand coalition" the country has seen since the signing of the postwar constitution in 1947. Commentators have already pointed to other firsts: the youngest cabinet in Italian history (average age 53); that with the highest proportion of female ministers (a third); and the first black minister (Cécile Kyenge, the minister for integration, whose appointment has already drawn racist comments from the Northern League). Yet despite the veneer of novelty, Lampedusa's dictum from his novel The Leopard still sums up Italy's predicament: "If we want things to stay as they are, things will have to change." To grasp why, a little history is in order.
The new government was effectively imposed by Italy's octogenarian president Giorgio Napolitano, who was returned to an extraordinary second seven-year term in office by the implosion of the PD during the parliamentary presidential voting. Having failed to get the Christian Democrat trade unionist Franco Marini appointed in the first two votes, after dissent from its left wing – and in the face of the inspired proposal of Beppe Grillo's Five Star Movement to make the progressive jurist Stefano Rodotà its own candidate – the PD had a paper majority to elect Romano Prodi, the only politician its camp has produced in the past 20 years who has actually defeated Berlusconi.
But 101 of its members – "defectors" – killed the candidacy in a secret ballot. Napolitano, who had already enabled the appointment as prime minister of Mario Monti after Berlusconi's exit over a looming sovereign debt crisis, then returned under the sign of national emergency, with the moral authority to demand a "government of the president".
Far from a turnaround, this is in many ways the logical conclusion of Napolitano's political career: having joined the Italian Communist party after the collapse of fascism, he has always been a strong proponent of a "historical compromise": an alliance between communists and Christian Democrats to overcome economic crisis and political turmoil. This was an ill-conceived idea in its own time, and today a left-right compromise looks like nothing but a ruse to salvage a political class buffeted by Grillo's digital populism and widespread public contempt.
The orchestrators of the coup in the PD that gave Napolitano the power to form a government (many suspect the machinations of Massimo D'Alema, whose cynical dealings with Berlusconi are a matter of record) clearly wished to see off the challenge of Grillo's Five Star Movement, and chose to consolidate the implicit left-right alliance that already supported Monti's austerity government. Berlusconi was recast as the lesser evil, even if for the bulk of the PD's supporters – some of whom have taken to burning their membership cards – this is a pact with the devil. Berlusconi has effectively forced his opponents to acquiesce to his conditions – including renegotiating the IMU property tax and appointing his second-in-command, Angelino Alfano, as minister of the interior. All this while "il Cavaliere" is still facing plural indictments.
This government is the last stand of a political class that is unable to generate a concerted, popular and legitimate vision of Italy's path through and out of the crisis. Like the Monti government, it could be termed a dictatorship of the bourgeoisie: a government with no popular mandate, to rule for a limited if ill-defined period, and whose principal task is kick-starting an economic recovery defined not in terms of social needs but "growth": profit-making and exploitation.
Though pious noises are made about youth unemployment and insecurity, it will no doubt continue with the recipe that has been rolled out over the past 20 years: privatisations and reforms that make capital more predatory and labour more insecure. The spread in government bond yields between Italy and Germany, which seems to have become the sole cipher of our political future, appears already to be decreasing, though, so all must be well.
Fabrizio Saccomanni, the new minister of the economy – also director of the Bank of Italy, an architect of the Maastricht treaty and former employee of the IMF – tells us, with unshaken economic idealism, that it's all a matter of restoring "confidence", and that his priority will be helping businesses and the weakest members of society. How he plans to square that circle is not clear in a southern Europe gripped by crisis: the remedy is just more of the disease, with the inevitable consequences for political legitimacy and social conflict that we've already witnessed in Greece.
Will this government last? It's difficult to say. The PD can barely face its own members and after the recent shambles it risks the fate of the Greek Pasok. Berlusconi has nothing to lose and will wield tremendous power, not to mention continuing to shield himself from the law. Grillo and the Five Stars may capitalise on the government's intransigence, now that the party system has proven itself to be as cravenly cynical as they had always claimed.
Outside the walls of power of what Pasolini castigated as il Palazzo, there is an angry and anxious country. Atomised rage has already manifested itself with a man shooting two carabinieri outside the prime minister's residence during the swearing in. The only hope now lies in those movements that will be able to socialise that rage to fight for the public good and common needs, and not to reproduce a system that is so desperately and disastrously trying to reproduce itself.
                                                §§§§§§§§§                                          
As a member of the former Italian Communist party (PCI), can I respond to two assertions made by Alberto Toscano in his article on the new Italian government (Comment, 30 April)?
First, he claims that the proposed historic compromise, supported by Giorgio Napolitano, referred to an alliance between communists and Christian Democrats and that it was "an ill-conceived idea in its own time". In fact, Eric Hobsbawm, in his extended interview with Napolitano in the mid-70s, explained it more accurately when he said that Berlinguer, then leader of the PCI, observed that the historic compromise must be conceived not as a mere political alliance, but as a mobilisation of a broad range of diverse social groups. The proposal was set out in three articles written by Berlinguer in 1973, after the coup in Chile. Berlinguer talked of a coming together of the three strands of popular socio-cultural and political traditions in Italy – communist, socialist and Catholic – as a possible way forward in the light of the Chilean experience. It was never about a compromise with the Christian Democratic party as such, rather with the Catholic left movement.
Second, Toscano claims the Partito Democratico formed the present government coalition because it wanted to see off Beppe Grillo's Five Star Movement. This was not the case at all. The PD, under Pier Luigi Bersani, tried to negotiate a political, policy-based agreement with Grillo, who refused. Grillo is nothing but a dangerous anti-politics clown who is holding the country to ransom and, as a result of his populist demagoguery, the present government was the only viable alternative to fresh elections. It is Grillo's so-called challenge that is responsible for Berlusconi being back in a position to dictate terms.
Romy Clark Giuliani
Lancaster

lunedì 29 aprile 2013

Alberto Toscano - Italy's left loses the popularity contest again @ The Guardian, 27 February 2013



Italy's left loses the popularity contest again

by Alberto Toscano
@ The Guardian, 27 February 2013

However grotesquely, Berlusconi and Grillo succeeded in this election where the left always fails – to mobilise the masses - Read more on Guardian website

It's not every day that Corriere della Sera, the historic mouthpiece of Italian capitalism, quotes Mao Zedong. On Monday, sensing the chaotic scenario that now transpires from the official results of Italy's general election, one of their leader writers recalled, in a tone of trepidation, the famous dictum: "Great disorder under heaven; the situation is excellent".
The day after, the disorder is plain for all to see. And there are two men for whom the situation is indeed excellent. Berlusconi bounced back improbably by stressing his key message, now retooled for times of austerity: contempt for any attempt on behalf of law or state to curb acquisitive individualism. The usual veiled apologias for tax evasion were accompanied this time around by a declaration, following the scandal around kickbacks for the sale of helicopters to India, that Italian businessmen should bribe officials of "incomplete democracies". The great gambit of his campaign had been to offer Italian voters a rebate on the unpopular IMU house tax passed by Mario Monti's government.
Once again, Berlusconi played what psychoanalysis refers to as the "obscene father", the one who encourages you to flout the law and enjoy yourself without any regard for consequences. Berlusconi's riposte to Monti's prescription for austerity was a rhetoric of licence, embracing rather than disguising the very persona that makes him such an object of disgust abroad: the misogynist, corrupt CEO. The notable gap between projected and actual votes for Berlusconi hints at the residual social shame in identifying with this particular type of authority figure.
The undisputed victor is of course Beppe Grillo, leader and sole brand owner of the Five Star Movement, which has risen to become the biggest party in the Italian parliament, after only three and a half years in existence. Obscenity is a core weapon in Grillo's arsenal – this is the man who once called the Nobel prize scientist Rita Levi-Montalcini an "old whore", and organised a mass meeting under the banner of "Fuck off Day". For all the differences in their politics, the parallels in style between Berlusconi and Grillo have been remarked on by many: above all, they both perform an extremely personalised form of politics, in which crass soundbites abound.
But the grotesque enigma that is this Italian election should perhaps be approached from the opposite direction: how did Pierluigi Bersani's coalition, built around the centre-left Partito Democratico (PD), manage to lose an election after what seemed to be the terminal decline of Berlusconi?
Three interlinked explanations offer themselves: the euro; unemployment; and the public rallies. Adding together Grillo and Berlusconi's votes, more than half of Italians voted against remaining in the common currency, or at the very least, for a referendum. Initially greeted with relief, as a kind of bourgeois dictator – in the ancient Roman sense of a ruler for a finite time of emergency – Monti revealed himself as the bearer of a project of "reforms", of which the sole possible benefit was staving off the growing spread between Italian and German bond valuations, and the fiscal wrath of Berlin and Brussels.
The PD's highly ambivalent position towards the entire European austerity programme – presenting Monti as a necessary evil at first, then intermittently criticising him from the left – was complicated by the absence of a strategy for dealing with mass unemployment, especially among the young. It meant that the PD was incapable of channelling any of the anxiety and anger that Grillo's eclectic programme tapped into.
Ever since the demise of the Italian Communist party in the early 90s, the protracted stillbirth of a social democratic party has taken place under the mission statement of turning Italy into a "normal country" (the slogan of the PD's predecessor party). But what does "normal" mean amid the ongoing crisis in which most Italians recognise that there is no "economic miracle" in the offing?
Devoid of either political passion or political programme, the Democratic party has depended on a relatively loyal core of voters scared into the voting booth by Berlusconi but incapable of real enthusiasm for a party that is capable of simultaneously praising Sergio Marchionne's brutal restructuring of Fiat and declaring itself the party of labour.
Plagued by an ideological inferiority complex to liberalism, and unable to define anything resembling a reformist alternative to Monti's regressive, hair-shirt reforms, the PD, along with the defeated rump of a non-liberal left in the Civil Revolution list, has also left mass mobilisation to Grillo – as well as a number of the issues he's incoherently strung together, from ecology to the social wage.
The city squares filled by Grillo's supporters are a sad reminder of the truly popular response to the crisis in Spain and Greece. They are the symptom or negative image of the so-called left's incapacity, in its long-term desire for governmental respectability, to mobilise public energies and collective action. One should always beware of the anti-political slogan "neither left nor right", which is key to Grillo's movement. But unlike a right that can do very well with an atomised, resentful electorate, a left without mass politics is not deserving of the name.

martedì 23 aprile 2013

Marta Serafini: Grillo pubblica i dati delle Quirinarie: «Rodotà ha preso 4.677 voti» @ Corriere della Sera, 23 aprile 2013


Grillo pubblica i dati delle Quirinarie, le consultazioni online del Movimento Cinque Stelle per scegliere il candidato alla presidenza della Repubblica. E lo fa tre giorni dopo la nomina del capo dello Stato.
SEI TURNI - Secondo quanto si legge sul blog, i voti espressi sono stati :
-
Gabanelli Milena Jole: 5.796
- Strada Luigi detto Gino: 4.938
- Rodotà Stefano: 4.677
- Zagrebelsky Gustavo: 4.335
- Imposimato Ferdinando: 2.476
- Bonino Emma: 2.200
- Caselli Gian Carlo: 1.761
- Prodi Romano: 1.394
- Fo Dario: 941.

Dopo la rinuncia di Milena Gabanelli e Gino Strada, Stefano Rodotà ha accettato di candidarsi ed è stato il candidato votato dal MoVimento 5 Stelle in aula. Nei sei turni di votazione Rodotà è stato votato rispettivamente 240, 230, 250, 213, 210, 217 volte.
LA CERTIFICAZIONE - Di 48.292 che avevano diritto a votare, hanno espresso la loro preferenza in 28.518. Per partecipare era necessario essere iscritti al Movimento ed era obbligatoria la registrazione sul blog di Beppe Grillo. Il processo dei due turni di voto è stato verificato dalla società di certificazione internazionale DNV Business Assurance e durante le votazioni Grillo ha denunciato di aver subito un attacco hacker. Polemiche erano nate all'indomani dell'elezione di Giorgio Napolitano al Quirinale, in quanto il M5S sosteneva che il nome di Rodotà fosse quello espresso dalla maggioranza dei cittadini. Un'affermazione cui però fino ad oggi non aveva fatto seguito la pubblicazione delle preferenze ottenute. Il tutto mentre nel M5S si continua a discutere sull'opportunità o meno di introdurre una piattaforma di democrazia liquida per proporre leggi e iniziative. Un sistema che non dovrebbe però essere esteso alla selezione dei candidati, che continueranno a essere votati sul blog di Beppe Grillo, con il metodo di Plurality Voting.

Venerdì 19 Aprile 2013 - Elezioni del Presidente della Repubblica - Il giorno del golpe istituzionale al Quarto scrutinio


lunedì 22 aprile 2013

Stefano Rodotà: Sono e resto un uomo di sinistra. @ La Repubblica, 22 aprile 2013 (diventerà famosa come Lettera a Scalfari)



Sono e resto un uomo di sinistra

di Stefano Rodotà @ La Repubblica
22 aprile 2013

CARO direttore, non è mia abitudine replicare a chi critica le mie scelte o quel che scrivo. Ma l'articolo di ieri di Eugenio Scalfari esige alcune precisazioni, per ristabilire la verità dei fatti. E, soprattutto, per cogliere il senso di quel che è accaduto negli ultimi giorni. Si irride alla mia sottolineatura del fatto che nessuno del Pd mi abbia cercato in occasione della candidatura alla presidenza della Repubblica (non ho parlato di amici che, insieme a tanti altri, mi stanno sommergendo con migliaia di messaggi). E allora: perché avrebbe dovuto chiamarmi Bersani? Per la stessa ragione per cui, con grande sensibilità, mi ha chiamato dal Mali Romano Prodi, al quale voglio qui confermare tutta la mia stima. Quando si determinano conflitti personali o politici all'interno del suo mondo, un vero dirigente politico non scappa, non dice "non c'è problema ", non gira la testa dall'altra parte. Affronta il problema, altrimenti è lui a venir travolto dalla sua inconsapevolezza o pavidità. E sappiamo com'è andata concretamente a finire.

La mia ca
ndidatura era inaccettabile perché proposta da Grillo? E allora bisogna parlare seriamente di molte cose, che qui posso solo accennare. È infantile, in primo luogo, adottare questo criterio, che denota in un partito l'esistenza di un soggetto fragile, insicuro, timoroso di perdere una identità peraltro mai conquistata. Nella drammatica giornata seguita all'assassinio di Giovanni Falcone, l'esigenza di una risposta istituzionale rapida chiedeva l'immediata elezione del presidente della Repubblica, che si trascinava da una quindicina di votazioni. Di fronte alla candidatura di Oscar Luigi Scalfaro, più d'uno nel Pds osservava che non si poteva votare il candidato "imposto da Pannella". Mi adoperai con successo, insieme ad altri, per mostrare l'infantilismo politico di quella reazione, sì che poi il Pds votò compatto e senza esitazioni, contribuendo a legittimare sé e il Parlamento di fronte al Paese.

Incostituzionale il Movimento 5Stelle? Ma, se vogliamo fare l'esame del sangue di costituzionalità, dobbiamo partire dai partiti che saranno nell'imminente governo o maggioranza. Che dire della Lega, con le minacce di secessione, di valligiani armati, di usi impropri della bandiera, con il rifiuto della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, con le sue concrete politiche razziste e omofobe? È folklore o agire in sé incostituzionale? E tutto quello che ha documentato Repubblica nel corso di tanti anni sull'intrinseca e istituzionale incostituzionalità dell'agire dei diversi partiti berlusconiani? Di chi è la responsabilità del nostro andare a votare con una legge elettorale viziata di incostituzionalità, come ci ha appena ricordato lo stesso presidente della Corte costituzionale? Le dichiarazioni di appartenenti al Movimento 5Stelle non si sono mai tradotte in atti che possano essere ritenuti incostituzionali, e il loro essere nel luogo costituzionale per eccellenza, il Parlamento, e il confronto e la dialettica che ciò comporta, dovrebbero essere da tutti considerati con serietà nella ardua fase di transizione politica e istituzionale che stiamo vivendo.

Peraltro, una analisi seria del modo in cui si è arrivati alla mia candidatura, che poteva essere anche quella di Gustavo Zagrebelsky o di Gian Carlo Caselli o di Emma Bonino o di Romano Prodi, smentisce la tesi di una candidatura studiata a tavolino e usata strumentalmente da Grillo, se appena si ha nozione dell'iter che l'ha preceduta e del fatto che da mesi, e non soltanto in rete, vi erano appelli per una mia candidatura. Piuttosto ci si dovrebbe chiedere come mai persone storicamente appartenenti all'area della sinistra italiana siano state snobbate dall'ultima sua incarnazione e abbiano, invece, sollecitato l'attenzione del Movimento 5Stelle. L'analisi politica dovrebbe essere sempre questa, lontana da malumori o anatemi.

Aggiungo che proprio questa vicenda ha smentito l'immagine di un Movimento tutto autoreferenziale, arroccato. Ha pubblicamente e ripetutamente dichiarato che non ero il candidato del Movimento, ma una personalità (bontà loro) nella quale si riconoscevano per la sua vita e la sua storia, mostrando così di voler aprire un dialogo con una società più larga. La prova è nel fatto che, con sempre maggiore chiarezza, i responsabili parlamentari e lo stesso Grillo hanno esplicitamente detto che la mia elezione li avrebbe resi pienamente disponibili per un via libera a un governo. Questo fatto politico, nuovo rispetto alle posizioni di qualche settimana fa, è stato ignorato, perché disturbava la strategia rovinosa, per sé e per la democrazia italiana, scelta dal Pd. E ora, libero della mia ingombrante presenza, forse il Pd dovrebbe seriamente interrogarsi su che cosa sia successo in questi giorni nella società italiana, senza giustificare la sua distrazione con l'alibi del Movimento 5Stelle e con il fantasma della Rete.

Non contesto il diritto di Scalfari di dire che mai avrebbe pensato a me di fronte a Napolitano. Forse poteva dirlo in modo meno sprezzante. E può darsi che, scrivendo di non trovare alcun altro nome al posto di Napolitano, non abbia considerato che, così facendo, poneva una pietra tombale sull'intero Pd, ritenuto incapace di esprimere qualsiasi nome per la presidenza della Repubblica.
Per conto mio, rimango quello che sono stato, sono e cercherò di rimanere: un uomo della sinistra italiana, che ha sempre voluto lavorare per essa, convinto che la cultura politica della sinistra debba essere proiettata verso il futuro. E alla politica continuerò a guardare come allo strumento che deve tramutare le traversie in opportunità. 

(Saint Pancras: Quest'uomo rappresenta il lato migliore dell'Italia. Il fatto che si sia tramato in modo torbido contro di lui, contro Romano Prodi e contro la volontà popolare solo per un manipolo di infami deputati killer di chiara provenienza centrista, cattolica e massonica, è una vergogna indicibile e rimarrà nella storia, in saecula saeculorum. Ps: la risposta di Scalfari non la inseriamo in calce per motivi di decenza intellettuale.)


domenica 21 aprile 2013

Lizzy Davies: Giorgio Napolitano re-elected as Italy's president, prompting relief and protests @ The Guardian, 20 April 2013


Giorgio Napolitano re-elected as Italy's president, prompting relief and protests 
by Lizzy Davies @ The Guardian  (Read more)

Giorgio Napolitano, an 87-year-old political veteran who had been planning to embark on a well-earned retirement within weeks, has become the first Italian president to be re-elected to serve a second term, after squabbling and discredited party leaders who had failed to agree on his successor begged him to stay on "in the higher interests of the country".
In an unprecedented move which observers said raised Italy's chances of seeing the formation a broad coalition government, the widely-respected former Communist was re-elected with cross-party backing that included Silvio Berlusconi's centre-right Freedom People (PDL) party and the centre-left Democratic party (PD).
Napolitano received 738 votes, easily surpassing the simple majority needed in the sixth round of an election that since Thursday had been dogged by vicious infighting in the PD and had compounded the political stalemate in which Italy has been stuck for weeks.
The result was greeted with relief and a standing ovation by most MPs in the chamber of deputies. But outside hundreds of protesters damned what they saw as a depressing sign of Italy's political stagnation and back-room deal-making.
In a furious denunciation on his blog, Beppe Grillo, the former comedian and founder of the anti-establishment Five Star Movement (M5S), declared Napolitano's re-election a "coup d'état" that had been engineered by political heavyweights desperate to "prevent change". Announcing he was on his way to Rome in his camper van to protest the move outside the parliament, he called for millions to join him in a "mobilisation of the people".
The M5S had backed the respected academic Stefano Rodotá for head of state. He received 217 votes. No other candidate attracted any significant support. Romano Prodi, the former prime minister whose candidacy was humiliatingly rebuffed on Friday, received two votes.
Napolitano's decision to stand again for the presidency came after political leaders including Berlusconi and Mario Monti, Itay's caretaker technocratic prime minister, visited him one by one at the Quirinale palace on Saturday morning to plead with him to stay on.
Until then, Napolitano, who will be 88 in June and would be nearly 95 by the end of a second seven-year term, had dismissed such appeals, citing his advancing years.
But such is the respect he commands in an otherwise deeply polarised and fractured political landscape that in the end it was to Re Giorgio (King George) that the party leaders, desperate to bring closure to an electoral saga that had covered none of them in glory, turned.
"I believe I must offer my availability as requested," he said in a brief statement just before MPs were due to begin voting in the sixth ballot, adding that he could not "shun my responsibility towards the nation". Pointedly, he added that he trusted that his decision would be met with "a similar collective assumption of responsibility" by the political leaders.
The presidency is largely a ceremonial role but is crucial in periods of instability as only the head of state has the power to dissolve parliament, call elections and name a new prime minister.
In the eight weeks since February's inconclusive parliamentary elections, Napolitano has made no secret of his desire to see a government of some kind formed rather than sending Italians back to the polls. Pier Luigi Bersani, the centre-left PD leader to whom he had given an exploratory mandate to form a government, had refused to enter into a grand coalition arrangement with Berlusconi's centre-right bloc, and the M5S had refused to enter into anything with him.
On Friday night, though, a beleaguered Bersani said he would step down as PD leader as soon as a new president was chosen, thus potentially opening the path to fresh negotiations which Napolitano is expected to begin immediately. Some observers speculated that Giuliano Amato, a two-time prime minister who is himself now 74, could serve as prime minister in a new government with a limited lifetime and reformist remit.