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lunedì 8 luglio 2013

Paolo Nori: Quei morti di Reggio Emilia e noi @ PolitiKamp Civati, Reggio Emilia, 7 luglio 2013



Quei morti di Reggio Emilia e noi

L'intervento dello scrittore Paolo Nori ieri al Politicamp di Reggio Emilia: i fatti del 7 luglio 1960, il primo maggio, una poesia di Mariangela Gualtieri, il Partito democratico e molto altro

Buongiorno. Grazie dell’invito. Io volevo dire due cose, la prima, oggi è il 7 luglio, io ho scritto un romanzo sul 7 luglio del 1960, che si intitola Noi la farem vendetta e che parla di quello che è successo qua a Reggio Emilia 53 anni fa, che in pratica è successo che 5 operai sono stati uccisi perché volevano far sciopero. Ecco, voi, nel senso degli organizzatori, mi avete chiesto di parlare di questa cosa e a me sembra che il modo migliore, di parlarne, per me, sia ripetere un breve discorso che ho fatto in occasione di un convegno che c’è stato al teatro Ariosto di Reggio Emilia il 7 luglio del 2010, in occasione del cinquantenario, e il discorso che leggo tratta della paura, e dura poco più di cinque minuti, e si intitola Cosa ci possono fare, e fa così (dovete far finta di essere al teatro Ariosto):
Buongiorno, vi ringrazio per avermi invitato e per avermi dato la possibilità di lavorare ancora su questo, non so come dire, argomento, forse, anche se è strano, chiamare la cosa di cui parliamo oggi un argomento, non è mica un argomento, è una cosa dentro la quale c’è un po’ tutto; se uno comincia a studiare quel che è successo il 7 luglio del 1960 a Reggio Emilia, partendo da lì può parlare di tutto, mi sembra e io, oggi, ho pensato di parlar della paura, cominciando dalla mia, paura, e continuando con la nostra, paura, e quel passaggio lì, mia – nostra, io – noi, anche quello lì non è mica un argomento, anche lì mi sembra che ci sia della sostanza, della roba che a me, per come son fatto, mi dà da pensare, e da pensare mi danno i cosiddetti fatti di Reggio Emilia e il 7 luglio del 1960, e quel che è successo su una piazza che c’è qui a Reggio Emilia che adesso si chiama Piazza Martiri del 7 Luglio.
Quel giorno lì io avevo pauraEcco su questa piazza, qui di fianco, c’è un teatro, che si chiama Cavallerizza, dove nel 2006, quattro anni fa, io ho fatto una lettura quasi integrale di un romanzo che ho scritto su questi fatti, sul 7 luglio del 1960.
Ecco quel giorno lì io avevo paura; io avevo paura perché le cose che avevo scritto mettevan le mani dentro una cosa che, in un certo senso, come si dice con una frase fatta, con un modo di dire, appartiene alla storia d’Italia, e, se accettiamo la vaghezza dei modi di dire, questa cosa qua è anche vera; anche se le tracce, nei libri di testo, nelle enciclopedie, di questa cosa, di quel che è successo sulla piazza qui di fronte il 7 luglio del 1960, le tracce, dicevo, son molto labili, quasi nulle, e imprecise, false, a volte, a volte vien da pensare artatamente falsificate, e viene da chiedersi cosa sarebbe rimasto, di questa memoria, se non ci fosse stata una canzone, la canzone di Fausto Amodei Per i morti di Reggio Emilia, e a me da parte mia vien da dire che senza quella canzone il romanzo che ho scritto probabilmente non esisterebbe perché, probabilmente, io non avrei saputo niente, dei morti di Reggio Emilia, senza quella canzone.
Invece quella canzone esiste, e io ho saputo qualcosa, dei fatti di Reggio Emilia, e dopo i fatti di Genova del 2001,
a me è venuto in mente di scrivere un romanzo sulla violenza dello stato, e ho pensato a quella canzone, e ho scritto il romanzo, e la prima uscita pubblica è stata una lettura quasi integrale al teatro La cavallerizza, qui di fianco, e quel giorno lì io avevo paura, perché con questo romanzo io avevo l’impressione di aver messo le mani dentro una cosa che è vero, che appartiene alla storia d’Italia, ma è una cosa che appartiene anche alla storia di cinque famiglie che io non lo sapevo, come l’avrebbero preso, il romanzo che avevo scritto, e che quella sera sarebbero state lì, a sentirlo, e avevo paura.
Dopo è successo che quando la lettura è finita, dopo più di quattro ore, Ettore Farioli, il figlio di Lauro Farioli, è venuto dietro il palco e mi ha abbracciato, e io, per me, quello lì, sono cose difficili da dire, ma per me è stato un po’ come una benedizione, una benedizione laica, ma queste cose qua, quell’abbraccio lì di Ettore Farioli, e le cose che mi ha detto Silvano Franchi, il fratello di Ovidio, e le cose che mi ha scritto Alberta Reverberi, la figlia di Emilio, ecco quelle cose lì, per me, io, questo libro ha vinto un premio, l’unico premio letterario che ho vinto per un romanzo che ho scritto io, il premio Liugi Russo Pozzale, a pari merito, a pari merito conGomorra di Saviano, io lo dico adesso, che son passati quattro anni ma non l’ho detto praticamente a nessuno, quando è successo, son cose che uno si vergogna, e l’unico a cui ho telefonato per dirlo, tranne i miei amici, quelli che vedevo spesso in quel periodo lì, che lì, Dove vai? Eh devo andare ad Empoli, A far cosa? Eh, mi danno un premio, Che premio, e così via, ma l’unico al quale ho telefonato apposta per dirglielo, è stato Silvano Franchi, e lui mi ha detto che era molto contento, e mi ha fatto molti auguri per il mio futuro e la mia carriera, lui, a me, come una specie di benedizione, e io ho l’impressione che quella gente lì, i cosiddetti familiari delle vittime dei fatti di Reggio Emilia, per una questione che io non so spiegarla, per il carico che han portato tutti questi anni, da soli, quelle son cose che si portano da soli, per quel fatto lì, è gente che, quello che dice, è più pesante, vale di più di quel che posso dire io, o voi, è gente che ha patito tanto, senza colpa, che ha le mani benedette, in senso laico, che dove mettono le mani crescono i fiori, e che quando parlano, quando Lauro Farioli dice, parlando di suo padre, che è stato ucciso quando lui aveva due anni, Non mi ricordo niente, Mi son dovuto attaccare a una fotografia, quando dice, parlando di quel che è successo il 7 luglio del 1960 Queste son cose che la scuola, le istituzioni, se ne dovrebbero far carico, questa cosa qua, detta da lui, ha un peso che, detta da me, o da voi, non ce l’ha. E questa gente qua, secondo me, loro, sono, involontariamente, una cosa della quale io, personalmente, e credo anche voi, quindi noi, abbiam bisogno.


Un racconto di Rodari
Mi spiego meglio. Faccio una digressione, voglio leggervi un breve racconto di Gianni Rodari, si intitola A comprare la città di Stoccolma, e fa così:
Al mercato di Gavirate capitano certi ometti che vendono di tutto, e di più bravi di loro a vendere non si sa dove andarli a trovare.
Un venerdì capitò un ometto che vendeva strane cose: il Monte Bianco, l’Oceano Indiano, i mari della Luna, e aveva una magnifica parlantina, e dopo un’ora gli era rimasta solo la città di Stoccolma.
La comprò un barbiere, in cambio di un taglio di capelli con frizione. Il barbiere inchiodò tra due specchi il certificato che diceva: Proprietario della città di Stoccolma, e lo mostrava orgoglioso ai clienti, rispondendo a tutte le loro domande.
- È una città della Svezia, anzi è la capitale.
- Ha quasi un milione di abitanti, e naturalmente sono tutti miei.
- C’è anche il mare, si capisce, ma non so chi sia il proprietario.
Il barbiere, un poco alla volta, mise da parte i soldi, e l’anno scorso andò in Svezia a visitare la sua proprietà. La città di Stoccolma gli parve meravigliosa, e gli svedesi gentilissimi. Loro non capivano una parola di quello che diceva lui, e lui non capiva mezza parola di quello che gli rispondevano.
- Sono il padrone della città, lo sapete o no? Ve l’hanno fatto, il comunicato?
Gli svedesi sorridevano e dicevano di sì, perché non capivano ma erano gentili, e il barbiere si fregava le mani tutto contento:
- Una città simile per un taglio di capelli e una frizione! L’ho proprio pagata a buon mercato.
E invece si sbagliava, e l’aveva pagata troppo. Perché ogni bambino che viene in questo mondo, il mondo intero è tutto suo, e non deve pagarlo neanche un soldo, deve soltanto rimboccarsi le maniche, allungare le mani e prenderselo.
L’antiamericanismo non ha senso Ecco, a me questo racconto fa venire in mente un mio amico di Modena, che una volta, per una enciclopedia anarchica che c’è in rete, gli hanno chiesto di dare la definizione della parola Antiamericanismo, e lui ha risposto L’antiamericanismo non ha senso, perché l’America è di tutti, e non possiamo essere contro qualcosa che è di tutti.
Ecco, secondo me, la gente che è andata in piazza il 7 luglio del 1960, io in questo movimento, nel fatto di andare in piazza, nonostante la polizia avesse già reagito in modo violento nei giorni precedenti, nel fatto di andare in piazza proprio contro la violenza della polizia, che è stato quello che è successo a Reggio Emilia il 7 luglio del 1960, io ci leggo due cose, la prima è che questa piazza qui, la piazza dei teatri, è di tutti, e tutte le piazze e le strade e i viali di Reggio Emilia e di tutte le città dell’Emilia e dell’Italia e del Mondo, sono di tutti: la seconda che non bisogna avere paura.
E a me sembra che i famigliari di Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, questa cosa qua, che gli hanno ucciso il fratello, o il padre, o il figlio, quand’erano in vita i genitori, son cinquant’anni che la guardano in faccia, senza avere paura, ce l’hanno lì, tutti i giorni, è lo zaino che si mettono addosso quando escon di casa, e questa cosa, questo peso, questo zaino, ai miei occhi, li ha vivificati, li ha benedetti, li ha fatti diventar degli esempi, e, per quanto sia difficile, sarebbe bello se io, se noi, mi viene da dire, riuscissimo perlomeno a provare a far come loro.
Il coro delle mondine di Novi
C’è un libro di Kapuściński sull’Iran, si intitola Sha in sha, e a un certo punto Kapuściński dice così: I libri sulle rivoluzioni iniziano di solito con un capitolo dedicato alla corruzione del potere in declino, alla miseria e alle sofferenze del popolo. Dovrebbero invece cominciare con un capitolo di analisi psicologica dove si spieghi il processo per cui un uomo oppresso e in preda al terrore vince improvvisamente i suoi timori e smette di avere paura. È un processo insolito, che talvolta si compie in un attimo come per una specie di choc liberatorio: l’uomo si sbarazza della paura e si sente libero. Senza questo processo, non ci sarebbe alcuna rivoluzione.
C’è una canzone, che ho sentito cantare recentemente dal coro delle mondine di Novi, dove c’è quel ritornello famoso: Sì ben che siamo donne, paura non abbiamo, che a me mi commuove perché la cantava mia nonna, e mia nonna, i suoi eran mezzadri, e eran diciassette fratelli e sorelle, e suo marito, mio nonno, era orfano, e eran così poveri, anzi, c’era una miseria, a Parma si dice In casa nostra c’era una miseria, che quando siam diventati poveri abbiam fatto una festa.
Ecco mia nonna, quando si è sposata, mi han raccontato che le sue amiche le avevan chiesto come mai avevo sposato un uomo così brutto, girava la voce che mio nonno era brutto, secondo me era non bello, bellissimo, ma allora dicevano che era brutto, non era tanto alto, i capelli rossi, le lentiggini.
Be’ mia nonna una volta me l’ha spiegato, perché aveva sposato mio nonno. C’era stato un furto, e i carabinieri gli erano entrati in casa con le armi spianate per perquisirgli la casa, e Tuo nonno, mi ha detto mia nonna, li guardava in faccia come per dirgli E allora? Credete di farci paura? Non ci fate mica paura.
Che va be’, mio nonno poi è mio nonno, e io, essendo lui mio nonno, e quel nonno lì, io gli voglio un bene che non si può dire ma secondo me, al di là del fatto che era mio nonno, aveva ragione mio nonno, e lo diceva già un altro, tempo prima: Cosa ci possono fare? Ci possono ammazzare, ma non ci possono fare del male. Grazie.
Poi magari funzionano anche i microfoniEcco. Questo era l’argomento che mi avete chiesto di trattare e grazie di avermelo chiesto e l’ho fatto molti volentieri potrei anche fermarmi qui solo che invece faccio come quelli che quando prendono il microfono non lo mollano più e approfitto della vostra pazienza per dirvi una cosa che riguarda voi, nel senso di questa associazione che ruota intorno a Pippo Civati e che non saprei identificare bene neanche con un nome, e che forse non è neanche un’associazione è un gruppo di persone che io identifico con Pippo, con una mia amica che si chiama Carlotta Zarattini, e con un’altra mia amica che si chiama Elly Schlein e che fa parte di questo movimento che credo si chiami Occupy Pd.
Ecco, io, devo dire, Pippo, per esempio, quando interviene in pubblico, se c’è qualcosa che non funziona, non so, non si accende un microfono, o non parte un computer, lui dice «E be’, cosa volete, siamo pur sempre del Partito Democratico, non può funzionare tutto».
Ecco, voi siete pur sempre del partito democratico, e questa è la cosa che non capisco, e mi viene da chiedervi Ma perché?
E mi vien da pensare, scusate la banalità del mio intervento, ma io, politicamente, sono, probabilmente, un po’ ingenuo, un po’ greve, poco raffinato, ma mi vien da pensare che il partito democratico, o quello che c’era prima, se io penso a una cosa vergognosa, che esiste in Italia, sono i Centri di Identificazione e Espulsione, e quella cosa lì, col nome di Centri di Permanenza Temporanea, è stata istituita con la legge Turco Napolitano, che è una legge che hanno firmato Livia Turco e Giorgio Napolitano.
Cosa avete a che fare, voi, con quella roba li?
E, lo dico per inciso, adesso è partita la raccolta delle firme per l’abolizione, dei Centri di Identificazione e Espulsione, volevo approfittare di questa occasione per dire che io, non che la cosa sia importante, ma io, quel referendum lì, lo vado a firmare; credo che sia un referendum radicale, e che non sia appoggiato dal Partito democratico, che, come diceva ieri Soru, è il più grande gruppo misto del parlamento italiano, e mi viene da chiedervi, ancora: cosa ci fate, voi, nel partito democratico?
Perché non fate una cosa vostra, per conto vostro, che è una cosa più difficile, credo, ma forse, non so come dire, più sensata, che dopo magari funzionano anche i microfoni.
E la seconda cosa che vorrei leggervi, parla forse di questa cosa qua, del fatto di fare le cose da soli, ed è un discorso sul lavoro, e, adesso io non me ne intendo, ma mi sembra che, adesso a nessuno gli piace il lavoro precario, però a me sembra che la legge, in Italia, che ha aperto al lavoro flessibile, dicevano allora, che adesso si chiama, appunto, lavoro precario, sia legge Treu, governo Prodi (cosa ci fate voi nel partito democratico?), e il breve discorso che vi leggo adesso e con il quale finisco, è un discorso che ho scritto per il primo maggio di due anni fa, e l’avrei dovuto fare a Parma e a Treversetolo, alle manifestazioni della Cgil per il primo maggio di Parma e di Traversetolo, solo che poi era piovuto e la manifestazione di Parma è stata annullata, e quella di Traversetolo anche quella. Allora, è stato un discorso che mi è un po’ rimasto da fare e vi ringrazio per l’opportunità che mi date di farlo, dura dieci minuti e si intitola Il dolce far niente
e fa così (dovete far finta di essere a Parma e che sia il primo maggio):

Mi sun chi per laurà
Buongiorno, buonasera; io mi chiamo Paolo Nori, sono di Parma, scrivo dei libri, e mi hanno chiamato qui, per il primo maggio, a parlar del lavoro, che è una cosa che io, una quindicina di anni fa, quando ho cominciato a scrivere dei libri, non avrei mai detto, che mi avrebbero chiamato i sindacati a parlar del lavoro in occasione del primo maggio, perché io, il lavoro, cerco di lavorare il meno possibile.
Mi viene in mente una cosa che ho scritto anche in un libro, che non so se vi ricordate, ma qualche anno fa, forse tre anni fa, per radio c’era una pubblicità dove c’era una signora che diceva Ahmed, ripeti con me: Mi sun chi per laurà. E c’era questo Ahmed che diceva Mi sun chi per Laura. No, diceva la signora, non per Laura, per laurà. E Ahmed diceva Per laurà. Bravo Ahmed, diceva la signora, vedi che è facile? E poi si sentiva una musichetta e poi la voce di uno speaker che diceva che era una campagna di un qualche ministero per non mi ricordo che scopi.
E a me, non so, mi era venuto in mente che nei romanzi stranieri del sette e dell’ottocento, una delle espressioni italiane che avevo trovato più spesso, scritta in corsivo e con una nota che diceva In italiano nel testo, era: il dolce far niente.
Allora, non so come dire, avevo l’impressione che a noi, i casi erano due, o ci prendevano per degli altri, oppure ci stavano cambiando proprio i connotati.
Sempre in quel periodo lì, nella biblioteca sala borsa di Bologna, nel bagno degli uomini, qualcuno aveva scritto sulla porta la traduzione di una frase che doveva essere stato una specie di manifesto dei situazionisti.
Non lavorate mai, c’era scritto con un pennarello nero, e di fianco un cerchio attraversato da una freccia piegata che doveva essere il simbolo dell’autonomia.
E sotto qualcun altro aveva scritto, sempre con un pennarello nero: E chi ci ha mai pensato.
Ecco io, quelle cose lì, il dolce far niente, e quella scritta sul bagno della sala borsa, devo dire, le capisco, così come capisco un anarchico di Cremona che si lamentava degli anarchici che all’inizio del secolo nelle manifestazioni protestavano al grido di Pane e lavoro, e diceva che era sufficiente chiedere Pane, Pane e basta, dovevano gridare, secondo lui, e allo stesso modo mi sembra di capire una poesia di Nino Pedretti, che è un poeta romagnolo che scrive delle poesie che io trovo memorabili, una per esempio si intitola Partigiani e non c’entra molto, con il primo maggio, ma siccome il 25 aprile è appena passato mi fa piacere leggere anche quella che fa così:
I partigiani
Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza. Per questo abbiam sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti. Ma anche così sapevamo che di fronte a un boia di fascista noi eravam persone, e loro marionette.
Quella invece che c’entra con il primo maggio si intitola I nomi delle strade, è sempre di Nino Pedretti e fa così.
I nomi delle strade
Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi, son dei papi,
di quelli che scrivono, che dan dei comandi, che fan la guerra.
E mai che ti capiti di vedere via di uno che faceva i berretti
via di uno che stava sotto un ciliegio via di uno che non ha fatto niente
perché andava a spasso sopra una cavalla.
E pensare che il mondo è fatto di gente come me
che mangia il radicchio alla finestra
contenta di stare, d’estate, a piedi nudi.
Ecco. Questo volevo dirlo come premessa, che a me, anche il non far niente, è una cosa che mi piace.
Quando lavoravo facendo dei lavori veri
Poi volevo dire che stamattina, quando mi son svegliato, alle sette e mezza, ho sentito un rumore, che mi sembrava di conoscerlo, mi sono affacciato alla finestra e ho visto un camion della spazzatura, con uno spazzino che lo caricava, e dopo, dall’altra parte della Porrettana, io abito a Casalecchio di Reno, su via Porrettana, c’era un autobus, che andava, e allora ho pensato che oggi, primo maggio, festa del lavoro, c’è della gente che lavora, io faccio questi pensieri che non son dei pensieri molto sofisticati, mi ero anche appena svegliato, bisogna, dire, ma delle volte li faccio anche da sveglio, son dei pensieri così, da poco, oggi primo maggio c’è della gente che lavora che, tra l’altro, subito dopo m’è venuto un altro pensiero simile che oggi, primo maggio, dovevo lavorare anch’io, che dovevo scrivere questo piccolissimo discorso che si avvia ormai alla fine che voi siete qui per sentire dell’altra roba e non è giusto che io approfitti di questo microfono che mi avete dato per dei quarti d’ora, no no, ho quasi finito, aggiungo soltanto che quella cosa lì, quello spazzino, quell’autista dell’autobus di stamattina, per il fatto che stamattina era il primo maggio, il loro lavoro prendeva un significato che a me sembrava più forte, c’era come un aura, intorno a quell’autobus e intorno a quel camion della spazzatura, e, forse, dopo, c’era anche intorno al mio computer, ma forse no, che io faccio un lavoro un po’ così che si fa anche fatica a chiamarlo lavoro e forse è proprio per quello che a me piace tanto. Che quando lavoravo facendo dei lavori veri, quando per esempio facevo l’apprendista salumaio, nei prosciuttifici di San Vitale Baganza, tre mesi d’estate, che avevo sedici anni, o quando per esempio facevo il facchino per il colle all’Althea di via Budellungo a Parma, che avevo trent’anni, e è stato il primo lavoro che ho fatto dopo la tesi, io mi ricordo che anche lì c’eran delle cose che mi piacevano, per esempio quando finivo di lavorare io ero così contento che mi sarei strappato i capelli, dal tanto che ero contento, se si capisce; dopo, la penultima cosa che vorrei dire, è una cosa a cui ho pensato una volta che sono andato a presentare un romanzo che era un romanzo sui giochi elettronici, e, a pensare ai giochi elettronici, io avevo pensato che io, che nel 1963, per me e per quelli come me, il mondo era forse un po’ diverso da quello delle generazioni precedenti.
Era una cosa che ho poi scritto anche dentro un romanzo, e po l’ho riscritta anche dentro un altro romanzo, e dev’essere una cosa che mi sembra che sia interessante perché tutte le volte che avevo l’occasione di dirla la dico, e così anche oggi.
E praticamente consiste nel fatto che quelli che son nati negli anni venti, e che avevano vent’anni negli anni quaranta, avevan dovuto combattere perché c’era la guerra e servivano dei soldati. Quelli che son nati negli anni trenta, e avevan vent’anni negli anni cinquanta, avevan dovuto lavorare perché c’era stata la guerra e c’era un paese da ricostruire. Quelli che son nati negli anni quaranta, e che avevan vent’anni negli anni sessanta, avevan dovuto lavorare anche loro perché c’era il boom economico e una grande richiesta di forza lavoro. Quelli che son nati negli cinquanta, e che avevan vent’anni negli anni settanta, avevan dovuto contestare perché il mondo così com’era stato fino ad allora non era più adatto alla modernità o non so bene a cosa. Poi eravamo arrivati noi, nati negli anni sessanta e che avevamo vent’anni negli anni ottanta e l’unica cosa che dovevamo fare, era stare tranquilli e non rompere troppo i maroni.
Mi sembrava che noi, avevo detto, fossimo stata la prima generazione che, se ci davano un lavoro, non era perché c’era bisogno, ci facevano un favore.
Cioè era come se il mondo, che per i nostri genitori era stata una cosa da fare, da costruire, per noi fosse già fatto, preconfezionato, e l’unica cosa che potevamo fare era mettere delle crocette, come nei test.
E allora aveva anche senso, che proprio in quel periodo lì, negli anni ottanta, fossero comparsi in Italia i giochi elettronici, perché uno di vent’anni che passava sei o otto ore al giorno a giocare ai giochi elettronici, che negli anni cinquanta sarebbe stato un disadattato (Sei un delinquente, gli avrebbero detto i suoi genitori), a partire dagli anni ottanta andava benissimo, perché rispondeva al compito precipuo della sua generazione, di stare tranquillo e non rompere troppo i maroni.
Noi, quelli che avevano la nostra età, la mia età, quarantotto anni, il nostro strumento, la nostra leva per farci spazio, nel mondo, per noi non era più, com’era stato per le generazioni precedenti l’entusiasmo, o il dovere, o il senso di sacrificio, o la speranza di un mondo migliore o non so cosa. No. Noi, la nostra leva, quello che ci costringeva a entrare nel mondo, per noi, era la disperazione, mi sembrava.
Ecco, quando poi è uscito, quel libro, qualcuno mi ha chiesto cosa penso di quelli che son nati negli anni settanta, negli anni ottanta e negli anni novanta, e quello che penso, io ne so poco, ma mi sembra che anche per loro, la situazione sia identica alla nostra, con una differenza, però, forse ce ne sono di più, io ne vedo una, che almeno noi quando lavoravamo ci pagavano, loro, quando cominciano a lavorare, non li pagano, e questa, secondo me, è una cosa orribile.
Noi, nati negli anni sessanta
Però, la cosa che mi viene da dire, è che noi, anche noi, nati negli anni sessanta, che abbiamo quasi cinquant’anni, ormai, siam quasi vecchi e non siam quasi entrati, nel mondo, siamo ancora lì, in un angolo, che ci ricordiamo che ci han detto di non rompere troppo i maroni, e allora, la prima volta che ho letto la poesia con la qualche voglio concludere questo breve intervento, e vi ringrazio molto di avermi invitato e di avermi dato la possibilità di lavorare il primo maggio, la prima volta che ho sentito questa poesia con la quale concludo, dicevo, ho pensato che era stata scritta per me, anche se avevo quasi cinquant’anni mentre la poesia è dedicata a dei bambini, l’ha scritta Mariangela Gualtieri osservando dei bambini che partecipavano ai laboratori del teatro delle briciole di Parma, e si intitola Sermone ai cuccioli della mia specie e fa così:
Cari cuccioli, vi ho guardato a lungo. Ero lì nascosta nel buio e vi guardavo giocare, nascosta nel buio come una carogna, come una spia che studia il nemico, come un ladro che aspetta il momento buono, come un terrorista che guarda a distanza e fa i suoi piani d’innesco. Io vi guardavo ammutolita, intenerita da voi, cari cuccioli della mia specie, e poi anche disgustata da voi che eravate lì inermi a un palmo dal mio naso.
Siete indeboliti cuccioli. Siete spaventati e soli. Siete avidi. Siete sazi. Siete svuotati. Sfiniti siete. Siete vinti.
Io vi guardavo da una quasi nausea, da tutto quel buio: ricordavo un’antica infelicità d’infanzia, un’antica paura. ricordavo bene quell’essere fra gli altri, spersa, sola. La mia paura me la ricordavo, guardando la vostra. Ricordavo bene il mio sguardo, come se lo avessi sempre visto da fuori: sbigottito, quasi non ci credevo d’essere in questo mondo, non me lo spiegavo, il mondo, non mi raccapezzavo. Come precipitata ero, dalle altezza caduta molto giù, molto di lato, nel mondo degli uomini e delle donne. Nel mondo delle case di mattoni. Nel mondo dove si lavora e si mangia e si dorme e si fa la cacca ogni giorno e ogni giorno si fa la pipì tante di quelle volte e si mangia e si dorme e ci si lava la faccia.
Da dentro quello sguardo, chiusa lì dentro nella mia fortezza io guardavo il mondo dei grandi e provavo una grande pietà. Io li sentivo che piangevano dentro. Sentivo che non ce la facevano. Li sentivo gridare dentro. Con muri dentro, con scarafaggi e muffe, dentro. E un giorno, quando ero molto piccola, ho fatto un giuramento, un giuramento infante, senza le parole, ma chiarissimo e sonante: io me li prendo tutti nel petto e li scampo, li porto in salvo.
Ho giurato così, senza dire neanche una di queste parole, ma con tutte queste parole più forti cento volte. Nel mio letto, vicino al grande armadio con lo specchio, fra le sponde altre di legno, con la sorella vicina che tossiva, giuravo forse ogni notte, per quella tosse, per la faccia stanca del mio babbo, e per tutte le facce dei grandi, coi loro segni come di grande pena. Una bambina nel suo letto ha fatto il giuramento, recitato la formula che salva, forse ha vinto sulla morte e sul mondo.
Aspettavo il giorno in cui mi avrebbero detto il grande segreto. Sentivo, lo sapevo, che dietro al loro non dire niente si nascondeva la grande verità. Sentivo, lo sapevo, che loro sapevano tutto quello che io non sapevo. Sentivo che un giorno me lo avrebbero detto e io avrei capito il mondo e non avrei sofferto come loro, perché loro stavano già soffrendo anche per me. Sentivo e aspettavo.
Poi molto piano, molto in ritardo, molto piano, millimetro dopo millimetro, in un lavorio di tic tac e minuti molto piccoli, piano piano, sono passata di là, sono caduta del tutto nel mondo, appiattita, schiacciata al suolo in un lento atterraggio.
Adesso, cari cuccioli, io sono grande. Sono molto grande. Sono quello che mai e poi mai avrei voluto essere: una persona grande. Adesso io sono dei loro. Adesso lontanissima sono dai miei favolosi sette anni, quando ero un genio buono, uscito da poco dalla lampada, e un filosofo ero, ma senza le parole, un grandioso poeta analfabeta, un artista senz’arte.
Adesso da qui, da questo esilio duro, da questo corpo con peso, da questa mente complicata, da questa mente ingombrante, da qui, da questo buio che è tutto il mio, da qui vi guardo, adorandovi. Vi chiedo aiuto. Una parte di me vi supplica, vi implora, vi chiede aiuto e aiuto. Adesso tocca a voi salvarmi, fare il giuramento. Potrete? Ci riuscirete? Mi sentite? Sentite?
Dicono che siete rotti. Siete sazi, dicono. Corrotti. Rovinati siete, come tutto il resto. Anche voi nella lista lunga delle perdite: l’acqua, l’aria, il silenzio, il pudore… Anche voi. Stuprati siete, rotti. Vecchissimi e troppo stanchi per l’infanzia. Scarichi. Vuoti.
Allora adesso imparate. Imparate l’odore dei nemici potenti. Sbranate, cuccioli, le loro mani piene. Scassate le loro tane come galere. Sputare sui loro piatti. incendiate le stanze gonfie di giocattoli, scappate, morsicate, tirate pietre sui televisori, scalciate, spaccate questo micidiale nostro sogno, l’inesauribile bisogno di confort, fateci a pezzi, scancellate noi, puniteci per aver fatto di voi le nostre miniature, per avervi disinnescati, resi innocui, per non avervi ascoltati, nel vostro sommo sapere.
Voi che eravate le porte del regno dei cieli e chi non passava da voi non passava, voi che eravate purissima gioia, voi che eravate noi bloccati nella più grande bellezza, voi che somigliavate ai cuccioli degli altri animali, voi che capivate lo splendore misterioso degli animali, voi che dormivate un sonno perfetto e benedetto, voi che vi svegliavate ridendo, voi che facevate balletti strepitosi. Voi, nostre divintà domestiche.
Nascete ancora, cuccioli. Restate. Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate. Siate.

giovedì 27 giugno 2013

Lapo Berti: La democrazia che verrà (se verrà) @ lib21 blog



La democrazia che verrà (se verrà)
di Lapo Berti @ lib21.org  Read more

Le elezioni sono ormai alle spalle. Abbiamo detto, su questo sito, che, molto probabilmente, si sarebbero rivelate inutili, pleonastiche, per la scarsa capacità dei partiti, anche di quelli più nuovi, di innovare sostanzialmente l'offerta politica, adeguandola al contesto della globalizzazione. La rumorosa irruzione sulla scena politica del M5S sconvolge il quadro politico, ma non muta questa situazione. Muta il modo di fare e di essere della politica. È tempo, dunque, di cominciare a ragionare sullo scenario politico che si sta delineando e, al suo interno, dei destini della democrazia.

La democrazia dei partiti è finita?
È sorprendente che nessuno, o quasi, abbia notato che alle elezioni 2013 il PD era praticamente l'unica rappresentanza politica che ancora assomigliasse alla forma partito che ha dominato la scena politica del "secolo breve". Li ricordiamo bene i partiti di massa del secolo XX. Organizzazioni poderose, strutturate verticalmente e diffuse capillarmente, e capaci, quindi, di tenere insieme, con il cemento dell'ideologia, intere porzioni di una società articolata lungo le linee di faglia prodotte dal conflitto fordista. Organizzazioni cui la condivisione di un'ideologia forte, quasi una religione, forniva un forte potere identitario, la cui presa era accresciuta dalla capacità del partito di occupare, attraverso una serie di organismi collegati, pressoché tutti gli spazi della vita degli individui, da quelli del lavoro a quelli dello svago, a quelli della cultura, a quelli del consumo, costituendo una sorta di mondo chiuso all'interno del quale si viveva una specie di simulazione di quel mondo nuovo che s'intendeva costruire. Era il mondo del noi, i "compagni", gli "amici", contrapposto al mondo di "loro", e questa contrapposizione, il fatto di sentirsi in lotta contro un nemico, non un avversario, era parte costitutiva di un senso di appartenenza che prescindeva, in buona parte, dai contenuti concreti del programma e dell'azione politica, perché era orientato e riempito dal sole dell'avvenire, dalla fiducia in un futuro migliore che sarebbe venuto e che andava costruito.
Tuttavia, anche l'unico partito rimasto della lunga stagione novecentesca, il PD, al di là dei travagli che lo stanno portando all’implosione, non è che un pallido riflesso di quella realtà ideale e organizzativa. Gli manca, innanzitutto, la coesione ideologica, il possesso di una visione, e gli manca il robusto insediamento nella vita quotidiana di milioni di persone, attraverso i mille luoghi che consentivano di partecipare a una vita collettiva.
Il partito è diventato un organo verticistico, in cui si tentano fusioni a freddo fra gruppi dirigenti e culture politiche diverse, fra rappresentanze d'interessi. Qualche brandello di senso di appartenenza sopravvive, appeso a ciò che rimane di un'identità antica e pesante, specialmente nelle generazioni più anziane. Ma ha il carattere più di un'incrostazione che si tratta di rimuovere piuttosto che di una spinta vitale, in contrasto con una nuova modalità di adesione che tende a privilegiare il programma, la tutela degli interessi.
A parte il PD, le altre formazioni che hanno partecipato alla competizione elettorale sono delle strane creature che gravitano intorno a figure più o meno carismatiche, che, in un modo o in un altro, devono la loro notorietà alla sfera dei media e che dello sfruttamento dei media fanno il loro principale strumento di comunicazione, di reclutamento e di produzione di identità. Quello che le accomuna sembra essere l’inclinazione a una drastica semplificazione della realtà, che è, prima di tutto, una reazione istintiva alle alchimie partitiche, a quegli incomprensibili e interminabili giochetti parlamentari che hanno finito per svuotare il processo decisionale pubblico, trasmettendo ai cittadini un senso diffuso di inanità, quando non la rabbia per le risposte che non venivano ai problemi sentiti da tutti.
Ma bisogna anche stare attenti a non fare di tutte le erbe un fascio, perché ci sono anche tratti che distinguono fortemente le diverse formazioni in campo. Da una parte, c'è quella che ha del capo una concezione fideistica, quasi religiosa, e che si nutre anche di una scarsa cultura politica, dell’assenza di senso civico, dell’insofferenza per le regole democratiche, o per le regole tout court, di un atteggiamento che tende a essere più da spettatori che da cittadini attivi. È il ventre molle della società italiana, quella massa non di rado maggioritaria che l’antipolitica ce l’ha nel sangue, perché è intimamente antidemocratica, premoderna. A essa da sempre attingono i populismi, a partire da quello fascista. Non è un caso che sullo sfondo s’intraveda talvolta l’eterno simulacro dell’uomo forte, ritenuto capace di risolvere d’un colpo tutti i problemi, senza indulgere ai defatiganti e talora incomprensibili “riti” della democrazia rappresentativa. Dall'altra, c'è il movimento dei "grillini", il quale fa sì riferimento a un "capo" carismatico, che fa addirittura a meno anche di un simulacro di partito, ma che sarebbe profondamente errato assimilare al capo tipicamente populista del "Popolo delle libertà". Il ruolo, la funzione, il modo di porsi dei due non potrebbero essere più diversi. Grillo ha messo sù, ha "inventato", il movimento dei "grillini", ma lo ha fatto tramite gli strumenti leggeri, "virali", della rete, mentre Berlusconi l'ha fatto mettendo in campo gli strumenti pesanti dell'organizzazione aziendale, delle risorse finanziarie e della
macchina mediatica di cui disponeva. Grillo porta in parlamento persone comuni, che compongono uno spaccato della società che viene avanti dentro la metamorfosi di sistema che è in corso. Berlusconi porta in parlamento persone che devono semplicemente fare da amplificatori della sua comunicazione e, soprattutto, essere a lui fedeli. Non gli importa che rappresentino qualcosa della società. Devono semplicemente essere dei simboli, specialmente le donne, delle icone. Devono solo rappresentare lui. Le pulsioni sociali che anche Berlusconi legge con straordinaria lucidità gli servono solo per alimentare la macchina del consenso alla sua presenza mediatica e alla gestione privatistica della sfera pubblica. Grillo coglie, con grande intuito, rabbie, bisogni, che emergono dalla società e che si nutrono di profonde e talora antiche frustrazioni e insoddisfazioni e le trasforma in una poderosa macchina politica che ancora deve prendere forma, ma già fa sentire la pressione della sua potenza.
Il berlusconismo ha qualcosa di antico, di eternamente uguale, nella cultura politica mai nata del popolo italiano. Il grillismo, invece, appare tremendamente moderno, nella rozza immediatezza del suo modo di fare politica, di rappresentare, senza filtrarle, senza elaborarle, le pulsioni di rivolta più diffuse, nella loro genericità. Ma è anch’esso inquinato da una vena di antipolitica, d’insofferenza per la democrazia, che lo accomuna al berlusconismo. Certo, il grillismo dà voce a un’insofferenza per la politica dei partiti che rappresenta una reazione sana, popolare, all’inconcludenza, alla degenerazione, alla corruzione della classe dirigente politica. Ma non la risolve in iniziativa politica, la disperde nella vana ricerca di un qualcos’altro dalla politica che non sarà certo la rete a fornire, anche se la rete costituisce una formidabile risorsa politica che il grillismo ha capito e sta sfruttando, mentre i partiti zombi non se ne sono ancora accorti.

Democrazia senza partiti
Se, come afferma Revelli nel suo ultimo, lucidissimo libro, "il controllo monopolistico dello spazio pubblico da parte del partito novecentesco è finito" (p. 135), ne consegue necessariamente che fra i cittadini e il luogo principe della rappresentanza, il parlamento, tra i cittadini e il governo, si distende oggi uno spazio apparentemente vuoto, anche se, a guardare meglio, lo si vede pullulare di una miriade di forme di vita associativa che però non riescono, almeno oggi, a innervare un robusto processo di partecipazione alle decisioni collettive. Viene da pensare che questo enorme spazio vuoto che il vitalismo sociale non riesce a colmare finirà con il produrre un ulteriore offuscamento del ruolo dello stato nazionale e del suo governo, favorendo l'emergere e
il consolidarsi di spazi di governo, come quello regionale o, forse ancor più, quello delle macro-regioni, anche trans-frontaliere, dove la distanza fra cittadini e rappresentanti, fra cittadini e governo, è più ridotta e rende più agevole la comunicazione e il controllo. Forse, nella prospettiva di un rilancio della costruzione europea, questo slittamento della vita democratica verso la dimensione regionale potrebbe anche essere colto come una risorsa per dare rinnovata sostanza a un'Unione Europea sorretta da processi reali e non solo da scelte politiche, per lo più prive di legittimazione e partecipazione da parte dei popoli.
I partiti, nella loro forma novecentesca, non risorgeranno a nuova vita. Probabilmente, continueranno a trascinare una vita stentata ancora per molto tempo, in attesa che la società riesca a elaborare un nuovo contesto istituzionale che consenta una trasfigurazione della democrazia. In questa transizione, la cui durata e i cui esiti sono imprevedibili, sarebbe opportuno riuscire a imporre ai partiti che continueranno ad avere un ruolo nel governo degli stati nazionali e di aggregazioni più ampie, come l'Unione Europea, l'attuazione di misure che ridisegnino lo spazio istituzionale, in particolare ridefinendo i confini dei poteri sistemici, ivi compresi quello economico- finanziario e quello mediatico, in modo da aprire nuovi spazi al dispiegamento della democrazia.

Democrazia del pubblico
È bene avvertire che la sfiducia nei partiti, la caduta della lealtà e dell'identificazione dei cittadini nei confronti dei partiti, non sono un fenomeno unicamente italiano anche se alcune peculiarità negative del contesto nazionale contribuiscono a renderlo più marcato, addirittura più virulento. Ed occorre anche tenere bene a mente che non si tratta di un fenomeno nuovo. È da almeno 15-20 anni che gli studiosi ne segnalano la presenza in tutte le maggiori democrazie dell’occidente. Si tratta, dunque, di una deriva lunga, sospinta da forze profonde. I fenomeni cui stiamo assistendo, la crisi verticale dei partiti, l’emergere di movimenti legati a capi carismatici, l’eterna tentazione delle scorciatoie populistiche, non sono che increspature della superficie che segnalano che ci stiamo muovendo alla ricerca di nuove soluzioni, di nuovi scenari.
Sono due gli aspetti che qui vorremmo, intanto, sottolineare. Il primo è la faticosa fuoriuscita dagli schemi imposti dalle fratture sociali imposte, lungo gran parte del secolo scorso, dall’organizzazione fordista della produzione. Quelle fratture, alimentate e irrigidite dalle grandi culture popolari sorte in reazione ai guasti della prima rivoluzione industriale, hanno segnato in profondità la cultura politica del novecento e gettano ancora la loro ombra lunga sulle prospettive politiche del presente, ostacolando il tentativo di delinearle con chiarezza. Oggi non è più il lavoro il discrimine che decide chi sta da una parte e chi sta dall’altra della barricata. Non ci sono più le barricate. Il lavoro resta una grande questione sociale, ma non è più la matrice dei movimenti politici. Sono altri i temi e i problemi che sollecitano l’impegno politico dei cittadini e generano spinte collettive: l’ambiente, la vita urbana, le migrazioni, le disuguaglianze economiche e sociali. E’ da questo contesto che nascono i movimenti che, non a caso, si raccolgono sotto l’insegna del 99%. Nell’ingenua immediatezza di tutti i movimenti allo stato nascente, essi colgono un fatto sostanziale che nessuna delle paludate scienze sociali ha colto, nonostante le sue manifestazioni siano sotto gli occhi di tutti da almeno un trentennio. Sto parlando dell’emergere di un potere semi-occulto e privo di qualsiasi controllo che ha preso la forma di un’oligarchia finanziaria globale che vive nei paradisi fiscali, nel mondo dell’offshore, dello shadow banking system, e da lì controlla e domina lo scenario economico mondiale, dettando la propria agenda ai governi di tutto il pianeta e assoldando la politica di tutti i paesi. È il mondo dell’1%, che, con il suo esistere, pone l’intero resto della società come un indistinto, contrapposto 99%, che cerca faticosamente e confusamente di riappropriarsi di quel potere che la promessa democratica aveva fatto, una volta, balenare davanti agli occhi di milioni di cittadini convinti di aver conquistato una volta per tutte il diritto di decidere su cosa è meglio per la società di cui fanno parte. Il destino delle democrazie è oggi sospeso su questo abisso che si è aperto nella società.
Il secondo aspetto è ancora in gran parte inesplorato, ma c’è il fondato sospetto che possa diventare centrale già a partire dall’indecifrabile esito delle elezioni italiane. La crisi dei partiti novecenteschi, motore della democrazia rappresentativa, ha riportato in superficie la mai sopite pulsioni verso la democrazia diretta ovvero verso il massimo accorciamento possibile della filiera che produce le decisioni politiche. Certo, oggi l’aspirazione alla democrazia diretta può contare sull’ausilio del web e di tecnologie che consentono anche forme sofisticate di consultazione dei cittadini. Una sorta di agorà elettronica potrebbe far rivivere le forme di democrazia diretta che vigevano nell’antica Atene?
La democrazia diretta è un tema attraente, ma insidioso. Appare come la soluzione più semplice e appropriata al problema delle decisioni collettive, ma nasconde in misura molto elevata l'insidia della dittatura della maggioranza, che nessun regime democratico ha pienamente risolto, e il rischio congiunto della fascinazione dei capi popolo.
C’è, infine, un terzo aspetto, che appare come un corollario della crisi dei partiti, ma potrebbe avere radici e valenze più profonde: il ruolo dei “tecnici”, o presunti tali, come supplenti della politica. È stato ricorrente, negli ultimi vent'anni, il ricorso a figure definite "tecniche" per assolvere funzioni di governo che i partiti non erano in grado di adempiere. Più in generale, si può dire che il sistema politico italiano nel suo insieme non è stato in grado di elaborare e, tanto meno, di gestire soluzioni efficaci ai problemi sempre più gravi e incancreniti che l'Italia si trovava di fronte a seguito di una modernizzazione mancata che rappresenta l'atto di nascita del declino cui sembriamo condannati. È nata così una supplenza politica che ha preso le forme di "governi tecnici" la cui principale caratteristica era, ed è, quella di operare sulla base di un conclamato "vincolo europeo" che, ormai da lungo tempo, si è rivelato come l'unico modo per fare o tentare di fare le cose che la realtà del paese richiedeva nell'ottica del l'integrazione europea. Così anche l'ultima parvenza di democrazia rappresentativa e di legittimazione dei partiti è scomparsa dal l'orizzonte politico italiano, rendendo impossibile l'elaborazione di soluzioni endogene e condivise ai problemi sul tappeto. La distanza fra cittadini e istanza politiche ha finito per farsi abissale, dilatando lo spazio per i populismi di ogni genere, i quali hanno il privilegio perverso di saltare tutte le peripezie e le fatiche della rappresentanza per affidarsi al capo carismatico che scioglie, come per incanto, tutte le difficoltà, almeno a parole.
Il ricorso sempre più frequente ai "tecnici" e il bisogno di un "vincolo esterno" da rispettare per legittimarie l'azione sono l'indice e l'espressione di una crisi verticale dei sistemi democratici, che non riescono più a esprimere una "volontà generale" sufficientemente condivisa.


Il primo ciclo della democrazia italiana si è esaurito 
Il primo ciclo della democrazia italiana si è esaurito. Ha prodotto risultati importanti, tenendo a bada le pulsioni populistiche e autoritarie che da sempre si agitano nel fondo oscuro della società italiana, ha stabilmente insediato nel nostro regime sociale il riconoscimento e la tutela formale dei diritti che fanno la democrazia, ha anche creato, almeno in parte, un'opinione pubblica democratica, ma non ha prodotto l'uomo democratico, non ha allevato quel cittadino attivo che ne è il presupposto necessario. Occorre, dunque, procedere oltre la democrazia puramente formale, che oggi nasconde e rende possibili raggruppamenti e comportamenti oligarchici in tutti i gangli decisivi della società, e provare a instaurare una piena sovranità del cittadino che, attraverso una rinnovata rete di istituzioni intermedie, sia in grado di far rappresentare la sua volontà in maniera sostanziale e, soprattutto, attraverso l'esercizio costante e organizzato di una cittadinanza attiva, sia in condizione di controllare ed, eventualmente, di sancire l'esercizio del potere da parte dei suoi rappresentanti. Occorrono forme nuove e strumenti nuovi per l'effetto o esercizio della sovranità popolare. La rete, i Social Network, non sono, come qualcuno pensa, la soluzione finalmente trovata al problema della democrazia diretta, ma costituiscono certamente strumenti formidabili per favorire la comunicazione, la conoscenza, la trasparenza, dell'attività dei governi, locali e centrali, e sono quindi il valido presupposto di una vera cittadinanza attiva, che è l'unica garanzia possibile di un autentico regime democratico ed è quello che finora, almeno nel nostro paese, ma non solo, è mancato. 

domenica 26 maggio 2013

ALEXANDER STILLE - THE CHAOS IN ITALY @ THE NEW YORKER, 7 MAY 2013



THE CHAOS IN ITALY

ALEXANDER STILLE 
THE CHAOS IN ITALY 
@ THE NEW YORKER, 7 MAY 2013

It would be a mistake to give too much weight to the desperate act of Luigi Preiti, the troubled, unemployed man who allegedly shot at and wounded two police officers in front of Palazzo Chigi, the official residence of Italy’s Prime Minister, late last month. And yet it is hard not to see something symbolic in the shooting, which occurred at the same time Italy’s new government was being sworn in. Preiti reportedly told police that he wanted to kill politicians, and anger against Italy’s political class has been the dominant mood in the country recently; politicians are routinely compared to zombies and vampires. In elections held in February, the Five Star Movement, a protest group led by the comedian Beppe Grillo, came out of virtually nowhere—with almost no television coverage or advertising—to win an astonishing twenty-five per cent of the vote on the anti-politician slogan Tutti a casa!” (“Send them all home”). Italians have only grown angrier and more frustrated since then, as they have watched an election with a central message of “change,” written in the biggest possible letters, result in the formation of a government that looks very much like those that came before it.
In some ways, the newly formed government of Enrico Letta, an alliance of left and right that includes both the main center-left party, the Democratic Party, and the former Prime Minister Silvio Berlusconi’s center-right People of Liberty party, seems new: at forty-six, Letta is one of Italy’s youngest Prime Ministers; his cabinet contains more women than any before it, along with the country’s first minister of color. In other aspects, it is eerily familiar. Letta himself began his career as a member of the Christian Democrats, the party that governed Italy from 1946 until 1993, and his uncle, Gianni Letta, is one of Berlusconi’s closest advisers and an old Christian Democrat himself. And the country’s President is still Giorgio Napolitano, an eighty-seven-year-old who’s been in office since 2006. More troubling than the government’s content is the means by which it was formed: the usual bargaining among the big parties, exactly the kind of self-interested insider power politics that Italians have come to hate. Coupled with all of this is the death, on Monday, of seven-time Prime Minister Giulio Andreotti—a pillar of post-Second World War Italy—which makes the old political order, itself no picnic, seem like a golden age of ordinary dysfunction compared to today’s new hyper-dysfunction.
February’s elections may have sent a clear message of change, but they did not produce a government to accomplish it. The left-of-center coalition, headed by the Democratic Party, won the largest share of the vote, with thirty per cent. In theory, this was a victory; in reality, it was a defeat, one that has only been compounded since the vote. By all logic, it was an election the left stood to win handily, thanks to the failures of Berlusconi, who was forced to resign his post in 2011 with the country on the brink of financial collapse, but it managed to prevail by only the narrowest of margins. Even so, leftists still came away with an opportunity to form the first left-wing government in modern Italian history. They failed, in spectacular fashion, to capitalize on it.
The Democratic Party, under the leadership of Pier Luigi Bersani, ran a bland, lackluster campaign that lacked a clear identity. “People didn’t know what we stood for,” Rosy Bindi, a party leader, said in a recent interview with La Repubblica. “Grillo stood for ‘Send them home!’ Berlusconi stood for ‘No property tax!’ But what did we stand for?” As a result, the Democratic Party and its coalition barely out-performed both Berlusconi and Grillo, and found itself in desperate need of a new partner.

The first natural place for the Democratic Party to turn after the elections was Grillo. Many in the party greeted the comedian’s stunning success as a welcome wake-up call, an opportunity to pursue a strong reformist and progressive agenda and regain an identity that had been blurred through compromises made in the course of cobbling together shaky centrist coalitions. Bersani’s strategy was to adopt the more reasonable proposals of the Grillo program—a new electoral law, reducing the number of and salary for members of parliament, a conflict-of-interest law, and a corruption law—and to ask for Grillo’s help in passing important pieces of the Democratic Party’s agenda. The left had successfully done this in Sicily, where the local Democratic Party has, with the Grillo movement’s help, made several positive steps, including, most importantly, the elimination of the area’s provincial governments—a costly and redundant structure on top of the municipal and regional governments that was mainly a source of political patronage and corruption. Bersani tried, quite cleverly, to maneuver Grillo into a similar solution on a national level in the elections for the presidency of the Italian Senate, in which he needed Grillo votes to get his chosen candidate approved. While Berlusconi offered Renato Schifani, a former mafia lawyer, as his candidate, Bersani—to everyone’s surprise—proposed the anti-mafia prosecutor Piero Grasso, thus forcing Grillo’s movement to face a stark choice: A mafia lawyer or someone who has dedicated his life to fighting the mafia? Although Grillo had strictly forbidden his followers in parliament from joining any coalition with other parties, the Grasso choice was too much for some of them, and a handful of defectors used the Senate’s secret voting process to elect Grasso and defeat Schifani. Bersani had hoped that there would be room for coöperation with the substantial group of Grillo’s followers who were prepared to support a reformist agenda. But he had not reckoned with the intransigence of Grillo and the strange, non-traditional nature of his movement. Grillo was furious, and threatened to excommunicate anyone who broke with party discipline. And his response to Bersani’s overtures was to call Bersani “a dead man walking” and repeat his goal: send all the politicians home, win a hundred per cent of the vote in future elections, and replace the party system with some form of direct, Internet-based democracy.
Members of the Democratic Party hoping to establish good relations with the scores of newly elected Five Star Movement deputies found it rough going. When I visited the Italian parliament in late March, many deputies I interviewed said that they had never met or spoken with a Five Star deputy. Grillo’s followers—many in their early twenties and showing up to their new jobs wearing baseball caps and carrying backpacks—resolutely refused to join the daily life of the Italian parliament, where deputies sit around on couches in the elegant long room outside the voting chamber or schmooze at the bar of the Lower House. One leading Five Star deputy even refused to shake hands with the Democratic Party leader Rosy Bindi when Bindi tried to introduce herself. Many of the “Grillini” showed up to work and placed can-openers on their desks to signify that they were going to open up the parliament and expose its corrupt ways. “The Grillini are nowhere around,” one member told me. “They move in groups so that they can keep an eye on each other and avoid individual members talking with us and becoming corrupted.”

The candidates on the Grillo slate were initially selected in online primaries involving an estimated twenty thousand people. Few of them had prior political experience. Many were young: students, unemployed or in the workforce for only a few years. This non-traditional group was precisely what Grillo had promised, but to some critics it seems more like a personality cult than a political movement. Some of the Five Star deputies, left to their own devices, might well have offered their support to Bersani’s proposed alliance, but Grillo, although himself not a member of parliament, was adamantly opposed, and maintained his group’s internal cohesion.
To make matters much more complicated, along with patching together a government, the newly elected parliament needed to vote in a new President of the Republic. Italy found itself in a devilish Catch-22: the President is the only one who can select someone to form a government (or dissolve parliament), but it is the parliament that must elect the President. And with Napolitano’s seven-year term about to end, Italy was rapidly approaching the point of having neither a government nor a President. And so, a parliament without a cohesive majority needed to quickly elect a new President before Napolitano’s original term ran out. Here, Bersani made what may go down in history as a genuinely tragic mistake. He did the one thing he absolutely shouldn’t have done: engage in direct one-on-one negotiations with Berlusconi. These private talks produced a mutually agreeable candidate, Franco Marini, a former labor leader and former president of the Italian Senate. Marini is a man of considerable merit, but he is also eighty years old, and as a candidate chosen through a back-room deal with Berlusconi he represented exactly the old-fashioned politics-as-usual that Bersani had promised to avoid. Quite predictably, the deal blew up in Bersani’s face. He was met with a massive internal rebellion from his party; Marini was voted down. And when Bersani tried to placate his fellow Democrats by proposing the more acceptable figure of Romano Prodi, his own party rejected that solution, too, forcing Bersani to resign as party secretary. It was a stunning sequence of events: in about forty-eight hours, Bersani had gone from being the head of the country’s largest political force to being a humiliated member of a party that had been reduced to a smoking ruin. It was a chilling spectacle—like watching someone commit hara-kiri in public. After that, the Democrats were terrified of being slaughtered in new elections, and were prepared to agree to almost anything. In order to stop the hemorrhaging, Bersani and most of his party quickly agreed to the humiliating solution of getting Napolitano to stay on a little longer. And so a shot-gun marriage with Berlusconi (which they had said they would never agree to) was arranged, and Enrico Letta was chosen to head the new government.

The traditional left in Italy is in deep despair, and Bersani may have signed his own party’s death warrant. Both Berlusconi and Grillo are in good positions to profit from his mistakes whenever the next elections arrive. (Although national elections are technically scheduled to be held five years from now, a vote will be held before then if the government falls, and given the shaky and contentious nature of this coalition it is reasonable to expect exactly that.) All that said, it is not impossible that something decent may come of the present government. Letta is a shrewd man, and everyone in his party understands that if they fail to make at least some real progress toward reform and economic health they will be flayed alive in the next elections. Some of Italy’s better governments of recent years—the governments of Giuliano Amato, in 1992, and Carlo Azeglio Ciampi, in 1993—did some excellent things because the country’s then-major parties were fighting for their lives. Letta, who is a determined supporter of the E.U., is already using his good relations with German Chancellor Angela Merkel to give Italy some room for easing up on austerity measures. He is trying to move ahead with reducing the size and generous pay of the Italian parliament—a symbolic measure, to be sure, but an important symbol. Still, it’s hard to see how he can move on a variety of important issues, like an anti-corruption law, conflict-of-interest legislation, or major economic reforms, on which he is likely to encounter intense resistance from Berlusconi.
The genuine tragedy for Italy is that all of this inside-baseball politics occurs against a truly bleak picture for many of the country’s sixty million residents. Italy’s G.D.P. has grown hardly at all in twenty years. It has the highest level of inequality in Western Europe and the actual standard of living of millions of working Italians has dropped. The country has a bloated government sector but has failed to invest in important things like research and development. Taxes are exorbitantly high for those who are forced to pay them, but millions of self-employed Italians pay a fraction of what they should. Youth unemployment is at forty per cent, and many younger workers live at home well into their thirties because all they can find are temporary, low-paying jobs. Reversing this deeply-entrenched set of related problems would be a tall order for any government, but the task will be even harder for Letta, who must not only grapple with all these issues but somehow find a way to create order out of a government built in chaos.

venerdì 24 maggio 2013

Alberto Toscano - The last stand of Italy's bankrupt political class @ The Guardian, Uk, 30 April 2013 + A reply by Romy Clark Giuliani @ The Guardian, 3 May 2013



The last stand of Italy's bankrupt political class

by Alberto Toscano
@ The Guardian,  30 April 2013

A deal with the devil Berlusconi may shore up this dictatorship of the bourgeoisie. Can it last in a land pulsing with atomised rage?
On Sunday a new government was formed in Italy. Led by Enrico Letta, a moderate member of the Partito Democratico (PD), it is the first "grand coalition" the country has seen since the signing of the postwar constitution in 1947. Commentators have already pointed to other firsts: the youngest cabinet in Italian history (average age 53); that with the highest proportion of female ministers (a third); and the first black minister (Cécile Kyenge, the minister for integration, whose appointment has already drawn racist comments from the Northern League). Yet despite the veneer of novelty, Lampedusa's dictum from his novel The Leopard still sums up Italy's predicament: "If we want things to stay as they are, things will have to change." To grasp why, a little history is in order.
The new government was effectively imposed by Italy's octogenarian president Giorgio Napolitano, who was returned to an extraordinary second seven-year term in office by the implosion of the PD during the parliamentary presidential voting. Having failed to get the Christian Democrat trade unionist Franco Marini appointed in the first two votes, after dissent from its left wing – and in the face of the inspired proposal of Beppe Grillo's Five Star Movement to make the progressive jurist Stefano Rodotà its own candidate – the PD had a paper majority to elect Romano Prodi, the only politician its camp has produced in the past 20 years who has actually defeated Berlusconi.
But 101 of its members – "defectors" – killed the candidacy in a secret ballot. Napolitano, who had already enabled the appointment as prime minister of Mario Monti after Berlusconi's exit over a looming sovereign debt crisis, then returned under the sign of national emergency, with the moral authority to demand a "government of the president".
Far from a turnaround, this is in many ways the logical conclusion of Napolitano's political career: having joined the Italian Communist party after the collapse of fascism, he has always been a strong proponent of a "historical compromise": an alliance between communists and Christian Democrats to overcome economic crisis and political turmoil. This was an ill-conceived idea in its own time, and today a left-right compromise looks like nothing but a ruse to salvage a political class buffeted by Grillo's digital populism and widespread public contempt.
The orchestrators of the coup in the PD that gave Napolitano the power to form a government (many suspect the machinations of Massimo D'Alema, whose cynical dealings with Berlusconi are a matter of record) clearly wished to see off the challenge of Grillo's Five Star Movement, and chose to consolidate the implicit left-right alliance that already supported Monti's austerity government. Berlusconi was recast as the lesser evil, even if for the bulk of the PD's supporters – some of whom have taken to burning their membership cards – this is a pact with the devil. Berlusconi has effectively forced his opponents to acquiesce to his conditions – including renegotiating the IMU property tax and appointing his second-in-command, Angelino Alfano, as minister of the interior. All this while "il Cavaliere" is still facing plural indictments.
This government is the last stand of a political class that is unable to generate a concerted, popular and legitimate vision of Italy's path through and out of the crisis. Like the Monti government, it could be termed a dictatorship of the bourgeoisie: a government with no popular mandate, to rule for a limited if ill-defined period, and whose principal task is kick-starting an economic recovery defined not in terms of social needs but "growth": profit-making and exploitation.
Though pious noises are made about youth unemployment and insecurity, it will no doubt continue with the recipe that has been rolled out over the past 20 years: privatisations and reforms that make capital more predatory and labour more insecure. The spread in government bond yields between Italy and Germany, which seems to have become the sole cipher of our political future, appears already to be decreasing, though, so all must be well.
Fabrizio Saccomanni, the new minister of the economy – also director of the Bank of Italy, an architect of the Maastricht treaty and former employee of the IMF – tells us, with unshaken economic idealism, that it's all a matter of restoring "confidence", and that his priority will be helping businesses and the weakest members of society. How he plans to square that circle is not clear in a southern Europe gripped by crisis: the remedy is just more of the disease, with the inevitable consequences for political legitimacy and social conflict that we've already witnessed in Greece.
Will this government last? It's difficult to say. The PD can barely face its own members and after the recent shambles it risks the fate of the Greek Pasok. Berlusconi has nothing to lose and will wield tremendous power, not to mention continuing to shield himself from the law. Grillo and the Five Stars may capitalise on the government's intransigence, now that the party system has proven itself to be as cravenly cynical as they had always claimed.
Outside the walls of power of what Pasolini castigated as il Palazzo, there is an angry and anxious country. Atomised rage has already manifested itself with a man shooting two carabinieri outside the prime minister's residence during the swearing in. The only hope now lies in those movements that will be able to socialise that rage to fight for the public good and common needs, and not to reproduce a system that is so desperately and disastrously trying to reproduce itself.
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As a member of the former Italian Communist party (PCI), can I respond to two assertions made by Alberto Toscano in his article on the new Italian government (Comment, 30 April)?
First, he claims that the proposed historic compromise, supported by Giorgio Napolitano, referred to an alliance between communists and Christian Democrats and that it was "an ill-conceived idea in its own time". In fact, Eric Hobsbawm, in his extended interview with Napolitano in the mid-70s, explained it more accurately when he said that Berlinguer, then leader of the PCI, observed that the historic compromise must be conceived not as a mere political alliance, but as a mobilisation of a broad range of diverse social groups. The proposal was set out in three articles written by Berlinguer in 1973, after the coup in Chile. Berlinguer talked of a coming together of the three strands of popular socio-cultural and political traditions in Italy – communist, socialist and Catholic – as a possible way forward in the light of the Chilean experience. It was never about a compromise with the Christian Democratic party as such, rather with the Catholic left movement.
Second, Toscano claims the Partito Democratico formed the present government coalition because it wanted to see off Beppe Grillo's Five Star Movement. This was not the case at all. The PD, under Pier Luigi Bersani, tried to negotiate a political, policy-based agreement with Grillo, who refused. Grillo is nothing but a dangerous anti-politics clown who is holding the country to ransom and, as a result of his populist demagoguery, the present government was the only viable alternative to fresh elections. It is Grillo's so-called challenge that is responsible for Berlusconi being back in a position to dictate terms.
Romy Clark Giuliani
Lancaster