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giovedì 26 febbraio 2015

McKenzie Wark and Franco Berardi: (1/2+2/2) Italian Media Theorist & Cultural Agitator “Bifo” w/ McKenzie Wark @ Not an Alternative

(1/2) Italian Media Theorist & Cultural Agitator “Bifo” w/ MacKenzie Wark from Not An Alternative on Vimeo.

(2/2) Italian Media Theorist & Cultural Agitator “Bifo” w/ MacKenzie Wark from Not An Alternative on Vimeo.

Friday February 27th 2015, 1pm-2pm At Institute of Contemporary Art, The Mall, London, SW1Y 5AH Culture Now: Franco “Bifo” Berardi will discuss HEROES with Professor Benjamin Noys. For more information and to book: https://www.ica.org.uk/whats-on/culture-now-franco-bifo-berardi

giovedì 12 febbraio 2015

Franco Berardi: Riflessioni sull'orlo dell'abisso @ Micromega, 12 febbraio 2015


Franco Berardi: Riflessioni sull'orlo dell'abisso @ 

Micromega, 12 febbraio 2015


Un enigma

C’è un enigma al cuore della situazione europea: quali sono le intenzioni della classe dirigente tedesca? Quali sono le sue aspettative riguardo al futuro dell’Unione? Non si rendono conto dei pericoli (vittoria delle destre nazionaliste, crollo dell’Unione, guerra euro-russa) che si delineano all’orizzonte dopo cinque anni di austerity che hanno costantemente peggiorato le condizioni di vita della popolazione europea?
Anche in Germania comincia a manifestarsi qualche voce di dissenso nei confronti della politica del gruppo dirigente che ha modellato l’Unione europea secondo una cultura austeritaria. Il sindacato metalmeccanico e alcuni intellettuali chiedono al governo tedesco di moderare la sua furia distruttiva. Tutti conoscono le posizioni critiche di Ulrich Beck negli ultimi anni della sua vita. L’economista Rudolf Hickel ha descritto le politiche di austerità come un trasferimento di risorse dalla società verso il sistema bancario. E lo storico Karl Heinz Roth ha quantificato in 80 miliardi di Euro le riparazioni di guerra che la Germania deve alla Grecia, e ha sottolineato il significato morale di questo punto.
Ma ora è necessario che un movimento culturale si esprima in Germania non solo per evitare uno scontro fatale con il popolo greco, ma anche per ripensare la prospettiva stessa dell’Unione.
Talvolta si ha l’impressione che la Germania sia disposta a giocare il gioco dell’Unione solo a patto che l’Europa intenda diventare tedesca. Si tratta di un compito irrealizzabile perché la complessità d’Europa è irriducibile.
Inoltre l’equilibrio economico tedesco non si può tradurre in termini europei: l’economia tedesca ha evitato una totale deterritorializzazione, in conseguenza dello scambio imposto ai lavoratori dal governo “rosso-verde”: manteniamo in Germania i luoghi di produzione e in cambio voi accettate un immiserimento dei salari. Pensiamo che la Grecia (o l’Italia, per esempio) possano andare sulla stessa strada? Agli occhi dei tedeschi i paesi mediterranei sono luoghi di vacanza e soprattutto consumatori dei prodotti tedeschi. Per poter garantire le loro esportazioni hanno accettato nei paesi importatori quello che combattevano a casa loro: un grosso settore pubblico, evasione fiscale e indebitamento. Per questo l’arrogante messaggio del governo tedesco: “fate come noi.” Non ha senso. Ogni paese europeo dovrebbe diventare il campione dell’export.
L’incrollabile (Unerschutterlich) determinazione con cui il ceto politico-finanziario tedesco ha imposto e pretende di mantenere la politica di pareggio di bilancio fa paura e sembra nascondere la volontà solo parzialmente conscia di distruggere l’Unione. Ma non penso che la tetra determinazione tedesca derivi da un calcolo consapevole. Penso che il ceto finanzista sia spinto all’arroganza e al disprezzo nei confronti dei paesi mediterranei d’Europa da qualcosa che è più profondo di una strategia consapevole.

Se Syriza è sconfittà l’Europa è finita

Il movimento del 2011 – da Occupy Wall Street all’Acampada Spagnola – ha prodotto un effetto importante di riattivazione della corporeità collettiva, ma non è riuscito minimamente a intercettare, meno che mai bloccare, l’aggressione finanzista. Syriza ha tratto legittimità e forza dall’occupazione di Syntagma, ma ha saputo tradurre quella forza in un processo elettorale che ora intercetta finalmente la sfera della decisione finanziaria e sembra per la prima volta in grado di riattivare l’autonomia della società rispetto alla dinamica finanziaria che fino a ieri sembrava del tutto impermeabile alla democrazia, all’opinione, alla mobilitazione della società.
Se le istituzioni europee si riveleranno, come al momento appare probabile, del tutto succubi al diktat tedesco, e non permetteranno al governo greco di ottenere una rinegoziazione del debito, assisteremo probabilmente a un fenomeno nuovo: la fuoriuscita della società greca dalla sfera semiotica dell’economia monetaria, lo sganciamento della sfera del comune dal dominio finanziario, dalla marcatura semiotica che trasforma l’utile e il necessario in varianti dipendenti dall’assolutismo della valorizzazione finanziaria.
L’esperimento Syriza non può perdere, ed è compito di ogni persona libera fare qualsiasi cosa sia necessaria e utile (qualsiasi cosa) perché il popolo greco non venga schiacciato, umiliato, distrutto. Non solo per solidarietà con il popolo greco, ma perché se perde Syriza allora non vi sarà più alcuna possibilità di salvezza. La sconfitta di Syriza aprirebbe la strada alla barbarie fascista su scala europea. Prima di tutto in Grecia naturalmente poi in Francia. Ma al tempo stesso la sconfitta di Syriza farebbe precipitare l’odio anti-tedesco che dovunque in Europa serpeggia sotto pelle. E allora l’Unione sarebbe ridotta a una gabbia finanziaria entro la quale sono costretti a convivere (ma per quanto?) forze nazionaliste che si odiano e che si preparano alla guerra.

L’etica del lavoro è fuori fuoco

L’Unione europea fu concepita nelle convulsioni della seconda guerra mondiale e fu prima di tutto un tentativo di superare la guerra nazionale tra Francia e Germania, manifestazione politica della dialettica che oppone la Ragione universale e i diritti umani, al culto romantico dell’appartenenza, della memoria e del territorio.
Ma questa era solo la prima parte del lavoro. C’è un altro compito culturale che gli europei hanno mancato di svolgere. Elaborare la divisione tra etica del lavoro borghese (in cui ha giocato un ruolo decisivo la cultura Protestante della responsabilità), e ridotta responsabilità individuale nella sfera mediterranea, cattolica e ortodossa.
Questa divisione non è mai stata esplicitamente affrontata. Al contrario, gli intellettuali dei paesi del sud, e la classe politica soprattutto di sinistra hanno dato per scontata la superiorità valoriale e funzionale della cultura protestante, hanno spesso identificato nel senso protestante di responsabilità individuale il segno della modernità che manca alle popolazioni mediterranee.
In Italia modernizzazione e lotta alla corruzione sono sempre state identificate con un progetto di allineamento alle forme politiche dell’Europa protestante. Questa posizione era certamente fondata nella prima metà del XX secolo, quando il progresso industriale richiedeva la formazione di una cultura della responsabilità e del merito. Ma ha senso ancora?
I mediterranei debbono imparare la lezione Protestante (fare i compiti a casa) o debbono mettere in questione la legittimità e l’utilità dell’idea secondo cui i debiti si debbono pagare, e solo il duro lavoro può portare la prosperità?
Io penso che la seconda ipotesi sia quella giusta: dal punto di vista dell’utile sociale e anche dal punto di vista dell’etica civile dobbiamo mettere in questione la superiorità del senso di responsabilità protestante, l’osservanza delle regole e l’implicita colpevolizzazione. L’etica borghese del lavoro non ha più alcuna utilità sociale né valore universale quando il capitalismo esce dalla sua forma borghese industriale.
La Riforma Protestante fu certamente fondamentale nella creazione dell’etica borghese che ha reso possibile il moderno progresso industriale. La proprietà privata, il giusto compenso del lavoro erano principi in qualche modo fondati sull’interesse comune: l’espansione della comunità, la crescita della produzione e del consumo. Valori etici e interesse comune erano legati.
Il duro lavoro meritava di essere compensato non solo per il suo supposto valore intrinseco, ma anche perché pagare il lavoro era la sola maniera di sviluppare un senso di responsabilità nell’insieme della società. La responsabilità significava rispetto dell’interesse comune. Ma ora che il capitalismo finanziario ha deterritorializzato la produzione e resa indeterminabile la stessa fonte del valore, le condizioni condivise del comportamento etico si sono dissolte. Le fluttuazioni del mercato finanziario hanno poco a che fare con il comportamento responsabile degli azionisti: al contrario i profitti finanziari dipendono sempre di più dalla violazione dell’interesse comune, come si è visto nel caso della recente bancarotta provocata dai mutui ipotecari americani. I fondamenti morali della società moderna erano la responsabilità della borghesia e la solidarietà tra lavoratori.
Il borghese protestante era responsabile davanti a Dio e alla comunità territoriale perché da loro dipendeva la prosperità. Il lavoratore provava solidarietà con i suoi colleghi per la coscienza di condividere gli stessi interessi. Entrambi questi fondamenti dell’etica moderna si sono dissolti. Il capitalista post-borghese non si sente responsabile per la comunità e per il territorio perché il capitalismo finanziario è totalmente deterritorializzato e non ha alcun interesse nel futuro benessere della comunità. D’altra parte il lavoratore post-fordista non condivide più lo stesso interesse dei suoi colleghi ma è costretto a competere ogni giorno contro gli altri lavoratori per un lavoro per un salario nel mercato del lavoro deregolato. Nel quadro di questa nuova organizzazione precaria del lavoro costruire solidarietà diviene un compito sempre più difficile.

La regola e la misura

Nella sfera della civiltà borghese moderna la regola era fondata su una relazione misurabile tra valore e tempo di lavoro. Questo non è più vero nella sfera del semiocapitalismo: il lavoro cognitivo è sempre meno riducibile a una misura comune. E il capitale finanziario non è il prodotto di risparmi, parsimonia e accumulazione del prodotto del duro lavoro. E’ l’effetto di un potere arbitrario, fondato sulla persuasione, l’inganno e la violenza.
La borghesia era essenzialmente una classe legata al territorio. La stessa definizione di questa classe era riferita al territorio del borgo. In quel luogo le energie produttive si riunivano, e si proteggeva la proprietà. Anche la ricchezza del borghese era territorializzata, e l’accumulazione di capitale era resa possibile dalla produzione di cose fatte di materiali fisici legati al luogo, al territorio. Tempo di lavoro e territorio erano le condizioni della misura razionale universale. Mentre la cultura Barocca sottolinea l’ambiguità e la multiforme ingannevole natura del linguaggio, la cultura protestante è fondata sull’assunzione di una relazione fissa tra segno e significato, tra significante e significato.
I governanti tedeschi insistono sulla necessità di rispettare le regole. Ma quale regola impone al popolo greco di pagare per l’evasione fiscale del ceto finanziario globale? E chi ha detto che occorre lavorare di più quando le tecnologie rendono il lavoro umano superfluo, eccedente, e quindi sempre più disoccupato?

Franco Berardi “Bifo”
(12 febbraio 2015)

sabato 1 marzo 2014

Money Lab: Coining Alternatives - International Conference, Bazaar, Workshops, Art & Performances March 21-22, 2014 @ Location: Lab111, Arie Biemondstraat 111, 1054 PD Amsterdam.


Money Lab: Coining Alternatives - International Conference, Bazaar, Workshops, Art & Performances March 21-22, 2014 @ Location: Lab111, Arie Biemondstraat 111, 1054 PD Amsterdam.
The full conference program is now available!
Friday, 21 March
09:00 – 09:30 – Doors open
09:30 – 11:00 - Session 1: Monetization and Dismantling Global Finance (part 1)
11:00 – 11:15 – Tea break
11:15 – 13:00 - Session 1: Monetization and Dismantling Global Finance (part 2)
13:00 – 14:00 – Lunch break
14:00 – 15:40 - Session 2: Critical Art Practices
15:40 – 16:00 – Tea break
16:00 – 17:30 - Session 3: Mobile Money
Saturday, 22 March
09:30 – 10:00 – Doors open
09:30 – 18:00 – Alternatives Bazaar opens for the entire day
10:00 – 11:45 – Session 4: Bitcoin and Beyond
11:45 – 12:00 – Tea break
12:00 – 13:00 – Session 5: Alternatives Bazaar on Stage
13:00 – 14:00 – Lunch break
14:00 – 15:45 – Session 6: Critique of Crowdfunding
15:45 – 16:00 – Tea break
16:00 – 18:00 – Session 7: Designing Alternatives
Who is coming?
Speakers: Saskia Sassen (US), Stefan and Ralph Heidenreich (DE), Bill Maurer (US), Franco Berardi (IT), Brett Scott (UK), Tiziana Terranova (IT), Dadara (NL), Brian Holmes (US), Eduard de Jong (NL), Stephen Musoke (UG), Erin Taylor (AU), Taylor Nelms (US), Ron Peperkamp (NL), Aaron Koenig (DE), Beat Weber (AT), Quinn du Pont (CA), Inge Ejbye Sorensen (DK), Dette Glashauwer (NL), Max Haiven (CA), Eli Gothill (UK), Lana Swartz (US), Matthew Slater (UK), Jamie King (UK), Marijke Hoogenboom (NL) and Gilson Schwartz (BR).
What else is happening?
Theater Performance by Dette Glashouwer on Friday, 21 March.
Crowdfunding workshops by teach2fish on Friday, 21 March.
Alternativez Bazaar on Saturday, 22 March: Bitcoin ATM, Perby, Timebank CC, Noppes, ShareNL, Transition Towns NL, Qoin, geheimagentur (with Kinderbank and Schwartzbank, DE), Kunst Reserve Bank, The Next Nature Network and ECO Currency.

domenica 3 novembre 2013

Franco Berardi (Bifo) - Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk @ Derive Approdi, Settembre 2013


Il Manifesto futurista di Marinetti è il punto finale di una trasformazione culturale nella percezione del tempo che è stato il nucleo profondo della modernità. Le cultura tradizionali trovavano nel passato il riferimento e il fondamento della vita presente, mentre la modernità ha fondato la propria energia sulla tensione all’espansione, al futuro come espansione. Per questo il Novecento ha sempre visto nel futuro il riscatto dalla tragedia, dalla guerra, dal terrore, dalla violenza. Dopo solo cento anni dalla pubblicazione del Manifesto futurista, la prospettiva si è rovesciata e il futuro non ha più la forza di orientamento delle tensioni dell’oggi. Quella che si è dissolta è l’illusione di illimitatezza dell’energia, delle risorse fisiche del pianeta e delle risorse nervose di cui dispone l’umanità organizzata.
Questo libro parla della dissoluzione dell’immaginazione «futurista», ma anche dell’emergere di una consapevolezza del carattere corrotto, marcescente, punk, del mondo che la modernità ci ha lasciato in eredità. Oggi il futuro è preso in un labirinto: se continuiamo a identificarlo con l’espansione ci sentiremo sempre più intrappolati in una condizione di assenza di futuro. Se invece vogliamo avere accesso alla dimensione che si apre dopo il futuro, dopo il collasso della sua illusione
moderna, dovremo rinunciare al pregiudizio della crescita illimitata, dell’espansione economica, dell’accelerazione.


Dall’Introduzione dell’autore
«Scritto nel centenario del Manifesto futurista, e pubblicato in inglese nel 2011, il libro racconta come si è evoluta la percezione del futuro nel corso del Ventesimo secolo. Come abbiamo immaginato il futuro, come l’hanno immaginato gli artisti, i poeti, i filosofi? E come lo immaginiamo oggi? Oggi possiamo vedere gli spazi lontani, ma il tempo lontano nessuno lo vede più. Qualcuno a un certo punto annunciò che il futuro era finito. Ma il futuro non finisce mai. Semplicemente non siamo più capaci di immaginarlo. Il Ventesimo secolo era mosso dall’energia utopica proveniente dalle avanguardie culturali artistiche e politiche. Quell’energia sembra essersi esaurita. Tutto sembra essersi rovesciato, trasformato in forma distopica forse per eccesso di velocità, e nel futuro vediamo le ombre di un passato di barbarie e di miseria che credevamo sepolto. Quando ho scritto questo libro, nel mondo si stava appena spalancando quell’abisso in cui il capitalismo finanziario ha fatto precipitare l’Europa, per distruggere la civiltà sociale e per dare un esempio a quei territori del mondo in cui si stanno sviluppando le nuove economie di crescita. L’Europa, con la sua tradizione di democrazia e di benessere sociale, poteva diventare un pericoloso esempio per gli sfruttati di tutto il mondo. Distruggere l’Europa della solidarietà e del progresso, thatcherizzare l’Europa e ridurla a un deserto di miseria, precarietà e ignoranza è il progetto che il potere finanziario si è proposto e sta realizzando. Quando l’isola britannica venne sottoposta a questa cura devastante, un gruppo di ragazzi urlò disperatamente “il futuro non c’è più” e lì nacque l’onda planetaria del Punk. Quell’isola, che negli anni Sessanta e Settanta aveva vissuto un periodo di rinascimento culturale e di calore solidale, di benessere e di relativa eguaglianza, divenne un esempio di aggressività, di tristezza infinita, di miseria. Oggi quella terapia disumana viene riproposta su scala continentale, perché divenga esempio per tutto il mondo. Nessuno deve più sperare che la vita sul pianeta possa avere connotati umani».


Franco Beradi (Bifo), fondatore della storica rivista «A/traverso», foglio del movimento creativo di Bologna, e tra gli iniziatori di Radio Alice, è autore di numerosi saggi su trasformazioni del lavoro, innovazione e processi comunicativi. Tra i suoi libri:Telestreet. Macchina immaginativa non omologata (insieme a Jacquement e Vitali, 2003), Alice è il diavolo. Storia di una radio sovversiva (2002), Un’estate all’inferno(2002), La fabbrica dell’infelicità (2001), La nefasta utopia di Potere Operaio (1997).
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venerdì 1 novembre 2013

Tiziana Terranova: Dopo il futuro: Dal Futurismo al Cyberpunk (Recensione del libro di Franco Berardi, Derive e Approdi, 2013) @ Carmilla, 07.Oct.2013

Tiziana Terranova: recensione del libro di Franco Berardi (Bifo), Dopo il futuro: Dal Futurismo al Cyberpunk. L’esaurimento della Modernità, DeriveApprodi, Roma 2013, pp. 136, € 14.00
In una delle sue lezioni al Collége de France, Michel Foucault offre questa spiegazione del rapporto tra il sapere dell’intellettuale e la lotta. Non spetta all’intellettuale esortare il popolo alla lotta (‘battetevi contro questo in tale o talaltro modo’), piuttosto quello che il sapere dovrebbe fare è dire, rivolgendosi a coloro che vogliono lottare, ‘se volete lottare, ecco dei punti chiave, delle linee di forza, delle zone di chiusura e di blocco’1.  È chiaro che nonostante il titolo del nuovo libro di Franco Berardi sia carico di parole quale ‘dopo il futuro’ e ‘esaurimento’, esso non può fare a meno o non intende dissuadere dalla lotta, dalla ricreazione del futuro, non è un libro cioè che ci dissuade da quell’atto fondamentale per qualsiasi pratica politica costituente che è credere nel mondo. E tuttavia, da schizoanalista qual è, si tratta di un libro che pone pesantemente l’accento sui blocchi del desiderio e quindi delle lotte, o nei termini del libro, esso pone la centralità della questione della sensibilità, dell’empatia e dell’etica. Si tratta di un libro che pratica l’arte schizoanalitica della diagnosi, mettendo in evidenza tutta una serie di sintomi, culturali e sociali, che mostrano l’evoluzione e l’esaurimento di quella idea di futuro che ha giocato un ruolo fondamentale nei movimenti politici del novecento, e le conseguenze oggi del suo esaurimento.
Il futuro di cui parla Bifo non è ovviamente ‘una dimensione naturale della mente umana’, non è la certezza cioè che qualsiasi cosa faremo, il tempo scorrerà comunque ingrossato da un passato sempre più ingombrante, imbrigliato in un presente limitato, aperto verso l’imprevedibile evento del domani. Il futuro di cui ci parla è una secrezione della soggettività, ha a che fare col modo in cui le soggettività si pongono in relazione al mondo, ed è dunque l’espressione di quei concatenamenti macchinici che investono e formano la soggettività nelle economie e società capitaliste. Il futuro concepito come progresso e cambiamento radicale erompe nel novecento nell’immaginario sociale e culturale come effetto della velocità del mutamento. Le avanguardie italiane e russe ne esprimono due anime e impulsi opposti: la velocità del futuro espresso dall’accellerazione dell’automobile si realizzano nell’esaltazione della guerra e nella repressione del femminile sociale del futurismo italiano (‘il disperato tentativo di non essere femmina’), ma anche nelle pieghe morbide delle avanguardie russe che ‘mettono nel futuro un’enfasi più sfumata, differenziata, ricca’ e lo esprimono in una concezione dell’amore come gioco erotico-poetico. Il general intellect  non è semplicemente un insieme di saperi codificati nella macchina, ma anche espressione di un certo tipo di energia, quella propulsiva della combustione e del motore termodinamico, che attraversa la soggettività moderna spingendola ad immaginare il vettore della velocità come forza distruttiva e creativa allo stesso tempo. La macchina termodinamica è anche una macchina del piacere, e come ci hanno ricordato Luciana Parisi e Klaus Theweleit, essa mobilita e enfatizza una struttura del godimento maschile fatta di scarica entropica e  malinconico ritorno all’ordine2.
L’esaurimento di questo futuro è il leitmotiv della seconda metà del libro, quella dove Bifo si occupa più strettamente del momento presente. La mutazione antropologica registrata segue le trasformazioni del capitale che ha ridisegnato il suo sistema produttivo sulle linee indotte da un nuovo tipo di macchina, comunicativa, informatica e cibernetica. Dopo aver attraversato i movimenti dada e surrealisti, ed essersi soffermato sulla funzione della pubblicità (concendendo a Pasolini un tardo riconoscimento per aver ‘presentito molto dell’epoca barbarica, che, ora sappiamo, era il futuro’), la tesi principale del libro sulla contemporaneità si sviluppa sulle linee di una distinzione tra cyberspazio e cybertempo. La strategia del capitale, immobilizzato dal compromesso keynesiano che pone dei limiti alla sua tendenza all’accumulazione,  minacciato dalla tendenza alla fuga e al sabotaggio della classe operaia industriale, sceglie di deterritorializzare globalmente il flusso di lavoro vivo riorganizzando il suo comando attraverso la topologia della rete o cyberspazio. Il lavoro è ulteriormete astratto dalla concretezza dei luoghi e dei tempi della soggettività incarnata, e trasformato in un flusso deterritorializzato, frammentato e discontinuo di prestazioni infinitamente espandibili.  Questo meccanismo è frattale, si ripete a diverse scale dell’organizzazione del lavoro: è nel crowdsourcing del turco di Amazon (Amazon Turk che distribuisce automaticamente segmenti di lavoro secondo un meccanismo di aste), nelle fabbriche cinesi dove si producono gadget tecnologici, la cui velocità è scandita dall’uscita di nuovi prodotti e campagne pubblicitarie, attraversa la vita del lavoro precario e cellulare-munito fino al comunicatore compulsivo sui social media disponibile a rendere commerciabile ogni secondo delle sue interazioni sociali. Bifo sembra credere dunque che nella rete cibernetica, la vera nuova fabbrica globale, il capitale esercita il comando e il lavoro perde ogni autonomia reale.
Gli effetti di questa mutazione sulla soggettività sono per Bifo devastanti. L’energia mobilizzata non è più quella muscolare e termodinamica dell’organismo, ma quella nervosa del cervello e del sistema nervoso. Il capitalismo informatizzato non si limita ad organizzare lo spazio, ma interviene direttamente sul tempo che è la materia costitutiva della soggettività. Il cybertempo segue le velocità ultrarapide delle reti di microprocessori, e la soggettività è attaccata nelle sue fibre più sensibili, la sua autonomia svuotata dalla velocità compulsiva e frammentata del cybertempo. Si diffondono patologie quali ansia, attacchi di panico, depressione, alcuni scelgono il suicido o l’omicidio. Il tempo viene frazionato e l’anima messa al lavoro e quindi spogliata della sua autonomia. Se i padroni di oggi possono permettersi di ripetere con insistenza che non c’è alternativa ed essere creduti, è perché il cybertempo ha già consumato le capacità delle anime di immaginare un altro futuro, ingoiate dal parassita digitale che decompone il tempo esistenziale in serie infinite di micro-prestazioni sotto la pressione di una competitività precaria che previene ogni possibilità di reale contatto tra i corpi. Il futuro è esaurito dalla frammentazione del tempo in attimi presenti privi di qualsiasi virtualità buoni solo ad essere campionati dalla macchina digitale. Questa peculiare relazione col tempo è espressa  compiutamente dalle reti del capitalismo finanziario, che avendo perso ogni riferimento a un referente stabile, processano il tempo introducendo un insostenibile regime di aleatroietà di valori fluttanti, rendendo la precarietà ‘la forma generale del rapporto socialÈ. A livello soggettivo, cioè in termini di quelle trasformazioni dell’empatia, etica e sensibilità che il libro pone, l’esaurimento del futuro si esprime in quella incapacità di credere in un ‘dopo’ lo stato di cose attuale, al punto tale, come sottolineato da Mark Fisher, che è diventato più facile credere alla fine del mondo che a quella del capitalismo3.
Le tesi di Bifo si affiancano a quelle che al momento sono una serie di riflessioni, scritti e studi sulla mutazione antropologica introdotta dalla popolarità di quelle che Giorgio Griziotti, con buone ragioni, definisce i media bio-iperdigitali4. Social networks e smart phones costituiscono una potente accoppiata che ha portato ad una inedita e ambivalente informatizzazione della vita sociale. Dal punto di vista di Bifo, il cybertempo, con Facebook e Twitter, ma anche YouTube, Google, Whatsapp e simili, ha colonizzato anche quello che una volta si definiva ‘tempo libero’, insinuandosi nel tessuto delle amicizie e conoscenze, rimodulando profondamente i rapporti sessuali e affettivi. Sherry Turkle, nelle sue etnografie di adolescenti e adulti della affluente middle class americana, racconta di un crescente senso di ‘insieme, ma soli’, dell’interruzione costante del contatto tra le generazioni ad opera dell’invasività dei social network e degli smart phones, di una generazione condannata a comunicare incessantemente5. In Dopo il futuro, gli adolescenti americani di Elephant che si recano a scuola armati fino ai denti e fanno strage di coetanei, e i giovani giapponesi, che vivono in totale isolamento, esprimono la soggettività dei nativi digitali. Il resoconto offerto da Jodi Dean della sua esperienza di blogger complessivamente condanna l’incessante flusso comunicativo della rete in quanto carburante del capitalismo comunicativo, che al modico prezzo delle piccole ‘pepite di godimento’ (adrenalina) rappresentati da notifiche e nuovi messaggi, si appropria della nostra energia libidinale, esaurendo le nostre capacità di resistenza, e ne fa commercio6. Bernard Stiegler è meno perentorio vedendo nei social networks la possibilità di nuove forme autonome di transindividuazione, o creazione di identità sociali, più promettenti rispetto a quelle offerte dalla televisione, ma che richiedono perlomeno l’elaborazione di nuove piattaforme (come sottolineato da Geert Lovink)7.  Si tratta in generale di elaborazioni poco simpatetiche nei confronti di social networks e smart phones che relegano eventi quali le rivoluzioni arabe, e le rivolte turche e brasiliane, o il 15M spagnolo all’eccezionalità di un uso contingente. In altre parole, per ogni rivolta, migliaia di individui che caricano foto di sé stessi e delle proprie vacanze o si scambiano indignazioni senza sbocco. E per altri, come Paolo Gerbaudo, non si dà rivolta organizzata attraverso i media sociali senza capacità di ritrovare l’Uno, unità del popolo e/o della nazione, al di là della frammentazione delle reti8.
Ma se il libro di Bifo è un’esercizio diagnostico eseguito nel tentativo di riaprire gli spazi di azione politica, di sovvertire cioè quell’immutabile ‘non c’è alternativa’ al capitale, qual è la cura? Il merito dell’analisi di Bifo è ovviamente quello di costruire una alternativa schizoanalitica alla cornice psicoanalitica che vedrebbe nell’impotenza delle soggettività digitali e iperconnesse il segno di una perdita dell’autorità (simbolico o significante padrone in grado di organizzare il gioco dei segni). Non abbiamo bisogno di nuovi padri-partiti, ma di pratiche sperimentali capaci di sovvertire il ritmo della socializzazione digitale, al momento quasi addomesticata. La cura di Bifo potrà sembrare a molti come veramente poca cosa rispetto alla potenza materiale dell’immaginario tecnologico che circola nella comunicazione sociale di massa di Facebook e co. Bifo propone di riscoprire e ricostituire la potenza della poesia, come nel suo bel ‘Manifesto del dopo-futurismo’ che chiude il libro. Ma come può darsi atto poetico, atto che rinnova la fede nel mondo e nelle sue possibilità di cambiamento, che ristabilisce la congiunzione dei corpi contro la sterile connessione informativa e che è capace di agire effettivamente in una circolazione di informazioni continua in cui perfino la poesia diventa un new media object come un altro, una frase da condividere, magari insieme ad una immagine? In che modo e con quale potenza la poesia può entrare in questi circuiti dove, ci piaccia o meno, gli individui continuamente si esprimono socialmente, cioè esprimono e condividono con altri stati d’animo, idee, affetti, notizie ed emozioni? Quando la poesia stessa diventa un link, un frammento da condividere, invece che un’epifania rivelatoria capace di risvegliare la potenza dell’evento?
Forse il problema della schizoanalisi di Bifo sta proprio in un certo riduzionismo che coinvolge la sua lettura del rapporto tra corpo, anima, e macchina. Bifo dà l’impressione infatti di intendere questo rapporto come uno in cui la sussunzione della forza lavoro alla macchina non è solo reale, è totale. Questa lettura è data chiaramente nelle prime pagine del libro, quando Bifo sostiene che per aumentare il plusvalore relativo, cioè la ricchezza estorta dal lavoro, il capitale tende essenzialmente ad accellerare. Questa accellerazione per lui non rilascia nessuna eccedenza negli individui, solo stress e tristezza. In altre parole, sembra quasi che la rete cibernetica manchi di una caratteristica fondamentale delle reti, cioè di buchi. Quando Deleuze nella società del controllo parla delle nuove tecniche che funzionano come ‘setacci a maglia variabile’, non poteva non avere in mente le sue riflessioni sul barocco di Leibniz9. È in questo libro che aveva trattato del setaccio o maglia, che non è altro che una sintesi, mai completamente esaurita, dell’infinitesimale. La rete non può diventare l’universo chiuso di The Matrix perché è per sua natura, fatta di fori. La rete si istituisce a partire da un certo rapporto con il flusso della materia (fisica, biologica, sociale, economica, culturale) che non è di tipo rappresentativo, ma selettivo e sintetico. La rete seleziona, non esaurisce, il flusso della materia sociale e delle forze psichiche. Le seleziona, le sintetizza, le codifica e gli dà è vero un certo ritmo, ma per continuare ad esistere deve continuamente relazionarsi a un fuori che le rimane in eccesso.
Insomma a me sembra che la forza della soggettività, forza di credere e desiderare come diceva Tarde, forza di coordinarsi e cooperare, come nell’interpretazione postoperaista, sia necessariamente eccedente la capacità della rete di configurarla. Per questo essa, qui e là, periodicamente o improvvisamente, non cessa di sollevarsi e di sconvolgere i parametri e i protocolli che l’oligopolio bio-ipermediatico (Apple, Google, Facebook, Twitter, Amazon, etc) ha sovrapposto alla rete distribuita che Internet originariamente è.  Proprio perché la rete ‘pesca’ nella variazione dell’infinitesimale, d’altro canto, essa non può essere ridotta ad arma di guerra di classe condotta a colpi di cybertempo, perché il cybertempo stesso pone continuamente il problema di ciò che gli sfugge, del ‘cigno nero’, dell’evento che non riesce a prevedere, della singolarità incontrollabile. Non a caso ricerche recenti su algoritmi, protocolli e parametri (i mezzi attraverso cui il cybertempo è organizzato) continuano a porre il problema dell’incomputabile e dell’automatismo fuori controllo10.
Non è sufficiente comunque affermare, con un colpo di mano teorico, che la rete non può che essere forata e che se l’organismo, con i suoi delicati equilibri, ne resta impigliato e sconvolto, la relazione sociale continua ad eccederla e nutrirla. Bisogna in qualche modo dimostrarlo e questa dimostrazione non può essere neanche soltanto banalmente empirica, cioè una esposizione dei casi in cui la rete ha agito diversamente da come i colossi dell’economia digitale vorrebbero. In un certo senso, il valore maggiore di questo libro forse consiste proprio nel suo incitare il lettore, come l’uditore dei corsi di Foucault, a capire dove la sua volontà di ribellarsi e di lottare va indirizzata. È infatti vero che al momento questa volontà, parzialmente catturata dal cybertempo e cyberspazio, sembra esaurirsi in quella che Pierre Macherey nel suo Il soggetto produttivo ha definito una specie di ‘carattere incompiuto’ dell’azione spontanea, alle sue ‘resistenze sparse, in movimento, non meditate e coordinate dall’inizio’11. La formazione di reti automome e auto-organizzate in grado di produrre la fine del capitalismo e una nuova era ispirati da concetti come comune, cooperazione, singolarità non può non confrontarsi col nodo chiave della sensibilità, dell’empatia, dell’etica e quindi anche del tempo e delle sue mutazioni.
 

  1. Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), Feltrinelli, Milano 2005, p. 15. 
  2. Cf. Luciana Parisi, Abstract Sex. Philosophy, Biotechnology and the Mutations of Desire, Continuum, London e New York 2004; e Klaus Theweleit,  Fantasie virili. Donne, flussi, corpi, storia, Il Saggiatore, Milano 1997. 
  3. Cf. Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative? Zero Books, 2009. 
  4. Cf. Giorgio Griziotti, Capitalismo digitale e bioproduzione cognitiva: l’esile linea fra controllo, captazione ed opportunità d’autonomia, UniNomade 2.0 2011 (qui). 
  5. Cf. Sherry Turkle, Insieme, ma soli. Perché ci aspettiamo sempre di più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri Codice, Torino 2012. 
  6. Cf. Jodi Dean, Blog Theory: Feedback and Capture in the Circuits of Drive, Polity Press, Cambridge and Oxford 2010. 
  7. Cf. Geert Lovink, “A World Beyond Facebook: Introduction to the Unlike Us Reader” e Bernard Stiegler ‘The Most Precious Good in the Era of Social Technologies’’ in Unlike Us Reader: Social Media Monopolies and Their Alternatives, a cura di Geert Lovink e Miriam Rasch, Institute of Network Cultures, Amsterdam 2013. 
  8. Paolo Gerbaudo, Tweets and the Streets. Social Media and Contemporary Activism, Pluto Press, London 2012. 
  9. Cf. Gilles Deleuze, ‘La società del controllo’ (qui); e La piega. Leibniz e il barocco, Einaudi, Torino 2004. 
  10. Cf. Jussi Parikka e Tony D. Sampson, The Spam Book: On Viruses, Porn and Other Anomalies From the Dark Side of Digital Culture, Hampton Press, NJ 2009; Luciana Parisi, Contagious Architecture. Computation, Aesthetics and Space, The MIT Press, Boston, Mass. 2013. 
  11. Cf. Pierre Macherey, Il soggetto produttivo. Da Foucault a Marx, Postfazione di Antonio Negri e Judith Revel, Ombre Corte, Verona 2013, p. 61.

La fabbrica dell'uomo indebitato" - Maurizio Lazzarato e Bifo a #OfficineZero (Parte I + II) - 4 Ottobre 2013 @ Bambuser by Dinamo Press

martedì 1 ottobre 2013

The Wretched of the Screen Hito Steyerl @ E-flux journal - September 2012


The Wretched of the Screen Hito Steyerl 
@ E-flux journal - September 2012
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In Hito Steyerl’s writing we begin to see how, even if the hopes and desires for coherent collective political projects have been displaced onto images and screens, it is precisely here that we must look frankly at the technology that seals them in. The Wretched of the Screen collects a number of Steyerl’s landmark essays from recent years in which she has steadily developed her very own politics of the image.
Twisting the politics of representation around the representation of politics, these essays uncover a rich trove of information in the formal shifts and aberrant distortions of accelerated capitalism, of the art system as a vast mine of labor extraction and passionate commitment, of occupation and internship, of structural and literal violence, enchantment and fun, of hysterical, uncontrollable flight through the wreckage of postcolonial and modernist discourses and their unanticipated openings.
With Introduction by Franco “Bifo” Berardi
Edited by Julieta Aranda, Brian Kuan Wood, Anton Vidokle

Contents
Preface
Introduction
In Free Fall: A Thought Experiment on Vertical Perspective
In Defense of the Poor Image
A Thing Like You and Me
Is a Museum a Factory?
The Articulation of Protest
Politics of Art: Contemporary Art and the Transition to Post-Democracy
Art as Occupation: Claims for an Autonomy of Life
Freedom from Everything: Freelancers and Mercenaries
Missing People: Entanglement, Superposition, and Exhumation as Sites of Indeterminacy
The Spam of the Earth: Withdrawal from Representation
Cut! Reproduction and Recombination



domenica 24 marzo 2013

Clara Sacchetti, Todd Dufresne (Eds.) - The Economy as Cultural System Theory, Capitalism, Crisis - Bloomsbury Academic, Uk, 17.01.2013


The 2008 global crisis, unemployment, lack of retirement funds, bank bailouts... today, the "economy" is on everyone's mind. But what makes this rather opaque concept work? This collection of essays seeks out the answer by exploring contemporary capitalism from a variety of theoretical perspectives and by confronting the economy as a cultural system, a theory, and a driving force of every day life in the West. 

The first part of the book discusses past and present representation of capitalism (from Hegel and Marx to Negri and Florida) along with their continuing impact. The second part focuses on capitalism as a locus of power and resistance, and maps possible responses to the current situation. The roles of metaphor and discourse is examined throughout to rethink the implications of power in the context of globalization and consumer culture.

Each chapter features an abstract, study questions, as well as further reading suggestions, which, along with its accessible theoretical coverage, will make the book an essential study tool for students in social and political thought, globalization, and social theory.


Table of Contents

Preface

Todd Dufresne

Introduction: The Economy as Cultural System: Theory, Capitalism, Crisis

Clara Sacchetti

1. The I/Eye of Capital: Classical Theoretical Perspectives on the Spectral Economies of Late Capitalism 

Thomas M. Kemple

2. Can't Buy Me Love: Psychiatric Capitalism and the Economics of Happiness

Joel Faflak

3. Metaphoric Wealth: Finance, Financialization, and the End of Narrative

Max Haiven 

4. The Burden of Metaphor: Marx's Vampires, Populist Politics, and the Dialectics of Capitalist Abstraction

Matthew MacLellan

5. Critical Theory Against the Dispossession of Needs: From Perpetual Crisis to Social Engagement

Tim Kaposy

6. Finance and the Social Time of Aging: Toward a Synthesis

Justin Sully

7. The Work Idea: Wage Slavery, Bullshit, and the Good Infinite 

Mark Kingwell

8. The Uniqueness of Late Capitalism: Biopower and Biopolitics

Kezia Picard
9. Place, Creativity, and Richard Florida: On the Aesthetics of Economic Development

Todd Dufresne and Clara Sacchetti

10. Franco "Bifo" Berardi & the Future of Capitalism: "We Have to Run Along The Line of Catastrophe"

Andrew Pendakis


Todd Dufresne is Professor of Philosophy, founding Director of The Advanced Institute for Globalization & Culture.
 From 2008-2010 he was Research Chair of Social & Cultural Theory at Lakehead University, Canada. He teaches in the areas of Continental philosophy, film, cultural studies, and social and political philosophy and is the author of several books.


Clara Sacchetti  is an Adjunct Professor for Philosophy and  a sessional lecturer for Women's Studies. Her areas of interest include studies in feminist theory, post-colonial history, and postmodernism. She has published feature articles and reviews in FUSE Magazine, Boston Book Review, CAN, and The Semiotic Review of Books.

venerdì 15 marzo 2013

Franco Berardi: La sconfitta dell'anti-Europa liberista comincia in Italia @ Micromega website, 27 febbraio 2013



Franco Berardi: La sconfitta dell'anti-Europa liberista comincia in Italia 
@ Micromega website, 27 febbraio 2013

L’unione europea nacque come progetto di pace e di solidarietà sociale raccogliendo l’eredità della cultura socialista e internazionalista che si oppose al fascismo.
Negli anni ’90 le grandi centrali del capitalismo finanziario hanno deciso di distruggere il modello europeo, e dalla firma del Trattato di Maastricht in poi hanno scatenato un’aggressione neoliberista. Negli ultimi tre anni l’anti-Europa della BCE e della Deutsche Bank ha preso l’occasione della crisi finanziaria americana del 2008 per trasformare la diversità culturale interna al continente europeo (le culture protestanti gotiche e comunitarie, le culture cattoliche barocche e individualiste, le culture ortodosse spiritualiste e iconoclaste) in un fattore di disgregazione politica dell’unione europea, e soprattutto per piegare la resistenza del lavoro alla definitiva sottomissione al globalismo capitalista.
Riduzione drastica del salario, eliminazione del limite delle otto ore di lavoro quotidiano, precarizzazione del lavoro giovanile e rinvio della pensione per gli anziani, privatizzazione dei servizi. La popolazione europea deve pagare il debito accumulato dal sistema finanziario perché il debito funziona come un’arma puntata alla tempia dei lavoratori.

Cosa accadrà? Due cose possono accadere: o il movimento del lavoro riesce a fermare questa offensiva e riesce a mettere in moto un processo di ricostruzione sociale dell’Unione europea, o il prossimo decennio vedrà in molti luoghi d’Europa esplodere la guerra civile, il fascismo crescerà dovunque, e il lavoro sarà sottomesso a condizioni di sfruttamento ottocentesco.

Ma come fermare l’offensiva?
Le elezioni italiane sono una risposta che può evolversi in maniera positiva o in maniera catastrofica. Dipende dai progressisti, gli intellettuali e gli autonomi del continente, dipende da noi. Il 75% dell’elettorato italiano ha detto no al progetto anti-europeo di Merkel Draghi Monti.
25% si sono astenuti, 25% hanno votato per il movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, 25% hanno votato per il partito della mafia e del fascismo, e per il più geniale truffatore della storia, Berlusconi, nemico giurato di Angela Merkel perché la mafia non può più accettare il predominio economico di Berlino.
Il movimento di Beppe Grillo è la novità di queste elezioni. Raccoglie soprattutto voti dai movimenti di sinistra e raccoglie anche voti anche dalla destra. Beppe Grillo – che ha una formazione autonoma antiautoritaria – ha detto più volte che il suo movimento intende sottrarre voti alla destra, e ci è riuscito.
Non credo che il movimento 5 stelle potrà governare l’Italia, non è questo il punto. La funzione importante e positiva che il movimento ha svolto è rendere il paese ingovernabile per gli antieuropei del partito Merkel-Draghi-Monti.

L’elettorato italiano ha detto: non pagheremo il debito. Insolvenza.
La governance finanziarista d’Europa è finita, anche se Berlusconi e Bersani si metteranno d’accordo per sopravvivere e continuare a impoverire il paese spostando risorse verso il sistema finanziario. Non durerà. Ma allora può cominciare il peggio.
La classe finanziaria tenterà di strangolare l’Italia come ha strangolato la Grecia. La crisi politica si farà convulsa e violenta. L’esito può essere spaventoso. Mafia e fascismo hanno mostrato di controllare il trenta per cento dell’elettorato italiano, e la sinistra non esiste più. La secessione del Nord si riproporrà anche se la lega è crollata.
Epperò invece può iniziare un processo di liberazione d’Europa dalla violenza del capitale finanziario, una ricostruzione d’Europa su basi sociali. Fuori dagli schemi novecenteschi può diffondersi dovunque un movimento di insolvenza organizzata e di autonomia produttiva. Un movimento di occupazione può trasformare le università in luoghi di ricerca concreta per soluzioni post-capitaliste. Le fabbriche che il capitale finanziario vuole distruggere vanno occupate e autogestite come si è fatto in Argentina dopo il 2001. Le piazze vanno occupate per farne luoghi di discussione permanente.

Il programma lo ha enunciato Beppe Grillo, ed è un programma molto ragionevole:
Salario di cittadinanza
Riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore
Pensione a sessanta anni.
Restituzione alla scuola degli otto miliardi che il governo Berlusconi ha sottratto al sistema educativo.
Assunzione di tutti i lavoratori precari della scuola, della sanità e dei trasporti.
Nazionalizzazione delle banche che hanno favorito la speculazione ai danni della comunità.
Abolizione immediata del fiscal compact.

Il movimento cinque stelle ha impedito alla dittatura finanziaria di governare. Ora tocca al movimento della società. Avrà la società l’energia e l’intelligenza per gestire la propria vita con un movimento di occupazione generalizzato?
Se non avrà questa energia avremo meritato il disastro che ne seguirà.

Nota
Leggo su Internazionale che i Wu Ming si lamentano del fatto che il movimento di Beppe Grillo amministra l’assenza di movimento in Italia. Ragionamento bislacco davvero. Dal momento che la società italiana è incapace di muoversi allora debbono stare tutti fermi? Dal momento che gli amichetti di wu ming sono stanchi allora tutto deve restare ad attendere i tempi del loro risveglio? Fate movimento invece di lamentarvi perché qualcun altro lo fa al posto vostro, magari in maniera un po’ più rozza di come piacerebbe ai raffinati intellettuali.
Franco Bifo Berardi

mercoledì 6 febbraio 2013

Franco Berardi - The Uprising On Poetry and Finance - Semiotext(e), Usa, 13 Nov 2012




The Uprising

On Poetry and Finance

Franco “Bifo” Berardi


The Uprising is an Autonomist manifesto for today’s precarious times, and a rallying cry in the face of the catastrophic and irreversible crisis that neoliberalism and the financial sphere have established over the globe. In his newest book, Franco “Bifo” Berardi argues that the notion of economic recovery is complete mythology. The coming years will inevitably see new surges of protest and violence, but the old models of resistance no longer apply. Society can either stick with the prescriptions and “rescues” that the economic and financial sectors have demanded at the expense of social happiness, culture, and the public good; or it can formulate an alternative. For Berardi, this alternative lies in understanding the current crisis as something more fundamental than an economic crisis: it is a crisis of the social imagination, and demands a new language by which to address it.
This is a manifesto against the idea of growth, and against the concept of debt, the financial sector’s two primary linguistic means of manipulating society. It is a call for exhaustion, and for resistance to the cult of energy on which today’s economic free-floating market depends. To this end, Berardi introduces an unexpected linguistic political weapon–poetry: poetry as the insolvency of language, as the sensuous birth of meaning and desire, as that which cannot be reduced to information and exchanged like currency. If the protests now stirring about the world are to take shape and direction, then the revolution will be neither peaceful nor violent–it will be linguistic, or will not be at all.


domenica 16 dicembre 2012

Speaking Code: Coding as Aesthetic and Political Expression (MIT Press, Software Studies) - Geoff Cox and Alex McLean - MIT Press, Usa, November 2012



Speaking Code: Coding as Aesthetic and Political Expression (MIT Press, Software Studies)


Geoff Cox and Alex McLean
Foreword by Franco "Bifo" Berardi
Hardcover: 168 pages

Publisher: The MIT Press (November 9, 2012)

Language: English

Book description (Amazon):

Speaking Code begins by invoking the "Hello World" convention used by programmers when learning a new language, helping to establish the interplay of text and code that runs through the book. Interweaving the voice of critical writing from the humanities with the tradition of computing and software development, in Speaking Code Geoff Cox formulates an argument that aims to undermine the distinctions between criticism and practice and to emphasize the aesthetic and political implications of software studies. Not reducible to its functional aspects, program code mirrors the instability inherent in the relationship of speech to language; it is only interpretable in the context of its distribution and network of operations. Code is understood as both script and performance, Cox argues, and is in this sense like spoken language--always ready for action. Speaking Code examines the expressive and performative aspects of programming; alternatives to mainstream development, from performances of the live-coding scene to the organizational forms of peer production; the democratic promise of social media and their actual role in suppressing political expression; and the market's emptying out of possibilities for free expression in the public realm. Cox defends language against its invasion by economics, arguing that speech continues to underscore the human condition, however paradoxical this may seem in an era of pervasive computing.


Dr. Geoff Cox is Associate Professor in the Dept. of Aesthetics and Communication, and Participatory IT Research Centre, Aarhus University (DK). He is also an occasional artist, Adjunct faculty Transart Institute (DE/US), Associate Curator of Online Projects, Arnolfini, Bristol (UK), and part of the self-institution Museum of Ordure. His research interests lie in the areas of contemporary art and performance, software studies, network culture and a reappraisal of the concept of publicness. He is an editor for theDATA Browser book series (published by Autonomedia), and co-edited “Economising Culture” (2004), “Engineering Culture” (2005), “Creating Insecurity” (2009) and is working on “Disrupting Business” (2013). His latest book is “Speaking Code: coding as aesthetic and political expression” forthcoming from MIT Press (late 2012).

Alex McLean is a Research Fellow at ICSRiM (the Interdisciplinary Centre for Scientific Research in Music) at the University of Leeds, a live coder, and software artist.


Speaking Code beautifully folds speech and language, politics, art, and labor into an inspiring analysis. In addition to their clarity in style, Geoff Cox and Alex McLean are not afraid to get their hands dirty with references to the ugly sides of software and unsanitized code, which are too often hidden under the polished covers of contemporary design of digital culture.”
Jussi Parikka, author of Digital Contagions, Insect Media, and What Is Media Archaeology?; Reader in Media & Design at Winchester School of Art, UK
Speaking Code incisively analyzes the forms, expression and action of computer code. In contrast to much loose and diffuse discussion of software, Speaking Code directly engages with code as utterance. Its careful exploration of code-making and code use opens onto much wider issues of power, agency and value. Theoretically nuanced and technically informed, in the precision with which it treats its materials this book really made me sit up and take notice of code."
Adrian Mackenzie, Sociology, Lancaster University, UK


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