We live in an information society in which data has become a commodity; we offer Data Mining from a Post-Marxist Perspective (We're sorry about the visual noise but we're in our Metal Box In Dub era).
domenica 3 novembre 2013
Franco Berardi (Bifo) - Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk @ Derive Approdi, Settembre 2013
Il Manifesto futurista di Marinetti è il punto finale di una trasformazione culturale nella percezione del tempo che è stato il nucleo profondo della modernità. Le cultura tradizionali trovavano nel passato il riferimento e il fondamento della vita presente, mentre la modernità ha fondato la propria energia sulla tensione all’espansione, al futuro come espansione. Per questo il Novecento ha sempre visto nel futuro il riscatto dalla tragedia, dalla guerra, dal terrore, dalla violenza. Dopo solo cento anni dalla pubblicazione del Manifesto futurista, la prospettiva si è rovesciata e il futuro non ha più la forza di orientamento delle tensioni dell’oggi. Quella che si è dissolta è l’illusione di illimitatezza dell’energia, delle risorse fisiche del pianeta e delle risorse nervose di cui dispone l’umanità organizzata.
Questo libro parla della dissoluzione dell’immaginazione «futurista», ma anche dell’emergere di una consapevolezza del carattere corrotto, marcescente, punk, del mondo che la modernità ci ha lasciato in eredità. Oggi il futuro è preso in un labirinto: se continuiamo a identificarlo con l’espansione ci sentiremo sempre più intrappolati in una condizione di assenza di futuro. Se invece vogliamo avere accesso alla dimensione che si apre dopo il futuro, dopo il collasso della sua illusione
moderna, dovremo rinunciare al pregiudizio della crescita illimitata, dell’espansione economica, dell’accelerazione.
Dall’Introduzione dell’autore
«Scritto nel centenario del Manifesto futurista, e pubblicato in inglese nel 2011, il libro racconta come si è evoluta la percezione del futuro nel corso del Ventesimo secolo. Come abbiamo immaginato il futuro, come l’hanno immaginato gli artisti, i poeti, i filosofi? E come lo immaginiamo oggi? Oggi possiamo vedere gli spazi lontani, ma il tempo lontano nessuno lo vede più. Qualcuno a un certo punto annunciò che il futuro era finito. Ma il futuro non finisce mai. Semplicemente non siamo più capaci di immaginarlo. Il Ventesimo secolo era mosso dall’energia utopica proveniente dalle avanguardie culturali artistiche e politiche. Quell’energia sembra essersi esaurita. Tutto sembra essersi rovesciato, trasformato in forma distopica forse per eccesso di velocità, e nel futuro vediamo le ombre di un passato di barbarie e di miseria che credevamo sepolto. Quando ho scritto questo libro, nel mondo si stava appena spalancando quell’abisso in cui il capitalismo finanziario ha fatto precipitare l’Europa, per distruggere la civiltà sociale e per dare un esempio a quei territori del mondo in cui si stanno sviluppando le nuove economie di crescita. L’Europa, con la sua tradizione di democrazia e di benessere sociale, poteva diventare un pericoloso esempio per gli sfruttati di tutto il mondo. Distruggere l’Europa della solidarietà e del progresso, thatcherizzare l’Europa e ridurla a un deserto di miseria, precarietà e ignoranza è il progetto che il potere finanziario si è proposto e sta realizzando. Quando l’isola britannica venne sottoposta a questa cura devastante, un gruppo di ragazzi urlò disperatamente “il futuro non c’è più” e lì nacque l’onda planetaria del Punk. Quell’isola, che negli anni Sessanta e Settanta aveva vissuto un periodo di rinascimento culturale e di calore solidale, di benessere e di relativa eguaglianza, divenne un esempio di aggressività, di tristezza infinita, di miseria. Oggi quella terapia disumana viene riproposta su scala continentale, perché divenga esempio per tutto il mondo. Nessuno deve più sperare che la vita sul pianeta possa avere connotati umani».
Franco Beradi (Bifo), fondatore della storica rivista «A/traverso», foglio del movimento creativo di Bologna, e tra gli iniziatori di Radio Alice, è autore di numerosi saggi su trasformazioni del lavoro, innovazione e processi comunicativi. Tra i suoi libri:Telestreet. Macchina immaginativa non omologata (insieme a Jacquement e Vitali, 2003), Alice è il diavolo. Storia di una radio sovversiva (2002), Un’estate all’inferno(2002), La fabbrica dell’infelicità (2001), La nefasta utopia di Potere Operaio (1997).
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venerdì 1 novembre 2013
Simon Choat: intervista su "Masse, Potere e Postdemocrazia nel XXI secolo"
Intervista di Simon Choat su "Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo" a cura dei blog Obsolete Capitalism e Rizomatika. Intervista raccolta il 16 giugno 2013
EDIT: E' disponibile e scaricabile online/free download QUI il libro "Nascita del populismo digitale. Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo" che raccoglie tutte le interviste di Choat, Parikka, Sampson, Newman, Berti, Toscano, Parisi, Terranova e Godani. Abbiamo raccolto l'intervista di Choat in questo PDF.
Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo
'Fascismo di banda, di gang, di setta, di famiglia, di villaggio, di quartiere, d’automobile, un Fascismo che non risparmia nessuno. Soltanto il micro-Fascismo può fornire una risposta alla domanda globale: “Perchè il desiderio desidera la propria repressione? Come può desiderare la propria repressione?'
—Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Mille Piani, pg. 271
Parlare di 'micro-fascismo' per di più è utile nella misura in cui richiama la nostra attenzione alle pratiche sociali quotidiane e agli investimenti affettivi che rafforzano i centri di potere: il fascismo può svilupparsi, almeno in parte, per il desiderio o di un senso d'ordine o di partecipazione, per sentirsi parte di qualcosa, un desiderio che può diventare particolarmente forte in tempi di crisi e che può manifestarsi in modi autoritari. Questo è il motivo per cui dobbiamo essere particolarmente diffidenti nei confronti del 'populismo digitale' di una forza come il "grillismo": il suo appello al desiderio delle persone di sentirsi parte di un 'movimento' è rafforzato dal potere d'attrazione narcisistico dei social media.
Infine, una spiegazione approfondita dell'attuale ascesa degli autoritarismi richiederebbe un'analisi storica, concreta, di lungo periodo, che comprenda, non solo l'attuale crisi economica, ma anche una serie di altri fattori tra i quali va incluso - ma non limitato a - l'ascesa del neoliberismo negli ultimi trent’anni, l'aumento della disoccupazione, il depotenziamento e declino dei sindacati e della sinistra socialdemocratica.
Sul micro-fascismo
OC Partiamo dall’analisi di Wu Ming, esposta nel breve saggio per la London Review of Books intitolato 'Yet another right-wing cult coming from Italy', che legge il M5S e il fenomeno Grillo come un nuovo movimento autoritario di destra. Come è possibile che il desiderio di cambiamento di buona parte del corpo elettorale (nelle elezioni italiane del febbraio 2013) sia stato vanificato e le masse abbiano di nuovo anelato –ancora una volta– la propria repressione ? Siamo fermi nuovamente all’affermazione di Wilhelm Reich: sì, le masse hanno desiderato, in un determinato momento storico, il fascismo. Le masse non sono state ingannate, hanno capito molto bene il pericolo autoritario, ma l’hanno votato lo stesso. E il pensiero doppiamente preoccupante è il seguente: i due movimenti populisti autoritari, M5S e PdL, sommati insieme hanno più del 50% dell’elettorato italiano. Una situazione molto simile si è venuta a creare in UK, nel Maggio 2013, con il successo della formazione populista di destra dello UKIP. Le tossine dell’autoritarismo e del micro-fascismo perché e quanto sono presenti nella società europea contemporanea?
Parlare di 'micro-fascismo' per di più è utile nella misura in cui richiama la nostra attenzione alle pratiche sociali quotidiane e agli investimenti affettivi che rafforzano i centri di potere: il fascismo può svilupparsi, almeno in parte, per il desiderio o di un senso d'ordine o di partecipazione, per sentirsi parte di qualcosa, un desiderio che può diventare particolarmente forte in tempi di crisi e che può manifestarsi in modi autoritari. Questo è il motivo per cui dobbiamo essere particolarmente diffidenti nei confronti del 'populismo digitale' di una forza come il "grillismo": il suo appello al desiderio delle persone di sentirsi parte di un 'movimento' è rafforzato dal potere d'attrazione narcisistico dei social media.
Infine, una spiegazione approfondita dell'attuale ascesa degli autoritarismi richiederebbe un'analisi storica, concreta, di lungo periodo, che comprenda, non solo l'attuale crisi economica, ma anche una serie di altri fattori tra i quali va incluso - ma non limitato a - l'ascesa del neoliberismo negli ultimi trent’anni, l'aumento della disoccupazione, il depotenziamento e declino dei sindacati e della sinistra socialdemocratica.
- 1919, 1933, 2013. Sulla crisi
OC Slavoj Zizek ha affermato, già nel 2009, che quando il corso normale delle cose è traumaticamente interrotto, si apre nella società una competizione ideologica “discorsiva” esattamente come capitò nella Germania dei primi anni ’30 del Novecento quando Hitler indicò nella cospirazione ebraica e nella corruzione del sistema dei partiti i motivi della crisi della repubblica di Weimar. Zizek termina la riflessione affermando che ogni aspettativa della sinistra radicale di ottenere maggiori spazi di azione e quindi consenso risulterà fallace in quanto saranno vittoriose le formazioni populiste e razziste, come abbiamo poi potuto constatare in Grecia con Alba Dorata, in Ungheria con il Fidesz di Orban, in Francia con il Front National di Marine LePen e in Inghilterra con le recentissime vittorie di Ukip. In Italia abbiamo avuto imbarazzanti “misti” come la Lega Nord e ora il M5S, bizzarro rassemblement che pare combinare il Tempio del Popolo del Reverendo Jones e Syriza, “boyscoutismo rivoluzionario” e disciplinarismo delle società del controllo. Come si esce dalla crisi e con quali narrazioni discorsive “competitive e possibilmente vincenti”? Con le politiche neo-keynesiane tipiche del mondo anglosassone e della terza via socialdemocratica nord-europea o all’opposto con i neo populismi autoritari e razzisti ? Pare che tertium non datur.
SC L’analisi di Zizek è stata confermata: nel momento della sua più grande crisi, il capitalismo neoliberista è stato rafforzato piuttosto che indebolito. Le ragioni sono complesse, ma un elemento chiave è stata la sua vittoria nella “competizione ideologica”. Nel Regno Unito, ad esempio, la crisi economica è stata accusata di essere figlia delle politiche “dispendiose” del precedente governo laburista - da qui la necessità di ciò che viene eufemisticamente definita “austerità”. In realtà, questa “narrazione” è ormai così ampiamente accettata che l'attuale governo si è già spostato su una nuova storia che sottolinea la necessità di competere in una “gara” mondiale (e così deregolamentare gli affari, abbassare le tasse e i salari, togliere i diritti del lavoro, etc.). Abbiamo quindi bisogno di una narrazione alternativa. Ma spero che la nostra scelta non sia semplicemente tra autoritarismo neo-populista e neo-keynesismo! Anzi, questa mi sembra una falsa alternativa: se il populismo è quel movimento che pretende di unire una società, mentre in realtà oscura i reali rapporti di potere e le forme di lotta, allora si potrebbe sostenere che il keynesismo è di per sé una forma di populismo, in quanto propaganda la fantasia di un capitalismo di cui possono beneficiare tutti. Ciò non esclude tuttavia la possibilità che potremmo aver bisogno di una sorta di keynesismo strategico, a difesa dello stato sociale, dei diritti del lavoro, delle provvidenze del settore pubblico, etc.: dato il contesto attuale, difendere il welfare è un gesto radicale.
La sinistra deve tuttavia affrontare una serie di difficoltà nello sviluppare la propria narrazione. In primo luogo, esiste una concorrenza ideologica all’interno della sinistra stessa. La destra ha un compito più semplice: è più facile difendere lo status quo piuttosto che sfidarlo. In secondo luogo, qualsiasi analisi di sinistra si concentrerà su strutture apersonali, difficili da incorporare all’interno di narrazioni popolari (è il motivo per cui non ci sono molti buoni film o romanzi marxisti). Questa è una delle ragioni per cui, invece, otteniamo narrazioni populiste con protagonisti ben definiti ai quali attribuire ogni colpa (banchieri, immigrati, burocrati, etc.). Infine, vi è la difficoltà di diffondere narrazioni alternative nei canali di diffusione che sono per lo più di proprietà e gestiti proprio da coloro che stiamo cercando di sfidare. I social media qui potrebbero essere utili, ma non operano in un vuoto bensì all'interno dello stesso complesso di relazioni sociali dei media tradizionali e i suoi attori sono soggetti alle stesse pressioni ideologiche, alle stesse censure statali e aziendali e (come abbiamo visto di recente) allo spionaggio. Inoltre - come si è visto con il M5S in Italia - i social media si comportano spesso come una gigantesca cassa di risonanza della stupidità: non sono necessariamente favorevoli al pensiero critico.
La sinistra deve tuttavia affrontare una serie di difficoltà nello sviluppare la propria narrazione. In primo luogo, esiste una concorrenza ideologica all’interno della sinistra stessa. La destra ha un compito più semplice: è più facile difendere lo status quo piuttosto che sfidarlo. In secondo luogo, qualsiasi analisi di sinistra si concentrerà su strutture apersonali, difficili da incorporare all’interno di narrazioni popolari (è il motivo per cui non ci sono molti buoni film o romanzi marxisti). Questa è una delle ragioni per cui, invece, otteniamo narrazioni populiste con protagonisti ben definiti ai quali attribuire ogni colpa (banchieri, immigrati, burocrati, etc.). Infine, vi è la difficoltà di diffondere narrazioni alternative nei canali di diffusione che sono per lo più di proprietà e gestiti proprio da coloro che stiamo cercando di sfidare. I social media qui potrebbero essere utili, ma non operano in un vuoto bensì all'interno dello stesso complesso di relazioni sociali dei media tradizionali e i suoi attori sono soggetti alle stesse pressioni ideologiche, alle stesse censure statali e aziendali e (come abbiamo visto di recente) allo spionaggio. Inoltre - come si è visto con il M5S in Italia - i social media si comportano spesso come una gigantesca cassa di risonanza della stupidità: non sono necessariamente favorevoli al pensiero critico.
- Sul popolo che manca
OC Mario Tronti afferma che “c’è populismo perché non c’è popolo”. Tema eterno, quello del popolo, che Tronti declina in modalità tutte italiane in quanto “le grandi forze politiche erano saldamente poggiate su componenti popolari presenti nella storia sociale: il popolarismo cattolico, la tradizione socialista, la diversità comunista. Siccome c’era popolo, non c’era populismo.” Pure in ambiti di avanguardie artistiche storiche, Paul Klee si lamentava spesso che era “il popolo a mancare”. Ma la critica radicale al populismo - è sempre Tronti che riflette - ha portato a importanti risultati: il primo, in America, alla nascita dell’età matura della democrazia; il secondo, nell’impero zarista, la nascita della teoria e della pratica della rivoluzione in un paese afflitto dalle contraddizioni tipiche dello sviluppo del capitalismo in un paese arretrato (Lenin e il bolscevismo). Ma nell’analisi della situazione italiana ed europea è tranchant: “Nel populismo di oggi, non c’è il popolo e non c’è il principe. E’ necessario battere il populismo perché nasconde il rapporto di potere”. L’abilità del neo-populismo, attraverso l'utilizzo spregiudicato di apparati economici-mediatici-spettacolari-giudiziari, è nel costruire costantemente "macchine di popoli fidelizzati” più simili al “portafoglio-clienti” del mondo brandizzato dell’economia neo-liberale. Il "popolo" berlusconiano è da vent’anni che segue blindato le gesta del sultano di Arcore; il "popolo" grillino, in costruzione precipitosa, sta seguendo gli stessi processi identificativi totalizzanti del “popolus berlusconiano”, dando forma e topos alle pulsioni più deteriori e confuse degli strati sociali italiani. Con le fragilità istituzionali, le sovranità altalenanti, gli universali della sinistra in soffitta (classe, conflitto, solidarietà, uguaglianza) come si fa popolo oggi? E’ possibile reinventare un popolo anti-autoritario? E’ solo il popolo o la politica stessa a mancare?
- Sul Controllo
OC Gilles Deleuze nel Poscritto delle Società di Controllo, pubblicato nel maggio del 1990, afferma che, grazie alle illuminanti analisi di Michel Foucault, emerge una nuova diagnosi della società contemporanea occidentale. L’analisi deleuziana è la seguente: le società di controllo hanno sostituito le società disciplinari allo scollinare del XX secolo. Deleuze scrive che “il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri padroni”. Difficile dargli torto se valutiamo l’incontrovertibile fatto che, dietro a due avventure elettorali di strepitoso successo - Forza Italia e Movimento 5 Stelle - si stagliano due società di marketing: la Publitalia 80 di Marcello Dell’Utri e la Casaleggio Asssociati di Gianroberto Casaleggio. Meccanismi di controllo, eventi mediatici quali gli exit polls, sondaggi infiniti, banche dati in/penetrabili, data come commodities, spin-doctoring continuo, consensi in rete guidati da influencer, bot, social network opachi, digi-squadrismo, echo-chambering dominante, tracciabilità dei percorsi in rete tramite cookies: queste sono le determinazioni della società post-ideologica (post-democratica?) neoliberale. La miseria delle nuove tecniche di controllo rivaleggia solo con la miseria della “casa di vetro” della trasparenza grillina (il web-control, of course). Siamo nell’epoca della post-politica, afferma Jacques Ranciere: Come uscire dalla gabbia neo-liberale e liberarci dal consenso ideologico dei suoi prodotti elettorali? Quale sarà la riconfigurazione della politica - per un nuovo popolo liberato - dopo l’esaurimento dell’egemonia marxista nella sinistra?
SC Bella domanda! Purtroppo non ha una risposta semplice. La missione iniziale è semplicemente quella di aprire spazi in cui possa essere discussa questa stessa domanda. È per questo che, pur con tutti i suoi difetti e problemi, il movimento Occupy Wall Street è stato, per un breve periodo, promettente. E’ stato criticato per non aver saputo offrire una visione alternativa, ma questa critica non coglie il punto che l’alternativa di Occupy Wall Street era performativa: l'atto di occupazione era un’opzione alla sempre più brutale privatizzazione dello spazio, una rivendicazione di un ambiente in cui, tra l'altro, il dibattito potrebbe fisicamente aver luogo.
Il marxismo ha qui un ruolo importante da svolgere: la sua egemonia può essersi esaurita, nel senso che non domina più la politica di sinistra radicale in Europa - anche se nel Regno Unito è sempre stata marginale - ma fornisce ancora la più rigorosa e potente critica del capitalismo che dovrebbe essere il nostro vero obiettivo. E’ anche un modello da utilizzare per fare politica: come è noto, Marx - alla pari di Foucault - non ha passato il proprio tempo a creare progetti per il futuro bensì a sviluppare e affinare analisi del presente che, anche ai giorni nostri, potrebbero essere utilizzate da coloro che partecipano alle lotte esistenti, da cui poi le alternative concrete si sviluppano.
Sulla “Googlization” della politica; l’aspetto finanziario
del populismo digitale
Il marxismo ha qui un ruolo importante da svolgere: la sua egemonia può essersi esaurita, nel senso che non domina più la politica di sinistra radicale in Europa - anche se nel Regno Unito è sempre stata marginale - ma fornisce ancora la più rigorosa e potente critica del capitalismo che dovrebbe essere il nostro vero obiettivo. E’ anche un modello da utilizzare per fare politica: come è noto, Marx - alla pari di Foucault - non ha passato il proprio tempo a creare progetti per il futuro bensì a sviluppare e affinare analisi del presente che, anche ai giorni nostri, potrebbero essere utilizzate da coloro che partecipano alle lotte esistenti, da cui poi le alternative concrete si sviluppano.
Sulla “Googlization” della politica; l’aspetto finanziario
del populismo digitale
- OC La prima decade del XXI secolo è stata
caratterizzata dall'insorgenza del neo-capitalismo
definito "cognitive capitalism"; in questo contesto
un'azienda come Google si è affermata come la
perfetta sintesi del web-business in quanto non
retribuisce, se non in minima parte, i contenuti che
smista attraverso il proprio motore di ricerca. In
Italia, con il successo elettorale del M5S, si è
assistito, nella politica, ad una mutazione della
categoria del prosumer dei social network: si è
creata la nuova figura dell'elettore-prosumer, grazie
all'utilizzo del blog di Beppe Grillo da parte degli attivisti - che forniscono anche parte cospicua dei contenuti - come
strumento essenziale di informazione del
movimento. Questo www.bellegrillo.it è un blog/sito commerciale, alternativo alla tradizione free-copyright del creative commons; ha un numero
altissimo di contatti, costantemente incrementato
in questo ultimo anno. Questa militanza digitale
produce introiti poiché al suo interno vengono
venduti prodotti della linea Grillo (dvd, libri e altri
prodotti editoriali legati al business del
movimento). Tutto ciò porta al rischio di una
googlizzazione della politica ovvero ad un radicale
cambio delle forme di finanziamento grazie al
"plusvalore di rete", termine utilizzato dal
ricercatore Matteo Pasquinelli per definire quella
porzione di valore estratto dalle pratiche web dei
prosumer. Siamo quindi ad un cambio del
paradigma finanziario applicato alla politica?
Scompariranno i finanziamenti delle
lobbies, i finanziamenti pubblici ai partiti e al
loro posto si sostituiranno le micro-donazioni
via web in stile Obama? Continuerà e si rafforzerà lo sfruttamento dei
prosumer-elettori? Infine che tipo di rischi
comporterà la “googlization della politica”?
SC Il compito principale dello Stato, oggi, è di rappresentare il capitale. I politici tradizionali sono legati a questo compito: le micro-donazioni di Obama non hanno reso le sue politiche meno autoritarie o meno neo-liberali. Se esistesse una 'googlizzazione della politica’, allora io suggerirei che si riferisse a qualcos’altro e cioè al crescente potere politico dell'industria hi-tech: al suo ruolo sempre più potente come gruppo di pressione, allo sviluppo di giganteschi monopoli, al ruolo volontario delle techno-industrie all'interno della sorveglianza di Stato e così via. Google è una società come tutte le altre - e, in quanto tale, non esattamente a sostegno di finalità democratiche o emancipatorie.
Sul populismo digitale, sul capitalismo affettivo
OC James Ballard affermò che, dopo le religioni del
Libro, ci saremmo dovuti aspettare le religioni della
Rete. Alcuni affermano che, in realtà, una prima
techno-religione esiste già: si tratterebbe del
Capitalismo Affettivo. Il nucleo di questo culto
secolarizzato sarebbe un mix del tutto
contemporaneo di tecniche di manipolazione
affettiva, politiche del neo-liberalismo e pratiche
politiche 2.0. In Italia l'affermazione di M5S ha
portato alla ribalta il primo fenomeno di successo
del digi-populismo con annessa celebrazione del
culto del capo; negli USA, la campagna elettorale di
Obama ha visto il perfezionarsi di tecniche di
micro-targeting con offerte politiche personalizzate
via web. La nuova frontiera di ricerca medica e
ricerca economica sta costruendo una convergenza
inquietante tra saperi in elaborazione quali: teorie
del controllo, neuro-economia e neuro-marketing.
Foucault, nel gennaio 1976, all'interno dello schema
guerra-repressione, intitolò il proprio corso
"Bisogna difendere la società". Ora, di fronte alla
friabilità generale di tutti noi, come
possiamo difenderci dall'urto del capitalismo
affettivo e delle sue pratiche scientifico-
digitali ? Riusciremo ad opporre un sapere
differenziale che - come scrisse Foucault -
deve la sua forza solo alla durezza che
oppone a tutti i saperi che lo circondano?
Quali sono i pericoli maggiori che corriamo
riguardo ai fenomeni e ai saperi di
assoggettamento in versione network
culture?
SC Il mondo digitale introduce nuove aperture e possibilità offrendo alle persone potenziali modi per diventare politicamente attive ma purtroppo porta con sé anche alcuni rischi: il focus su velocità e simultaneità non aiuta necessariamente una riflessione critica profonda e la natura delle attività digitali, spesso individuali e private, non sono sicuramente favorevoli alle lotte collettive. Dobbiamo riflettere su questi problemi senza ricorrere a giudizi morali che semplicemente li celebrino o li condannino, resistendo sia alla propaganda tecno-utopista promossa dal settore tecnologico-industriale sia all'ansia reazionaria e nostalgica che gonfia la novità della tecnologia digitale catastrofizzando il suo impatto. Quello che ci serve, invece, è un’imparziale analisi storico-materialista che individui questi sviluppi all’interno del capitalismo contemporaneo, esaminando l'impatto delle nuove tecnologie sulla distribuzione di ricchezza e potere, e collocando gli utilizzi della tecnologia digitale entro i rapporti sociali esistenti.
E, ovviamente, dovremmo evitare di vedere le tecnologie digitali come una panacea. Mi ha sempre colpito una frase di Deleuze che mi sembra, ora, più pertinente: “Non è vero che soffriamo di incomunicabilità; viceversa soffriamo per tutte le forze che ci costringono ad esprimerci quando non abbiamo granchè da dire” (1). Questo è uno dei nostri compiti oggi: resistere alla richiesta di dover dire comunque qualcosa.
1) Gilles Deleuze: Pourparler (pg. 183) - Quodlibet, 2000
E, ovviamente, dovremmo evitare di vedere le tecnologie digitali come una panacea. Mi ha sempre colpito una frase di Deleuze che mi sembra, ora, più pertinente: “Non è vero che soffriamo di incomunicabilità; viceversa soffriamo per tutte le forze che ci costringono ad esprimerci quando non abbiamo granchè da dire” (1). Questo è uno dei nostri compiti oggi: resistere alla richiesta di dover dire comunque qualcosa.
Simon Choat, inglese, è Senior Lecturer in Politics and International Relations alla Kingston University, London (Uk) ed è l'autore del libro Marx Through Post-Structuralism: Lyotard, Derrida, Foucault, Deleuze (Continuum, Uk, 2010). L'area di ricerca che sta sviluppando include i Grundrisse di Marx, le filosofie neo-materialiste, le politiche demografiche e il fenomeno della disoccupazione, il marxismo di Alfred Sohn-Rethel. E' membro del Political Studies Association Marxism Specialist Group (PSA-MSG). E' in fase di stampa l'ultimo saggio 'From Marxism to poststructuralism' compreso nella raccolta di saggi curata da Dillet, Mackenzie e Porter (eds.) The Edinburgh companion to poststructuralism. (Edinburgh University Press, Uk, 2013). Attualmente sta scrivendo la Reader's Guide to Marx's Grundrisse per Bloomsbury Publishing di Londra.
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Bibliografia
1) testi di riferimento alla domanda Sul micro-fascismo
Wu Ming, Yet another right-wing cult coming from Italy, via Wu Ming blog.
Wu Ming, Yet another right-wing cult coming from Italy, via Wu Ming blog.
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo - Einaudi, 2002
Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille Piani, Castelvecchi, 2010
Gilles Deleuze, L’isola deserta e altri scritti, Einaudi, 2007 (cfr. pg. 269, 'Gli Intellettuali e il Potere', conversazione con Michel Foucault del 4 marzo 1972) “Questo sistema in cui viviamo non può sopportare nulla: di qui la sua radicale fragilità in ogni punto e nello stesso tempo la sua forza complessiva di repressione” (intervista a Deleuze e Foucault, pg. 264)
2) testi di riferimento alla domanda Sulla Crisi
Slavoj Zizek, First as Tragedy, then as Farce. Verso, Uk, 2009 (pg. 17) 
Slavoj Zizek, First as Tragedy, then as Farce. Verso, Uk, 2009 (pg. 17) 
3) testi di riferimento alla domanda Sul popolo che manca
Mario Tronti, 'C’è populismo perché non c’è popolo', in Democrazia e Diritto, n.3-4/2010.
Mario Tronti, 'C’è populismo perché non c’è popolo', in Democrazia e Diritto, n.3-4/2010.
Paul Klee, Diari 1898-1918. La vita, la pittura, l’amore: un maestro del Novecento si racconta - Net, 2004
Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Millepiani (in '1837. Sul Ritornello' pg. 412-413)
4) testi di riferimento alla domanda Sul controllo
Jacques Ranciere, Disagreement. Politics and Philosophy, UMP, Usa, 2004
Jacques Ranciere, Disagreement. Politics and Philosophy, UMP, Usa, 2004
Gilles Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Ita, 2000 (pg. 234, 'Poscritto sulle società di controllo')
Saul Newman, 'Politics in the Age of Control', in Deleuze and New Technology, Mark Poster and David Savat, Edinburgh University Press, Uk, 2009, pp. 104-122. 
5) testi di riferimento alla domanda Sulla googlizzazione della politica
Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967 - II sezione - Merce come spettacolo, tesi 42,43,44 e seguenti fino alla 53.
Matteo Pasquinelli Google's Pagerank Algorithm, http://matteopasquinelli.com/docs/Pasquinelli_PageRank.pdf
Nicholas Carr, The Big Switch: Rewiring the World, from Edison to Google (New York: W.W. Norton, 2008)
6) testi di riferimento alla domanda Sul populismo digitale e sul capitalismo affettivo
Tony D. Sampson, Virality, UMP, 2012
Michel Foucault, Security, Territory and Population, Palgrave and Macmillan, 2009
Michel Foucault, Society Must be Defended: Lectures at the Collège de France 1975—76, Saint Martin Press, 2003
Dipinto: Stelios Faitakis
Tiziana Terranova: Dopo il futuro: Dal Futurismo al Cyberpunk (Recensione del libro di Franco Berardi, Derive e Approdi, 2013) @ Carmilla, 07.Oct.2013
Tiziana Terranova: recensione del libro di Franco Berardi (Bifo), Dopo il futuro: Dal Futurismo al Cyberpunk. L’esaurimento della Modernità, DeriveApprodi, Roma 2013, pp. 136, € 14.00
In una delle sue lezioni al Collége de France, Michel Foucault offre questa spiegazione del rapporto tra il sapere dell’intellettuale e la lotta. Non spetta all’intellettuale esortare il popolo alla lotta (‘battetevi contro questo in tale o talaltro modo’), piuttosto quello che il sapere dovrebbe fare è dire, rivolgendosi a coloro che vogliono lottare, ‘se volete lottare, ecco dei punti chiave, delle linee di forza, delle zone di chiusura e di blocco’1. È chiaro che nonostante il titolo del nuovo libro di Franco Berardi sia carico di parole quale ‘dopo il futuro’ e ‘esaurimento’, esso non può fare a meno o non intende dissuadere dalla lotta, dalla ricreazione del futuro, non è un libro cioè che ci dissuade da quell’atto fondamentale per qualsiasi pratica politica costituente che è credere nel mondo. E tuttavia, da schizoanalista qual è, si tratta di un libro che pone pesantemente l’accento sui blocchi del desiderio e quindi delle lotte, o nei termini del libro, esso pone la centralità della questione della sensibilità, dell’empatia e dell’etica. Si tratta di un libro che pratica l’arte schizoanalitica della diagnosi, mettendo in evidenza tutta una serie di sintomi, culturali e sociali, che mostrano l’evoluzione e l’esaurimento di quella idea di futuro che ha giocato un ruolo fondamentale nei movimenti politici del novecento, e le conseguenze oggi del suo esaurimento.
Il futuro di cui parla Bifo non è ovviamente ‘una dimensione naturale della mente umana’, non è la certezza cioè che qualsiasi cosa faremo, il tempo scorrerà comunque ingrossato da un passato sempre più ingombrante, imbrigliato in un presente limitato, aperto verso l’imprevedibile evento del domani. Il futuro di cui ci parla è una secrezione della soggettività, ha a che fare col modo in cui le soggettività si pongono in relazione al mondo, ed è dunque l’espressione di quei concatenamenti macchinici che investono e formano la soggettività nelle economie e società capitaliste. Il futuro concepito come progresso e cambiamento radicale erompe nel novecento nell’immaginario sociale e culturale come effetto della velocità del mutamento. Le avanguardie italiane e russe ne esprimono due anime e impulsi opposti: la velocità del futuro espresso dall’accellerazione dell’automobile si realizzano nell’esaltazione della guerra e nella repressione del femminile sociale del futurismo italiano (‘il disperato tentativo di non essere femmina’), ma anche nelle pieghe morbide delle avanguardie russe che ‘mettono nel futuro un’enfasi più sfumata, differenziata, ricca’ e lo esprimono in una concezione dell’amore come gioco erotico-poetico. Il general intellect non è semplicemente un insieme di saperi codificati nella macchina, ma anche espressione di un certo tipo di energia, quella propulsiva della combustione e del motore termodinamico, che attraversa la soggettività moderna spingendola ad immaginare il vettore della velocità come forza distruttiva e creativa allo stesso tempo. La macchina termodinamica è anche una macchina del piacere, e come ci hanno ricordato Luciana Parisi e Klaus Theweleit, essa mobilita e enfatizza una struttura del godimento maschile fatta di scarica entropica e malinconico ritorno all’ordine2.
L’esaurimento di questo futuro è il leitmotiv della seconda metà del libro, quella dove Bifo si occupa più strettamente del momento presente. La mutazione antropologica registrata segue le trasformazioni del capitale che ha ridisegnato il suo sistema produttivo sulle linee indotte da un nuovo tipo di macchina, comunicativa, informatica e cibernetica. Dopo aver attraversato i movimenti dada e surrealisti, ed essersi soffermato sulla funzione della pubblicità (concendendo a Pasolini un tardo riconoscimento per aver ‘presentito molto dell’epoca barbarica, che, ora sappiamo, era il futuro’), la tesi principale del libro sulla contemporaneità si sviluppa sulle linee di una distinzione tra cyberspazio e cybertempo. La strategia del capitale, immobilizzato dal compromesso keynesiano che pone dei limiti alla sua tendenza all’accumulazione, minacciato dalla tendenza alla fuga e al sabotaggio della classe operaia industriale, sceglie di deterritorializzare globalmente il flusso di lavoro vivo riorganizzando il suo comando attraverso la topologia della rete o cyberspazio. Il lavoro è ulteriormete astratto dalla concretezza dei luoghi e dei tempi della soggettività incarnata, e trasformato in un flusso deterritorializzato, frammentato e discontinuo di prestazioni infinitamente espandibili. Questo meccanismo è frattale, si ripete a diverse scale dell’organizzazione del lavoro: è nel crowdsourcing del turco di Amazon (Amazon Turk che distribuisce automaticamente segmenti di lavoro secondo un meccanismo di aste), nelle fabbriche cinesi dove si producono gadget tecnologici, la cui velocità è scandita dall’uscita di nuovi prodotti e campagne pubblicitarie, attraversa la vita del lavoro precario e cellulare-munito fino al comunicatore compulsivo sui social media disponibile a rendere commerciabile ogni secondo delle sue interazioni sociali. Bifo sembra credere dunque che nella rete cibernetica, la vera nuova fabbrica globale, il capitale esercita il comando e il lavoro perde ogni autonomia reale.
Gli effetti di questa mutazione sulla soggettività sono per Bifo devastanti. L’energia mobilizzata non è più quella muscolare e termodinamica dell’organismo, ma quella nervosa del cervello e del sistema nervoso. Il capitalismo informatizzato non si limita ad organizzare lo spazio, ma interviene direttamente sul tempo che è la materia costitutiva della soggettività. Il cybertempo segue le velocità ultrarapide delle reti di microprocessori, e la soggettività è attaccata nelle sue fibre più sensibili, la sua autonomia svuotata dalla velocità compulsiva e frammentata del cybertempo. Si diffondono patologie quali ansia, attacchi di panico, depressione, alcuni scelgono il suicido o l’omicidio. Il tempo viene frazionato e l’anima messa al lavoro e quindi spogliata della sua autonomia. Se i padroni di oggi possono permettersi di ripetere con insistenza che non c’è alternativa ed essere creduti, è perché il cybertempo ha già consumato le capacità delle anime di immaginare un altro futuro, ingoiate dal parassita digitale che decompone il tempo esistenziale in serie infinite di micro-prestazioni sotto la pressione di una competitività precaria che previene ogni possibilità di reale contatto tra i corpi. Il futuro è esaurito dalla frammentazione del tempo in attimi presenti privi di qualsiasi virtualità buoni solo ad essere campionati dalla macchina digitale. Questa peculiare relazione col tempo è espressa compiutamente dalle reti del capitalismo finanziario, che avendo perso ogni riferimento a un referente stabile, processano il tempo introducendo un insostenibile regime di aleatroietà di valori fluttanti, rendendo la precarietà ‘la forma generale del rapporto socialÈ. A livello soggettivo, cioè in termini di quelle trasformazioni dell’empatia, etica e sensibilità che il libro pone, l’esaurimento del futuro si esprime in quella incapacità di credere in un ‘dopo’ lo stato di cose attuale, al punto tale, come sottolineato da Mark Fisher, che è diventato più facile credere alla fine del mondo che a quella del capitalismo3.
Le tesi di Bifo si affiancano a quelle che al momento sono una serie di riflessioni, scritti e studi sulla mutazione antropologica introdotta dalla popolarità di quelle che Giorgio Griziotti, con buone ragioni, definisce i media bio-iperdigitali4. Social networks e smart phones costituiscono una potente accoppiata che ha portato ad una inedita e ambivalente informatizzazione della vita sociale. Dal punto di vista di Bifo, il cybertempo, con Facebook e Twitter, ma anche YouTube, Google, Whatsapp e simili, ha colonizzato anche quello che una volta si definiva ‘tempo libero’, insinuandosi nel tessuto delle amicizie e conoscenze, rimodulando profondamente i rapporti sessuali e affettivi. Sherry Turkle, nelle sue etnografie di adolescenti e adulti della affluente middle class americana, racconta di un crescente senso di ‘insieme, ma soli’, dell’interruzione costante del contatto tra le generazioni ad opera dell’invasività dei social network e degli smart phones, di una generazione condannata a comunicare incessantemente5. In Dopo il futuro, gli adolescenti americani di Elephant che si recano a scuola armati fino ai denti e fanno strage di coetanei, e i giovani giapponesi, che vivono in totale isolamento, esprimono la soggettività dei nativi digitali. Il resoconto offerto da Jodi Dean della sua esperienza di blogger complessivamente condanna l’incessante flusso comunicativo della rete in quanto carburante del capitalismo comunicativo, che al modico prezzo delle piccole ‘pepite di godimento’ (adrenalina) rappresentati da notifiche e nuovi messaggi, si appropria della nostra energia libidinale, esaurendo le nostre capacità di resistenza, e ne fa commercio6. Bernard Stiegler è meno perentorio vedendo nei social networks la possibilità di nuove forme autonome di transindividuazione, o creazione di identità sociali, più promettenti rispetto a quelle offerte dalla televisione, ma che richiedono perlomeno l’elaborazione di nuove piattaforme (come sottolineato da Geert Lovink)7. Si tratta in generale di elaborazioni poco simpatetiche nei confronti di social networks e smart phones che relegano eventi quali le rivoluzioni arabe, e le rivolte turche e brasiliane, o il 15M spagnolo all’eccezionalità di un uso contingente. In altre parole, per ogni rivolta, migliaia di individui che caricano foto di sé stessi e delle proprie vacanze o si scambiano indignazioni senza sbocco. E per altri, come Paolo Gerbaudo, non si dà rivolta organizzata attraverso i media sociali senza capacità di ritrovare l’Uno, unità del popolo e/o della nazione, al di là della frammentazione delle reti8.
Ma se il libro di Bifo è un’esercizio diagnostico eseguito nel tentativo di riaprire gli spazi di azione politica, di sovvertire cioè quell’immutabile ‘non c’è alternativa’ al capitale, qual è la cura? Il merito dell’analisi di Bifo è ovviamente quello di costruire una alternativa schizoanalitica alla cornice psicoanalitica che vedrebbe nell’impotenza delle soggettività digitali e iperconnesse il segno di una perdita dell’autorità (simbolico o significante padrone in grado di organizzare il gioco dei segni). Non abbiamo bisogno di nuovi padri-partiti, ma di pratiche sperimentali capaci di sovvertire il ritmo della socializzazione digitale, al momento quasi addomesticata. La cura di Bifo potrà sembrare a molti come veramente poca cosa rispetto alla potenza materiale dell’immaginario tecnologico che circola nella comunicazione sociale di massa di Facebook e co. Bifo propone di riscoprire e ricostituire la potenza della poesia, come nel suo bel ‘Manifesto del dopo-futurismo’ che chiude il libro. Ma come può darsi atto poetico, atto che rinnova la fede nel mondo e nelle sue possibilità di cambiamento, che ristabilisce la congiunzione dei corpi contro la sterile connessione informativa e che è capace di agire effettivamente in una circolazione di informazioni continua in cui perfino la poesia diventa un new media object come un altro, una frase da condividere, magari insieme ad una immagine? In che modo e con quale potenza la poesia può entrare in questi circuiti dove, ci piaccia o meno, gli individui continuamente si esprimono socialmente, cioè esprimono e condividono con altri stati d’animo, idee, affetti, notizie ed emozioni? Quando la poesia stessa diventa un link, un frammento da condividere, invece che un’epifania rivelatoria capace di risvegliare la potenza dell’evento?
Forse il problema della schizoanalisi di Bifo sta proprio in un certo riduzionismo che coinvolge la sua lettura del rapporto tra corpo, anima, e macchina. Bifo dà l’impressione infatti di intendere questo rapporto come uno in cui la sussunzione della forza lavoro alla macchina non è solo reale, è totale. Questa lettura è data chiaramente nelle prime pagine del libro, quando Bifo sostiene che per aumentare il plusvalore relativo, cioè la ricchezza estorta dal lavoro, il capitale tende essenzialmente ad accellerare. Questa accellerazione per lui non rilascia nessuna eccedenza negli individui, solo stress e tristezza. In altre parole, sembra quasi che la rete cibernetica manchi di una caratteristica fondamentale delle reti, cioè di buchi. Quando Deleuze nella società del controllo parla delle nuove tecniche che funzionano come ‘setacci a maglia variabile’, non poteva non avere in mente le sue riflessioni sul barocco di Leibniz9. È in questo libro che aveva trattato del setaccio o maglia, che non è altro che una sintesi, mai completamente esaurita, dell’infinitesimale. La rete non può diventare l’universo chiuso di The Matrix perché è per sua natura, fatta di fori. La rete si istituisce a partire da un certo rapporto con il flusso della materia (fisica, biologica, sociale, economica, culturale) che non è di tipo rappresentativo, ma selettivo e sintetico. La rete seleziona, non esaurisce, il flusso della materia sociale e delle forze psichiche. Le seleziona, le sintetizza, le codifica e gli dà è vero un certo ritmo, ma per continuare ad esistere deve continuamente relazionarsi a un fuori che le rimane in eccesso.
Insomma a me sembra che la forza della soggettività, forza di credere e desiderare come diceva Tarde, forza di coordinarsi e cooperare, come nell’interpretazione postoperaista, sia necessariamente eccedente la capacità della rete di configurarla. Per questo essa, qui e là, periodicamente o improvvisamente, non cessa di sollevarsi e di sconvolgere i parametri e i protocolli che l’oligopolio bio-ipermediatico (Apple, Google, Facebook, Twitter, Amazon, etc) ha sovrapposto alla rete distribuita che Internet originariamente è. Proprio perché la rete ‘pesca’ nella variazione dell’infinitesimale, d’altro canto, essa non può essere ridotta ad arma di guerra di classe condotta a colpi di cybertempo, perché il cybertempo stesso pone continuamente il problema di ciò che gli sfugge, del ‘cigno nero’, dell’evento che non riesce a prevedere, della singolarità incontrollabile. Non a caso ricerche recenti su algoritmi, protocolli e parametri (i mezzi attraverso cui il cybertempo è organizzato) continuano a porre il problema dell’incomputabile e dell’automatismo fuori controllo10.
Non è sufficiente comunque affermare, con un colpo di mano teorico, che la rete non può che essere forata e che se l’organismo, con i suoi delicati equilibri, ne resta impigliato e sconvolto, la relazione sociale continua ad eccederla e nutrirla. Bisogna in qualche modo dimostrarlo e questa dimostrazione non può essere neanche soltanto banalmente empirica, cioè una esposizione dei casi in cui la rete ha agito diversamente da come i colossi dell’economia digitale vorrebbero. In un certo senso, il valore maggiore di questo libro forse consiste proprio nel suo incitare il lettore, come l’uditore dei corsi di Foucault, a capire dove la sua volontà di ribellarsi e di lottare va indirizzata. È infatti vero che al momento questa volontà, parzialmente catturata dal cybertempo e cyberspazio, sembra esaurirsi in quella che Pierre Macherey nel suo Il soggetto produttivo ha definito una specie di ‘carattere incompiuto’ dell’azione spontanea, alle sue ‘resistenze sparse, in movimento, non meditate e coordinate dall’inizio’11. La formazione di reti automome e auto-organizzate in grado di produrre la fine del capitalismo e una nuova era ispirati da concetti come comune, cooperazione, singolarità non può non confrontarsi col nodo chiave della sensibilità, dell’empatia, dell’etica e quindi anche del tempo e delle sue mutazioni.
Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), Feltrinelli, Milano 2005, p. 15. ↩
Cf. Luciana Parisi, Abstract Sex. Philosophy, Biotechnology and the Mutations of Desire, Continuum, London e New York 2004; e Klaus Theweleit, Fantasie virili. Donne, flussi, corpi, storia, Il Saggiatore, Milano 1997. ↩
Cf. Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative? Zero Books, 2009. ↩
Cf. Giorgio Griziotti, Capitalismo digitale e bioproduzione cognitiva: l’esile linea fra controllo, captazione ed opportunità d’autonomia, UniNomade 2.0 2011 (qui). ↩
Cf. Sherry Turkle, Insieme, ma soli. Perché ci aspettiamo sempre di più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri Codice, Torino 2012. ↩
Cf. Jodi Dean, Blog Theory: Feedback and Capture in the Circuits of Drive, Polity Press, Cambridge and Oxford 2010. ↩
Cf. Geert Lovink, “A World Beyond Facebook: Introduction to the Unlike Us Reader” e Bernard Stiegler ‘The Most Precious Good in the Era of Social Technologies’’ in Unlike Us Reader: Social Media Monopolies and Their Alternatives, a cura di Geert Lovink e Miriam Rasch, Institute of Network Cultures, Amsterdam 2013. ↩
Paolo Gerbaudo, Tweets and the Streets. Social Media and Contemporary Activism, Pluto Press, London 2012. ↩
Cf. Gilles Deleuze, ‘La società del controllo’ (qui); e La piega. Leibniz e il barocco, Einaudi, Torino 2004. ↩
Cf. Jussi Parikka e Tony D. Sampson, The Spam Book: On Viruses, Porn and Other Anomalies From the Dark Side of Digital Culture, Hampton Press, NJ 2009; Luciana Parisi, Contagious Architecture. Computation, Aesthetics and Space, The MIT Press, Boston, Mass. 2013. ↩
Cf. Pierre Macherey, Il soggetto produttivo. Da Foucault a Marx, Postfazione di Antonio Negri e Judith Revel, Ombre Corte, Verona 2013, p. 61.
Russell J.A. Kilbourn - Cinema, Memory, Modernity: The Representation of Memory from the Art Film to Transnational Cinema (Routledge Advances in Film Studies) - Routledge, paperback, 20.Mar.2012
Since its inception, cinema has evolved into not merely a ‘reflection’ but an indispensable index of human experience – especially our experience of time’s passage, of the present moment, and, most importantly perhaps, of the past, in both collective and individual terms. In this volume, Kilbourn provides a comparative theorization of the representation of memory in both mainstream Hollywood and international art cinema within an increasingly transnational context of production and reception. Focusing on European, North and South American, and Asian films, Kilbourn reads cinema as providing the viewer with not only the content and form of memory, but also with its own directions for use: the required codes and conventions for understanding and implementing this crucial prosthetic technology — an art of memory for the twentieth-century and beyond.
Here some excerpts taken from last chapter Coda...
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