Visualizzazione post con etichetta Vaticano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vaticano. Mostra tutti i post

martedì 7 maggio 2013

Vaticano-Usa, firmata intesa antiriciclaggio @ Corriere della Sera, Redazionale online, 7 maggio 2013


Vaticano-Usa, firmata intesa antiriciclaggio

L'accordo per «rafforzare gli sforzi nel contrastare il riciclaggio di denaro e le operazioni di finanziamento del terrorismo globale»


«Per rafforzare gli sforzi nel contrastare il riciclaggio di denaro e le operazioni di finanziamento del terrorismo a livello globale, l'Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano, ha firmato oggi un Memorandum d'intesa a Washington con il Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN), la sua controparte alla U.S. Department of Treasury». Ne dà notizia il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi.
Read more @ CdS

mercoledì 20 febbraio 2013

Emanuele Severino: Nella nobile rinuncia di Benedetto il grande turbamento della fede @ Il Corriere della Sera, 19 febbraio 2013


Emanuele Severino: 
Nella nobile rinuncia di Benedetto il grande turbamento della fede 
@ Il Corriere della Sera, 19 febbraio 2013
Read more on Corriere della Sera website

Nel nobile modo in cui il 10 febbraio Benedetto XVI ha espresso la sua rinuncia è indicato esplicitamente il problema centrale del cristianesimo: si trova «nel mondo del nostro tempo, soggetto a rapide mutazioni e turbato da questioni di gran peso per la vita della fede» («In mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato»). Rispetto a questo problema, che un Pontefice dichiari di non avere più le forze per affrontarlo è un tema che, nonostante la sua rilevanza e pertinenza, passa in secondo piano. Nel testo, la parola pondus («peso») compare tre volte: come peso delle questioni riguardanti la vita della fede, come peso del gesto di rinuncia e come peso del ministerium che viene lasciato per il venir meno delle forze. Ma solo il primo peso vien detto «grande»: la vita della fede è oggi gravata da «questioni di gran peso» ed è essa stessa turbata dal turbamento del mondo. Il mondo cristiano, tanto meno un Pontefice, possono riconoscere che il turbamento della fede è ben più profondo di quello visibile, dovuto alla corruzione all'interno della Chiesa.

Il turbamento del mondo, tuttavia, riguarda non solo la fede religiosa, ma anche quelle altre forme di fede ancora dominanti (e che non amano sentirsi dire che sono a loro volta «fedi»). Mi riferisco soprattutto al capitalismo, alla democrazia, al capitalismo-comunismo cinese o, in Iran, alla mescolanza di teocrazia e capitalismo; e il comunismo sovietico, come il nazismo, erano tra le più rilevanti di queste forze. Ognuna delle quali avverte la necessità di eliminare le proprie degenerazioni, ma si rifiuta di ammettere l'inevitabilità del proprio tramonto. Non è una metafora né un'iperbole fuori luogo affermare che ognuna di esse si sente un dio che deve distruggere gli infedeli. Ma, come la fede religiosa, anche la vita di queste altre forze è gravata da «questioni di gran peso» - da questioni che fanno intravvedere l'inevitabilità di tale tramonto.
Certo, un Pontefice deve credere che il cristianesimo durerà fino alla fine del mondoMa la gran questione è se quelle forze - dunque anche il cristianesimo - si rendano conto del loro vero avversario, che le scuote e le travolge. Il «relativismo» è stato l'avversario di Benedetto XVI. Lo sforzo di combatterlo ha avuto un carattere soprattutto pastorale. Il semplicismo concettuale e l'ingenuità del relativismo ne favoriscono infatti la diffusione presso le masse, e tale diffusione è tutt'altro che irrilevante per la vita della fede. Giovanni Paolo II si avvicinava maggiormente all'avversario autentico quando individuava negli inizi della filosofia moderna (Cartesio) la matrice di tutti i grandi «mali» del secolo XX, quali le dittature del comunismo e del nazionalsocialismo, o l'egoismo dell'economia capitalistica. In questa prospettiva, lo stesso relativismo può essere inteso come un parto di quella matrice.
Ma tutte queste interpretazioni non riescono ancora a guardare in faccia l'avversario autentico. Anche su queste colonne ho invitato le varie forme di fede ad alzare lo sguardo affinché, se vogliono vivere un po' più a lungo, non accada loro di combattere i nani, quando invece il gigante pesa già su di esse e toglie loro il respiro. Il gigante che possiamo chiamare «Prometeo». Anche qui, è ovvio, mi limiterò ad alcuni cenni; doppiamente insufficienti perché a chi sta per morire, e non vuole, è estremamente difficile far alzare lo sguardo sulla propria morte.
All'inizio dei tempi è invece un altro gigante a togliere all'uomo il respiro, impedendogli di vivere. L'uomo può incominciare a vivere solo se vuole trasformare se stesso e il mondo da cui è circondato. Se non fa questo non può nemmeno compiere quella trasformazione di sé che è il respirare in senso letterale. E muore. Vive solo se si fa largo nella Barriera che gli impedisce di trasformare sé e il mondo. La Barriera è l'Ordine immutabile della natura. Solo se la penetra, la sfonda, la squarta, e comunque la fa arretrare, può liberarsi un poco alla volta dal suo peso e ottenere ciò che egli vuole. La Barriera è l'altro gigante: il tremendum (per servirci, ma per altri scopi, dell'espressione di Rudolf Otto). Ma è anche il fascinans (ancora Otto), perché l'uomo può incominciare a vivere solo se domina le parti della Barriera frantumata, e se ne ciba - così come Adamo, cibandosi del frutto proibito, frantumando cioè l'icona stessa del divino, può diventare Dio («Eritis sicut dii», «sarete come dei», dice il serpente). E infatti il tremendum-fascinans è il tratto essenziale del sacro, del divino, del Dio.
La Barriera divina vive inviolata solo se uccide l'uomo;l'uomo vive soltanto se uccide Dio. Il fuoco è il simbolo essenziale della potenza divina; e Prometeo ruba il fuoco - uccide l'inviolabilità degli dei - per darlo all'uomo. Prometeo è l'uomo. Soprattutto da due secoli egli è l'avversario della tradizione. Mostra infatti che il divino merita di tramontare e che su questo meritarlo si fonda tutto ciò che più salta agli occhi, ossia l'allontanamento della modernità e soprattutto del nostro tempo dai valori della tradizione e dunque dalla «vita della fede» (in questo contesto, la corruzione della Chiesa è più grave di tutte le forme passate del suo degrado). Se Dio esistesse, non potrebbe esistere l'uomo, ossia ciò la cui esistenza è considerata innegabile anche da chi si è alleato con Dio. Giacché, dopo l'inizio dell'uomo, la Barriera si è ritirata, ha lasciato spazio al mondo, Dio è diventato trascendente, e l'uomo della tradizione lo ha trovato meno tremendum e più fascinans, e gli si è alleato, diventando uomo di fede, non solo cristiana ma anche quella degli dei - delle barriere - in cui consistono le forze (sopra menzionate) via via dominanti nel mondo. Prometeo, ora, ruba il fuoco dell'alleanza dell'uomo con Dio. È la potenza di questo furto a nascondersi, per lo più inesplorata, sotto le «rapide mutazioni» del nostro tempo, «turbato da questioni di gran peso per la vita della fede».

domenica 17 febbraio 2013

Maria Galluzzo: La vacatio dello Ior si chiude con l’arrivo di un Cavaliere di Malta tedesco @ Europa, 16 febbraio 2013


La vacatio dello Ior si chiude con l’arrivo di un Cavaliere di Malta tedesco

Scelto il tedesco Ernest von Freyberg per la guida della banca vaticanadi Maria Galluzzo @ Europa, 16 febbraio 2013Read more on Europa website
Aspettando l’apertura della sede vacante, il 28 febbraio alle 20, quando Benedetto XVI abdicherà, per il Vaticano si chiude un’altra lunga vacatio, quella che ha riguardato la presidenza dello Ior: nove mesi dopo la cacciata di Ettore Gotti Tedeschi – rimosso «per non aver svolto varie funzioni di primaria importanza per il suo ufficio» –, la “banca di Dio” da ieri ha un nuovo presidente. È il tedesco Ernest von Freyberg. Cinquantacinque anni, di famiglia nobile, è avvocato e ha una vasta esperienza nelle materie e nei processi di regolamentazione finanziaria. È membro e tesoriere per il ramo tedesco dell’ordine dei Cavalieri di Malta e lascerà molti dei suoi incarichi per dedicarsi a tempo pieno alla banca vaticana, un impegno non facile.
La nomina era nell’aria da giorni ed stata fatta dalla commissione cardinalizia, composta dai cardinali Bertone, Nicora, Tauran, Scherer e Toppo, che vigila sull’Istituto per le opere religiose. Organo che anch’esso potrebbe subire degli avvicendamenti nei prossimi giorni. Il papa – ha detto padre Lombardi nel briefing quotidiano– ha espresso il suo «pieno consenso» alla decisione della commissione. Una decisione, che, come spiega un comunicato della sala stampa vaticana, «è il risultato di profonda valutazione e di diverse interviste che la commissione cardinalizia ha compiuto». Un percorso durato alcuni mesi, «meticoloso e articolato, che ha permesso di valutare numerosi profili di alto livello professionale e morale». Una scelta fatta anche con l’assistenza dell’agenzia internazionale di cacciatori di teste Spencer & Stuart.
Nei giorni scorsi indiscrezioni davano per sicura la nomina il finanziere  belga Bernard De Corte. Ma era stato lo stesso padre Lombardi a dire che non gli risultava.
De Corte farà parte del board, insieme a Carl Anderson (Usa), Antonio Maria Marocco e Manuel Soto Serrano (Banco Santander di Spagna).
Il papa ha seguito molto da vicino la decisione, mettendo in sicurezza un altro dossier delicatissimo, fonte di scandali per il Vaticano. Nei mesi scorsi la sua legge sull’antiriciclaggio che aveva tentato di cambiare regime nelle consuetudini dello Ior ha subito forti pressioni contrarie.
Ieri intanto per lui ieri è stata una giornata piena di impegni. In mattinata ha ricevuto il presidente della Romania Basescu, i membri della fondazione Pro Petri Sede e i vescovi della Liguria, guidati dall’arcivescovo di Genova e presidente della Cei Angelo Bagnasco.
Con loro c’era anche il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, monsignor Alberto Maria Careggio che, intervistato dalla Radio Vaticana, ha sottolineato che «l’incontro è stato molto emozionante», il papa si mostrato «attentissimo ai problemi delle nostre diocesi, interessandosi proprio nei dettagli», «l’abbiamo trovato molto tranquillo, molto sereno. Ci ha ovviamente invitato a pregare per lui. Non solo, ha affermato che la figura di Pietro non tramonta, e quindi ci ha esortato ad essere tanto uniti alla Chiesa e di saper pregare, perché la promessa di Gesù a Pietro è una promessa che non viene meno».

Lo Ior apre il bunker: «Niente conti cifrati, controlli a tappeto» @ Il Messaggero, 28 giugno 2012


Lo Ior apre il bunker: «Niente conti
cifrati, controlli a tappeto»


@ Il Messaggero, 28 giugno 2012 (Redazionale)
Read more

CITTA' DEL VATICANO - Lo Ior ha aperto le porte a cinquanta giornalisti per mostrare al mondo che non ha niente da nascondere. Afare gli onori di casa è stato il direttore generale, Paolo Cipriani che ha illustrato le finalità dell'Istituto per le Opere di Religione fondato da Leone XIII per sopperire alla necessità delle diocesi e curare gli interessi della Santa Sede. 

Una banca anomala, che non ha rapporti di reciprocità con le altre banche ma che «si sta adeguando a tutti gli standard internazionali». Paolo Cipriani ci tiene a mettere i puntini sulle 'i' per sfatare la leggenda nera. Nel torrione di Niccolò V non si ricicla denaro, «noi siamo i primi a svolgere controlli accuratissimi». Di fatto lo Ior non ha conti cifrati e non compie investimenti speculativi. Non vuole nemmeno avere rapporti con i Paesi off shore.

«Vorrei sfatare una volta per tutte questa leggenda: non esistono conti cifrati», ha affermato Cipriani. Il numero due dell'istituto. l'uomo dei conti che fino al mese scorso era il braccio destro di Ettore Gotti Tedeschi, silurato dalla presidenza dell'istituto lo scorso 24 maggio. I correntisti sono selezionati e legati all'attività della Santa Sede: «Nunziature e delegazioni apostoliche, dicasteri vaticani, fondazioni canoniche e cause di beatificazione, congregazioni religiose, istituti secolari, monasteri, conventi e abbazie, conferenze episcopali, diocesi e arcidiocesi, parrocchie e seminari». E ancora, cardinali, vescovi, clero secolare, religiosi e religiose (ma autorizzate), ambasciate presso la Santa Sede e corpo diplomatico accreditato, dipendenti pensionati vaticani, famiglia pontificia. In tutto pari a 33 mila correntisti, asset di 6 milioni di euro e transazioni in tutto il mondo.

Cipriani ha anche precisato che «non ci sono state alcune sistematiche uscite di capitali dall'entrata in vigore della legge CXXVII» sulla trasparenza finanziaria e che lo Ior non fa investimenti «speculativi» ma di «mantenimento». Ha poi aggiunto che il Papa non possiede un conto corrente e che lo Ior ha una piccola riserva aurea custodita presso la Federal Reserve di New York. 


sabato 16 febbraio 2013

Paolo Mondani: Gli incontri allo Ior e quel conto coperto all'istituto vaticano @ Corriere della Sera, 3 febbraio 2013


Gli incontri allo Ior e quel conto coperto all'istituto vaticano 

di Paolo Mondani @ Corriere della Sera, 3 febbraio 2013

Un testimone racconta che è allo Ior che si sarebbero svolte «importanti e delicate riunioni per la costruzione dell'operazione Antonveneta» - 

Il testimone lavora in Vaticano e tutti i giorni, confuso tra migliaia di turisti, percorre le strade che giungono a Porta Sant'Anna. Varcato l'ingresso, il Torrione San Pio V è cinquanta metri sulla sinistra, pochi scalini per imboccare il portoncino, si sale all'ultimo piano, un'immensa sala circolare: ecco lo Ior.
Secondo il suo racconto è lì che si sarebbero svolte «importanti e delicate riunioni per la costruzione dell'operazione Antonveneta», tra il direttore Paolo Cipriani, Monsignor Piero Pioppo e Andrea Orcel, il banchiere di area cattolica che nel 2007 seguiva banca Santander nella scalata ad Abn Amro e subito dopo venne nominato advisor di Montepaschi nella conquista di Antonveneta. 
Ora Orcel è passato a Ubs, ma in quel periodo era presidente della divisione global markets & investment banking della sede londinese di Merrill Lynch, ha cinquant'anni ed è uno dei più riconosciuti banker d'Europa, molto legato a Emilio Botìn, a Gotti Tedeschi e in ottimi rapporti con Mediobanca, che insieme all'americana Merrill Lynch, erano gli advisor di Montepaschi.
A Rocca Salinbeni la raccontano così: «Mussari pendeva dalle labbra di Orcel che è il vero ispiratore dell'operazione su Antonveneta». Sui quotidiani economici dell'epoca si leggevano commenti compiaciuti del suo nuovo successo. Durante l'estate del 2007, quando Orcel capisce che Botìn per pagare Antoveneta deve svenarsi, già immagina a chi venderla e muove determinato verso Montepaschi.
Chiediamo al nostro testimone come fa a dire che Orcel incontrò gli uomini dello Ior: «Ho visto molto perché per quell'operazione furono aperti almeno quattro conti intestati a quattro organizzazioni religiose che coprono cinque personaggi che hanno avuto un ruolo chiave nella costruzione dell'acquisto di Antonveneta». Su quale banca italiana si appoggiano quei conti Ior? «Alla Banca del Fucino, sede di via Tomacelli a Roma».
A questo punto il nostro testimone mostra un foglietto con il numero di uno dei quattro conti, il 779245000141, aperto il 27 ottobre 2008, codice shift IOPRVAVX che rappresenta «la conferma dell'avvenuta ricezione di denaro», segue l'identificativo D779245000141 che «segnala il deposito di 100 mila euro in contanti avvenuto il 21 novembre 2009». Infine, con l'identificativo D7421H500002, su quel conto «arrivano 1,2 milioni di euro in tre tranche da 400 mila l'una che successivamente vengono interamente prelevati», soldi che sarebbero serviti a pagare “le persone utilizzate nel 2007 per organizzare la seconda vendita di Antonveneta».
Giuseppe Mussari è entrato due volte nell’orbita dei Sacri Palazzi. Prima e dopo l'arrivo di Gotti Tedeschi ha fatto parte della ristretta schiera di candidati alla Presidenza dello Ior. Evidentemente i rapporti sono di strettissima fiducia. Chiediamo al nostro testimone chi si nasconde dietro il conto di cui ci ha fornito gli estremi: «Io ho visto il nome e cognome».
Aprire un conto allo Ior non è un reato, ma se un’organizzazione religiosa copre quel conto, perché lo fa? Ad oggi non ci sono risposte e per noi non è nemmeno possibile avere prova dell'esistenza del conto «perché ai computer dello Ior non si può accedere con pen-drive, né si possono fare stampate o scattare foto dato che un software impedisce a qualsiasi macchina fotografica di leggere la videata». Per questa ragione il nostro testimone ha solamente un numero scritto a mano su un foglio di carta. 
Rimane da chiedergli perché fa tutto questo. Risponde così: «L'opinione pubblica deve sapere come stanno le cose, non c'è un altro modo, anche perché dall'interno il cambiamento non può venire». 
E dall’esterno nessuna autorità terza può verificare quanto è stato raccontato, perché lo Ior non è una banca come le altre. Il Vaticano può smentire ogni parola e sarà complicato rintracciare i conti annotati dal nostro testimone.

giovedì 14 febbraio 2013

Nadia Francalacci: Dimissioni Benedetto XVI: vecchiaia o complotto? @ Panorama, 14 febbraio 2013



Dimissioni Benedetto XVI: vecchiaia o complotto?

di Nadia Francalacci @ Panorama, 14 febbraio 2013

Ci sono lo Ior, lo scandalo Mps e le norme antiriciclaggio dietro le dimissioni del Papa? Ne parliamo con Ranieri Razzanteesperto di regolamentazione bancaria e antiriciclaggio


Coraggio, umiltà, dignità. Questi gli aggettivi più usati dagli esperti vaticanisti per giustificare le dimissioni del Santo Padre. Anche molti credenti hanno visto nel ritiro del Pontefice un gesto di grande forza e presa di coscienza di un uomo ormai fragile per il trascorrere degli anni.    
Ma è stata davvero la vecchiaia la vera causa delle dimissioni del Papa? Il suo ritiro e la sua “reclusione” nel cuore dei giardini vaticani nascondono invece delle pressioni di alcuni alti prelati per cercare di preservare il “tesoro” dello Stato Vaticano? Lo Ior, nonostante l’impegno di Papa Benedetto XVI, è ancora nelle black list. Insomma, è ancora un paradiso fiscale.  Ne abbiamo parlato con Ranieri Razzante, docente universitario e esperto di regolamentazione bancaria e antiriciclaggio
Sono in molti a credere che dietro alle dimissioni del Papa non ci sia solo la stanchezza e la vecchiaia ma un complotto o un ricatto. Lei che cosa ne pensa?
Credo solo che il Papa sia stato fiaccato da scandali e problemi burocratico-amministrativi che, da uomo di fede e teologo di fama, non abbia saputo gestire. Forse ha delegato troppo la sua fiducia.
In questi  8 anni di pontificato di Benedetto XVI si sono susseguiti una serie di scandali e adesso il Vaticano è stato chiamato di nuovo in causa nello scandalo del Monte dei Paschi di Siena con Gotti Tedeschi e lo Ior. Può questa vicenda avere influito sulla decisione del Papa?
Sono un tecnico e, da quanto detto sopra, mi viene solo da aggiungere che il sospetto si possa ingenerare. Abbiamo sentito che la politica deve stare lontana dalle banche. Credo che ciò debba valere anche per lo Ior.
Gotti Tedeschi è l’uomo voluto dal Papa per fare trasparenza nei conti della banca vaticana… Il suo coinvolgimento nel caso Mps può aver reso vulnerabile e ricattabile il Papa?
Non credo che un Papa sia ricattabile, ma sulle finanze vaticane occorre chiarezza, se non altro per far guadagnare in immagine le strutture interessate.
Nel dicembre  2010 il Papa Benedetto XVI ha introdotto una nuova legge antiriciclaggio entrata in vigore nell’aprile 2011. In che cosa consisteva?  
Iniziativa encomiabile che ha dato organicità alla prevenzione del riciclaggio all'interno e all'esterno delle mura vaticane. Un assetto sufficiente, e sempre migliorabile, come ha detto il Moneyval, dei presidi sul contante, sull'adeguata verifica e sulla collaborazione tra autorità. Spero si dia adeguato seguito al motu proprio di Ratzinger.
Perché il cardinale Tarcisio Bertone ha chiesto a Giuseppe Dalla Torre, presidente del Tribunale Vaticano, dopo alcuni mesi, di stabilire quale fosse la giusta interpretazione da dare alla nuova normativa antiriciclaggio introdotta da Papa?
Credo per evitare conflitti tra poteri dello Stato, data la creazione della Aif, l'autorità contro il riciclaggio (voluta da Papa Ratzinger ndr), che poteva ritenersi giuridicamente interferente con la sovranità dello Ior.
Perché il Vaticano sembra non avere alcuna intenzione di mantenere gli impegni assunti in sede europea per aderire agli standard del Comitato per la valutazione di misure contro il riciclaggio di capitali (Moneyval) e sembra non avere alcuna intenzione di permettere alle autorità antiriciclaggio vaticane e anche italiane di guardare nei conti dello Ior? 
Per quanto riguarda il Moneyval, il nuovo direttore della Aif, ha promesso l'adeguamento in tempi brevi. Sulla collaborazione con le Autorità italiane bisogna ancora lavorare, nel comune interesse, anche perché ormai tutta l'Europa è arrivata ad un punto di equilibrio in tal senso.
-----
Il 19 gennaio 2011 papa Benedetto XVI nomina cardinale Attilio Nicora primo presidente dell'Autorità di Informazione Finanziaria, un organismo di nuova istituzione voluto proprio dal pontefice perché controlli ogni operazione finanziaria vaticana. Ciò avrebbe adeguato anche lo Stato della Città del Vaticano alle nuove norme antiriciclaggio introdotte dall'UE. Ma il 7 luglio 2011,pochi mesi dopo la sua nominail Cardinale Nicora si dimette e il Papa è costretto ad accettare le sue dimissioni.
L’adeguamanto del Vaticano si è arrestato completamente?
Assolutamente no. Il successore chiamato da poco ad occuparsene, al di là del profilo internazionale, sembra deciso a non fermarsi, come colpevolmente si è fatto in passato.

Marco Lillo: Ior, la guerra del cardinal Bertone per far nominare un suo uomo al vertice @ Il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2013


Ior, la guerra del cardinal Bertone per far nominare un suo uomo al vertice

di Marco Lillo @ Il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2013
Read more on FQ website

Il Segretario di Stato del Vaticano vuole escludere il cardinale Attilio Nicora, collaborativo con i pm italiani e severo sulla normativa antiriciclaggio. Il nuovo direttore dell'autorità antiriciclaggio vaticana è invece il bertoniano René Brulhart, uno svizzero che lavorava in un paradiso fiscale

Sarà ricordato per i rotoloni di contanti sotto le tuniche questo Conclave. I cardinali in arrivo da tutto il mondo dovranno portare le mazzette di banconote, se vorranno fare acquisti dentro le mura Leonine, perché i pos dei bancomat della Santa Sede continuano a essere bloccati da gennaio. La Vigilanza della Banca d’Italia negli incontri delle scorse settimane ha posto un aut aut al nuovo direttore dell’Aif, l’autorità antiriciclaggio vaticana, René Brulhart. I soldi non devono più passare per lo Ior ma direttamente dal conto della Deutsche Bank Italia Spa, soggetta alla Vigilanza di Bankitalia. Il Vaticano però ha risposto picche perché non vuole rendere controllabili da Bankitalia i reali intestatari dei flussi e pensa di poter scavalcare l’Italia con una mossa astuta: il bancomat sarà riaperto e appoggiato estero su estero su una banca extracomunitaria non soggetta al controllo di Bankitalia né dell’Europa.
Quella dei rotoloni di contante e dei pos fermi non è l’ombra più lunga dello scandalo Ior che si allunga sulla successione al soglio di Pietro. Nella scelta di Joseph Ratzinger di abbandonare la carica ha giocato un ruolo importante anche la sua sensazione di essere troppo debole per arginare la “mattanza” portata avanti nel settore del controllo delle finanze vaticane dal Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Mattanza, più che lotta, è il termine giusto per descrivere l’andazzo degli ultimi mesi confermato ancora il 12 febbraio dall’ultima indiscrezione: il Segretario di Stato ha comunicato informalmente durante i colloqui bilaterali con l’Italia di volere approfittare dei pochi giorni di pieni poteri rimasti per nominare il nuovo consiglio di sovrintendenza e il nuovo presidente dello Ior, la banca del Vaticano.
Bertone presiede la commissione cardinalizia che sovrintende allo Ior della quale fa parte anche il suo rivale, il cardinale Attilio Nicora. Nove mesi dopo la rimozione del presidente Ettore Gotti Tedeschi, più vicino a Nicora e al Papa, Bertone sta per piazzare un suo fedelissimo al suo posto. Il favorito era un ex compagno di studi di Bertone, l’avvocato torinese Carlo Maria Marocco. A dicembre però l’ex notaio, membro dell’attuale Consiglio di sovrintendenza dello Ior, è stato nominato presidente della Cassa di Risparmio di Torino e ora si fa il nome di Pellegrino Capaldo.
L’altra partita fondamentale per Bertone è quella dell’Autorità antiriciclaggio, l’Aif. Dopo essere stato sostituito nel 2011 con il bertoniano monsignor Domenico Calcagno alla guida dell’Apsa, l’amministrazione del patrimonio Santa Sede, Nicora rischia ora di essere rimosso anche dalla presidenza dell’Aif. Bertone potrebbe far valere il doppio incarico di Nicora come ragione di incompatibilità per farlo fuori o dalla presidenza dell’organismo antiriciclaggio Aif o dalla Commissione cardinalizia che controlla lo Ior. Si completerebbe così il disegno che mira a ricondurre sotto il suo controllo l’Aif e lo Ior rimuovendo gli uomini più collaborativi con le autorità italiane.
Gotti Tedeschi ha dovuto lasciare la presidenza dello Ior non certo per il coinvolgimento del banchiere nell’inchiesta della procura di Roma – come erroneamente è stato scritto – ma per una ragione opposta. Insieme al cardinale Attilio Nicora e all’ex direttore generale dell’Aif  Francesco De Pasquale, Gotti era il fautore dell’inserimento di una normativa più seria in materia di antiriciclaggio. Lo Ior per decenni si è comportato in Italia come una fiduciaria che scherma i reali proprietari dei fondi, talvolta politici corrotti o criminali comuni dotati della sponda Oltretevere. La Procura di Roma ha indagato nel 2010 il direttore generale dello Ior Paolo Cipriani e Gotti Tedeschi proprio per violazione della normativa formale antiriciclaggio. Ma Gotti, a differenza di Cipriani, si è mostrato collaborativo con la Procura e Bankitalia, un atteggiamento sgradito Oltretevere. Nel dicembre del 2010 Benedetto XVI vara una legislazione antiriciclaggio severa e crea l’Aif, un’autorità antiriciclaggio per dialogare con l’Uif italiana. Comincia lo scambio di informazioni tra Aif e le procure italiane, attraverso l’Uif. Per far capire che fa sul serio, il Vaticano nomina come direttore generale dell’Aif un ex funzionario dell’Uif di Bankitalia, l’avvocato Francesco De Pasquale e come presidente proprio il cardinale Nicora.
A quel punto lo Ior e l’antiriciclaggio diventano il teatro dello scontro tra la fazione dei “vincenti” capeggiata dal segretario di Stato Tarcisio Bertone e i “perdenti” del cardinale Nicora. A gennaio del 2012 Bertone si riprende i poteri ispettivi sullo Ior. L’autorità di Nicora e De Pasquale non può più ficcare il naso nei conti Ior per poi riferire ai pm italiani. A maggio viene messo alla porta il presidente Gotti Tedeschi, favorevole alla normativa più severa. Alla fine del 2012 salta il direttore generale Aif De Pasquale retrocesso a semplice consigliere. Al suo posto arriva René Brulhart, svizzero, ma soprattutto ex capo dell’autorità omologa di un paradiso fiscale come ilLiechtenstein. Non proprio un segnale di severità.
Il cardinale Attilio Nicora sente stringersi il cerchio intorno. Con la scusa della sua doppia carica (controllore, in qualità di presidente Aif e controllato, in qualità di membro della commissione cardinalizia dello Ior) Bertone si accinge a farlo fuori. Un problema che invece non viene rilevato per un altro membro dell’Aif, Giuseppe Dalla Torre, che è presidente del Tribunale del Vaticano. Intanto si avanza un nuovo uomo forte all’Aif: il genero di Antonio Fazio, proprio lui l’ex governatore della Banca d’Italia. Si chiama Tommaso Di Ruzza, è assunto come impiegato, ma è stato subito proposto come vicedirettore. Una nomina saltata proprio per l’opposizione del cardinale Attilio Nicora. Nato nel 1975 ad Aquino e presidente del circolo Tommaso d’Aquino, Di Ruzza è membro del Pontificio consiglio per la giustizia e per la pace.
L’arcivescovo Mamberti e il governatore emerito suocero Antonio Fazio, insieme al vescovo Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace erano presenti alla tre giorni organizzata dal Circolo San Tommaso nel luglio 2012. Non è diventato vicedirettore, ma è stato nominato vicario del direttore. In molti davano per probabile la rimozione di Nicora e l’ascesa del giovane e bravo Di Ruzza al posto di Brulhart nel lungo periodo. Poi sono arrivate le dimissioni del Papa.

mercoledì 13 febbraio 2013

La Chiesa teme la «ferita» al ruolo del Pontefice di Massimo Franchi @ Corriere della Sera, 13 febbraio 2013



La Chiesa teme la «ferita» al ruolo del Pontefice

di Massimo Franchi @ Corriere della Sera
13 Febbraio 2013

Il problema della coabitazione di «due Papi»

UN PORPORATO: IL SUO SUCCESSORE DOVRÀ RIPRENDERE IN MANO LA SITUAZIONE


«E adesso bisogna fermare il contagio...». Il monsignore, uno degli uomini più in vista della Curia, ripercorre le ultime ore vissute dal Vaticano come se avesse subito un lutto non ancora elaborato. E ripete, quasi fra sé: «Queste dimissioni di Benedetto XVI sono un vulnus : una ferita istituzionale, giuridica, di immagine. Sono un disastro». Così, dietro le dichiarazioni di solidarietà e di comprensione nei confronti di Josef Ratzinger, di circostanza o sincere, affiora la paura. È l'orrore del vuoto. Di più: della scomparsa dalla scena di un Pontefice che per anni è stato usato come scudo e schermo da molti di quelli che dovevano proteggerlo e ora temono i contraccolpi della fine di una idea sacrale del papato. 
Sono gli stessi che adesso avvertono l'incognita di un successore chiamato a «fare pulizia» in modo radicale; e a ridisegnare i confini e l'identità del Vaticano proprio cominciando a smantellare le incrostazioni più vistose. Le dimissioni vissute come «contagio», dunque. E commentate nelle stanze del potere ecclesiastico come un possibile «virus» che potrebbe mandare in tilt il sistema. «Se passa l'idea dell'efficienza fisica come metro di giudizio per restare o andare via, rischiamo effetti devastanti. C'è solo da sperare che arrivi un nuovo Pontefice in grado di riprendere in mano la situazione, fissare dei confini netti, romani , impedendo una deriva». Lo sconcerto che si legge sulla faccia e nelle parole centellinate dei cardinali più influenti raccontano un potere che vacilla; e un altro che, dopo avere atteso per otto anni la rivincita, comincia a pregustarla.

Eppure, negli schieramenti che si fronteggiano ancora in ordine sparso, non ci sono strategie precise. Si avverte solo il sentore, anzi la convinzione che presto le cose cambieranno radicalmente, e che una intera nomenklatura ecclesiastica sarà messa da parte e rimpiazzata in nome di nuove logiche tutte da scrivere. Ma sono gli effetti di sistema che fanno più paura: e non solo ai tradizionalisti. Un Papa «dimissionabile» è più debole, esposto a pressioni che possono diventare schiaccianti. Il sospetto che la scelta di rottura compiuta da Ratzinger arrivi dopo un lungo rosario di pressioni larvate, continue, pesanti, delle quali i «corvi» vaticani, le convulsioni dello Ior, la «banca del Papa», e il processo al maggiordomo Paolo Gabriele sono stati soltanto una componente, non può essere rimosso. L'interrogativo è che cosa può accadere in futuro, avendo alle spalle il precedente di un Pontefice che si è dimesso. Da questo punto di vista, l'epilogo degli anni ratzingeriani dà un po' i brividi, al di là del coro sulle sue doti di «uomo di fede». La voglia di proiettare immediatamente l'attenzione sul Conclave tradisce la fretta di archiviare una cesura condannata a pesare invece su ognuna delle scelte dei successori. 

Il massimo teorico dell'«inattualità virtuosa» della Chiesa che si fa da parte perché ritiene di non avere più forza a sufficienza evoca un peso intollerabile, e replicabile a comando da chi in futuro volesse destabilizzare un papato. Sembra quasi una bestemmia, ma la carica pontificale, con la sua aura di divinità, appare «relativizzata» di colpo, ricondotta ad una dimensione drammaticamente mondana. È come se la secolarizzazione nella versione carrierista avesse sconfitto il «Papa timido» e distaccato dalle cose del mondo; e le nomine controverse decise in questi anni da Josef Ratzinger si ritorcessero contro il capo della Chiesa cattolica. Rispetto a questa realtà, c'è da chiedersi che cosa potrà fare il «successore di Pietro» e di Benedetto XVI per ricostruire la figura papale. 

Il vecchio paradigma è franato; il prossimo andrà ricostruito non da zero, ma certamente da un trauma difficile da elaborare e da superare. E questo in una fase in cui la Chiesa cattolica si ripropone di «rievangelizzare» l'Europa, diventata ormai da anni terra di missione; di ricristianizzare l'Occidente contro la doppia influenza del «relativismo morale» e dell'«invasione islamica». Così, nel Papa che si ritrae con un gesto fuori dal comune, schiacciato dall'impossibilità di riformare le sue istituzioni, qualcuno intravede una metafora ulteriore: una tentazione a ritrarsi che travalica i confini vaticani e coinvolge simbolicamente l'Europa e l'Occidente.

Le dimissioni di Benedetto XVI, il «Papa tedesco», finiscono così per apparire quelle di un continente e di una civiltà entrati in crisi profonda; e incapaci di leggere i segni di una realtà che li anticipa, li spiazza, e ne mostra tutti i limiti di analisi e di visione: a livello religioso e civile. I detrattori vedono in tutto questo una fuga dalle responsabilità; gli ammiratori, un gesto eroico, oltre che un bagno di umiltà e di fiducia nel futuro. La sensazione è che per ricostruire, il successore dovrà in primo luogo destrutturare, se non distruggere. In quell'espressione, «fare pulizia», si avverte un'eco minacciosa per quanti nella Roma pontificia hanno sfruttato la debolezza di Ratzinger come «Papa di governo». La minaccia è già stata memorizzata, per preparare la resistenza. 

I distinguo appena accennati e le divergenze di interpretazione fra L'Osservatore romano e la sala stampa vaticana sul momento in cui Benedetto XVI avrebbe deciso di lasciare, sono piccoli scricchiolii che preannunciano movimenti ben più traumatici. Scrivere, come ha fatto il quotidiano della Santa Sede, che Benedetto XVI aveva deciso l'abbandono da mesi, significherebbe allontanare i sospetti di dimissioni provocate da qualcosa accaduto di recente, molto di recente, nella cerchia dei collaboratori più stretti. E l'approccio e il ruolo in vista del Conclave dell'attuale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e del predecessore Angelo Sodano, già viene osservato per decifrare le mosse di schieramenti ritenuti avversari. E sullo sfondo rimangono le inchieste giudiziarie che lambiscono istituzioni finanziarie vaticane come lo Ior.

Di fronte a tanta incertezza, l'uscita di scena del Pontefice, annunciata per il 28 febbraio, è un elemento di complicazione, non di chiarimento. «Non possono esserci due Papi in Vaticano: anche se uno di loro è formalmente un ex», si avverte. La considerazione arriva a bassa voce, come un riflesso istintivo e incontenibile. Mostra indirettamente l'enormità di quanto è accaduto due giorni fa. E addita il problema che la Santa Sede si troverà ad affrontare nelle prossime settimane: la convivenza dentro le Sacre Mura fra il successore di Benedetto XVI e lui, il primo Pontefice dimissionario dopo molti secoli. Il simbolismo è troppo potente e ingombrante per pensare che Ratzinger possa diventare invisibile, rinchiudendosi nell'ex convento delle suore di clausura, incastonato in un angolo dei Giardini Vaticani. 

Eppure dovrà diventare invisibile: il suo futuro è l'oblìo. La presenza del vecchio e del nuovo Pontefice suscita un tale imbarazzo che qualcuno, come monsignor Rino Fisichella, non esclude novità; e cioè che l'abitazione definitiva di colui che fino al 28 febbraio sarà Benedetto XVI, alla fine sia individuata non dentro ma fuori dai cosiddetti Sacri Palazzi. Il Vaticano, però, è l'unico luogo dove forse si può evitare che venga fotografato un altro uomo «vestito di bianco», gli incontri non graditi, o controllare che anche una sola parola sfugga di bocca a un «ex» Pontefice: sebbene il Papa resterà tale anche dopo le dimissioni. «Ma il popolo cattolico», si spiega, «non può accettare di vederne due». Il paradosso di Josef Ratzinger sarà dunque quello di studiare e meditare, isolandosi in un eremo nel cuore di Roma proprio accanto a quel potere vaticano che ha cercato di scrollarsi di dosso nel modo più clamoroso. 

D'ora in poi, seguire i suoi passi significherà cogliere gli ultimi gesti pubblici di una persona speciale che sa di entrare in una zona buia dalla quale non gli sarà permesso di riemergere. Al di là di tutto, la sensazione è che molti, ai vertici della Chiesa cattolica, abbiano una gran voglia di voltare pagina; e che lo sconcerto causato dal gesto di Ratzinger e l'affetto e la stima profonda nei suoi confronti siano bilanciati dal sollievo per essere arrivati all'epilogo di una situazione ritenuta ormai insostenibile. Probabilmente, qualcuno non valuta con sufficiente lucidità che Benedetto XVI non era il problema, ma la spia dei problemi del Vaticano; e che usarlo come capro espiatorio non cancellerà tutte le altre questioni rimaste aperte non soltanto per sue responsabilità. I sedici giorni di interregno che separano dal 28 febbraio, in realtà, segneranno uno spartiacque di secoli. E dimostreranno presto quanto abbia perso vigore non il Papa, ma alcune vecchie logiche. Almeno, Josef Ratzinger ha avuto il coraggio di vederle e rifiutarle.

Papus interruptus @ Libération, 12 février 2013


Accordo con una società svizzera Il Vaticano riattiva i bancomat @ La Stampa (redazionale) 13 febbraio 2013



Accordo con una società svizzera
Il Vaticano riattiva i bancomat

@ La Stampa, 13.02.2013

Il servizio dopo un mese di black out
Torna il bancomat in Vaticano e musei, supermercato, farmacia e attività commerciali varie tirano un sospiro di sollievo. Dopo il «blackout» scattato a inizio gennaio su disposizione della Banca d’Italia per la mancanza di alcune autorizzazioni necessarie, ora il servizio è stato riattivato grazie alla stipula di un nuovo accordo con una società svizzera, Aduno. Ed è proprio nel fatto che Aduno sia svizzera, e quindi fuori dall’Ue, la chiave della soluzione del problema. 

Precedentemente, infatti, il servizio per il pagamento tramite pos e bancomat vedeva come operatore Deutsche Bank Italia, soggetto di diritto italiano vigilato da Via Nazionale. Nel corso di una ispezione di vigilanza condotta nel 2010 presso Deutsche Bank Spa, Bankitalia aveva contestato alla banca di prestare servizi di pagamento mediante apparecchi Pos installati nello Stato della Città del Vaticano, extracomunitario, in assenza di autorizzazione. Il Testo Unico Bancario prevede infatti che «le banche italiane possono operare in uno Stato extracomunitario senza stabilirvi succursali previa autorizzazione della Banca d’Italia». Dopo l’ispezione, Deutsche Bank aveva presentato a sanatoria un’istanza di autorizzazione, che però a dicembre è stata negata per assenza in Vaticano di una legislazione bancaria e finanziaria e di un sistema di vigilanza prudenziale, che si aggiungano a quelli per la lotta al riciclaggio. All’istituto tedesco non é rimasto così che prendere atto dell’esito del procedimento e cessare le attività in Vaticano dal 31 dicembre. 

Un problema non secondario per il piccolo stato Oltretevere, sia per le complicazioni per turisti e utenti, sia per le mancate entrate stimate in 30 mila euro al giorno. Per trovare una soluzione, ci sono stati due incontri fra i tecnici di Via Nazionale e l’Aif, l’Autorità di informazione finanziaria vaticana. Nel corso dei colloqui si sarebbero prospettati, per uscire dall’impasse, l’adozione di schemi operativi complessi per adeguarsi agli standard Ue. Schemi che il Vaticano ha deciso di non seguire, preferendo la soluzione della società svizzera, al di fuori dall’Ue e quindi dalla vigilanza Bankitalia nell’ambito dell’eurosistema. Questo non toglie che il lavoro fra Aif e Bankitalia sugli altri temi e più in generale sull’adeguamento della normativa dello Stato della Città del Vaticano non dovrebbe comunque interrompersi. Per risolvere il problema del blocco del Pos si è preferita una strada più veloce.  (Davvero ? n.d.r.)

domenica 3 febbraio 2013

Money and the Rise of the Modern Papacy Financing the Vatican, 1850–1950 - John F. Pollard - University of Cambridge, Uk, December 2008



Money and the Rise of the Modern Papacy

Financing the Vatican, 1850–1950
  • John F. Pollard, University of Cambridge

This is a pioneering study of the finances and financiers of the Vatican between 1850 and 1950. Dr Pollard, a leading historian of the modern papacy, shows how until 1929 the papacy was largely funded by 'Peter's Pence' collected from the faithful, and from the residue the Vatican made its first capitalistic investments, especially in the ill-fated Banco di Roma. After 1929, the Vatican received much of its income from the investments made by the banker Bernadino Nogara in world markets and commercial enterprises. This process of coming to terms with capitalism was arguably in conflict both with Church law and Catholic social teaching and becoming a major financial power led the Vatican into conflict with the Allies during the Second World War. In broader terms, the ways in which the papacy financed itself helped shape the overall development of the modern papacy.

Table of Contents

1. Introduction
2. The reign of Pius IX: Vatican finances before and after the fall of Rome (1850–1878)
3. The Pontificate of Leo XIII (1878–1903)
4. Vatican finances under the 'Peasant Pope', Pius X (1903–1914)
5. 'The great charitable lord'?: Vatican finances under Benedict XV (1914–1922)
6. 'Economical and prudent bourgeois'?: Pius XI, 1922–1929
7. The Wall Street crash and Vatican finances in the early 1930s
8. Vatican finances in an age of global consolidation, 1933–1939
9. Vatican finances in the reign of Pius XII: the Second World War and the early Cold War, 1939–1950
10. Conclusion

Reviews:
Review of the hardback:'Money and the Rise of the Modern Papacy is clearly structured and generally lucidly written, with a refreshing absence of academic jargon. John F. Pollard has much of interest to say about the abilities and personalities of the popes concerned, many of whom he astutely reassesses. … this is indeed, as its publishers claim, a 'pioneering study'.
Times Literary Supplement
Review of the hardback:'Italian banking scandals of the late 1970s involving the Vatican made the history of its finances a hot topic of enquiry. A genuinely scholarly study in English has hitherto been lacking, however, … John Pollard's work gives the first adequate account of Peter's Pence in English and explores the Vatican's investment strategies to an unprecedented degree. It is prefaced by a thoughtful account of the development of the modern Papacy, which, by virtue of its analytical thrust as well as its incorporation of recent Italian research, is a valuable complement to the more textbook-style accounts of Owen Chadwick … and Frank J. Coppa … Pollard eruditely explores the dichotomy between the Church's social teaching and the financial practices of the Vatican: its avid pursuit of profit and its lack of concern as to where its investments were going.'
Journal of Modern ItalyRead more

sabato 2 febbraio 2013

How the Vatican built a secret property empire using Mussolini's millions by David Leigh, Jean François Tanda and Jessica Benhamou @ The Guardian, 21 January 2013



How the Vatican built a secret property empire using Mussolini's millions 


Papacy used offshore tax havens to create £500m international portfolio, featuring real estate in UK, France and Switzerland
, Jean François Tanda and Jessica Benhamou @ The Guardian, 21 January 2013
Few passing London tourists would ever guess that the premises of Bulgari, the upmarket jewellers in New Bond Street, had anything to do with the pope. Nor indeed the nearby headquarters of the wealthy investment bank Altium Capital, on the corner of St James's Square and Pall Mall.
But these office blocks in one of London's most expensive districts are part of a surprising secret commercial property empire owned by the Vatican.
Behind a disguised offshore company structure, the church's international portfolio has been built up over the years, using cash originally handed over by Mussolini in return for papal recognition of the Italian fascist regime in 1929.
Since then the international value of Mussolini's nest-egg has mounted until it now exceeds £500m. In 2006, at the height of the recent property bubble, the Vatican spent £15m of those funds to buy 30 St James's Square. Other UK properties are at 168 New Bond Street and in the city of Coventry. It also owns blocks of flats in Paris and Switzerland.
The surprising aspect for some will be the lengths to which the Vatican has gone to preserve secrecy about the Mussolini millions. The St James's Square office block was bought by a company called British Grolux Investments Ltd, which also holds the other UK properties. Published registers at Companies House do not disclose the company's true ownership, nor make any mention of the Vatican.
Instead, they list two nominee shareholders, both prominent Catholic bankers: John Varley, recently chief executive of Barclays Bank, and Robin Herbert, formerly of the Leopold Joseph merchant bank. Letters were sent from the Guardian to each of them asking whom they act for. They went unanswered. British company law allows the true beneficial ownership of companies to be concealed behind nominees in this way.
The company secretary, John Jenkins, a Reading accountant, was equally uninformative. He told us the firm was owned by a trust but refused to identify it on grounds of confidentiality. He told us after taking instructions: "I confirm that I am not authorised by my client to provide any information."
Research in old archives, however, reveals more of the truth. Companies House files disclose that British Grolux Investments inherited its entire property portfolio after a reorganisation in 1999 from two predecessor companies called British Grolux Ltd and Cheylesmore Estates. The shares of those firms were in turn held by a company based at the address of the JP Morgan bank in New York. Ultimate control is recorded as being exercised by a Swiss company, Profima SA.
British wartime records from the National Archives in Kew complete the picture. They confirm Profima SA as the Vatican's own holding company, accused at the time of "engaging in activities contrary to Allied interests". Files from officials at Britain's Ministry of Economic Warfare at the end of the war criticised the pope's financier, Bernardino Nogara, who controlled the investment of more than £50m cash from the Mussolini windfall.
Nogara's "shady activities" were detailed in intercepted 1945 cable traffic from the Vatican to a contact in Geneva, according to the British, who discussed whether to blacklist Profima as a result. "Nogara, a Roman lawyer, is the Vatican financial agent and Profima SA in Lausanne is the Swiss holding company for certain Vatican interests." They believed Nogara was trying to transfer shares of two Vatican-owned French property firms to the Swiss company, to prevent the French government blacklisting them as enemy assets.
Earlier in the war, in 1943, the British accused Nogara of similar "dirty work", by shifting Italian bank shares into Profima's hands in order to "whitewash" them and present the bank as being controlled by Swiss neutrals. This was described as "manipulation" of Vatican finances to serve "extraneous political ends".
The Mussolini money was dramatically important to the Vatican's finances. John Pollard, a Cambridge historian, says in Money and the Rise of the Modern Papacy: "The papacy was now financially secure. It would never be poor again."
From the outset, Nogara was innovative in investing the cash. In 1931 records show he founded an offshore company in Luxembourg to hold the continental European property assets he was buying. It was called Groupement Financier Luxembourgeois, hence Grolux. Luxembourg was one of the first countries to set up tax-haven company structures in 1929. The UK end, called British Grolux, was incorporated the following year.
When war broke out, with the prospect of a German invasion, the Luxembourg operation and ostensible control of the British Grolux operation were moved to the US and to neutral Switzerland.
The Mussolini investments in Britain are currently controlled, along with its other European holdings and a currency trading arm, by a papal official in Rome, Paolo Mennini, who is in effect the pope's merchant banker. Mennini heads a special unit inside the Vatican called the extraordinary division of APSA – Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica – which handles the so-called "patrimony of the Holy See".
According to a report last year from the Council of Europe, which surveyed the Vatican's financial controls, the assets of Mennini's special unit now exceed €680m (£570m).
While secrecy about the Fascist origins of the papacy's wealth might have been understandable in wartime, what is less clear is why the Vatican subsequently continued to maintain secrecy about its holdings in Britain, even after its financial structure was reorganised in 1999.
The Guardian asked the Vatican's representative in London, the papal nuncio, archbishop Antonio Mennini, why the papacy continued with such secrecy over the identity of its property investments in London. We also asked what the pope spent the income on. True to its tradition of silence on the subject, the Roman Catholic church's spokesman said that the nuncio had no comment.