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lunedì 15 aprile 2013

Matteo Renzi: lettera a Repubblica - "Non basta essere cattolici per il Colle" @ Repubblica, 15 aprile 2013


Caro direttore, nel delicato puzzle che i partiti stanno componendo per l'elezione del nuovo presidente della Repubblica torna in queste ore prepotentemente in voga l'espressione: "Ci vuole un presidente cattolico". In particolare questa espressione viene richiamatata dai sostenitori, bipartisan, di Franco Marini che provano così a giustificare la candidatura del proprio beniamino. Non è questa la sede per pronunciarsi sulla possibile scelta. Se la politica non avesse perso i legami con il territorio basterebbe una banalità: due mesi fa Marini si è candidato al Senato della Repubblica dopo aver chiesto (e ahimè ottenuto) l'ennesima deroga allo Statuto del Pd. Ma clamorosamente non è stato eletto. Difficile, a mio avviso, giustificare un ripescaggio di lusso, chiamando a garante dell'unità nazionale un signore appena bocciato dai cittadini d'Abruzzo. Dunque, non è il no a Marini - già candidato quattordici anni fa - che mi spinge a riflettere sulla frase "Ci vuole un Presidente cattolico". 

Mi sembra invece gravissimo e strumentale il desiderio di poggiare sulla fede religiosa le ragioni di una candidatura a custode della Costituzione e rappresentante del Paese. Faccio outing: sono cattolico, orgoglioso di esserlo e non mi vergogno del mio battesimo. Cerco, per quanto possibile, di vivere la fedeltà al messaggio e ai valori di Cristo e - peccatore come tutti, più di tutti - vivo la mia fede davanti alla coscienza. Nell'esperienza da Sindaco, naturalmente, agisco laicamente: ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo. Rappresento la città, tutta intera, non solo quelli con cui vado alla Messa la domenica. E sono tuttavia convinto che l'ispirazione religiosa, non solo cattolica non solo cristiana, possa essere molto utile alla società. 


In queste ultime settimane la Chiesa Cattolica ha scelto (in tempi decisamente più rapidi della politica, ma questa è un'altra storia) una guida profondamente innovativa. Papa Bergoglio sta rendendo ragione della speranza cristiana con gesti di altissimo valore simbolico e di rara bellezza. Muove e commuove il pontefice argentino, parlando al cuore dell'uomo del nostro tempo, con uno stile che regala emozione e suscita pensieri. Francesco parla anche alle altre confessioni, ai non credenti, agli agnostici: si pone come portatore di entusiasmo e di gioia di vita. Questo, del resto, dovrebbe essere il Vangelo, la Buona Notizia. 

I politici che si richiamano alla tradizione cattolica, invece, sono spesso propensi a porsi come custodi di una visione etica molto rigida. Non c'è peggior rischio di incrociare il cammino con i moralisti, specie quelli senza morale. Personalmente dubito di chi riduce il cristianesimo a insieme di precetti, norme etiche alle quali cercare di obbedire e che il buon cristiano dovrebbe difendere dalle insidie della contemporaneità. Questo atteggiamento, così frequente in larga parte del mondo politico cattolico, è a mio giudizio perdente. Ma ancora più in basso si colloca chi utilizza la propria fede per chiedere posti. Per pretendere posti. Per reclamare posti non in virtù delle proprie idee, ma della propria confessione.

Proprio ieri il Vangelo della domenica riportava l'entusiasmo di Pietro sulla barca incontro al suo Signore. Quanta bellezza, quanta umanità, quanto impeto. Poi ti capita di tornare alla politique politicienne e trovi il candidato che si presenta in quanto cattolico, riducendo il messaggio di fede a un semplice chiavistello per entrare nelle stanze dei bottoni.

Mi vergogno, da cattolico ma prima ancora da cittadino, di una così bieca strumentalizzazione. Non mi interessa che il prossimo presidente sia cattolico. Per me può essere cristiano, ebreo, buddista, musulmano, agnostico, ateo. Mi interessa che rappresenti l'Italia. Che sappia parlare all'estero. Che sia custode dell'unità in un tempo di grandi divisioni. Che parli nelle scuole ai ragazzi. Che spieghi il senso dell'identità in un mondo globale. Che non sia lì per accontentare qualcuno. Mi interessa che sia il Presidente applaudito per le strade come è stato quel galantuomo di Giorgio Napolitano. E che sappia dialogare, ascoltare, rispettare. Che sia al di sopra di ogni sospetto e al di là di ogni paura. Mi interessa che sia il Presidente di tutti, non solo il Presidente dei cattolici. 
Chi rivendica spazio in nome della confessione religiosa tradisce se stesso. E strumentalizza la propria fede. Tanti, forse troppi anni di vita nei palazzi, hanno cancellato una piccola verità: non si è cattolici perché si vuole essere eletti, ma perché si vuole essere felici. C'è di mezzo la vita, che vale più della politica. E il Quirinale non potrà mai essere la casa di una parte, ma di tutti gli italiani. 

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martedì 12 febbraio 2013

Mario Tronti: I cattolici, la sinistra e la sfida nazionale @ l’Unità, 5.2.13



I cattolici, la sinistra e la sfida nazionale
di Mario Tronti @ l’Unità 5.2.13
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Ha ragione Claudio Sardo a mettere in evidenza la doppia reciproca sfida che dai cattolici viene alla sinistra e che dalla sinistra investe i cattolici. Questi non sono più, come un tempo, due mondi internamente compatti.


Il movimento operaio da una parte, il cattolicesimo politico dall’altra. Oggi sono due mondi articolati, ognuno a suo modo plurale, ognuno ormai complexio oppositorum. Tema strategico, il loro rapporto, non per la cattura del consenso, ma per il governo del Paese e per la ricostruzione, sempre più urgente, di un ethos pubblico.

In gioco, un’immagine di società, il discorso sulle forme di vita, un’idea della pianta uomo e di convivenza umana, nell’irrompere salutare della differenza, come bandiere della modernità, che un post-moderno sregolato e selvaggio ha lasciato cadere nella polvere e che vanno raccolte, insieme, da credenti liberi e da non credenti responsabili. Un’operazione di intenso spessore neo-umanistico, in risposta all’ultimo disagio di civiltà che la crisi economico-finanziaria e politico-sociale ha definitivamente messo a nudo.

Un passaggio elettorale non può disperdere la necessità di questo confronto. Anzi, è l’occasione per rilanciarlo, nei modi opportuni. Forse mettendo per un momento da parte i principi irrinunciabili e piuttosto disponendosi in ascolto delle domande più urgenti che vengono dal basso della società. È indubbio che a questo ascolto, siano più di tutti gli altri disponibili i cattolici e la sinistra. E allora da qui conviene partire. Con un atteggiamento di sobria confidenza con le persone che lavorano, che faticano, che soffrono, e non per loro colpa biblica, ma per il sistema ingiusto che li opprime. Sobria confidenza e cioè solidarietà alla pari, comune destino, e non demagogia populista da fuori e dall’alto, che fino a ieri veniva solo da Arcore, ora la vediamo venire anche dalla Bocconi. Miracoli della campagna elettorale: almeno qui da noi, finché non si metterà la parola fine a questa eterna favola del lupo e dell’agnello. I tanti voti, come i tanti spiccioli, ce li hanno i poveri: messi insieme, servono ai ricchi per tenere al sicuro i loro patrimoni.
Forse bisogna metterla così, per rompere l’incantesimo di un mondo rovesciato. E per dire che dal governo guarderemo il mondo dall’altro lato. Per punire nessuno. Per garantire a ciascuna parte la sua legittima funzione, anche alla ricchezza, che deve servire però al bene comune e non al privilegio dei pochi. Per assicurare a chi dalla vita ha potuto avere troppo poco, o addirittura niente, quel valore non negoziabile che è la dignità umana. Perché senza dignità non c’è libertà, quella libertà che sta sempre sulla bocca dei potenti. Senza dignità, c’è la tentazione, e di più, c’è l’obbligazione della servitù. C’è il rifugio illusorio del salvarsi da solo, partecipando a mani nude alla lotta brutale per l’esistenza, in una competizione impari con chi ha a disposizione le armi del privilegio di nascita e di risorse. C’è una comune disposizione d’animo, di anima politica, che unisce e raccorda oggi cattolici e sinistra, l’estraneità dell’individualismo dal proprio orizzonte generalmente umano, che è poi quello specificamente politico. Si evidenzia qui il bisogno di una nuova unità, emergenziale, tra questione antropologica e questione sociale. Non è solo un problema di particolare momento, si tratta tra l’altro di riuscire a sollevare il discorso pubblico ad altezze incompatibili rispetto alla palude volgare, indecente, in cui l’ha precipitato il racconto berlusconiano, leghista, grillino e quant’altro lo insegue, per imitazione, su questo terreno.
Bisogna avere fiducia nella capacità di riconoscimento tra le varie offerte politiche da parte delle persone, prese singolarmente. Anche se va mantenuta una punta di scetticismo sui movimenti di opinione collettiva, ora gravemente inquinati dalla magia della comunicazione di massa. Penso che alla fine il modo più efficace per ottenere il necessario consenso sia sempre quello di presentarsi per quello che si è. Questo sono. E per questo chiedo di essere scelto. Penso che in una campagna elettorale una forza politica debba comportarsi come il maestro con gli allievi, come il padre con i figli. Non con una vocazione pedagogica, non per insegnare come si deve essere, che cosa si deve fare, in che modo si deve vivere. Ma semplicemente dicendo, anzi mostrando: io sono così, io faccio questo, io vivo in questo modo. Una esemplarità, dove ognuno, specchiandosi, ritrova, può ritrovare, e appunto riconoscere, il meglio di sé.
E allora, però, è indispensabile avere dietro un percorso di esperienze inattaccabili, è necessario poter presentare non solo un bagaglio di idee alternative, ma una generazione di uomini e di donne in grado di portarle nel quotidiano della loro esistenza. Questa è la nobiltà di essere partito. Si è persa. Va recuperata. Non siamo fuori tempo massimo. Siamo in un tempo difficile per la serietà delle intenzioni. Con le unghie e con i denti, uscirne fuori, ecco un compito per cui vale la pena di battersi.