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domenica 14 giugno 2015

La sistematicità come proprietà emergente dal basso - Parte XIV di «Per una teoria delle minoranze» - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)

La sistematicità come proprietà emergente dal basso

di Obsolete Capitalism

Per valutarne il funzionamento empirico, riprendiamo i componenti eterogenei delle formazioni storiche, gli strati, prima descritti: parole, cose, vedere e parlare, visibile e dicibile, zone di visibilità, campi di leggibilità, contenuto ed espressione. Scegliamo come esempio, tra i sei casi di minoranze virtuose proposte da Motta e Panarari, la minoranza 'socialista riformista-cooperativista' e proviamo ad applicare il paradigma storico di De Landa
Partiamo e ci troviamo subito all'interno dello strato 'nazione-Stato' italiana; tra le parole (rispondiamo al quesito "quali parole"?) di questo stato italiano risuonano, tra le tante, i sostantivi "solidarietà", "lavoro", "povertà", "proprietà", e i verbi "sfruttare", "cooperare"; tra le cose (quali cose?), gli oggetti-bene comune e di proprietà, i latifondi, le aziende; gli oggetti collettivi, quali terreni, mezzi di produzione, spacci, aziende, attrezzi di lavoro. Il vedere (chi vede? cosa vede?) è la classe subalterna, proletaria, lavoratrice, contadina, che vede lo sfruttamento, il latifondo, l'abuso della proprietà privata dei mezzi di produzione, la sperequazione sociale, la povertà dilagante. Il parlare (chi parla? di che cosa parla?) è il linguaggio del povero, del disoccupato, del contadino, dell'operaio, del socialista, del riformista, del cooperatore nonché il linguaggio dei libri e degli opuscoli marxisti, socialisti, riformisti, cooperativi. Il visibile (cosa è visibile? e a quali condizioni?), alle condizioni di democrazia, del suffragio per censo e universale, di libertà di riunione, di parola e di stampa, è IL partito socialista e i socialisti riformatori, IL movimento cooperativo e i cooperatori, la manifestazione e la festa cooperativa e socialista. Il dicibile (cosa è dicibile? e a quali condizioni?), alle condizioni precedentemente descritte, è l'oratoria, la retorica e la propaganda della manifestazione elettorale, o di lotta o di protesta; il dialogo, il dibattito, la riflessione alla festa di partito, alla riunione della casa del popolo da parte dei militanti socialisti e cooperativi; le narrazioni riguardo e intorno i socialisti e i cooperatori (dai documentari ai giornali, dai libri ai film, dalle lettere alle autobiografie). Le zone di visibilità (dove è visibile?) sono le scuole di formazione di partito e di cooperazione, le cellule, le sedi di partito, di cooperativa, le sezioni e i luoghi della militanza politica socialista, sindacale e cooperativa, gli archivi dei movimenti. I campi di leggibilità (dove è dicibile?) sono gli statuti del partito e della cooperativa, i codici di militanza, le riviste dei socialisti, dei cooperatori, le dispense dei corsi, i materiali di propaganda, i libri delle scuole di partito e di cooperazione. Il contenuto ha una forma, "la cooperativa" o "l'associazione di mutuo soccorso", e una sostanza, i cooperatori o gli associati. L'espressione, a sua volta, ha una forma, il diritto della società cooperativa, la legislazione, e il codice civile con scopi mutualistici, e una sostanza, la "cooperazione" o il "mutualismo". 

Questi non sono che esempi, ai quali si possono ulteriormente aggiungere, sottrarre, integrare o precisare altre parole, altre cose, altre visibilità, altre dicibilità, altre materialità, etc., senza dimenticare che le cose e le persone sono organizzate e organizzabili in reti, che altre organizzazioni formali e reti informali possono influire e interagire con i singoli elementi costitutivi della minoranza socialista riformista e cooperativistica, come ad esempio il movimento socialista nel suo complesso, il movimento anarchico, la Chiesa, l'associazione dei proprietari terrieri, degli industriali, i partiti riformisti, le associazioni operaie o contadine, le organizzazioni criminali del Meridione etc. Il paradigma delandiano andrebbe poi precisato con la seguente concettualizzazione sistemica: la genesi e la logica di queste strutture provengono dal basso e non da un'élite, vale a dire che genesi e logica, ad esempio della cooperazione, o del mutuo soccorso, sono prodotte attraverso processi collettivi generatori di strutture. Allo stesso tempo, sempre utilizzando il paradigma di De Landa, possiamo affermare che il sistema della cooperazione ha come proprietà emergenti del processo dinamico che lo struttura, proprio la sistematicità, l'auto-generazione e l'auto-organizzazione.

(tratto dall'e.book Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta su "Elogio delle minoranze" - in uscita a Settembre 2015)

picblog: Ryoichi Kurokawa - Syn_2014 (fragment)

sabato 6 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze: La minoranza attiva di Moscovici - Parte VI - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)


La minoranza attiva di Moscovici 

di Obsolete Capitalism

Nell'hommage proposto a un anno dalla morte del sociologo franco-rumeno, Annick Ohayon (À Serge Moscovici, 1925-2014) ci ricorda come il tema del potere delle minoranze sia stato "legato alla sua esperienza del razzismo. Per Moscovici, gli Ebrei non avevano, nella società dell'Europa dell'Est da cui provenivano, che tre vie d'uscita: la prima, interiore, nella religione; le altre due, esteriori, nel sionismo e nel marxismo. Scelse la terza (entrò nel Partito Comunista a 14 anni), poi una quarta: l'esilio". Serge Moscovici nel saggio Psicologia delle minoranze attive (1982) ha ribaltato la concezione dei fenomeni di sottomissione, conformità e obbedienza applicati alle minoranze. Le minoranze attive, secondo le analisi dello psicologo sociale, hanno elaborato empiricamente una psicologia dell'influenza sociale che determina un positivo effetto di azione e retro-azione sulla collettività. Qualsiasi sia la forma assunta dalla minoranza attiva, questa appare in grado di condizionare la maggioranza - definita da Moscovici maggioranza normativa - e favorire così un cambiamento graduale nelle opinioni, nei giudizi e negli atteggiamenti individuali, a patto che la minoranza eserciti posizioni alternative chiare, coerenti e reiterate nel tempo. Sono cinque, dunque, le caratteristiche essenziali che una minoranza attiva deve avere: chiarezza, coerenza e costanza relative alla propria posizione, fedeltà e compattezza relative al proprio gruppo. Le minoranze attive posseggono un codice proprio che ripetono coerentemente nel tempo, enunciandolo come antagonistico al codice dominante. L'approccio di Moscovici è rilevante ai nostri fini in quanto 'dipinge' le minoranze come agenti sociali attivi, il che aiuta il sistema nel proprio dinamismo volto alla trasformazione perpetua; anziché accreditare le minoranze come residui inerti o segmenti devianti della collettività, Moscovici ne propone una versione energicamente positiva. Rimane un'ultima considerazione sull'individuo contemporaneo e sul suo carattere mimetico, causato dalla schiacciante tendenza all'omologazione: in pubblico egli si conforma alla pressione pro-coesione sociale, in privato opta per l'innovazione e la trasgressione contro l'ordine simbolico prevalente. Tale atteggiamento trova la sua espressione più compiuta, in democrazia, nel voto segreto dell'urna elettorale.  
( segue QUI )


(tratto dall'e.book Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta su "Elogio delle minoranze" - in uscita a Settembre 2015)

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giovedì 4 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze: Non scalfire ma scartare - Parte IV - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)


Non scalfire ma scartare  

( Parte IV di « Per una teoria delle minoranze »)

di Obsolete Capitalism


Valuteremo a tal proposito alcune teorie, che qui potremmo definire come prime architravi di una teoria delle minoranze in fieri, ritenendole più consone al discorso qui trattato. Filosofi e sociologi come Badiou, De Landa, Deleuze, Guattari, Moscovici e Simondon hanno elaborato, nella seconda metà del Novecento, delle trame concettuali che teorizzano implicitamente l'inutilità di matematizzare la dimensione politica del sociale. Ogni modello numerico-computazionale applicato alla sociologia, compreso il modello brutalista e neo-aristocratico di Gaetano Mosca dell'antagonismo tra governanti e governati (Elementi di scienza politica, 1896), per quanto logicamente concatenato, si pone essenzialmente su assiomi necessari per armonizzare e contenere il reale così da renderlo matematizzabile, e dunque pensabile e ordinabile, attraverso processi di astrazione dalla pura contingenza, vedi Vilfredo Pareto (Trattato di sociologia generale, 1916). Ma il Tutto non è dato, come ci ricorda Bergson (Le due fonti della morale e della religione, 1932). E' dunque sufficiente un minimo scarto, rispetto ai dati operativi di partenza, affinché si consegua un risultato del tutto difforme a quanto preventivato. E qualcosa "sfugge sempre", o come scrive Deleuze (Differenza e ripetizione, 1997) "Dio fa il mondo calcolando, ma i suoi calcoli non sono mai giusti". Nonostante sia sistematizzata, controllata, documentata, archiviata, digitalizzata, la realtà scarta sempre e accelera. Ecco nascere, come antidoto all'eccesso di ratio che tutto illumina, il sistematico abbandono, durante il XX secolo, delle trame dell'Ordine, del riduzionismo logico-matematico e dei "cicli di conversione Natura-cultura-Natura" da parte delle filosofie di rottura post-strutturaliste. Detto altrimenti, "diversamente dalla logica, la questione non è di costruire dei sistemi logici preliminari e poi cercare di vedere come funzionano" rispetto al dato empirico, "ma di assemblare alcune unità molto semplici e interessarsi delle proprietà emergenti" (Fabbri, Come Deleuze ci fa segno, 1997). Se applichiamo, a puro titolo di analogia, tali scarti, fughe o resistenze, più o meno ideologiche, più o meno arcaiche, alla svolta matematica della razionalità occidentale nel campo bellico - contiguo, in ogni caso, al campo socio-politico - vediamo come le minoranze resistenti non occidentali, siano esse dei goliath vietcong o talebani, riescano a superare la logica astraente e matematizzante delle gerarchie militari occidentali offrendo unicamente la propria disintegrabile corporeità, altèra rispetto alle condizioni di schieramento di robotiche, sistemi lineari di controllo istantaneo e griglie coordinate di droni, missili, satelliti e altre sofisticate armi delle attuali guerre non convenzionali. "La Storia", come sostengono Deleuze e Guattari, "è fatta soltanto da coloro che si oppongono alla Storia". Gli oppositori minori alla Storia maggiore contrappongono alla bellica ipertrofizzata dell'astrazione logico-matematica, la più antica delle strategie caotiche, la stasiologia. La macchina rovesciata della guerra civile invade la città e fa del popolo l'obiettivo stesso della stasis.  ( segue QUI )


(tratto dall'e.book Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta su "Elogio delle minoranze" - in uscita a Settembre 2015)

picblog: Ryoichi Kurokawa - Syn_2014 (fragment)

venerdì 13 marzo 2015

Lapo Berti: Il grande freddo Considerazioni sulla qualità della vita in tempi di turbolenza @ Lab21 website

Lapo Berti: Il grande freddo
Considerazioni sulla qualità della vita in tempi di turbolenza


Una crisi di civiltà?

Il termine forse più usato e abusato negli anni o decenni passati è quasi certamente “crisi”. Lo si è declinato in un’infinità di modi. Si è parlato di crisi politica, di crisi economica, di crisi finanziaria, di crisi ambientale, di crisi sociale, di crisi morale, di crisi religiosa; di crisi di nervi, verrebbe da aggiungere. Di un’ulteriore e possibile declinazione non si è parlato o si è parlato molto poco, quasi incidentalmente, o, addirittura non si è voluto parlare: di crisi di civiltà. Eppure, è forse questa la prospettiva che ci consentirebbe di considerare e di comprendere più in profondità le tante crisi che ci angosciano e, più in generale, le dinamiche sociali, economiche, politiche lungo le quali sta scivolando la nostra civiltà. Il grande antropologo Ernesto De Martino vi avrebbe forse trovato la materia per delineare un’ennesima “apocalisse culturale”.

Forse, come l’ambiente fisico in cui viviamo, anche l’ambiente sociale è soggetto all’alternanza di ere calde o temperate in cui la vita fiorisce e si espande e di ere glaciali in cui la vita si ritira e combatte duramente per conservarsi. La sensazione cui vorrei offrire il supporto di qualche riflessione più accurata è che ci stiamo avviando verso una sorta di glaciazione sociale, perché stanno venendo meno alcune delle spinte vitali, espansive, che hanno sospinto la precedente fioritura.
Parlando di quella che ha definito la “grande stagnazione” del proprio paese, un economista americano, Tyler Cowen, ha sostenuto che la società americana, negli ultimi tre secoli, si è mangiata tutti i “low-hanging fruits”, i frutti a portata di mano, che quella terra e la sua storia fortunata gli avevano offerto. Forse è una considerazione che vale non solo per gli americani, ma per noi tutti e descrive bene la natura dello sviluppo economico che ha fatto apparentemente prosperare le nostre società (occidentali).

Sono finiti i “frutti a portata di mano”
Abbiamo a lungo sfruttato i frutti di una terra generosa, che ci ha offerto cibo e materie prime per alimentare un grandioso sviluppo delle nostre capacità economiche e della nostra ricchezza individuale e collettiva. Dalle viscere della terra abbiamo scavato una quantità pressoché incommensurabile di energia, che ha moltiplicato le nostre capacità e possibilità. L’offerta era così abbondante che appariva illimitata, suscitando l’illusione, incarnata dalla cultura del progresso, che il modello di crescita della ricchezza che avevamo individuato, sotto il nome di capitalismo, potesse rappresentare il destino eterno dell’umanità.
Ma non ci siamo limitati ad arraffare in maniera sconsiderata i frutti a portata di mano. Abbiamo anche posto le basi per cambiamenti di sistema irreversibili, suscettibili di intaccare, se non distruggere, le fondamenta materiali su cui poggia la nostra civiltà e quelle ancora più fragili su cui abbiamo eretto la convivenza sociale.
Questo è il rischio spaventoso cui lo sviluppo della nostra civiltà sta esponendo la società degli uomini. È il rischio faustiano cui l’imponente sviluppo della scienza e delle forze produttive innescato dalla rivoluzione industriale sta esponendo il nostro ambiente fisico e di conseguenza anche quello umano. Siamo ormai entrati nell’antropocene, come l’hanno definito alcuni studiosi, un’era nuova e sconvolgente che proietta la nostra sopravvivenza in un quadro futuro che sovverte l’ordine fisico che ha finora accompagnato e sostenuto il cammino della civiltà umana. Per la prima volta nella storia del nostro pianeta, l’azione dell’uomo, che pure ha sempre inciso, trasformandolo, sull’ambiente naturale, senza peraltro turbarne gli equilibri sistemici, è oggi in grado di mutare gli assetti dell’ecosistema terra, addirittura di governare e trasformare i processi naturali. Fino a oggi era l’uomo, in linea di massima, ad adeguarsi alle dinamiche naturali, tentando di piegarle ai propri fini, oggi è la natura che deve provare ad adeguarsi alle dinamiche messe in moto dall’uomo. È un rovesciamento radicale del rapporto uomo-natura, che stenta a trovare un modo altrettanto radicale di cambiare i nostri comportamenti e i modi in cui pensiamo e progettiamo l’evoluzione dell’ambiente terrestre.

La dissipazione del capitale sociale
Il capitalismo non è solo un grande divoratore di risorse ambientali; è anche un grande, spietato, divoratore di risorse sociali e umane.
Abbiamo attinto, senza nemmeno rendercene conto, all’immenso patrimonio sociale e culturale accumulato nel corso di millenni dalla nostra civiltà. Quello che alcuni sociologi ed economisti, con felice intuito, hanno chiamato “capitale sociale”, ovvero quell’insieme complesso e variegato di soluzioni oggettivate in istituzioni o trasfuse nelle abitudini, nei modi di sentire e di comportarsi delle persone, che hanno costituito la solida intelaiatura della nostra civiltà, garantendo la coesione sociale e la convivenza pacifica tra i membri di una società composta di estranei. Il capitale sociale rappresentava il patrimonio delle esperienze ereditate da millenni di sforzi e di ricerche per rendere migliore la vita dell’umanità. Esso ha costituito il fondamento di conoscenze, di capacità, di relazioni sociali, su cui è stato possibile costruire il grande progetto illuministico di un progresso continuo e illimitato delle capacità umane. Il capitale sociale è l’elemento costitutivo della qualità della vita.
Quel patrimonio è stato dilapidato. Più esattamente, è stato sacrificato sull’altare di quel moloch della modernità che è la crescita economica. Abbiamo affidato il nostro destino a un meccanismo potente quanto devastante che va sotto il nome di capitalismo. Esso ha rimesso in gioco, potenziandoli e in certa misura sublimandoli, gli impulsi primordiali che facevano sì che ogni uomo fosse un lupo per l’altro uomo: homo homini lupus, come segnalava Hobbes. L’egoismo, l’affermazione di se stessi, la conquista del potere sopra gli altri, la facoltà di disporre di tutto ciò che è a portata di mano per soddisfare i propri bisogni e le proprie voglie: questo groviglio di pulsioni che definiscono biologicamente la natura dell’uomo è stato trasposto, e solo in parte sublimato, nel grande gioco dell’economia. La società ha ricevuto in cambio la crescita economica, la soddisfazione di una quantità crescente di bisogni, l’apertura, spesso illusoria, di nuove prospettive di vita e di esperienza, ma ha dovuto impegnare quello che di più prezioso era riuscita a mettere insieme in millenni di esperienze traumatiche, di sofferenze, di lotte, di guerre: la convivenza pacifica fra individui che non si conoscono. L’individualismo esasperato che il capitalismo inevitabilmente promuove, perché nel grande gioco dell’economia gli uomini vincono solo in quanto individui, ha poco a poco corroso il tessuto sociale, esaltato l’estraneità che era stata appena domata, santificato l’egoismo contro la compassione.
I risultati di questa devastazione del patrimonio più intimamente connesso con l’idea di civiltà, del capitale sociale, sono ormai solidamente installati all’interno degli ambienti urbani e si stanno diffondendo esponenzialmente. Poche generazioni saranno sufficienti a distruggere i risultati del faticoso quanto grandioso percorso di convivenza che ha impegnato centinaia di generazioni di uomini.
Il degrado dell’ambiente fisico e sociale delle nostre metropoli ne è l’esempio più vivo e drammatico. Da quando, non molti anni fa, si cominciò a notare l’emergere di un sempre più diffuso “livore metropolitano” (Dahrendorf), sintomo di una disgregazione già avanzata, del tessuto sociale, il processo di disfacimento ha ormai raggiunti livelli probabilmente irreversibili. Tutte le gradazioni dell’estraneità sono state sperimentate. Dall’indifferenza all’aggressività, dall’individualismo esasperato allo spregio dei beni comuni. Lo spazio pubblico, sia nella sua accezione virtuale che in quella concreta, si è ristretto fino a scomparire, trasformato sempre più spesso nel luogo di nessuno, una sorta di enorme discarica del malessere metropolitano. Tutto questo in un ambiente economico dominato e plasmato dalla crescita drammatica e, in apparenza, inarrestabile, delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Il mondo sembra appartenere a quelli che hanno di più, mentre quelli che hanno di meno sembrano scivolare sempre più in basso.
Certo, sarebbe un errore non vedere e non apprezzare quei nuclei di persone attive che, pur in minoranza, si sforzano tenacemente di tenere in mano il filo della coesione sociale. Ma sarebbe altrettanto un errore non vedere la fragilità e la precarietà di questi tentativi, sempre sul punto di essere spazzati via dal vento dell’indifferenza.

La società degli estranei
L'umanità ha impiegato migliaia di anni per riuscire a far convivere in pace milioni di sconosciuti. C’è voluto un tempo infinito perché, dopo la fine dell’ultima era glaciale, più di 10.000 anni fa, quel cugino stretto degli scimpanzé e dei bonobo da cui discendiamo si risolvesse ad abbandonare il suo atteggiamento violento, aggressivo, diffidente nei confronti degli altri e decidesse di dar vita a insediamenti stabili dove allevare animali e coltivare piante. L’uomo, Homo sapiens sapiens è così diventato “l’unico animale che si è impegnato in una complessa divisione di compiti fra membri della stessa specie non collegati geneticamente... La natura non conosce altri esempi di una simile, complessa, mutua dipendenza fra estranei” (Seabright 2004). Per arrivarci, gli uomini hanno dovuto modificare i loro comportamenti primordiali innati, hanno dovuto inventare un linguaggio di segni, a partire dal sorriso, per significare la deposizione dell'aggressività e la disposizione a cooperare. Hanno creato istituzioni sempre più complesse per articolare e tutelare le relazioni fra di loro, per contenere la violenza, per condividere fini. Quella fiducia che, malgrado l'attuale degrado, caratterizza ancora l'ambiente sociale in cui viviamo rendendo possibili quelle innumerevoli interazioni fra estranei che riempiono la nostra vita di tutti i giorni non è un dato primario, "naturale", bensì il frutto consolidato di un'infinità di atti di scambio e di cooperazione.
La globalizzazione sta portando alle estreme conseguenze, alla sua massima estensione, questo lungo processo di costruzione di un’unica umanità planetaria. Era inevitabile che questo processo avanzasse in mezzo a timori, incomprensioni, reazioni difensive, di ripulsa. Era ed è inevitabile che esso richieda l’elaborazione di strumenti culturali aggiuntivi, di nuove forme istituzionali per renderlo accettabile e condiviso. Ma lo scenario che oggi ci troviamo di fronte è diverso e più preoccupante. È come se, in prossimità del raggiungimento di questo approdo supremo della nostra civiltà, le tensioni che questa trasformazione provoca fossero sul punto di far saltare l’intero processo, precipitando l’umanità in una sorta di caos sociale primordiale. Il ritorno prepotente della violenza, del terrore, della sopraffazione, della guerra, come strumenti di regolazione dei rapporti fra estranei e, per converso, il rinserramento nelle identità ataviche a tutela di interessi materiali che atavici non sono, bensì frutti avvelenati della modernità, la resurrezione prepotente del nemico che è “legittimo” annientare: sono tutti sintomi inquietanti di un regresso della nostra civiltà, capace di metterne a rischio la sopravvivenza. L’esaltazione della disuguaglianza e l’ossessione per il diverso non ne sono che una delle conseguenze più insidiose e distruttive.

Un nuovo paradigma?
I frutti non sono più a portata di mano, non basta sollevare il braccio e afferrarli per poterne godere. I frutti che rimangono sono ormai in alto e forse non sono accessibili a tutti. Occorre attrezzarsi per coglierli e farli fruire all’intera umanità. Occorre un nuovo paradigma tecnologico, che consenta di condividere i progressi, e un nuovo patto sociale che includa l’ambiente in cui viviamo e contrasti la crescente polarizzazione della società. La difficoltà crescente nel cogliere i frutti dello sviluppo ha fatto emergere con forza la nozione di limite, che è connaturata alla condizione umana. Una nozione che la sapienza antica ha riconosciuto per tempo, facendone il fulcro di una concezione realistica quanto pessimistica dell’esistenza umana, ma che una superba quanto vana ideologia del progresso ha tentato di cancellare nelle nostre mentii senza riuscire a cancellarla nella materialità del mondo fisico. Il senso del limite deve tornare a ispirare i nostri comportamenti, a dettare le regole della convivenza. L’economia è l’ambito principale in cui va affermato.
I nostri costrutti mentali cambiano molto lentamente, e ancora più lentamente cambiano i nostri comportamenti, perché prima che i mutamenti che si verificano nell’ambiente provochino reazioni stabili e durature occorre che vengano sperimentati ripetutamente e che ne venga pienamente percepita la portata. Questo avviene, per lo più, sotto l’influenza di eventi traumatici che ci toccano direttamente. Questo vale sia per l’ambiente fisico che per l’ambiente sociale. È richiesto un senso di responsabilità più maturo ed evoluto, che contempli non solo il riconoscimento e il rispetto dell’altro, ma di tutto ciò che ci circonda sulla nostra terra. Compito immane, per istituzioni che ancora non ci sono, in un mondo in cui la civiltà sembra aver perso la bussola. Siamo cresciuti nell’illusione di essere diventati i padroni del mondo, di poter disegnare a nostro piacimento il mondo fisico e quello sociale. Non è così. Possiamo solo provarci, interagendo, ma senza la certezza di quello che sarà il risultato delle nostre azioni, che sarà sempre anche il risultato di circostanze che non conosciamo e non controlliamo.
Possiamo, e dobbiamo, partire dalla cura e dal rispetto del nostro territorio e della nostra comunità, dalla consapevolezza ritrovata dei limiti non valicabili, dalla riscoperta dei sentimenti e dei comportamenti che ci fanno essere animali sociali, dobbiamo tornare a fidarci degli estranei; ma la strada è lunga e incerta e il tempo breve.

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lunedì 21 ottobre 2013

Diffusion Models of Cycles of Protest as a Theory of Social Movements by Pamela E. Oliver (University of Wisconsin) Daniel J. Myers (University of Notre Dame) @ www.ssc.wisc.edu (1998)



Diffusion Models of Cycles of Protest as a Theory of Social Movements 
Pamela E. Oliver (University of Wisconsin)
Daniel J. Myers (University of Notre Dame)
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Paper prepared for presentation at the session on "Describing, Analyzing and Theorizing Social Movements" of Research Committee 48, Social Movements, Collective Action, and Social Change, at the Congress of the International Sociological Association, Montreal, July 30, 1998. 


This paper develops a theoretical framework for understanding social movements as interrelated sets of diffusion processes. It first explains why such a conception is broadly useful to scholars of social movements, and then gives some preliminary examples of such theorizing. A social movement can be understood as a complex set of many actions by many different collective actors all oriented toward some very broad issue or goal. These actions affect each other as actors respond to what others have done, and as they accumulate, they build into the broad phenomena we collect under the label “social movement.” This conception of a social movement is closely linked to the common recognition of cycles or waves of protest and collective violence. In particular, this conception recognizes that movement actors are affected by actions in other movements, not only their own, and that the dynamics of cycles of protest are driven by the interplay between dissidents and regimes, and between peaceful and disruptive forms of protest. This conception of social movements is closely related to much current thinking in the field and is also somewhat consistent with some of the social constructionist images of collective identities as emergent processes. By adding explicit diffusion concepts, we are able to formalize and mathematize many of our theoretical understandings, thus making it possible to create a coherent theoretical structure which can be linked to the wealth of new empirical data being collected on the time series of various kinds of violent and nonviolent events in a number of different nations. We are developing mathematical models of the diffusion of collective action in cycles or waves of protest, with a particular emphasis on the diffusion of collective violence and disruptive collective protest and the ways these are affected by cycles of non-disruptive protest, the formation and institutionalization of movement organizations, and the social control efforts of regimes. Multiple-equation models are being developed for expressing the interplay among different forms of action and between regimes and dissidents in such cases as the new social movements of Europe in 1975-1990. 

mercoledì 9 ottobre 2013

Hartmut Rosa - Social Acceleration: A New Theory of Modernity (New Directions in Critical Theory): New Theory of Modernity - Columbia University Press; 1 edition (9 July 2013)


Hartmut Rosa advances an account of the temporal structure of society from the perspective of critical theory. He identifies three categories of change in the tempo of modern social life: technological acceleration, evident in transportation, communication, and production; the acceleration of social change, reflected in cultural knowledge, social institutions, and personal relationships; and acceleration in the pace of life, which happens despite the expectation that technological change should increase an individual's free time. According to Rosa, both the structural and cultural aspects of our institutions and practices are marked by the "shrinking of the present," a decreasing time period during which expectations based on past experience reliably match the future. When this phenomenon combines with technological acceleration and the increasing pace of life, time seems to flow ever faster, making our relationships to each other and the world fluid and problematic. It is as if we are standing on "slipping slopes," a steep social terrain that is itself in motion and in turn demands faster lives and technology. As Rosa deftly shows, this self-reinforcing feedback loop fundamentally determines the character of modern life.

Contents: In Place of a Preface

Introduction

Part 1 The Categorial Framework of a Systematic Theory of Social Acceleration

1. From the Love of Movement to the Law of Acceleration: Observations of Modernity

2. What Is Social Acceleration?

Part 2 Mechanisms and Manifestations: A Phenomenology of Social Acceleration

3. Technical Acceleration and the Revolutionizing of the Space-Time Regime

4. Slipping Slopes: The Acceleration of Social Change and the Increase of Contingency

5. The Acceleration of the “Pace of Life” and Paradoxes in the Experience of Time

Part 3 Causes

6. The Speeding Up of Society as a Self-Propelling Process: The Circle of Acceleration

7. Acceleration and Growth: External Drivers of Social Acceleration

8. Power

Part 4 Consequences

9. Acceleration

10. Situational Identity: Of Drifters and Players

11. Situational Politics: Paradoxical Time Horizons Between Desynchronization and Disintegration

12. Acceleration and Rigidity: Attempt at a Redefinition of Modernity

Conclusion: Frenetic Standstill? The End of History


Hartmut Rosa is a professor of sociology and political science at the Friedrich-Schiller-Universitat Jena and a visiting professor of sociology at the New School. He has also taught at Harvard University. He is the author of Alienation and Acceleration: Towards a Critical Theory of Late-Modern Temporality and coeditor, with William E. Scheuerman, of High-Speed Society: Social Acceleration, Power, and Modernity

Jonathan Trejo-Mathys (book translator)  is an assistant professor of philosophy at Boston College. His work has been published in such journals as Ratio Juris, Philosophy and Social Criticism, and Constellations. He is currently writing a book on the structural transformation of political authority and obligation in the emerging world society.

Read more @ CUN
Read book review @ Critical Theory

Read excerpts from Social Acceleration







martedì 1 ottobre 2013

Nicolas Duvoux: The Empirical Sociology of Critique. An Interview with Luc Boltanski @ Books and Ideas, 14 February 2012


Read more @ Books and Ideas

Sociologist Luc Boltanski situates his most recent publications and their main concepts within his broader intellectual trajectory, examining critical sociology and the sociology of critique, and what they can tell us about today’s social situation.


Books and Ideas: Luc Boltanski, you are a sociologist, a professor at the EHESS, [1] and you are well known for having directed and participated in numerous projects over several decades. This interview gives us an opportunity to reflect on two works that you recently published. First, Rendre la réalité inacceptable (Making Reality Unacceptable) is a short book in which you look back at the creation of Actes de la recherche en sciences sociales. The book was published on the occasion of the republication of an article that you co-wrote with Pierre Bourdieu, entitled “The Production of the Dominant Ideology.” The other book, On Critique, considers a series of tools and concepts for rethinking the connection between two clearly identifiable periods of your career. The first stage was that of critical sociology, in which you participated on Pierre Bourdieu’s team as one of his most industrious researchers. The next period was that of a sociology of critique, marked by the founding of the GSPM, [2] in which you reinvented a number of tools for understanding the place of critique in contemporary society. A first and very simple question is: what were you trying to do in these two books? Are you returning to critical sociology, or are you taking stock of your intellectual itinerary, which has gone through several stages? How do you interpret this gesture of republishing and returning to different epochs of your career?

The Critique of Critique

Luc Boltanski: There are several answers to your question. The first is to borrow a phrase from Albert Hirschman that I like very much (I like him, his work, and the phrase): “a tendency towards self-subversion.” I think that I have a pronounced tendency towards critique—towards critique in general, the critique of my friends, and self-critique or self-subversion. And I hate dogmatism. I think that nothing is as opposed to science and intellectual activity as dogmatism. The turn that we made in the mid-eighties, by creating a small group, which included people who had worked with Bourdieu, was an anti-dogmatic turn, not a political one. We were not trying to critique critique, though our actions were often interpreted that way. I think this is part of the reason for the hostility that our work elicited. Some took us to task, saying: “Ah, they’re abandoning critique, they are against critique, they’re turncoats, they’ve become free marketeers, and so on.” Others, to the contrary, said: “That’s great! They have shown that critique is finite, that we had arrived at a post-critical era, etc.” Those are almost exactly the words that were used. But both reactions were completely off the mark. Our problem was sociology. It was to fight against what was becoming, after the creativity of the seventies, a kind of dogmatism, a kind of intellectual routine. We wanted to reopen a number of theoretical problems in sociology that had, in my mind, yet to be resolved. It is important to shed light on problems, even when one does not manage to resolve them.
The status of the two books you mention is somewhat different. The first,Rendre la réalité inacceptable, is a book I wrote for young people—students, but also young people who are not students. I will perhaps return to this point. I wanted to convey to them what it means to work freely, to invent, to be ironic—I am a strong believer in irony—particularly in the years following May 68. I also wanted, at the same time, to republish “The Production of the Dominant Ideology.” First, I had a lot of fun being involved in the writing of that long article. I created a “Dictionary of Received Ideas” for the time, which was a rather enjoyable task. But it also struck me as useful to republish the article, both for historical reasons and to shed light on the political era in which we presently find ourselves. The texts that it analyzes—those of Giscard, Poniatowski, or of contemporary economists—lie at the frontier of two outlooks: between, on the one hand, what at the time was called “technocracy,” which was still deeply statist, still deeply tied to the idea of economic planning, rationality, and industrialization; and, on the other—I’m using big words to simplify things—neoliberal forms of governance. It is very illuminating to return to the middle of the seventies if one wants to undertake the archaeology of the Sarkozian political universe, which has considerably expanded neoliberal policies while dressing them up, at times, in so-called “republican” rhetoric. And, at a personal level, I wanted to clarify, perhaps because I’m getting older and I don’t want to bring a bunch of old, vain quarrels before Saint Peter, my relationship with Bourdieu, which was a very close one—asymmetrical, of course, because I was his student, but also a true friendship—one that, I think, went both ways.
On Critique is a little different. It is a theoretical book. It is the first time that I have written a theoretical book that is not tied to investigative work. It is, in a sense, the theory that underlies The New Era of Capitalism. I sought to build a framework that integrated elements connected to critical sociology and elements relating to the sociology of critique. You could say, if you like, that it is Popperian. Last weekend I was rereading some texts by Popper for a book that I’m currently writing. I am far from being Popperian at all levels, but I am in complete agreement with the idea that scientific work consists of establishing models that start from a particular point of view, even though one is fully aware that this point of view is local. The important thing is not to try to expand this local point of view by applying it to everything, which is one of the primary causes of dogmatism. But one can try to build broader frameworks, in which the previously established model remains valid, on the condition that the scope of its validity is specified. In a nutshell, what worried us most about Bourdieusian sociology as it had developed was the outlandish asymmetry between, on the one hand, the great, clairvoyant researcher and, on the other, actors who were steeped in illusion. The researcher was seen as enlightening the actor. Rancière made the same critique.

Combining Structuralism and Phenomenology

Books and Ideas: Yes, he does so in The Philosopher and His Poor, which you mention. There is this asymmetry and then—to leap directly into the debate between critical sociology and the sociology of critique—there is another issue that you discuss in On Critique. Basically, when one has a theory of domination that encompasses everything, one no longer sees domination in any particular place. When domination is everywhere, it is nowhere. Could you reflect on this gesture of discerning the spaces from which domination is practically exercised? The turn to a sociology of critique has been interpreted as an abandonment of the problematic of domination, whereas it seems, from reading On Critique, that something else is at stake.
Luc Boltanski: I think that it is closely tied to another problem that lies at the very heart of sociology and that deeply preoccupied Bourdieu—which he tried to resolve without, in my view, really succeeding. It is a problem that, moreover, has yet to find a genuinely satisfying solution. It goes more or less like this. You can approach social reality from two perspectives. You can take the point of view of someone newly arrived in this world, to whom you will describe this reality. This requires a panoramic point of view, a historical narrative, reference to large entities and collectivities, which may or may not have juridical definitions: states, social classes, organizations, etc. Some will speak of references to structures. A perspective of this kind will tend to shed light on the stability of social reality, on the perpetuation of its asymmetries (to use Bourdieu’s language), on reproduction, and on the great difficulties actors encounter in altering their social destiny or—more difficult still—in transforming structures. But you can also adopt another perspective, which is called the sociology of the actor, that consists of adopting the point of view of someone who acts in the world, who is immersed in situations. No one acts within structures, we all act in determinant situations. And there, you no longer find yourself confronted with actors who, as it were, passively endure reality, but with creative individuals, who calculate, have intuitions, deceive, are sincere, have competencies, and act in ways that modify their immediate reality. No one, in my mind, has found a really convincing solution to combining these two approaches. Yet they are both necessary in making sense of social reality.
One could try to formulate this problem in terms of the relationship between structuralism and phenomenology. I tried to articulate these two approaches inLa condition fœtale, starting with the question of breeding and abortion. I am not sure that it was particularly satisfying. Bourdieu tried to combine these two approaches. Before discovering the social sciences, he wanted to devote himself to phenomenology. For him, this articulation depends on the theory of the habitus, towards which I have a number of theoretical reservations. It is a theory that is derived, in large part, from cultural anthropology, as it was developed by anthropologists like Ruth Benedict, Ralf Linton, and Margaret Mead. I recently reread Patterns of Culture by Ruth Benedict, and it is quite strange to see, from a contemporary perspective, how she uses categories drawn from Nietzsche or Spengler. Her main idea is that one can identify cultures that have specific traits—personalities, if you will—and that these personalities will reappear in the psychological dispositions—i.e., in the personalities—of the individuals who are immersed in these cultures. It is a rather bizarre construction, one that becomes circular, so that if you know an actor’s cultural location, as defined by sociology and statistics, you know her dispositions and you know, in advance, how this actor will react in any given situation. It is against this position that we took a stand. But we also wanted to avoid a different model, established in opposition to the cultural model, which, without the help of phenomenology but drawing on neoclassical economics, acknowledges only individuals. According to the Popperian model, known today as methodological individualism, only individuals exist. Each individual has her own motives and makes her own choices, and it is from the aggregation of these various motives (which occurs in ways that are not explained) that historical causality is derived, be it a micro-history of situations or economic or political macro-history. In this model, which sees only individuals, it is forbidden to confer intentionality onto entities that are not individual beings. On the face of it, this seems reasonable. Social groups—political groups or social classes, for instance—cannot be the subjects of action verbs. But, in my view, one problem with this model is that it cannot account for the fact that it is not only sociologists who refer to macro-sociological entities. Everyone does. Actors cannot construct social reality without inventing institutions and collective entities, which they know, at a certain level, are fictions, but which they nonetheless require to make sense of what is happening—that is, history.
Our way of approaching the question of action has taken a hyper-empirical turn. We took our inspiration from currents in Anglo-Saxon pragmatism. In our work with Bourdieu, these currents were far from unknown. We had, for example, read Austin, and many authors tied to analytic philosophy. We were very familiar with interactionism and Goffman’s work. It was, incidentally, Bourdieu who first had Goffman translated and introduced him in France. But compared to what occurred in Bourdieu’s group, we radicalized this approach. Our intention was to develop an empirical sociology of critique. To this end, we chose disputes as our principal object of study, as it is through disputes that actors display their critical capacities. We wanted to do fieldwork on disputes that was as precise as possible, approaching them from a position of uncertainty. In other words, we considered—and in this we were very influenced by what Bruno Latour and the anthropology of sciences were doing at the time—all the arguments made in the course of a dispute, in a symmetrical way. For the new anthropology of science, one must not, for example, study the Pasteurian crisis by assuming that Pasteur was right and his adversaries were wrong, but to proceed as if one was faced with two competing theories that had to be treated equally in terms of description, rather than assuming, retrospectively, the position of the theory that won. We adopted the same approach when considering disputes in our fieldwork. We considered major controversies or minor disputes occurring in offices or companies, closely examining the critical capacities of the actors, with the goal of reconstructing a critical theory, somewhat like Dewey, on the basis of the critical experiences of the actors themselves.

The Making and Unmaking of Social Classes

Books and Ideas: We’ll return to the question of uncertainty, which lies at the heart of On Critique, as your thinking on institutions is connected to the notion of uncertainty. First, in order to understand what is at stake in the historical trajectory marked by the different stages of your thought, there is one social structure which you mention that plays a distinct role in both books: social class. In essence, a major part of your thinking about historical change in recent decades has consisted of saying: we are witnessing a decline, a quasi-disappearance, of entities that, thirty years ago, were considered almost natural. This has political consequences, both in terms of how ideology is formed and in terms of how sociology itself is formed. You say in On Critique that the turn to a sociology of critique and the return—I am not sure if “return” is the best word—the search for a rearticulation, is entirely connected to the presence or absence of social classes in our social world. Are we simply left with the assessment that social classes have nearly disappeared as structuring entities that are worked into the state apparatus, or do you see a revival of forms that actors might latch onto to escape their confining individualism?
Luc Boltanski: I would just like to point out one thing: the logic of scholarly research is not the same as the logic of politics. In the mid-eighties, it was less that we thought that social classes were no longer relevant than that we concluded they were no longer interesting fields of research. When authors have dealt with an issue thoroughly—you find the same thing with novels—you have to move onto another topic. To take a completely different example, after Bataille, it was no longer very interesting to write erotic literature, as he went as far as one could go. You have to move onto other topics. Well, it’s the same for research. I felt, particularly after the publication of Bourdieu’s Distinction, that an analysis of social classes relying on the concept of habitus was not a terrain on which my generation would make new discoveries, on which it might innovate. I remember that the English translator of The Making of a Class [3] told me that he found it difficult to translate “habitus.” I told him: no problem, pal, there’s no “habitus” in The Making of a Class. It was important to adopt different approaches, to interest oneself in other things. The Making of a Class is indeed a book on the formation of social classes, but which approaches them through their political genesis. I should add that this turn occurred at the historical moment when the socialists had come to power, after Mitterrand’s election. Basically, we thought, very naively, that certain things could now be taken for granted politically and that, by the same token, we were freed from the tiresome task of having to repeat incessantly that capitalists exist, that inequalities exist, that domination exists, etc. For the left, it was a rather optimistic period, even if, after the fact, one might think that we were mistaken.
To return to social classes, it is, as you know, an extremely complicated concept, because on the one hand it is a critical concept, oriented to the normative horizon of the disappearance of classes. Considered from this perspective, the description of exploited or dominated social classes is primarily negative. On the other hand, it is a positive concept that seeks to arm you for struggle, because if you describe people only in a negative way, you can’t arm them for struggle. This was a common practice of the Communist Party. You must show how poor, miserable, and oppressed the proletariat is. But you must also show that it is courageous and resistant and that it has its own values which underpin its dignity. Also, something happened in France in particular that did not occur in Great Britain to the same extent, nor in the United States.
After the Popular Front, in 1936, and after the establishment of the welfare state, in the postwar years, a political system was set up that tried to integrate social classes into the representation of the political order, to make them official, and to give them a role in the construction of the political collectivity. Until then, in France, the collectivity had been conceived in what we might call Rousseauist terms, that is, as composed of “pure” citizens, defined with no reference to their proprieties or interests, as “men without qualities,” if you like. This occurred somewhat along the lines of corporatism, while preserving the critical aspect of social classes, as well as, in part, their antagonistic character. By the same token, references to social classes became complex. It was simultaneously a critical notion and a concept used to describe the institutions of the welfare state. Social classes were also integrated into actors’ mental categories. In the early eighties, Laurent Thévenot and I wrote a study (that appeared in English) entitled “Finding One’s Way in Social Space.” [4] Our approach was through exercises that were almost games, carried out in groups. We showed how the socio-professional categories of the INSEE, [5] which were invented in 1936 following the establishment of the welfare state, had equivalents in the actors’ own cognitive categories. They were tools for defining one’s own identity and for identifying others. If you look at films from the seventies, like those of Claude Sautet, you see that in a way they are “Bourdieu Light”: you have specific milieus, people who have a specific personality because they belong to these milieus or to a social class, etc.
What happened in sociology in the eighties was that people said: these things have been established, we’re going to think about something else. It’s not that they’re wrong, but we’re going to go a step further, to understand how people construct these categories, how they have other ones, particularly by considering the phenomena of disadjustment that was starting to destroy the coherence of social classes as they had been established institutionally through the relationship between market and work, the system of classification, the world of schools, INSEE classifications by way of collective bargaining agreements, etc.
But, that said, the profound changes shaping the social world have been neglected. There has been another phenomenon, tied to changes in capitalism and in politics: the dismantling both of the critical force implicit in the notion of social class and of its institutional character as a tool for grasping the political world. To put things in slightly complicated terms, what I studied in The Making of a Class, without realizing it, was the establishment in the fifties of a very rigid boundary between, on the one hand, the labor movement and the world of labor, and, on the other hand, everything else. This is when the boundary hardened. Everyone else became known as cadres—managers—a word that lumped together workers who had become self-educated foremen and great industrialists trained at elite schools who had become corporate employees and which managed to make a reality out of this assemblage composed of people who belonged to the same entity but were incapable of describing this entity, in which no one had the same habitus. And this was, at the time, politically and economically necessary. Later, I would say, in the eighties and even more after 1989, following the collapse of communism and the threat that socialist countries posed during the Cold War, this boundary disintegrated. During my lifetime, I have witnessed the rise of the category of “manager,” as well as its fall. This category no longer seems at all necessary. “Worker” has been replaced by “operator.” Today, there are operators and “executives” or “project managers.” As I see it, one of the major trends now underway is the implementation of a divide that is not instituted and that is a divide separating “executives”—in a nutshell, the rich, society’s upper crust—from everyone else. The reason is that one no longer has to contain the working class, which has lost, which is no longer seen as a threat, and which has, in a sense, unraveled.
Books and Ideas: There is no longer a critical force that might be integrated into a discourse.
Luc Boltanski: No. Perhaps one will come back. But you could say that, in the thirties, everyone believed in social class: social Catholics, corporatists, those who would become fascists, socialists, communists, etc. Except for liberals, everyone believed that something like social classes existed and that it was necessary to consider them and integrate them into the state. And everyone believed very strongly in the state. This was the problematic that dominated the period extending from the thirties to as late as 1970. The period that immediately followed May 68 was really the apogee of the welfare state—before Giscard, who after all was a great politician (I have a lot of admiration for Giscard, even if I naturally disagree with most of his policies), endeavored to displace the social question and to entertain the possibility of a weakening of the unions, followed by a halt to, even a dismantling of, the welfare state.
Books and Ideas: Notably by promoting—you show that this is the flip-side of the decline of class—the collectivization of questions of gender and the societal questions that took their place.
Luc Boltanski: Absolutely. And he was right to do so against the moralizing opposition of the Gaullists. With regards to social class, we have thus arrived, in sociology, at a rather bizarre situation, which, in some respects, creates a convergence between the substantialist position of Bourdieu and that of someone like Rosanvallon, when he tried to explain that classes don’t or no longer exist. When I was writing The Making of a Class, Bourdieu, who nonetheless, I think, had considerable respect for this work, would tell me that, when you get down to it, managers don’t exist, at least not as a class, since, because of its heterogeneity, the category included actors endowed with different habiti. Then, several years later, Ronsavallon referring to our research on social categories—my work, as well as that of Desrosières and Thévenot, for example—wrote that these works showed that social classes don’t exist, that they were, in a sense, artifacts. This was a misunderstanding of our work. We were trying to define what you might call an ontology of collective beings. We wanted to investigate the modalities of existence of these “inexistent beings” (as logicians call them) that are collective entities. They do not exist as individual, substantive beings do, but they exist devilishly—if I might say so—albeit in other modalities of existence. Substantialism, which, in the seventies, was often invoked to defend the existence of classes, was later used to argue for their non-existence. So a new “taken-for-grantedness” was established in the eighties and nineties. Its basic insight was the idea that we no longer live in a class society. We live in a society with a broad middle class and a little fraction of the excluded who, out of charity, must be helped, and a little fraction on the top, composed of the rich, the too rich, who should be more mindful of the public good, of “living together,” etc.—in short, more moral, and whom we must try to make moral. This was the beginning of this moral society to which we still belong. I called our group the “Political and Moral Sociology Group” as an homage to Hirschman, but, personally, I don’t like moralism.
First published in www.laviedesidees.fr. Translated from French by Michaël C. Behrent with the support of the Institut Français.
by Nicolas Duvoux & translated by Michael C. Behrent , 14 Febru

lunedì 30 settembre 2013

TIZIANA TERRANOVA: HYPERSOCIAL: CAPITALISM, DIGITAL MEDIA AND THE GRAMMATIZATION OF THE SOCIAL RELATION @ BKM Bochumer Kolloquium Medienwissenschaft - 22.01.2014


ABSTRACT
The talk looks at the process of production of a hyperlinked sociality or hyper-sociality in the social web. It discusses the way in which the genealogy of the productive subject discussed by Pierre Macherey in his work on Marx and Foucault can be extended to account for the peculiar characteristics of the production of value out of a free act of constructing and expanding social relations through digital media. It also asks how the extending sampling of social quanta (likes, friendships, shares etc) by social networking platforms interrogates our understanding of what constitutes value in contemporary societies.


BIOGRAPHY
Tiziana Terranova è ricercatrice contemporanea, docente presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. I suoi insegnamenti sono “Sociologia delle comunicazioni”, “Studi culturali e postcoloniali” e “Teorie culturali inglesi e nuovi media”. Dopo essersi laureata presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere del Dipartimento di Studi Americani, Culturali e Linguistici dell’Università di Napoli, prosegue le sue ricerche su media, studi culturali e nuove tecnologie, spinta dalla passione di questo settore. La sua ricerca ed il suo ambito di lavoro si discostano dagli schemi classici della ricerca universitaria, il suo consolidamento avverrà in Inghilterra, presso la Essex University. In Inghilterra consegue un master in “Communications and Technology” presso la Brunel University. Grazie alla borsa di studio finanziata dal Ministero consegue il titolo accademico in Media and Communications presso il Goldsmiths’ College – uno tra i più rinomati nel panorama londinese. La scrittrice si occupa di sottoculture tecnologiche, di cyberpunk, e nei primi anni ’90 redige una delle prime tesi di dottorato su internet sui newsgroups e la cultura tecno californiana. Altra esperienza importante per la sua carriera si svolge entro il Dipartimento di Cultural Studies dell’università di “East London”, dove fonda e dirige uno dei primi corsi di Multimedia, partecipando in prima persona all’avvio dei corsi universitari in “Media e New Media Studies”. La docente si occupa della cultura digitale e dei fenomeni che attorno ad essa si sviluppano.

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