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martedì 18 agosto 2015

I forti dell'avvenire: il frammento accelerazionista di Friedrich Nietzsche nell'Anti-Edipo di Deleuze e Guattari - WM 898 e/o FP VOL.VIII TOMO II (105) 9 [153] Autunno 1887


I forti dell'avvenire: il frammento accelerazionista di Friedrich Nietzsche nell'Anti-Edipo di Deleuze e Guattari - WM 898 e/o FP VOL.VIII TOMO II (105) 9 [153] Autunno 1887



Com'è noto, il riferimento a Nietzsche nel celebre passo 'accelerazionista' di Deleuze e Guattari presente nell'Anti-Edipo (1972) è decisivo nella chiosa finale del paragrafo 'La macchina capitalistica civilizzata' (III Cap. - 9 Paragrafo - pg. 251 - 272). Fino ad oggi, i vari commentatori che si sono succeduti nel tempo sul passo in questione, hanno in parte tralasciato e oscurato il preciso riferimento al 'Große Prozeß' di Friedrich Nietzsche, altri, invece, hanno accennato alla provenienza dell'oscuro riferimento di 'accelerare il processo', da parte di Deleuze e Guattari, citando esplicitamente il libro di Nietzsche 'La volontà di potenza', non riferendosi però mai ad un preciso frammento, al contesto in cui è inserito e quali tematiche produttive sviluppa. Le citazioni del passo originario di Nietzsche provengono sempre dalla letteratura 'secondaria' e non vengono mai citate le fonti originarie dell'opera nietzschiana (tranne una fuggevole nota in Wikipedia, in lingua inglese, nel lemma 'accelerationism', proveniente però dalla letteratura secondaria). 
A nostro avviso, la chiosa finale di 'La macchina capitalistica civilizzata', essendo controversa, non può essere compresa nel suo senso più profondo se non viene esplicitato il riferimento al processo accelerativo di Nietzsche. 
Il celebre passo di Deleuze e Guattari, vero e proprio punto cruciale per i commentatori, soprattutto di area 'accelerazionista', è il seguente:

"Ma quale via rivoluzionaria, ce n'è forse una? Ritirarsi dal mercato mondiale, come consiglia Samir Amin ai paesi del Terzo Mondo, in un curioso rinnovamento della «soluzione economica» fascista? Oppure, andare in senso contrario? Cioè andare ancor più lontano nel movimento del mercato, della decodificazione e della deterritorializzazione? Forse, infatti, i flussi non sono ancora abbastanza deterritorializzati, abbastanza decodificati, dal punto di vista di una teoria e di una pratica dei flussi ad alto tenore schizofrenico. Non ritirarsi dal processo, ma andare più lontano, «accelerare il processo», come diceva Nietzsche: in verità, su questo capitolo, non abbiamo ancora visto nulla."

Le nostre ricerche hanno portato ad individuare con precisione il frammento di Nietzsche citato da Deleuze e Guattari nel passo sopra riportato. Si tratta di un frammento presente in due edizioni diverse delle opere postume di Friedrich Nietzsche. Il frammento si intitola 'I forti dell'avvenire'. E' stato composto nell'autunno del 1887. Nell'edizione del 1906 di 'La volontà di potenza' curata da Gast e dalla sorella di Nietzsche gli è stato attribuito arbitrariamente il numero 898 (tale numero si riferisce esclusivamente ad una numerazione progressiva interna al solo Volontà di potenza). Questa edizione del 1906 prevedeva 1.067 frammenti elencati senza un disegno globale coerente e critico. Questa è una storia ben nota, almeno dagli anni Sessanta del secolo scorso, che ha però causato numerosi fraintendimenti.  Lo stesso frammento, con lo stesso titolo 'I forti dell'avvenire' è presente nell'edizione delle Opere complete di Friedrich Nietzsche, a cura di Colli e Montinari. Il frammento è inserito nel Volume VIII, tomo II, intitolato 'Frammenti postumi 1887-1888', ove sono presentati cronologicamente i 372 frammenti che, per i curatori, erano compresi nell'edizione abortita da Nietzsche stesso e da lui intitolata 'La volontà di potenza'.
Il frammento è numerato come (105) 9 [153]. 
Nel testo originale del frammento, Die Starken der Zukunft, il verbo utilizzato da Nietzsche, tratto dal mondo della fisica, è «beschleunigen» il cui significato è letteralmente «rendere accelerato qualcosa procurandone un corso più veloce». Nella traduzione in inglese del 1967 di Kaufmann, la più classica nel mondo anglosassone, si è scelto di tradurre il verbo «beschleunigen» con il verbo inglese «hasten» anziché «accelerate», sebbene anche in questo idioma il termine «accelerate» si riferisca all'aumento intrinseco di velocità di un processo, mentre il significato di «hasten» prende in considerazione la necessità, non solo fisica, di aumentare la velocità. Anche nella lingua italiana è stato scelto il verbo «affrettare», in tutte e due le traduzioni presentate, anziché «accelerare». A maggior ragione, notiamo la differenza tra i due vocaboli: laddove «accelerare» denota il velocizzare intrinseco e fisico di un evento o di un fatto, «affrettare» indica la prescrizione esterna di un aumento di velocità.
In realtà, l'unico commentatore che ci può essere utile nella comprensione sia del passo di Nietzsche sia della citazione nietzscheana di Deleuze e Guattari è Pierre Klossowski (1905-2001), nella sua opera 'Nietzsche e il circolo vizioso(Adelphi, 1981), libro assai amato da Foucault e Deleuze, al quale in esergo è dedicato (l'opera originale in francese è del 1969). L'utilità-fertilità di Klossowski è duplice, sia per la natura esegetica del testo 'Nietzsche e il circolo vizioso', sia per la fruttificazione operata dalle traduzioni klossowskiane del testo nietzscheano. Quest'ultimo aspetto è estremamente importante ai nostri fini. Cerchiamo di chiarirlo: non solo Klossowski è stato un grande traduttore nell'ambito della cultura francese, un 'classico' nell'editoria francofona del '900, in quanto ha tradotto, dal tedesco, opere di Walter Benjamin, Ludwig Wittgenstein, Martin Heidegger (in particolare, nel 1971, il suo 'Nietzsche'). Klossowski ha il merito di esser stato il miglior interprete di Nietzsche in Francia, già con la sua magistrale resa di 'La gaia scienza' nel 1954; ma, in particolare, ha tradotto i 'Fragments posthumes - Autumn 1887-mars 1888' usciti per Gallimard nel 1976. Il frammento 'Les forts de l'avenir' non ha dovuto attendere il 1976 per essere pubblicato nella traduzione klossowskiana in quanto inserito nell'edizione originale di 'Nietzsche et le cercle vicieux' del 1969. Ed è qui che finalmente troviamo il verbo «beschleunigen» tradotto in «accélérer»; dunque, all'origine dell'utilizzo  del verbo 'accelerare' o dell'espressione 'accelerare il processo' di cui ci si avvale nell'esegesi del frammento nietzscheano, c'è il lavorio interpretativo di Klossowski. Deleuze, e Guattari, quando nel finale di 'La macchina capitalistica civilizzata' pongono le fatidiche domande su quale via rivoluzionaria intraprendere, richiamate all'inizio del nostro scritto - e queste domande sono alla base della strategia di fondo dell'accelerazionismo contemporaneo - si rifanno dunque al lavoro teorico e traduttivo di Pierre Klossowski. 
Proponiamo ora la traduzione integrale di Klossowski del frammento (105) 9 [153] 'Les forts de l'avenir':



Per quanto riguarda l'aspetto esegetico
Klossowski prende in esame nelle pagine immediatamente successive (pg. 241 e seguenti, edizione originale francese) l'intero frammento di Nietzsche, I forti dell'avvenire', traendone le debite conseguenze; cioè che il pensiero nietzscheano del 1887 da 'inattuale' è divenuto di un'attualità sconcertante, cent'anni dopo, e che in ultima istanza 'il meccanismo economico di sfruttamento si è decomposto da struttura istituzionale a un insieme di mezzi'. Ciò comporta due precisi risultati: da una parte la società non riesce più a modellare i propri membri come «strumenti» dei propri fini, divenendo essa stessa «strumento» di un meccanismo più grande; dall'altra parte c'è un 'surplus' di forze che, eliminate dal meccanismo, sono disponibili per la formazione di un 'nuovo uomo', il forte dell'avvenire. Per ottenere questo nuovo tipo d'uomo, non bisogna allora combattere questo 'große prozeß' irreversibile, ma semplicemente bisogna favorire la sua accelerazione, o non resistere alla sua accelerazione espansiva inarrestabile che appare essere, ma non è, contraria al suo obiettivo: il livellamento - cioè l'omogeneizzazione nella sua veste perpetrata dalla democratizzazione in essere delle società industriali - è precisamente la 'riduzione' dell'uomo, il suo «rimpicciolimento».  E' contro, o a favore, di questa 'legge inesorabile' che agiranno nel futuro i «forti» e i «livellati», in parti curiosamente e paradossalmente rovesciate. Così come, è contro o a favore dell'«inesorabile legge» della caduta tendenziale della legge di profitto, che si combattono i capitalisti e gli operai, in una controversa metastabilizzazione del futuro del profitto, che è l'altro grande tema del paragrafo sopracitato di Deleuze e Guattari. 
Il testo completo, grazie agli editori Adelphi e Bompiani, è presentato nelle tre traduzioni storiche pubblicate nel 1927 (Treves), 1971 (Giametta), e 1981 (Turolla).

Buona lettura.



I forti dell'avvenire (Autunno 1887)

Ciò che in parte il bisogno, in parte il caso hanno qua e là raggiunto, ossia le condizioni per la produzione di una specie più forte: tutto questo possiamo ora comprenderlo e volerlo consapevolmente; possiamo creare le condizioni in cui un tale potenziamento sia possibile. 

L'«educazione» ha avuto finora di mira l'utile della società, non già il maggior utile possibile dell'avvenire, bensì l'utile della società in quel momento esistente. Si volevano «strumenti» per essa. Posto che ricchezza di energia fosse maggiore, si potrebbe pensare a una DETRAZIONE DI FORZE il cui fine non fosse l'utile della società, ma un utile futuro -
Un tal compito sarebbe tanto più da proporre, quanto più si comprendesse in che misura la forma presente della società è in forte trasformazione, al punto di non poter più esistere, un giorno futuro, per se stessa, ma solo più come mezzo nelle mani di una razza più forte. Il crescente rimpicciolimento dell'uomo è appunto la forza motrice per pensare all'allevamento di una razza più forte, che troverebbe il suo sovrappiù proprio nella sfera in cui la specie rimpicciolita si indebolirebbe sempre di più (volontà, responsabilità, sicurezza di sé, capacità di porsi degli scopi).
I mezzi sarebbero quelli che la storia insegna: l'isolamento attraverso interessi di conservazione opposti a quelli che sono oggi correnti; l'esercitarsi in giudizi di valore opposti; la distanza come pathos; la coscienza libera in ciò che oggi è più sottovalutato e vietato. 
Il livellamento dell'uomo europeo è il grande processo che non si deve ostacolare: bisognerebbe affrettarlo ancora di più.
È così data la necessità dello spalancarsi di un abisso, della distanza, della gerarchia: non la necessità di rallentare quel processo.
Questa specie livellata, appena è raggiunta, abbisogna di una giustificazione, che consiste nel servire un tipo superiore, sovrano, che sta sopra di essa e che solo poggiando su di essa può innalzarsi al suo compito.
Non solo una razza di signori, il cui compito si esaurisca nel governare; ma una razza con una propria sfera di vita, con un sovrappiù di forza per la bellezza, il valore, la cultura, il comportamento, sino a ciò che è più spirituale; una razza affermatrice, che possa concedersi ogni grande lusso..., abbastanza forte per non aver bisogno della tirannia dell'imperativo della virtù, abbastanza ricca per non aver bisogno della parsimonia e della pedanteria, al di là di bene e male; una serra per piante speciali e scelte.

Friedrich Nietzsche - Frammenti postumi 1887-1888
Volume VIII, tomo II delle « Opere di Friedrich Nietzsche »
Edizione italiana condotta sul testo critico stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari.

Titolo del frammento : 
I forti dell'avvenire ( 105 ) 9 [ 153 ]
(Adelphi, 1971) - 
Traduzione: Sossio Giametta

*** Ringraziamo il filosofo Luigi Rustichelli per l'aiuto prezioso nella ricerca del frammento accelerazionista di Friedrich Nietzsche



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I forti dell'avvenire 

Ciò che in parte la necessità, in parte il caso hanno ottenuto sporadicamente, ciò le condizioni per la produzione di una specie più forte, possiamo ora comprenderlo e volerlo scientemente: noi possiamo creare le condizioni in cui una simile elevazione sia possibile.
Finora, l'«educazione» ha mirato all'utile della società: non ciò che è più utile per l'avvenire, ma l'utile della società esistente. Si volevano «strumenti» per questa società. Posto che fossimo più ricchi di energie, si potrebbe pensare a trattenere una quota non destinata a giovare alla società, ma per un'utilità futura. 
Tanto più dovremmo porci un simile compito, quanto più comprendessimo come la forma presente della società si trovi in una fase di forte trasformazione: cioè sulla via che potrà un giorno portarla a non esistere più per se stessa, ma soltanto come un mezzo nelle mani di una razza più forte.
Il crescente rimpicciolimento dell'uomo è precisamente la forza che spinge a pensare all'allevamento di una razza più forte, una razza i cui tratti eccessivi sarebbero proprio quelli in cui la specie rimpicciolita diventerebbe sempre più debole (cioè volontà, responsabilità, sicurezza, facoltà di porsi degli scopi). 
mezzi sarebbero quelli che la storia insegna: l'isolamento mediante interessi di conservazione opposti a quelli che sono oggi gli interessi medi; l'addestramento a produrre valutazioni opposte; la distanza considerata come pathos; la libera coscienza in ciò che oggi è disprezzato e vietato.
Il livellamento dell'uomo europeo è il grande processo che non si deve ostacolare: anzi, lo si dovrebbe affrettare.
Da ciò risulta la necessità di aprire un abisso, di creare distanze e una gerarchia: non la necessità di rallentare quel processo. 
Nel momento in cui la si sia ottenuta, questa specie livellata ha bisogno di una giustificazione: e questa si trova nel servire una specie più alta e sovrana, che si basa su quella e solo basandosi su quella può elevarsi al proprio compito.
Non si avrà soltanto una razza di signori il cui compito si esaurisca nel governare, ma una razza con una propria sfera vitale, energie in eccesso per la bellezza, il coraggio, la cultura, le maniere, giungendo a ciò che c'è di più spirituale: una razza affermatrice che si può concedere ogni grande lusso - abbastanza forte per non avere bisogno della tirannia dell'imperativo della virtù, abbastanza ricca per non avere bisogno della parsimonia e della pedanteria, di là dal bene e dal male; una serra per piante rare ed elette.

Friedrich Nietzsche - La volontà di potenza
Saggio di una trasvalutazione di tutti i valori

Frammenti postumi ordinati da Peter Gast e Elisabeth Förster-Nietzsche. Nuova edizione italiana a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau

Titolo del frammento : 
I forti dell'avvenire ( 898 )
(Bompiani, 1992) 
Traduzione: Angelo Treves (1927, per la casa editrice Monanni, Milano, prima edizione italiana autorizzata, Volume 9, La volontà di potenza) 
trad. rivista da Pietro Kobau (1992)


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I forti dell'avvenire

   « Ciò che è stato individuato qua e là, in parte dalla necessità, in parte dal caso, e cioè le condizioni propizie al prodursi di una specie più forte : è quanto siamo ormai in grado di capire e di volere consapevolmente : noi possiamo produrre le condizioni che consentono tale innalzamento.
   «Fino ad oggi, l'educazione aveva come obiettivo esclusivo il bene della società : non già il maggior bene possibile per il bene possibile per il futuro, bensì solo quello per la società esistente. Per essa si cercavano solo degli "strumenti".
Ammesso che la ricchezza di forze sia maggiore, si potrebbe concepire una sottrazione di forze il cui scopo fosse il bene non più della società, ma del futuro, - questo sarebbe il compito da porsi, una volta capito in che senso la forma attuale della società si trovi impegnata in una poderosa trasformazione che la condurrà a non poter più esistere per se stessa, bensì soltanto quale mezzo in possesso di una razza più forte.
   « La mediocrità crescente dell'essere umano è appunto la forza che ci induce a pensare all'addestramento di una razza più forte, la quale troverebbe il suo eccedente proprio in ciò che rende più debole la specie già mediocre (volontà, responsabilità, sicurezza di sé, potersi fissare degli scopi).
   « I mezzi sarebbero quelli insegnati dalla storia : l'isolamento mediante interessi di conservazione, all'inverso di quelli che oggi formano la media : l'esercizio dei valori invertiti; la distanza in quanto pathos; la libera coscienza in tutto quanto è oggi meno stimato e più biasimevole.
   « L'ugualizzazione dell'uomo europeo è attualmente il grande processo irreversibile, e si dovrebbe anche accelerarlo.
   « Da ciò, la necessità di scavare una fossa, di creare una distanza, una gerarchia, e non già la necessità di rallentare il processo.
   « Questa specie ugualizzata, una volta che si sia realizzata, esigerà una giustificazione : che è appunto quella di servire a una specie sovrana, la quale si fonda su quella che l'ha preceduta e solo perciò può innalzarsi al proprio compito. Non solo una razza di padroni che si limitino a governare, bensì una razza che abbia la propria sfera di vita, un eccedente di forza per la bellezza, il coraggio, la cultura, le maniere anche in quello che vi è di più spirituale; una razza affermativa che può concedersi qualunque lusso... abbastanza potente da non aver bisogno né della tirannia dell'imperativo di virtù, né della parsimonia, né della pedanteria, al di là del bene e del male : che formi una serra di piante rare e singolari ».

Pierre Klossowski - Nietzsche e il circolo vizioso
(Adelphi, 1981) - 
[ ed. orig. fr. Mercure de France, 1969 ]
Traduzione dal tedesco: Pierre Klossowski (1969)
Traduzione dal francese: Enzo Turolla (1981)

La nota dell'editore (Adelphi), presente nell'edizione originale del 1981 di 'Nietzsche e il circolo vizioso' afferma quanto segue:
" La traduzione klossowskiana dei testi di Nietzsche è legata in modo indissolubile all'interpretazione che di quei testi viene qui proposta. A tali traduzioni ci siamo perciò attenuti. "

Il frammento 'I forti dell'avvenire' è basato sul testo originale nietzscheano, tratto dai quaderni autografi di Nietzsche e presentati nella seguente edizione:
Friedrich Nietzsche - Frammenti postumi 1887-1888
Volume VIII, tomo II delle « Opere di Friedrich Nietzsche »
Edizione italiana condotta sul testo critico stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari.

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Die Starken der Zukunft. - 9 [ 153 ] (105)

Was theils die Noth, theils der Zufall hier und da erreicht hat, die Bedingungen zur Hervorbringung einer stärkeren Art : das können wir jetzt begreifen und wissentlich wollen : wir können die Bedingungen schaffen, unter denen eine solche Erhöhung möglich ist.
Bis jetzt hatte die «Erziehung» den Nutzen der Gesellschaft
im Auge : nicht den möglichsten Nutzen der Zukunft,
sondern den Nutzen der gerade bestehenden Gesellschaft.
«Werkzeuge» für sie wollte man. Gesetzt, der Reichthum an Kraft wäre größer, so ließe sich ein Abzug von Kräften denken, dessen Ziel nicht dem Nutzen der Gesellschaft gälte, sondern einem zukünftigen Nutzen, -
Eine solche Aufgabe wäre zu stellen, je mehr man begriffe, inwiefern die gegenwärtige Form der Gesellschaft in einer starten Verwandlung wäre, um irgendwann einmal nicht mehr um ihrer selber willen existiren zu können : sondern nur noch als Mittel in den Händen einer stärkeren Rasse.
Die zunehmende Verkleinerung des Menschen ist gerade die
treibende Kraft, um an die Züchtung einer stärkeren Rasse zu denken : welche gerade ihren Überschuß darin hätte, worin die verkleinerte Species schwach und schwächer würde (Wille, Verantwortlichkeit, Selbstgewißheit, Ziele-sich-setzen-können).
Die Mittel wären die, welche die Geschichte lehrt : die Isolation durch umgekehrte Erhaltung-Interessen, als die durchschnittlichen heute sind ; die Einübung in umgekehrten  
Werthschätzungen ; die Distanz als Pathos ; das freie Gewissen im heute Unterschätztesten und Verbotensten.
Die Ausgleichung des europäischen Menschen ist der große Prozeß, der nicht zu hemmen ist : man sollte ihn noch beschleunigen. 
Die Notwendigkeit für eine Kluftaufreißung, Distanz, Rangordnung ist damit gegeben : nicht die Notwendigkeit, jenen Prozeß zu verlangsamen.
Diese ausgeglichene Species bedarf, sobald sie erreicht ist, einer Rechtfertigung : sie liegt im Dienste einer höheren souveränen Art, welche auf ihr steht und erst auf ihr sich zu ihrer Aufgabe erheben kann. 
Nicht nur eine Herren-Rasse, deren Aufgabe sich damit erschöptfe, zu regieren : sondern ein Rasse mit eigener Lebenssphäre, mit einem Überschß von Kraft für Schönheit, Tapferkeit, Kultur, Manier bis in's Geistigste ; eine bejahende Rasse, welche sich jeden großen Luxus gönnen darf -, stark genug, um die Tyrannei des Tugend-Imperativs nicht nöthig zu haben, reich genug, um die Sparsamkeit und Pedanterie nicht nöthig zu haben, jenseits von Gut und Böse ; ein Treibhaus für sonderbare und ausgesuchte Pflanzen.

Friedrich Nietzsche - Sämtliche Werke
Kritische Studienausgabe - Band 12
DTV de Gruyter

Nachgelassene Fragmente 1885 - 1889 
1. Teil : 1885 - 1887

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WM 898 (Spring-Fall 1887) The strong of the future.-

That which partly necessity, partly chance has achieved here and there, the conditions for the production of a stronger type, we are now able to comprehend and consciously will: we are able to create the conditions under which such an elevation is possible. 
Until now, "education" has had in view the needs of society: not the possible needs of the future, but the needs of the society of the day. One desired to produce "tools" for it. Assuming the wealth of force were greater, one could imagine forces being subtracted, not to serve the needs of society but some future need. 
Such a task would have to be posed the more it was grasped to what extent the contemporary form of society was being so powerfully transformed that at some future time it would be unable to exist for its own sake alone, but only as a tool in the hands of a stronger race. 
The increasing dwarfing of man is precisely the driving force that brings to mind the breeding of a stronger race—a race that would be excessive precisely where the dwarfed species was weak and growing weaker (in will, responsibility, self-assurance, ability to posit goals for oneself ). 
The means would be those history teaches: isolation through interests in preservation that are the reverse of those which are average today; habituation to reverse evaluations; distance as a pathos; a free conscience in those things that today are most undervalued and prohibited. 
The homogenizing of European man is the great process that cannot be obstructed: one should even hasten it. 
The necessity to create a gulf, distance, order of rank, is given eo ipso--not the necessity to retard the process. 
As soon as it is established, this homogenizing species reguires a justification: it lies in serving a higher sovereign species that stands upon the former and can raise itself to its task only by doing this. 
Not merely a master race whose sole task is to rule, but a race with its own sphere of life, with an excess of strength for beauty, bravery, culture, manners to the highest peak of the spirit; an affirming race that may grant itself every great luxury — strong enough to have no need of the tyranny of the virtue-imperative, rich enough to have no need of thrift and pedantry, beyond good and evil; a hothouse for strange and choice plants .

Friedrich Nietzsche - The Will of Power

Translated by Walter Kaufmann and R.J. Hollingdale
Edited by Walter Kaufmann (Copyright, 1967)
Random House, New York, 1967
or Vintage Books Edition (September 1968) 
or Knopf Doubleday Publishing Group (2011, pg. 478)

Picblog: Anthony p. Iannini 'Nietzsche' (2005)

venerdì 13 febbraio 2015

La via di fuga. Storia di Renzo Fubini di Federico Fubini con l’autore dialoga Massimiliano Panarari @ I teatri / Reggio Emilia, 15 febbraio 2015


La via di fuga.
Storia di Renzo Fubini
di Federico Fubini
con l’autore dialoga Massimiliano Panarari

Chi sono i personaggi ritratti in quella foto di famiglia ingiallita che li immortala nella notte di fine anno del 1929, tutti in posa e gerarchicamente collocati intorno a una trisavola e al bisnonno Riccardo Fubini? Parte dalla curiosità suscitata da quell'immagine la lunga ricerca dell'autore sulle vicende che hanno coinvolto i suoi parenti e in particolare il prozio Renzo Fubini, allora venticinquenne, durante gli anni del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Renzo, laureato "cum laude" in economia con Luigi Einaudi, grazie a una borsa di studio della Rockefeller Foundation è appena stato a Londra e a New York, dove si è ritrovato catapultato in pieno nel crash di Wall Street e nella grande depressione degli anni Trenta. Due eventi che Renzo guarda e commenta non solo da economista. Gli interessa scoprire come reagiscono le persone di fronte al crollo del loro mondo. Se lo chiede anche Federico Fubini, suo pronipote, davanti alla crisi attuale che ha gettato la Grecia nel caos risvegliando i germi di un fascismo latente, e che morde l'Occidente e l'Italia in particolare. Si reagisce con tre possibili scelte, sosterrà nel 1970 l'economista Albert Hirschman, ex allievo di Renzo all'università di Trieste: "exit", "voice", "loyalty", defezione, protesta o lealtà al sistema in declino.

F. Fubini, La via di fuga, Mondadori, 2014

Federico Fubini
(Firenze, 1966), inviato speciale di Repubblica, si occupa soprattutto di economia internazionale. Ha pubblicato il libro di reportage Destini di frontiera. Da Vladivostok a Khartoum, un viaggio in nove storie (Laterza 2010) e Noi siamo la rivoluzione (Mondadori 2012).

Massimiliano Panarari
Insegna Comunicazione politica e Linguaggi del giornalismo all'Università di Modena e Reggio Emilia e collabora con l'Università Luigi Bocconi di Milano e la School of Government dell'Università Luiss Guido Carli di Roma. Si occupa di mass media e popular culture ed è consulente di comunicazione politica e pubblica. È commentatore dei quotidiani La Stampa, Il Piccolo, Europa e Giornale di Brescia. È autore del libro L'egemonia sottoculturale (Einaudi, 2010) e coautore (con F. Motta) del libro Elogio delle minoranze. Le occasioni mancate dell'Italia (Marsilio, 2012).




  • Chi sono i personaggi ritratti in quella foto di famiglia ingiallita che li immortala nella notte di fine anno del 1929, tutti in posa e gerarchicamente collocati intorno a una trisavola e al bisnonno Riccardo Fubini? Parte dalla curiosità suscitata da quell'immagine la lunga ricerca dell'autore sulle vicende che hanno coinvolto i suoi parenti e in particolare il prozio Renzo Fubini, allora venticinquenne, durante gli anni del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Renzo, laureato cum laude in economia con Luigi Einaudi, grazie a una borsa di studio della Rockefeller Foundation è appena stato a Londra e a New York, dove si è ritrovato catapultato in pieno nel crash di Wall Street e nella grande depressione degli anni Trenta. Due eventi che Renzo guarda e commenta non solo da economista. Gli interessa scoprire come reagiscono le persone di fronte al crollo del loro mondo. Se lo chiede anche Federico Fubini, suo pronipote, davanti alla crisi attuale che ha gettato la Grecia nel caos risvegliando i germi di un fascismo latente, e che morde l'Occidente e l'Italia in particolare. Si reagisce con tre possibili scelte, sosterrà nel 1970 l'economista Albert Hirschman, ex allievo di Renzo all'università di Trieste: exit, voice, loyalty, defezione, protesta o lealtà al sistema in declino. Come hanno dunque risposto i protagonisti di questa storia sfaccettata, che rimbalza di continuo fra gli anni bui delle persecuzioni razziali e della guerra, e quelli di oggi nella Grecia di Alba Dorata o la Catanzaro del mercato dei voti comprati? Renzo, rendendosi conto di rischiare la vita, cercherà di espatriare chiedendo l'appoggio di Einaudi per un incarico all'estero. Altri, in Grecia o a Catanzaro, faranno scelte simili o diverse. Ma sotto la lente di ingrandimento dell'autore un'altra opzione sembra farsi strada, a ben vedere molto più allarmante: «Oggi, certo, viviamo in un mondo fondamentalmente diverso. Eppure le persone che avevo visto in Grecia o a Catanzaro ... mi fecero sospettare che Hirschman si sbagliava. Non c'erano solo la defezione, la protesta o la lealtà. C'era anche una quarta strada aperta di fronte al declino del proprio paese o del proprio sistema: il rifiuto della realtà».

giovedì 12 febbraio 2015

Franco Berardi: Riflessioni sull'orlo dell'abisso @ Micromega, 12 febbraio 2015


Franco Berardi: Riflessioni sull'orlo dell'abisso @ 

Micromega, 12 febbraio 2015


Un enigma

C’è un enigma al cuore della situazione europea: quali sono le intenzioni della classe dirigente tedesca? Quali sono le sue aspettative riguardo al futuro dell’Unione? Non si rendono conto dei pericoli (vittoria delle destre nazionaliste, crollo dell’Unione, guerra euro-russa) che si delineano all’orizzonte dopo cinque anni di austerity che hanno costantemente peggiorato le condizioni di vita della popolazione europea?
Anche in Germania comincia a manifestarsi qualche voce di dissenso nei confronti della politica del gruppo dirigente che ha modellato l’Unione europea secondo una cultura austeritaria. Il sindacato metalmeccanico e alcuni intellettuali chiedono al governo tedesco di moderare la sua furia distruttiva. Tutti conoscono le posizioni critiche di Ulrich Beck negli ultimi anni della sua vita. L’economista Rudolf Hickel ha descritto le politiche di austerità come un trasferimento di risorse dalla società verso il sistema bancario. E lo storico Karl Heinz Roth ha quantificato in 80 miliardi di Euro le riparazioni di guerra che la Germania deve alla Grecia, e ha sottolineato il significato morale di questo punto.
Ma ora è necessario che un movimento culturale si esprima in Germania non solo per evitare uno scontro fatale con il popolo greco, ma anche per ripensare la prospettiva stessa dell’Unione.
Talvolta si ha l’impressione che la Germania sia disposta a giocare il gioco dell’Unione solo a patto che l’Europa intenda diventare tedesca. Si tratta di un compito irrealizzabile perché la complessità d’Europa è irriducibile.
Inoltre l’equilibrio economico tedesco non si può tradurre in termini europei: l’economia tedesca ha evitato una totale deterritorializzazione, in conseguenza dello scambio imposto ai lavoratori dal governo “rosso-verde”: manteniamo in Germania i luoghi di produzione e in cambio voi accettate un immiserimento dei salari. Pensiamo che la Grecia (o l’Italia, per esempio) possano andare sulla stessa strada? Agli occhi dei tedeschi i paesi mediterranei sono luoghi di vacanza e soprattutto consumatori dei prodotti tedeschi. Per poter garantire le loro esportazioni hanno accettato nei paesi importatori quello che combattevano a casa loro: un grosso settore pubblico, evasione fiscale e indebitamento. Per questo l’arrogante messaggio del governo tedesco: “fate come noi.” Non ha senso. Ogni paese europeo dovrebbe diventare il campione dell’export.
L’incrollabile (Unerschutterlich) determinazione con cui il ceto politico-finanziario tedesco ha imposto e pretende di mantenere la politica di pareggio di bilancio fa paura e sembra nascondere la volontà solo parzialmente conscia di distruggere l’Unione. Ma non penso che la tetra determinazione tedesca derivi da un calcolo consapevole. Penso che il ceto finanzista sia spinto all’arroganza e al disprezzo nei confronti dei paesi mediterranei d’Europa da qualcosa che è più profondo di una strategia consapevole.

Se Syriza è sconfittà l’Europa è finita

Il movimento del 2011 – da Occupy Wall Street all’Acampada Spagnola – ha prodotto un effetto importante di riattivazione della corporeità collettiva, ma non è riuscito minimamente a intercettare, meno che mai bloccare, l’aggressione finanzista. Syriza ha tratto legittimità e forza dall’occupazione di Syntagma, ma ha saputo tradurre quella forza in un processo elettorale che ora intercetta finalmente la sfera della decisione finanziaria e sembra per la prima volta in grado di riattivare l’autonomia della società rispetto alla dinamica finanziaria che fino a ieri sembrava del tutto impermeabile alla democrazia, all’opinione, alla mobilitazione della società.
Se le istituzioni europee si riveleranno, come al momento appare probabile, del tutto succubi al diktat tedesco, e non permetteranno al governo greco di ottenere una rinegoziazione del debito, assisteremo probabilmente a un fenomeno nuovo: la fuoriuscita della società greca dalla sfera semiotica dell’economia monetaria, lo sganciamento della sfera del comune dal dominio finanziario, dalla marcatura semiotica che trasforma l’utile e il necessario in varianti dipendenti dall’assolutismo della valorizzazione finanziaria.
L’esperimento Syriza non può perdere, ed è compito di ogni persona libera fare qualsiasi cosa sia necessaria e utile (qualsiasi cosa) perché il popolo greco non venga schiacciato, umiliato, distrutto. Non solo per solidarietà con il popolo greco, ma perché se perde Syriza allora non vi sarà più alcuna possibilità di salvezza. La sconfitta di Syriza aprirebbe la strada alla barbarie fascista su scala europea. Prima di tutto in Grecia naturalmente poi in Francia. Ma al tempo stesso la sconfitta di Syriza farebbe precipitare l’odio anti-tedesco che dovunque in Europa serpeggia sotto pelle. E allora l’Unione sarebbe ridotta a una gabbia finanziaria entro la quale sono costretti a convivere (ma per quanto?) forze nazionaliste che si odiano e che si preparano alla guerra.

L’etica del lavoro è fuori fuoco

L’Unione europea fu concepita nelle convulsioni della seconda guerra mondiale e fu prima di tutto un tentativo di superare la guerra nazionale tra Francia e Germania, manifestazione politica della dialettica che oppone la Ragione universale e i diritti umani, al culto romantico dell’appartenenza, della memoria e del territorio.
Ma questa era solo la prima parte del lavoro. C’è un altro compito culturale che gli europei hanno mancato di svolgere. Elaborare la divisione tra etica del lavoro borghese (in cui ha giocato un ruolo decisivo la cultura Protestante della responsabilità), e ridotta responsabilità individuale nella sfera mediterranea, cattolica e ortodossa.
Questa divisione non è mai stata esplicitamente affrontata. Al contrario, gli intellettuali dei paesi del sud, e la classe politica soprattutto di sinistra hanno dato per scontata la superiorità valoriale e funzionale della cultura protestante, hanno spesso identificato nel senso protestante di responsabilità individuale il segno della modernità che manca alle popolazioni mediterranee.
In Italia modernizzazione e lotta alla corruzione sono sempre state identificate con un progetto di allineamento alle forme politiche dell’Europa protestante. Questa posizione era certamente fondata nella prima metà del XX secolo, quando il progresso industriale richiedeva la formazione di una cultura della responsabilità e del merito. Ma ha senso ancora?
I mediterranei debbono imparare la lezione Protestante (fare i compiti a casa) o debbono mettere in questione la legittimità e l’utilità dell’idea secondo cui i debiti si debbono pagare, e solo il duro lavoro può portare la prosperità?
Io penso che la seconda ipotesi sia quella giusta: dal punto di vista dell’utile sociale e anche dal punto di vista dell’etica civile dobbiamo mettere in questione la superiorità del senso di responsabilità protestante, l’osservanza delle regole e l’implicita colpevolizzazione. L’etica borghese del lavoro non ha più alcuna utilità sociale né valore universale quando il capitalismo esce dalla sua forma borghese industriale.
La Riforma Protestante fu certamente fondamentale nella creazione dell’etica borghese che ha reso possibile il moderno progresso industriale. La proprietà privata, il giusto compenso del lavoro erano principi in qualche modo fondati sull’interesse comune: l’espansione della comunità, la crescita della produzione e del consumo. Valori etici e interesse comune erano legati.
Il duro lavoro meritava di essere compensato non solo per il suo supposto valore intrinseco, ma anche perché pagare il lavoro era la sola maniera di sviluppare un senso di responsabilità nell’insieme della società. La responsabilità significava rispetto dell’interesse comune. Ma ora che il capitalismo finanziario ha deterritorializzato la produzione e resa indeterminabile la stessa fonte del valore, le condizioni condivise del comportamento etico si sono dissolte. Le fluttuazioni del mercato finanziario hanno poco a che fare con il comportamento responsabile degli azionisti: al contrario i profitti finanziari dipendono sempre di più dalla violazione dell’interesse comune, come si è visto nel caso della recente bancarotta provocata dai mutui ipotecari americani. I fondamenti morali della società moderna erano la responsabilità della borghesia e la solidarietà tra lavoratori.
Il borghese protestante era responsabile davanti a Dio e alla comunità territoriale perché da loro dipendeva la prosperità. Il lavoratore provava solidarietà con i suoi colleghi per la coscienza di condividere gli stessi interessi. Entrambi questi fondamenti dell’etica moderna si sono dissolti. Il capitalista post-borghese non si sente responsabile per la comunità e per il territorio perché il capitalismo finanziario è totalmente deterritorializzato e non ha alcun interesse nel futuro benessere della comunità. D’altra parte il lavoratore post-fordista non condivide più lo stesso interesse dei suoi colleghi ma è costretto a competere ogni giorno contro gli altri lavoratori per un lavoro per un salario nel mercato del lavoro deregolato. Nel quadro di questa nuova organizzazione precaria del lavoro costruire solidarietà diviene un compito sempre più difficile.

La regola e la misura

Nella sfera della civiltà borghese moderna la regola era fondata su una relazione misurabile tra valore e tempo di lavoro. Questo non è più vero nella sfera del semiocapitalismo: il lavoro cognitivo è sempre meno riducibile a una misura comune. E il capitale finanziario non è il prodotto di risparmi, parsimonia e accumulazione del prodotto del duro lavoro. E’ l’effetto di un potere arbitrario, fondato sulla persuasione, l’inganno e la violenza.
La borghesia era essenzialmente una classe legata al territorio. La stessa definizione di questa classe era riferita al territorio del borgo. In quel luogo le energie produttive si riunivano, e si proteggeva la proprietà. Anche la ricchezza del borghese era territorializzata, e l’accumulazione di capitale era resa possibile dalla produzione di cose fatte di materiali fisici legati al luogo, al territorio. Tempo di lavoro e territorio erano le condizioni della misura razionale universale. Mentre la cultura Barocca sottolinea l’ambiguità e la multiforme ingannevole natura del linguaggio, la cultura protestante è fondata sull’assunzione di una relazione fissa tra segno e significato, tra significante e significato.
I governanti tedeschi insistono sulla necessità di rispettare le regole. Ma quale regola impone al popolo greco di pagare per l’evasione fiscale del ceto finanziario globale? E chi ha detto che occorre lavorare di più quando le tecnologie rendono il lavoro umano superfluo, eccedente, e quindi sempre più disoccupato?

Franco Berardi “Bifo”
(12 febbraio 2015)

martedì 6 gennaio 2015

Mathew D. Rose: It is Not a Eurozone Crisis, but a European Union Crisis @ Naked Capitalism 06Jan2015

Mathew D. Rose: It is Not a Eurozone Crisis, but a European Union Crisis


By Mathew D. Rose, a freelance journalist in Berlin

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The austerity policy dictated to the Eurozone by Germany has failed to generate a recovery. The news goes from bad to worse – and even worse. Nowhere is that more tangible than in Greece. Just to repeat the otherwise well known facts for the German readers of Naked Capitalism, who are withheld such facts in their own media: 1 million people have lost their jobs (approximately 25 percent of the working population); youth unemployment is well over 50 percent despite massive immigration; a third of business have closed, salaries have sunk almost 40 percent; pensions have been reduced almost by half; the economy has contracted by a quarter; there has been a 43 percent increase in child mortality and the health system has broken down; the Greek economy is in deflation; and, since the imposition of the austerity programme in 2010 the public debt has increased from 130 percent of GDP to 175 percent. 
All these figures hide the most important fact: What is occurring in Greece is not so much an economic crisis as a humanitarian disaster. That the Greeks have raised the question of the appropriateness of austerity by precipitating elections is proof that democracy has survived these pernicious times and deserves our greatest respect. I sincerely do not believe that German democracy would have survived under similar conditions. 
The democratic process in Greece is a threat for Germany and its allies, the political elites in Europe. They have a serious problem with democracy. When in 2011 the then prime minister of Greece, George Papandreou, announced a referendum to determine if the Greek people wished to adopt the imposed austerity programme, he was forced from office by the Germans and EU and replaced by a hand selected EU bureaucrat, a former vice-president of the European Central Bank. With the balance sheets of German and French banks in danger due to their extensive exposure to Greek bonds, that was no time to be consulting the Greek people.
Helping the Greek people in their time of need has never been an issue for the Germans and the EU. We know from Timothy Geitner’s book “Stress Test” that at the inception of the Greek crisis “EU leaders were obsessed with crushing terrible Greeks” and Germany’s finance minister, Wolfgang Schäuble was just as obsessed with throwing Greece out of the Eurozone (which he still is).
We further know from files leaked to the Wall Street Journal that within the IMF in 2010 Argentina, Brazil, India, Russia and Switzerland all argued that a portion of Greece’s debt owed to private banks should be cancelled before any bailout from the IMF. They knew all too well that the planned Troika (European Central Bank, EU Comission and IMF) “bailout” was intended to rescue the European banks, predominately those of Germany, France and Britain, with their high exposure to Greek government bonds, leaving the Greek people in an even direr situation. The head of the IMF, the French politician Christine Lagarde, denied this the existence of this dissent for years. Two years later Greece’s debts were reduced by half, but by then most of the debt lay with the EU and IMF, the banks and other financial institutions having exited the Greek bond market.
There has been no tangible solidarity or compassion shown by EU leaders during the Greek crisis – except with their banks. Today the Troika pertinaciously demand increasingly destructive “reforms” from Greece, but have neglected the two most important: a purging of the corrupt political elite of Greece that was responsible for the crisis and clamping down on the systematic tax evasion of Greece’s oligarchy. 
The two parties that have dominated Greek politics since the demise of the dictatorship in 1974 and are responsible for the crisis, New Democracy and PASOK, are still in power, enjoying support from the predominant EU parties, who are no less corrupt than their counterparts in Greece. There has been little progress in pursuing major tax evaders of the past and present. The head of the General Secretariat of Public Revenue responsible for tax compliance comes from PwC, a firm that has recently found itself in the middle of the affair concerning corporate tax dodging in Luxembourg. 
Germany does not want change. It is more interested in keeping its Greek Quislings in power. No wonder that in Germany there is currently a campaign by the political elite and their media bullying the Greeks and falsely mobilizing public sentiment against a potential Syriza government. The German government is threatening to throw Greece out of the Eurozone, although such a procedure is not foreseen in the laws regulating the common currency. This is the prerogative of the stronger, claiming that Greece is bound by contract to repay its debts to the EU, but on the other hand not in the least interested in the regulations of the Eurozone contract. 
What the Germans seem to have in mind is a financial blitzkrieg against Greece should Syriza win, reducing the land to economic rubble and dust, an example for other potential refractory Euro nations. This has been justified by claiming that Syriza is blackmailing Germany with a default, but then Germany claimed its invasion of Poland in 1939 was also an act of self-defence. Things do not change.
This sort of rhetoric has not issued from other Euro nations. In fact we are hearing nothing with the exception of the French President Francois Hollande, who stated in an interview: “The Greeks are free to choose their own destiny. But, having said that, there are certain engagements that have been made and all those must be of course respected.” This has little in common with Germany’s threats of “awe and destruction”.
Germany’s current policy has little to do with the Euro, but is a reaction of a challenge to their hegemony in Europe. The idea behind the European Union was to extirpate cataclysmic wars within the continent. Now it seems that such practices have returned – using economic means, much like we are seeing with Russia. 
Should Syriza win the elections later this month, and a government is formed that wishes to renegotiate the so-called bailout imposed upon the Greek nation, then it is the responsibility of the Eurozone members to negotiate. Should a compromise not be forthcoming and all sides agree that Greece’s exit from the Eurozone is necessary, then it is still the responsibility of the member nations and those of European Union to see that this is done in an orderly and humanitarian fashion. Greece is part of the “European family”, as the union has been labelled in more auspicious times, and has no intention and no reason to leave the European Union, even if it should withdraw from the Euro. 
Germany’s threats are certainly not in the spirit of the EU, but reflect its rekindled dreams to dominate the continent, signaling the return of the same brutal nationalism and large nations throwing their weight about that has plagued Europe for centuries and almost led to its destruction in the Second World War.
Admittedly Germany does have a number of serious issues to deal with. 
First, any sort of rebellion against Germany’s hegemony in Europe could easily spread. Europeans are increasingly fed up with austerity and German financial – and unsuccessful – dogmatism. 
Second, Syriza is a leftist party and that is anathema to a politically reactionary nation like Germany. 
Third, should Greece default activating German government guarantees, Germany’s much heralded balanced budget for 2015 could be in jeopardy. 
Fourth, the European perception of Germany is increasingly that of a bully dragooning small nations. Furthermore, having to negotiate with Greece will domestically appear to be a sign of weakness and would be grasped upon by the up and coming rightist, anti-EU party “Alternative for Germany”, which is drawing voters from Chancellor Merkel’s Christian Democrats.
There is a further question: Is Germany simply trying to influence the Greek elections with its threats and posturing? Forty years ago as the dictatorships in Greece, Portugal and Spain collapsed; to prevent the success of leftist parties, the German government channelled large amounts of money to parties on the right. To do this, they used the dubious publically financed foundations of the German political parties: the Konrad-Adenauer-Stiftung, Friedrich-Ebert-Stiftung, Hans-Seidel-Stiftung and Friedrich-Naumann-Stiftung. The funds were surreptitiously provided by the Foreign Office (Auswärtiges Amt), packed in suitcases and the couriers from the foundations provided with diplomatic passports. From the foundation offices in the above mentioned nations the suitcases could be inconspicuously given to a member of a sister party of the foundation. These German foundations had closed their offices in Greece many years ago, only to reopen them in 2012. It could well be that suitcases full of cash are once again travelling south from the Foreign Office in Berlin to Athens.
What is especially fortunate for Europe is that this challenge to German hegemony and the corrupt political class of Europe is coming from the Left. To leave this issue to the rising ultra-right and neo-fascist parties would have been calamitous, giving them the reputation as champions of democracy in Europe. A new force seems to be rising in Europe, once again giving a voice to a European perspective of social justice and peace. One can only hope that prosperity will follow – should Germany not instigate a second Götterdämmerung for Europe. You never know with the Germans.