mercoledì 3 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze: Il sapere primo del pensiero classico - Parte III - Tratto dall'e.book "Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta"



Per una teoria delle minoranze


di Obsolete Capitalism


Il sapere primo del pensiero classico ( Parte III )

Soffermiamoci ancora su quel 'magico' momento in cui Cartesio universalizza l'atto del confronto, rendendolo, come afferma Michel Foucault (Le parole e le cose, 1966), nella "sua forma più pura". Ogni conoscenza è "ottenuta attraverso il confronto di due o più cose fra di loro" (Cartesio, Regulae, 1628). Con quali atti collettivi comparativi si apprende la volontà del popolo sovrano se non attraverso l'esercizio democratico e il rito partecipativo della competizione elettorale tra eguali e liberi che assegna una maggioranza, più o meno qualificata, in grado di tradurre in azione politica le scelte della totalità approssimata? Si esperisce e si conosce la volontà della maggioranza attraverso il confronto democratico. E' nel confronto tra le proposte politiche che si dispiegano identità e differenze, misura e ordine. Il metodo razionale matematico-scientifico cartesiano permette di abbandonare, anche per ricerche circostanziate come quelle di Motta e Panarari che qui analizziamo, le quattro similitudini che hanno svolto una parte "costruttiva nel sapere della cultura occidentale" fino alla fine del XVI secolo: vicinanza, emulazione, analogia e simpatia. Con Cartesio hanno termine le relazioni esoteriche, i concatenamenti instabili, le similitudini intricate, le parentele oscure mentre il confronto tra gli oggetti, anche politici, ne guadagna in nitore, trasparenza ed esattezza numerica. Resta in campo solo il confronto tra confronti: quello tra ordine e misura. Se nell'età classica della civiltà greca, e dunque all'apogeo della città-stato - laboratorio storico della grammatica politica contemporanea - il confronto tra misura e ordine veniva risolto, come ultima ratio, dalla stasiologia - la teoria della guerra civile (Agamben, Stasis, 2015) che segna l'integrazione definitiva della famiglia nella mobilitazione partitica e nell'ordine politico della città ed esautora di fatto la misura rendendo indecidibile non solo il fratello e il nemico, ma pure il maggiore e il minore - allora, nell'età classica della civiltà europea, all'apogeo delle nazioni-stato, il confronto tra misura e ordine viene, nel caso della prima, ricondotta "alle relazioni aritmetiche dell'uguaglianza e della disuguaglianza", mentre nel secondo caso viene considerato come oggetto di studio, prima il tutto e poi successivamente le parti. La misura analizza in unità, l'ordine fissa degli elementi. L'obiettivo del confronto consiste appunto nel ricondurre ogni misura a un ordine seriale, dal più semplice al più complesso. La civiltà occidentale, sublimando psicologicamente la teoria della guerra civile, assegna al dispositivo misura/ordine lo scopo principale di ordinamento del mondo e da ciò ne discende, nel nostro assetto politico-istituzionale, il marcare le misure attraverso le competizioni elettorali tra partiti e l'ordinare i poteri attraverso le separazioni equilibrate di organi legislativi, esecutivi e giudiziari. Così uno dei cardini fondamentali del pensiero politico della modernità - la democrazia rappresentativa e la conseguente 'dittatura quantitativa' realizzata attraverso la sovranità parlamentare - è stato plasmato dall'egemonizzante filosofia razionale del XVII secolo. La mathesis assurge, sempre nell'analisi strutturalista di Foucault, a scienza universale della misura e dell'ordine. Chi potrà mai scalfire politicamente e filosoficamente, ai giorni nostri - il secolo di Google - la potenza astratta e la forza materiale della mathesis, dopo oltre 200 anni di dominio ininterrotto?
( segue QUI )


(tratto dall'e.book Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta su "Elogio delle minoranze" - in uscita a Settembre 2015)

picblog: Ryoichi Kurokawa - Syn_2014 (fragment)

Elettra Stimilli: Recensione del libro (a cura di) Matteo Pasquinelli: Gli algoritmi del capitale @ Alfabeta2, 3 giugno 2015

Gli algoritmi del capitale

Recensione di Elettra Stimilli per Alfabeta2, 3 giugno 2015 

Quando era appena uscito nelle sale italiane The Wolf of Wall Street, il film in cui Scorsese narra l'ascesa e la caduta di uno dei tanti spregiudicati broker newyorkesi, nell'intenzione - da lui stesso esplicitamente dichiarata - di “scoprire come lavorano le loro menti”, viene pubblicato in Italia un volume a cura di Matteo Pasquinelli, Gli algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine delle conoscenza e autonomia del comune (Ombre Corte 2014), che tenta di inscrivere la riflessione sull'attuale crisi finanziaria tra le sofisticate pieghe della virtualizzazione della finanza e delle relazioni sociali. Più che al film di Scorsese, Pasquinelli preferisce, però, far riferimento, come antecedente artistico delle analisi contenute nel libro da lui curato, al romanzo di Don DeLillo Cosmopolis, scritto negli stessi anni del movimento di Seattle e prima del tragico attacco alle Twin Towers.
Muovendo da una riflessione sul predominio e sulla crisi del capitalismo finanziario contemporaneo, i saggi raccolti in questo volume sono tutti accomunati dall'esigenza di guardare all'orizzonte tecnologico globale nell'intento di trovare nuovi paradigmi in grado di dischiudere differenti spazi collettivi e politici. Il volume si apre con il Manifesto per una politica accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek, da molti definito il caso editoriale del 2013 all'interno del pensiero politico radicale. Sorto dall'ambiente intellettuale che ruota attorno alla rivista inglese «Collapse» - spesso individuato con l'etichetta “realismo speculativo” e legato ad autori come Reza Negarestani e Ray Brassier – il Manifesto è stato tradotto in diverse lingue e viene qui presentato in versione italiana come un'introduzione al dibattito che si è sviluppato a partire da un simposio organizzato a Berlino nel 2013.


Le tesi del Manifesto possono così essere confrontate con quelle che provengono dalle riflessioni dell'operaismo italiano che, già negli anni Settanta del secolo scorso, aveva saputo mettere a tema l'egemonia del general intellect nelle società post-fordiste, evidenziando il graduale predominio del lavoro cognitivo. Oggi tuttavia, come scrive Pasquinelli nell'Introduzione, “non è sufficiente affermare che il capitalismo [...] [sia] un capitalismo cognitivo […]. Il capitalismo ha sviluppato forme di intelligenza autonoma e di scala superiore. Si deve dire: il capitale stesso pensa” (p. 9). Il piano di sorveglianza PRISM della National Security Agency, di recente divenuto famoso grazie allo scandalo sulle intercettazioni che ha coinvolto le agenzie di intelligenceamericane - di cui, tra l'altro, si tratta in Citizenfour, il film documentario di Laura Poitras su Edward Snowden, di recente diffuso anche nelle sale cinematografiche italiane - ha rivelato in maniera palese questa situazione.
Se questo automaton tecnologico planetario sta ridisegnando i confini del nuovo nomos politico, a nulla possono servire nostalgiche visioni di un passato ormai irrecuperabile. Per gli autori del Manifesto accelerazionista si tratta piuttosto di portare all'estremo questa orientamento come attendendo una sua implosione interna, che sia, però, l'inizio per una nuova era post-capitalistica. L'accelerazione risulta in questo senso la realizzazione di tendenze che dovrebbero condurre al pieno dispiegamento di potenzialità già contenute, ma neutralizzate, nell'attuale forma del capitalismo.
Una simile analogia tra l'impero globalizzante della politica post-nazionale e le potenzialità della rete è presente anche nella prospettiva di Antonio Negri, che interviene insieme ad altri nel volume (come Franco Berardi Bifo, Mercedes Bunz, Stefano Harney, Tiziana Terranova, Carlo Vercellone, Cristiana Marazzi, ecc.). Ma il problema, per Negri, non è soltanto il fatto che “accelerazionismo” risulta un termine infelice, perché richiama “un senso futurista a quello che futurista non è” (p. 34); ma soprattutto sta nella possibilità di ricondurre questo processo alla sua organizzazione politica, alle stesse forze sociali preesistenti a qualsiasi “algoritmo” del capitale.



MATTEO PASQUINELLI: WHAT AN APPARATUS IS NOT: ON THE ARCHEOLOGY OF THE NORM IN FOUCAULT, CANGUILHEM, AND GOLDSTEIN @ PARREHESIA N.22, 2015



WHAT AN APPARATUS IS NOT: ON THE ARCHEOLOGY OF
THE NORM IN FOUCAULT, CANGUILHEM, AND GOLDSTEIN 

by Matteo Paquinelli

@ Parrhesia philomag (Read more)

@ Academia.edu (Read more)


AGAMBEN’S ‘DISPOSITIVE’ RELIGION

In his essay “What is an Apparatus?” Agamben relates the genealogy of the Foucauldian dispositif of biopower directly to the notion of positivity in Christian theology as highlighted by Hyppolite in a passage from his In- troduction to Hegel’s Philosophy of History. Agamben believes that this ”passage [...] could not have failed to provoke Foucault’s curiosity, because it in a way presages the notion of apparatus”. Agamben then sets up a lengthy genealogy: he first relates the notion of biopolitical dispositif to Hegel’s notion of positive religion and then moves from there to the theological term dispositio. According to Agamben, the Latin dispositio trans- lates the Greek word oikonomia, which in the early centuries of theology designated “the administration and government of human history” by Christ. Agamben thus proposes to take the form in which Christianity was propagated and governed as the archetype of Foucault’s modern dispositif of biopower. (Read more ...)


Picblog: 'Dispositif 1' by Art Collective, 2003

martedì 2 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze - Ordine e misura: la matematizzazione dell'empirico - Parte II - (Tratto dall'e.book "Archeologia delle minoranze")


Per una teoria delle minoranze


di Obsolete Capitalism


Ordine e misura: la matematizzazione dell'empirico ( parte II )



La forma della non linearità, della divaricazione, dell'instabilità è difficile da decifrare nella freccia direzionale della storia degli ultimi secoli se, tale ricerca, non è sorretta dal confronto tra costanti e differenze, linee e biforcazioni, ripetizioni e stacchi. La democrazia rappresentativa, rafforzata nel XX secolo dal suffragio universale, è figlia del pensiero politico-filosofico di Rousseau e degli Illuministi francesi tanto quanto del razionalismo filosofico-matematico di Cartesio. La mediazione razionale tra natura ed esperienza, e tra nuovi livelli di ordine sociale e fondamenti veritativi, porta il secolo XVII a soglie di pura eccellenza nella sintesi tra filosofia e pensiero matematico-scientifico. L'habitat delle moderne democrazie 'avanzate' risiede nell'alveo della matematizzazione dell'empirico perseguita dalle forme di pensiero radicale dell'Età Classica. E' da questo spazio ecologico del pensiero e del politico che, nelle democrazie occidentali, si può parlare correttamente di maggioranza e minoranza. Su questa soglia epistemologica abbiamo sfidato e indagato il pensiero degli autori di Elogio delle minoranze, ponendo loro alcuni interrogativi: la storia del pensiero politico può stabilire con fondamenti di verità lo statuto delle discontinuità delle minoranze portatrici di progetti riformatori rispetto ai poteri costituiti? Quali sono i caratteri prescelti per individuare, isolare, ritagliare queste ristrette minoranze? Come viene distribuito il tempo delle narrazioni e degli accadimenti frammentati? In tempi di democrazia rappresentativa e quindi di aspirazione numerica all'individuazione della maggioranza che garantisca il fondamento del potere e l'equilibrio di 'sistema', quali sono gli spazi di manovra e di proposta delle minoranze numericamente individuabili? La democrazia rappresentativa non limita, o addirittura frena, il dinamismo dei soggetti del rinnovamento e del cambiamento? 
Le presenti domande riguardano come fare corrispondere in un sistema simultaneo, istituzioni realmente democratiche, dinamismo sociale e processi di cambiamento. Le minoranze, infatti, sono portatrici di istanze di rinnovamento e di perturbamento della ragione identificante in quanto differiscono dall'Identico sociale che le vorrebbe contenere. Allo stesso tempo le gerarchie elitarie che governano le istituzioni ambiscono alla quiete selettiva e aborriscono il movimento tendente all'opposizione differenziatrice. L'atteggiamento conservatore dei poteri organizzati in istituzioni totali, irrigidisce le stesse, tramutandole in organizzazioni ripetitive e materializzandone le contingenze. E' noto che lo sforzo intenso delle gerarchie uniformanti è volto a far apparire 'naturale' il reale, cioè il sistema vigente, e 'irrazionale' il diverso dal conforme; da ciò la propagazione oculata dell'espressione "il reale è razionale" il cui risvolto negativo è la certificazione di "assurdità irrazionale" per ogni atto di "resistenza del diverso alla ragione identificante" (Deleuze, 1997).

Si viene a creare, dati questi presupposti, uno spazio politico smisurato e stridente, situato oltre la contabilità democratica e la proceduralità elettorale; è in questo spazio politico che la filosofia del pensiero minoritario si deve insediare e l'archeologia delle minoranze trovare il  proprio ritmo di analisi e di indagine. Per ora - ma questo è solo l'inizio di una nuova dimensione neo-materialista della Storia - ci si dovrà accontentare di raccogliere, elencare e accatastare le forme di rottura, la morfogenesi delle discontinuità, la meta-stabilità del pensiero del divenire-minore( segue QUI )

(tratto dall'e.book 'Archeologia delle minoranze. Intervista con Franco Motta su "Elogio delle minoranze" - in uscita a Settembre 2015)

picblog: Ryoichi Kurokawa - Syn_2014 (fragment)


lunedì 1 giugno 2015

Per una teoria delle minoranze : Delirare i confini (Parte I) - (tratto da Archeologia delle minoranze: Intervista con Franco Motta - uscita prevista Settembre 2015)


Per una teoria delle minoranze



di Obsolete Capitalism


Delirare i confini ( Parte I )

Alcuni anni or sono una visita al Compendio Garibaldino, a Caprera, ci aveva lasciato turbati. Il luogo privilegiato del turbamento era la superficie bidimensionale di un'inedita rappresentazione cartografica d'Italia. La cartina-modello che troneggiava nella Casa Bianca del 'padre della patria' comprendeva la città di Nizza, l'isola di Corsica, la penisola d'Istria, l'arcipelago di Malta, la regione adriatica e orientale della Dalmazia e la regione transalpina della Savoia. Il sottile sconcerto era legato, a ben vedere, a due fenomeni precisi: il primo era determinato dallo stupore nel vedere una simile cartina geopolitica - evidentemente si trattava di una mappa ordinatamente elaborata dalla mente di Garibaldi prima di morire (1882). Il secondo era legato alla riflessione sul ruolo delle azioni di una ristretta minoranza nei confronti di una maggioranza inerte, ancora da conquistare in termini politici, culturali ed economici. Esposta nella camera da letto di Garibaldi, la mappa politica d'Italia riserbava un monito severo alle future generazioni d'italiani. Quella cartina politica di un'Italia 'immaginaria' - e allo stesso tempo iperreale per il suo propugnatore in quanto modello 'ideale' - parlava spiritualmente ad un futuro 'popolo' italiano, tramite una testimonianza iscritta nella proiezione cartografica.
Più precisamente, era una sfida ciò che la mappa di un'Italia garibaldina lanciava all'osservatore interessato e la sfida stava tra il realizzato e il realizzabile. La differenza, ovvero l'irrealizzato che il muto dialogo tra rappresentazione e spettatore suggeriva, aveva la forma di un gesto sospeso e il movimento disarticolato di un'azione interrotta. Offerto allo sguardo complice e irrequieto, il gesto sospeso era il compito assegnato alle future genti italiane, ovvero ciò che storicamente era giusto riprendere al più presto e portare a compimento, eliminando l'interruzione. Le superfici ancora mancanti, i volumi non ancora liberati, i tratteggiamenti generosi che impregnavano la carta immaginaria di una nazione altamente idealizzata, venivano proiettati non solo sullo sguardo sbarrato del patriota ma anche sul fondo segreto e oscuro dello spazio interiore della sua anima. Queste costellazioni di territori irredenti brillavano per la loro assenza nei confronti dei ben più circoscritti confini contemporanei e, allo stesso tempo, erano 'iscrizioni della Storia', quasi fossero la volontà cristallizzata di un esiguo numero di italiani d'ipotecare corpose porzioni di un prossimo futuro. L'auspicio di speranza e di slancio politico che la mappa-testamento dell'Italia mentale di Garibaldi sembrava trasmettere era il seguente: il riscatto morale di una nazione è il portato storico di una minoranza attiva che si legittima come 'corpo provvisorio' di un intero popolo, per attivare un processo politico che favorisca la liberazione delle masse popolari ancora soggiogate da potenze straniere. 

Il libro 'Elogio delle minoranze' di Franco Motta e Massimiliano Panarari indaga, con un ìmpeto degno del miglior civismo, l'irrealizzato, non più territoriale, che l'attuale generazione d'italiani è chiamata a inverare. All'assenza dei territori dell'irredentismo garibaldino sostituiscono la mancanza di un'azione di modernizzazione sociale e istituzionale. L'archeologia delle minoranze virtuose che ci propongono i due autori è la mappa geologico-politica di un'Italia coraggiosa e misconosciuta, la cui narrazione ne raccoglie la sfida di sistema, concedendo la parola, ancora una volta - e dunque accordando nuove possibilità di affrancamento - a coloro che, nelle profondità del tempo trascorso e nei distaccamenti minoritari, non hanno avuto che parole azzittite, azioni insabbiate e orologi infranti. Affrontiamo, prima della disamina del testo di Motta e Panarari, alcune premesse doverose all'episteme della Minoranza.  
( segue QUI )



[ Il presente paragrafo è l'introduzione dell'e.book 'Archeologia delle minoranze. Intervista a Franco Motta su «Elogio delle minoranze»' - A questo primo paragrafo seguiranno giorno per giorno, a partire da oggi, le pubblicazioni dei paragrafi successivi ]


picblog: Ryoichi Kurokawa - Syn_2014 (fragment)

lunedì 25 maggio 2015

Alex Callinicos and Joseph Choonara: HOW NOT TO WRITE ABOUT THE RATE OF PROFIT: A REPLY TO DAVID HARVEY - 21 May 2015

Alex Callinicos and Joseph Choonara
HOW NOT TO WRITE ABOUT THE RATE OF PROFIT: A REPLY TO DAVID HARVEY


It is hard to think of any living writer who has made a greater contribution to Marxist political economy than David Harvey. We can see this in his broad attempt to widen Marxist social theory to take space properly into account, forming a new “historical-geographical materialism”; in his work, The Limits to Capital, one of the most important products of the 1960s and 1970s generation’s engagement with Marx’s Capital; in his hugely influential critical return to the classical Marxist theory of imperialism in The New Imperialism; and, finally, in his online lectures and book commentaries on Capital.

So it is a real pity that he has chosen to write so negatively—and, to be frank, so poorly—about the tendency of the rate of profit to fall (TRPF) in different versions of a paper that is due to be published but that is already making the rounds online (Harvey, 2015a). Harvey is intervening in a debate that has been going on among Marxist political economists for some time but that appears to be hotting up. There seem to be two reasons for this. First, the publication of the manuscripts of the third volume of Capital in the Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA2) has given rise to the entirely spurious argument that Marx abandoned the theory of the TRPF after writing the main text in 1864-5 (it is typical of Harvey’s scattergun approach than he welcomes this argument while declaring his ignorance of German prevents him from taking a stand on the scholarship: Harvey, 2015a: 5). 


Second, and much more importantly, we have a (continuing) crisis to explain. Marxist political economists are divided over whether the profound, systemic crisis of capitalism that exploded in 2007-8 has to be understood starting from the TRPF or, typically, through some combination of underconsumptionism and the kinds of theories of the financialisation of capitalism that have become current in recent years. One reason why this debate is so important is that even the more intelligent bourgeois economists acknowledge that the recovery from the Great Recession has revealed that something has gone badly wrong with capitalism. (...)

Read more @ Michael Roberts :: HERE


martedì 14 aprile 2015

Gli Hackers e il futuro della moneta: Intervista con Brett Scott di Obsolete Capitalism (traduzione Ettore Lancellotti)

Gli Hackers e il futuro della moneta. 

Intervista con Brett Scott


di Obsolete Capitalism


Traduzione di Ettore Lancellotti


OC: Cominciamo dal concetto di ‘democrazia integrale”. In campo economico possiamo definire la filosofia dell’hacker come un tentativo di ‘democrazia totale’? Considerando che oggi i soldi non appartengono più alle persone ma alle banche nazionali, ossia al potere politico, le incursioni dell’hacker nei sistemi finanziari possono rappresentare un nuovo trasferimento di potere in favore degli attivisti ovvero della gente?

BS: La filosofia dell’hacker è soprattutto uno sguardo su una complessa rete di strutture di potere connesse tra loro. E’ uno sguardo che si prende la libertà di esplorare questi sistemi, di scombinare i loro collegamenti e poi tentare di ripristinarli. Tende ad avere uno sguardo che conferisce potere perché, primo, cerca di smembrare questa rete in parti più piccole e comprensibili e, secondo, di promuovere un atteggiamento ribelle e creativo pronto a giocare con quelle parti. In tal senso può diventare qualcosa di democratico, anche se non credo che da solo abbia il potere di cambiare l’intero sistema finanziario. Per quanto riguarda i soldi, le banche sono le maggiori creatrici di valuta, però sì, lo spirito dell’hacker incoraggia la gente a sporcarsi le mani e sperimentare con nuove forme di valuta.

OC: ‘Hacking the future of money’ è il sottotitolo del tuo libro. Cominciando da cosa sta già succedendo, quale sarà il futuro della moneta, e quali saranno i principali obbiettivi o azioni del mondo degli hacker?

BS: Alcune persone credono che il sottotitolo si riferisca solo alle nuove forme di moneta, ma ‘il futuro della moneta’ si riferisce anche ai mutamenti negli strumenti finanziari, e nei modi in cui utilizziamo la normale valuta. Non pretendo di offrire una singola visione di cosa ne sarà del futuro, però vedo che le persone stanno diventando meno diffidenti verso la sperimentazione di nuove alternative. Però non penso ad un obiettivo conclusivo, come se lo scopo fosse raggiungere un sistema finanziario definitivo che sostituisca quello attuale. Il punto è essere capaci di adattarsi, cambiare e costruire qualcosa di diverso e al contempo preservare la giustizia sociale e la stabilità ecologica. 

OC: Crede davvero che l’alterazione nella moneta sia possibile nella filosofia dell’hacker? E se si, come potremmo definire il concetto di ‘alterazione della moneta’?

BS: Sì, credo che la tecnologia abbia aperto nuove frontiere per forme di decentralizzazione che prima non esistevano, e questo presenta opportunità interessanti. Tuttavia, solo perché qualcosa è aperto e decentralizzato, non vuole dire che sia migliore e libero da interessi politici (qui è dove l’illusione utopico-libertaria sbaglia), quindi ogni sviluppo tecnologico va accompagnato da un’analisi politica su chi ne beneficia e chi ne rimane svantaggiato, e dal come affrontare questa questione.

OC: Tanto è stato detto su Bitcoin (il tema del giorno). Alcuni interventi sono stati molto criticati, come quello di Beat Weber, il quale sosteneva che Bitcoin sia la moneta perfetta del turbo-capitalismo poiché rappresenta la moneta globale di un ipotetico mondo libero dal concetto di nazione, come prescrive il neo-liberismo. Cosa ne pensa di Bitcoin? E la sua valutazione è parzialmente cambiata dopo aver ascoltato gli svantaggi e vantaggi discussi dai partecipanti al dibattito di MoneyLab?

BS: Ho sempre pensato che Bitcoin fosse interessante per come ha aperto la mente delle persone sulla possibilità di creare valuta di scambio. Invece, se questa valuta di scambio sia una cosa positiva o negativa è una questione diversa. Trovo alcuni elementi dello spirito di Bitcoin abbastanza discutibili, ma allo stesso tempo non mi piace essere una di quelle persone che si chiudono di fronte ad un’innovazione solo perché attrae anche libertari di destra. Conservo un interesse attivo nel modo in cui si può prendere la logica di Bitcoin, modificarla, e crearne una versione nuova e più interessante.

OC: MoneyLab, il simposio organizzato dall’INC, è appena finito: quali novità, temi o interventi la hanno impressionata di più qui ad Amsterdam? Possiamo cominciare a sperare in un mondo o in un futuro senza moneta?

BS: Amo l’intreccio di arte, tecnologia, economia e filosofia, e MoneyLab è stato il primo simposio dove ho visto una miscela coerente di questi elementi. Per quanto riguarda un futuro senza moneta, non sono sicuro. Non assumo dogmaticamente che un mondo senza moneta sia in qualche modo migliore di uno con. Tutti i sistemi hanno al loro interno dei compromessi, dunque sono interessato a continuare ad esplorarli e studiarli meglio.

Ps+NB: From Brett's Suitpossum blog (Free Download - Go for it!)

My 2013 book - the Heretic's Guide to Global Finance: Hacking the Future of Money- has found its way onto Aaaaarg.org, and also onto a Belgian activist's dropbox, where it is easily downloadable (she was kind enough to send me an email saying that she was "sad to know that it is not being distributed under an open license, since it would benefit many people who cannot afford to buy it").

I'm not against pirating, provided it's going to help humanity, and I hope my book can do that in some small way. I can't speak for my publishers Pluto Press, but they are swashbucklers who publish the likes of Chomsky, so I'm sure they're not surprised. Besides, the book is about HACKING THE GLOBAL FINANCIAL SECTOR! so screw it, let's let it circulate globally! For those who don't know, it's endorsed by Cambridge economics professor Ha-Joon Chang and Bill McKibben of 350.org and has received some great reviews (check out GoodReads reviews here and Amazon reviews here). You can see details, endorsements and reviews on this page.